Ayesha Harruna Attah “I cento pozzi di Salaga” recensione di Salvina Pizzuoli

Calato nella realtà territoriale e tribale, è una dettagliata pagina di storia della Costa d’Oro, il nome del Ghana prima dell’indipendenza, che conduce il lettore tra i paesaggi della savana e della foresta, a conoscere bevande e prodotti locali, usanze e tradizioni, nonché la lingua, riportata spesso nei termini originari, un complesso di dialetti sconosciuti a brevi distanze tra tribù e luoghi. Una pagina di storia che racconta un preciso momento della situazione nel Ghana pre-coloniale di fine Ottocento nei villaggi presso le città di Salaga-Kpembe, di Kete-Krachi, tra le genti islamiche dei Gonja e Dagomba: un fiume, il Volta, che segna e separa anche in nome di quell’emancipazione che dalle zone costiere non riesce a penetrare nei territori più interni dove ancora vige il commercio degli schiavi; gli scontri tra capi locali e la presenza degli europei, tedeschi, inglesi e francesi, che hanno sostituito portoghesi e olandesi usando proprio le rivalità esistenti tra i vari gruppi etnici o nei conflitti per il potere tra gli stessi. Richiamandosi all’esperienza della trisavola, l’autrice ricostruisce lo scenario storico attraverso gli avvenimenti focali della vita di due giovani donne, di estrazione sociale molto diversa, che, ciascuna con la propria esperienza e nell’ambito della propria vita associata, cercano in modo combattivo e senza rese di conquistarsi uno spazio più ampio. Il lettore così seguirà le vicende alternando la lettura di quanto riguarderà ora l’una ora l’altra.

Aminah è figlia di un artigiano di Botu, un piccolo villaggio sulle rotte delle grandi carovane che lì si fermano garantendo un certo commercio di cibi preparati a lei e alle sorelle, anche se preferirebbe di gran lunga confezionare scarpe, come fa il padre sebbene sia un mestiere non previsto per le donne dalla società patriarcale in cui vive. La sua vita scorre serena fino alla scomparsa del padre, che non farà ritorno dal suo viaggio verso i mercati cittadini, e successivamente al suo rapimento da parte di una banda di predoni, che bruciano e distruggono il villaggio seminando morte e distruzione, per procurare schiavi da vendere sul mercato di Salaga.

L’altra giovane donna è Wurche, di etnia Gonya, figlia del re di Kpembe Etuto, incline a quanto è considerato sconveniente per una fanciulla: l’uso delle armi e l’interesse verso la politica che vorrebbe indirizzare verso l’unione e la pacificazione consigliando il padre nelle sue decisioni. Ciascuna delle due sarà costretta dagli eventi a subire decisioni contrarie a quanto avevano aspirato: Wurche sarà costretta infatti a sposare un uomo che non ama solo per ottenere per il padre l’appoggio dei Dagomba.

Brevi note biografiche

Ayesha Harruna Attah è nata ad Accra (Ghana) nel 1983, in una famiglia di giornalisti . Ha studiato alla Columbia University e alla New York University, per poi tornare in Africa e cominciare a scrivere.

E anche:

la recensione su mangialibri

e l’intervista a Ayesha Harruna Attah

Jenny Offill “Tempo variabile” consigliato da Martina Castagnoli

Con un tempismo degno di Cassandra, la casa editrice NN pubblica un libro geniale ed ironico, fotografia perfetta di questo periodo apocalittico. Non c’è una pandemia che mette in pericolo la sopravvivenza del genere umano ma nell’aria aleggia un clima da fine del mondo presagio di imminenti sciagure e di apocalisse. “ Tempo variabile” mette al centro della storia Lizzie, una bibliotecaria generosa, un po’ sperduta, che odia in egual misura ricchi e hippy, con una famiglia (normalmente) imperfetta e un fratello ingombrante, che d’improvviso viene coinvolta e costretta da un’amica a prendere il suo posto nel rispondere ad un podcast nel quale si chiedono consigli su come sopravvivere alla fine dell’umanità. Ne esce fuori un affresco di una società fatta da individui vulnerabili, ipocondriaci, egocentrici che si comportano come una mandria impazzita, nella quale Lizzie si destreggia con ironia e senso pratico senza mai perdere la propria personalità ed omologarsi al gregge. Un libro acuto, che affronta un tema serio con umorismo intelligente e caustico.

Il libro è disponibile in libreria:

Scrittori toscani? Sì, ancora… con due autori contemporanei

Gentili lettori, concludiamo questo primo incontro con gli scrittori toscani di ieri e di oggi con due autori contemporanei:

 


venerdì 14

Gigi Paoli, giornalista fiorentino, con un brano tratto dal suo romanzo d’esordio

“Il rumore della pioggia”

che si apre con uno degli scorci più amati della città

 

 

 

 

e sabato 15

Marisa Salabelle, nata a Cagliari ma vive a Pistoia da molto tempo e nell’Appennino ha ambientato i suoi romanzi. “L’ultimo dei Santi” da cui è tratto il brano che presentiamo.

 

I consigli di Martina Castagnoli: Paola Mastrocola “Non so niente di te”

Succede che a volte, spesso, da figli brillanti e diligenti ci si aspetti, dandolo per scontato, un percorso di vita lineare che li porti ad intraprendere carriere prestigiose, coronate da famiglie “da mulino bianco”.
Tutto per buona pace e vanto dei genitori. Ma a volte i piani non vanno secondo le tanto agognate previsioni e si scopre che in fondo, di quel figlio tanto perfetto, non si sapeva niente. Di questo parla lo splendido e commovente “Non so niente di te” dell’ottima e pluripremiata Paola Mastrocola.

Parla di Filippo, un giovane e brillante economista, che un bel giorno fa perdere tracce di sé; e di una coppia di genitori, i suoi genitori, che nella totale incomprensione di cosa sta succedendo dovranno fare i conti con chi è davvero il figlio. Un romanzo di viaggio, perché vi troverete a seguire Filippo in ogni suo spostamento, alla ricerca delle tessere che ricompongano il puzzle, fino ad arrivare a capire che quello che sta cercando è la cosa più semplice e allo stesso tempo più complessa del mondo…

Il libro è disponibile in libreria:

Paola Capriolo “La grande Eulalia e Il nocchiero” recensione di Salvina Pizzuoli

“La grande Eulalia” è una raccolta di quattro racconti, esordio dell’autrice nel 1988. Quattro racconti, quattro mondi nei quali il lettore entra seguendo la limpida prosa che lo sa incantare e guidare, come una musica, in un mondo ammaliante, dentro una favola bella.  Ma il mondo nel quale il lettore entra non è poi così scevro da affanni e dolori o da quell’impalpabile desiderio che vi aleggia di ricercare senza in effetti mai trovare, come ne “La donna di pietra” o come ne “Il gigante” dove protagonista è la musica o meglio il duetto che si apre e articola a distanza tra due “prigionieri”: il primo chiuso in una lontana e isolata prigione e l’altro, una giovane donna, ugualmente prigioniera, sebbene non rinchiusa, e riscoprirla nelle “Lettere a Luisa”, il racconto successivo, nell’esperienza trasposta che di lei riferisce  il prigioniero.

Attraverso un mondo di risonanze mitologiche, classiche e fantastiche, l’autrice ci conduce per mano a guardare con occhi nuovi mentre con la sua scrittura evocativa sa far emergere suggestioni nascoste, attanagliate tra maglie stringenti e sulle quale librarsi. Racconti ai quali l’etichetta di fantastici è poco rispondente in quanto li delimita e li definisce; in effetti la parola, la bellezza insieme all’arte, ne sono protagoniste.

In questa nuova edizione anche il racconto lungo “Il nocchiero”. Nella postfazione curata dall’autrice si legge la volontà di lasciare quanto scritto nella sua versione originaria e ci svela i fatti reali all’origine della sua trasposizione narrativa: nella prigione di Spandau viveva come unico recluso l’ultimo superstite di gerarchi nazisti, Rudolf Hess, alla cui morte l’edificio in cui era imprigionato sarebbe stato demolito e per “Il nocchiero” fu ispiratore il documentario sulla shoah di Claude Lanzmann. E precisa che in quei racconti:

non volevo parlare della realtà, descriverla, raccontarla nella sua concretezza: volevo, piuttosto, trasporla in una dimensione senza tempo che per me coincideva con il compito della scrittura.

Scrittori toscani di oggi: Pina Bertoli uno stralcio da “Infondate ragioni per credere nell’amore”

Pina Bertoli, lucchese, in questo suo romanzo racconta, sullo sfondo delle vicende di Francesco e Maria, la Versilia e Lucca dagli anni ’50 fino ai ’90.

Leggi lo stralcio dalle pagine del romanzo

e anche:

A questo link il sito di Pina Bertoli

“Il mestiere di leggere”

dedicato ai libri, alla musica e all’arte.

A questo link la recensione su tuttatoscanalibri del romanzo da cui sono tratte le pagine presentate.

Scrittori toscani? Sì, ancora… Renato Fucini “Il ciuco di Melesecche”

Gentili lettori, continuiamo la nostra rassegna letteraria sugli autori toscani di ieri e di oggi o che scrivono o hanno ambientato le loro opere in Toscana, con la novella di Renato Fucini

“Il ciuco di Melesecche”

che si aggiunge a

“Il rimedio pei topi” e   “Il Dodolo”  dalle “Novelle toscane” di Ferdinando Paolieri

e, per gli autori toscani contemporanei, al racconto di Alessandro Pagani “Breve racconto onirico”

 

E ancora…

sabato 1 febbraio un nuovo autore contemporaneo:

Oreste Verrini con uno stralcio da “Madri”

 

 

 

Non mancate e buona lettura a tutti !

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Qualche assaggio:

Verne “La sfinge dei ghiacci”

Stevenson “Lo strano caso del dottor Jekill e mister Hyde” illustrato con i disegni di Mauro Moretti

Stevenson “Il diavolo nella bottiglia” con testo originale a fronte e le illustrazioni di Elena Salucco

 thriller di successo:

Ferrini Pizzuoli “Odessa. L’ora della fuga”

o il sequel “Odessa. Caccia in Argentina”

gialli, fantasy, mistero 

Maria Castellett “Delitti”

Ferrini “Il complesso di Arkhàn”

ma anche storici e di viaggio

Alessandro Cosi “L’oro di Tolosa”

Salvina Pizzuoli “La valle dell’Arno tra storia e geografia”

Ferrini Pizzuoli “La val di Merse. Luoghi e paesaggi”

per i più piccini

Stefano Angelo “Theo e il drago artiglio rosso”


E tanti altri… Li trovate tutti presentati nel catalogo del sito di Edida