Le pagine di tuttatoscanalibri più visitate nel mese di agosto 2022

Alessia Gazzola e la nuova trilogia con Costanza Macallè

Omaggio a: Hans Tuzzi e l’ultimo Melis “Ma cos’è questo nulla?” di Alberto Genovese

Hannah Lynn “Il segreto di Medusa. Tutta un’altra storia”

Alessandro Barbero “Inventare i libri”

Luigi Cristiano e Gianni De Martino “Viaggi e profumi”

Jorge Luis Borges “L’Aleph”

Un libro per Ferragosto?

“Naziland. Quella macchia nera nel cuore d’Europa” di Stefano Grazioli

Ibn Jubayr “Viaggio in Sicilia”

Gianluigi Gherzi “Alfabeti della gioia”

Italo Calvino “Le città invisibili”

Omaggio a Luis Sepúlveda

Su mangialibri: un’intervista, la vita, le opere

Su mangialibri: recensioni e un’intervista

e su Robinson la Repubblica un articolo di Stefania Parmeggiani

e su Consigli.it:

5 libri per ricordare (o scoprire) lo scrittore cileno

su tuttatoscanalibri la recensione di Salvina Pizzuoli a

“Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”

Le pagine di tuttatoscanalibri più visitate nel mese di maggio 2022

Elisabetta Moro e Marino Niola “Baciarsi”

Alba Donati “La libreria sulla collina”

Marco Consentino e Domenico Dodaro “Madame VItti”

Elizabeth Strout “Oh William!”

Simonetta Agnello Hornby e Costanza Gravina “La cuntintizza”

“O.D.E.S.S.A. Il tesoro del lago”

Gianrico Carofiglio “Testimone inconsapevole”

Wilbur Smith con David Chuichill “Eredità di guerra”

Riccardo Lestini “People are strange. Un poeta di nome Jim Morrison

Virginia Ciaravolo “D’improvviso si è spenta la luce. Storie di stupri, lacrime e sangue”

Jorge Luis Borges “L’Aleph”

Curiosità bibliofile: i caratteri tipografici

Le pagine di tuttatoscanalibri più visitate nel mese di aprile 2022

E.Lee Masters Antologia di Spoon River

Primo Levi Se questo è un uomo

Marco Consentino e Domenico Dodaro Madame Vitti

Alessandro Barbero Inventare i libri

Jorge Luis Borges L’Aleph

Wilbur Smith con David Churchill Eredità di guerra

Marco Ghizzoni Violino. Luci e ombre di Stradivari

Roberto Alajmo La strategia dell’opossum

Matteo Moca Un’esigenza di realtà. Anna Maria Ortese e la dipendenza dal fantastico

Lorenzo Beccati Uno di meno

Valentina Olivastri L’album di famiglia

Ottavia Niccoli “Morte al filatoio”, recensione di Salvina Pizzuoli

Protagonista della vicenda, che si dipana tra il lunedì 9 novembre 1592 e il giovedì 19 novembre dello stesso anno a Bologna, è don Tomasso che dirige l’ospizio di San Biagio, un antico ospedale ridotto a ricovero. Lo anima amor di giustizia, anche se terrena e quindi imperfetta e non uguale per tutti, tanto da voler trovare, lui prete, gli autori di tre terribili omicidi.

Una figura di religioso che, a detta della stessa autrice nella Nota conclusiva, è assai improbabile a quei tempi per quel che sappiamo, i preti della piena Controriforma erano piuttosto differenti, anche per questo cattura: per essere uomo di fede e di carità, per la sua strenua e caparbia lotta contro i soprusi e le angherie che i deboli subivano nel contesto sociale di quel preciso periodo storico. Il lettore è così trasportato nella Bologna del tempo che si anima e rivive colorandosi tra le pagine ora seguendo i tragitti a piedi di don Tomasso lungo le strade della città, nel traffico di carretti, cavalli, lettighe, ora entrando con lui nelle case dei ricchi e degli indigenti, nei luoghi di lavoro e di produzione come il filatoio o le botteghe artigiane o dentro le stanze del Torrone dove si amministra la giustizia degli uomini e dove si recava di frequente sostituendo il ministrale del quartiere, pigro e inattivo, che avrebbe dovuto assolvere al compito di denunciare ogni reato.

Un anno difficile quello dell’ultimo scorcio di secolo, in cui si alternano cattive stagioni e magri raccolti, dove alla carestia si aggiungono le intemperie. Un mondo di miseria, di sfruttamento, di abiti logori, di putti e tose strappati alla loro infanzia, di morti ammazzati, di torture, di pratiche magiche come “la calamita battezzata, la brocca piena d’acqua, il setaccio con le forbici” pratiche vietate ma restie ad essere abbandonate dentro un presente e un futuro incerti, dove don Tomasso continua le sue indagini e non si arrende e cerca risposte, sentendo montare dentro di sé un’ansia forte di averla vinta sull’ingiustizia e sulla violenza, che non avvertiva contraria al suo stato di prete.

A fargli compagnia un tosetto malandrino, vivace, intraprendente, curioso che collaborerà con lui rivelandosi spesso un prezioso aiutante per ascoltare e riferire, alla ricerca di fondamentali indizi rivelatori, spesso da interpretare e talvolta anche fallaci.

Brevi note biografiche

Ottavia Niccoli, già docente alle Università di Bologna e Trento, è autrice di saggi su Rinascimento e Riforma editi da Einaudi e Laterza, noti e tradotti a livello internazionale. Questo è il suo esordio come romanziera (da Vallecchi Autore)

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Le pagine più visitate di tuttatoscanalibri nel mese di novembre 2021

Alessia Gazzola e la nuova trilogia con Costanza Macallè

Fabio Leocata “La gentilezza vola lontano”

E. Lee Masters “Antologia di Spoon River

Libreria Cortinovis a Livorno, libri rari e usati

Juan Gòmez-Jurado “Regina rossa”

Jorge Luis Borges “L’Aleph”

Costanza DiQuattro “Donnafugata”

Pia Rimini una scrittrice riscoperta

Elsa Moranre “La Storia”

Maria Pia Ammirati “Vita ordinaria di una donna di strada”

Primo Levi “Se questo è un uomo”

“Le scrittrici della notte” a cura di Loredana Lipperini

Il racconto della domenica

SARRA

La prima domenica dopo Pasqua ricorreva la festa di San Costantino, nei salti di Bottuda.

I salti di Bottuda sono campagne assai distanti dal paese omonimo, e per arrivare alla chiesetta intorno a cui si fa la festa campestre, bisogna attraversare una valle, un bosco, una pianura. Ma i Bottudesi amano assai il loro San Costantino, e per tutto l’inverno sognano di attraversare il bosco, la valle e la pianura, pur di festeggiare il Santo ballando, cantando, bevendo acquavite e vino bianco fino a mezzogiorno, e liquore d’anice e vino rosso fino all’ora del ritorno.

Ed è giusto che essi si divertano finalmente. Hanno lavorato tutto l’inverno crudo, dissodando e seminando la terra selvatica, guardando le greggie assiderate e magre: ora le pecore hanno la lana lunga, il grano verdeggia sui ciglioni, le macchie sono fiorite, il cielo è azzurro. Bisogna ringraziare San Costantino delle buone promesse della terra e del gregge, e bere e ballare e cantare in suo onore.

Anche Sarra* Fioreddu sognava la festa, le danze, i mercanti di stoffe colorate e di gioielli falsi, ma non osava neppure esprimere il suo desiderio.

In casa sua la maltrattavano perché non voleva sposare un pastore che possedeva cento pecore, cavalli, terre, e un cane famoso in tutti i paesi vicini.

– Cosa me ne faccio delle sue pecore e del suo cane, che possa mangiar le viscere del suo padrone! – diceva Sarra. – Mattia sembra egli stesso un cane peloso, col suo naso grosso e gli occhi rossi. Eppoi egli ha venti anni più di me, è grasso e basso. Io non lo voglio, mi fa schifo; meglio morire.

Essa era alta, fina, un po’ curva, ma molto bella e bianca in viso; inoltre aveva gli occhi azzurri, una rarità per il paese. Era civettuola, voleva sposare un giovine roseo, non peloso, alto e sottile, la cui cintura ricamata potesse cingere la vita d’una donna.

Il padre e i fratelli – uomini rozzi e ubbriaconi – s’erano fissati in mente che ella dovesse sposare Mattia, il pastore ricco, e la maltrattavano crudelmente.

Ella non poteva aprir bocca che subito non si sentisse minacciata di venir trascinata pei capelli: intorno a sé non vedeva che visi inferociti, occhi verdi d’ira, e non udiva che parole vituperose. Bastava che comparisse lei perché tutti i suoi parenti prendessero l’aspetto di cani arrabbiati.

Ma lei restava dura. Diceva:

– Maltrattatemi pure, strappatemi i capelli, fatemi a pezzetti: l’ultimo pezzetto dirà no, no, no.

Fin dai primi d’aprile sentì che il padre e i fratelli con le loro fidanzate dovevano andar alla festa di San Costantino. Facevano già tanti progetti.

– Porteremo questo, porteremo quest’altro; mangeremo sotto l’albero a destra della chiesa, canteremo su quest’argomento, compreremo questo, compreremo quest’altro.

Sarra ascoltava con gli occhi spalancati, arrossiva d’invidia, si rodeva, spesso di notte piangeva amaramente. Ah, mai fino ad allora aveva sentita tutta la sua disgrazia. Non poter andare alla festa mentre ci andavano anche i mendicanti; non poter esprimere il suo desiderio, non poter neppure parlare!

Tutto ciò accresceva il suo odio e la sua ripugnanza per Mattia. Ella piangeva di rabbia, quando pensava a lui stringeva i pugni, sputava, lo ingiuriava continuamente fra di sé. E se lo vedeva gli voltava le spalle e impallidiva d’odio.

Intanto giunse la Pasqua, passò; cominciarono i preparativi per la festa.

Si fecero le focacce dolci ed il pane, fu portato l’agnello dall’ovile, si comprarono le arancie, il vino, il nasco** s’estrasse il primo miele. Sarra rodevasi di desiderio e di rancore: sapeva che Mattia non sarebbe andato a San Costantino e ciò accresceva la sua voglia.

La notte precedente la festa, la ragazza dormì poco e pianse: poi sognò che anch’ella era andata alla festa e che ballava con un giovine alto e bello; e svegliandosi provò uno stringimento al cuore.

S’alzò che era ancor notte: nella cucina stavano disposte in fila le bisacce colme, pronte le briglie, i freni, gli sproni ripuliti. Nel cortiletto i cavalli ruminavano: e nel silenzio dell’aria tiepida risuonava di tanto in tanto il rumore metallico delle loro zampate sul lastrico umido di rugiada.

Sarra guardò, ascoltò, accese il fuoco, mise a bollire il caffè e ricominciò a lagrimare.

Il padre che dormiva su una stuoia, si svegliò e sbadigliò; poi chiese con voce assonnata e rude. – Che cosa hai? Perché piangi?

Sarra si sentì intenerire, ma nello stesso tempo ebbe paura, scoppiò a pianger forte e non rispose.

Il padre s’alzo e curvandosi su una bisaccia la sollevò come per provarne il peso.

– Che il diavolo ti tolga le scarpe, – diceva intanto a Sarra, – tu vorresti venire alla festa di San Costantino?

Ella continuò a singhiozzare, col viso nascosto nel grembiale. Il padre le si rivolse minaccioso:

– Rispondi a tuo padre. Vuoi o non vuoi venire alla festa?

– Sì – ella rispose con un filo di voce.

– Sì! – disse il padre contraffacendola. – Ebbene, che il diavolo ti porti, va, cambiati il fazzoletto e le scarpe.

Sarra andò via rapidamente.

Allora anche i fratelli si alzarono, rotolarono le stuoie, rizzandole lungo la parete, e si guardarono fra loro.

– Ella viene – dissero a bassa voce.

E sulle prime parvero contenti, ma tosto ripresero la loro solita aria di malcontento.

– Ah, – diceva il padre, parlando fra sé, mentre sceglieva la briglia del suo cavallo, – non ci sarebbe stato bisogno di ciò.

Sarra riapparve subito, rossa, un po’ ansante, con gli occhi ancora gonfi ma lucenti di gioia. S’era cambiata in un attimo; aveva una camicia bianchissima, le scarpe nuove, il corsetto guarnito di trine d’oro, e in testa un gran fazzoletto frangiato, di damasco violaceo.

Quando le cavalcature furon pronte ella sedette in groppa alla cavalla grigia montata da suo padre. E via per la valle, il bosco, la pianura, nel purissimo e odoroso mattino di aprile.

Durante il viaggio nessuno dei parenti di Sarra, e neppure le sue future cognate, le rivolsero la parola: ma ella non se ne curava. Rideva e chiacchierava con gli altri paesani che andavano alla festa, ed era felice in modo inesprimibile.

La rugiada brillava sui grani: nelle macchie cantavano gli uccelli; l’aria era satura di profumi; i più bei giovani di Bottuda si recavano alla festa, voltandosi per guardare Sarra il cui volto, nel fazzoletto di damasco violaceo, pareva una rosa di macchia.

Ella rideva e parlava in alto per farsi udire dai giovanotti, guardandoli col suo azzurro sguardo apparentemente ingenuo, pieno di vita e di gioia.

– Noi balleremo assieme – dicevano gli occhi dei giovani e quelli di Sarra. – Chi sa come ci divertiremo.

Ed infatti ella si divertì follemente tutta la giornata: trovò le sue amiche, ballò, civettò, fu corteggiata a più non posso.

Il padre ed i fratelli bevevano acquavite e vino giallo, anice e vino rosso, giocavano alle carte ed al bersaglio e non badavano a lei.

Ella fece tutto ciò che le parve e piacque senza mai ricordarsi di Mattia e delle persecuzioni sofferte; comprò anellini con pietre gialle e verdi, ricevette qualche regalo galante e nascose tutto entro il seno.

Verso l’ora della partenza ella era stanca di ballare, i piedi le bruciavano, le mascelle le facevano male dal gran ridere, e si sventolava sul viso infuocato i lembi del fazzoletto violaceo, ma vedeva con dispiacere avvicinarsi il momento di partire.

Il sole tramontava, il cielo accendevasi di oro all’orizzonte, l’ombra della chiesetta allungavasi sull’erba calpestata; un gran silenzio scendeva già sulla pianura. Il sogno era finito.

A poco a poco la gente se ne andò: gli uomini erano quasi tutti ubbriachi, le donne melanconiche. I Fioreddu furono fra gli ultimi a partire, e il padre si attardò più di tutti. Era anch’egli ubbriaco, ma fingeva di esserlo più di quanto veramente lo era. Barcollava, chiudeva gli occhi, balbettava. A cavallo dondolava di qua e di là dalla sella, e Sarra doveva quasi sostenerlo perché non cadesse. La cavalla andava lentamente, e si lasciò sopraggiungere e sorpassare anche dai carri dei mercanti e dai mendicanti che facevano la strada a piedi. A poco a poco zio Fioreddu e la figliuola rimasero ultimi e soli nel sentiero all’entrata del bosco. Le ombre cadevano: attraverso i rami immobili nella quiete del crepuscolo il cielo impallidiva. Il roteare dei carri, i passi dei cavalli, le voci, i canti morivano in lontananza.

Zio Fioreddu continuava a dondolare in sella e pareva dormisse. Sarra fu colta da grave tristezza. Il suo volto si fece bianco bianco, gli occhi così facili al riso ed al pianto si velarono.

Ella aveva paura di trovarsi così nel bosco sola con quell’uomo ubbriaco, e non osava svegliarlo e dirgli di viaggiare più sollecitamente.

Per quanto poteva batteva il piede sul ventre della cavalla, ma la bestia scuoteva la coda, rizzava le orecchie e continuava a camminare lentamente. Era sazia, la cavalla, sazia di erba e di fronde; non le importava quindi, come quando zio Fioreddu tornava dal lavoro, di trottare rapidamente verso la mangiatoia.

Sarra cominciò a incollerirsi e inquietarsi. La notte cadeva, i rumori dei carri e le voci dei viandanti s’erano spenti; zio Fioreddu continuava a dormire.

– San Costantino mio, – diceva Sarra fra sé, – cosa è questo? Aiutateci voi, altrimenti arriveremo domani mattina.

Ad un tratto ella provò un grande spavento, le parve veder Mattia dietro un albero, nell’ultimo barlume del crepuscolo.

– È il demonio – pensò: ma tosto diede un grido acutissimo e si strinse alla vita di suo padre,

perché realmente Mattia balzò in avanti e fermò la cavalla.

Era armato di fucile, di pistola, di leppa (coltello) e pareva un brigante: dopo di lui vennero

correndo altri due uomini che Sarra riconobbe benissimo. Eran due servi di Mattia. La fanciulla capì immediatamente che volevano rapirla, e si mise a urlare, avvinchiandosi a suo padre e chiamando soccorso. Zio Fioreddu parve destarsi.

– Cosa c’è? – chiese con voce rauca ed assonnata. – Cosa vuoi, Mattia?

– Smontate – disse costui. – Lasciatemi vostra figlia e la vostra cavalla e tornate a piedi, al paese. Vi riporterò tutto in buono stato.

Zio Fioreddu si mise a ridere e disse:

– Eh, eh, tu scherzi. Vuoi andare alla festa, ora, tu? Sei matto? Noi torniamo ora, dalla festa.

– Si vede bene! – disse Mattia. – Quanti calici avete bevuto? Basta, smontate con le buone, altrimenti vi farò smontare con le cattive.

– No! No! – urlava Sarra. – Non lasciatemi, babbo mio. Farò tutto ciò che vorrete, ma ora non lasciatemi.

Tutto fu inutile. Invano le sue grida risuonarono nel bosco: mezzo morta ella si trovò, dopo aver dato parecchi pugni, graffi e pedate, in balìa del suo rapitore.

Ziu Fioreddu, che rideva e parlava insensatamente, fu lasciato nel bosco, e Sarra fu condotta all’ovile del rapitore.

Là c’era la sorella di Mattia, una brutta donna nera dalle labbra grosse, che cercò confortare la fanciulla.

– Non temere, colomba mia, – le disse, – nessuno ti torcerà un capello: domani mattina Mattia, ti ricondurrà a casa tua, ed anche la cavalla ricondurrà. E subito vi sposerete, colomba mia, non temere.

– No, non lo credere, labbra di cavallo – disse Sarra con disprezzo. – Voi siete tante bestie feroci, ma io non sposerò tuo fratello.

– Cosa vuoi, sorella cara? – disse l’altra stendendo una stuoia accanto al fuoco. – Chi vuoi che ti sposi, ora? Dopo questo fatto chi vuoi che ti sposi? Coricati, sta tranquilla, ché con mio fratello tu starai come una regina. Cosa vuoi di più? Coricati, Sarrina mia. Domani mattina faremo il caffè, dopo torneremo tutti assieme al paese, e domani mattina stesso Mattia ti farà il dono di sposo: otto anelli con pietre, una medaglia d’argento, le scarpe ricamate, il fazzoletto color di garofano.

La donna continuò ad enumerare i doni dello sposo, ma Sarra le volse le spalle e si accoccolò in un angolo della capanna.

Ah, ella lo vedeva bene. Tutti erano d’accordo in quest’orrenda commedia, compresi i suoi fratelli ed il padre. Che cosa le restava a fare contro quelle bestie feroci, com’ella le chiamava.

– Cosa farò io? – pensava, singhiozzando. – Io andrò dagli uomini della giustizia e denunzierò queste bestie feroci? E poi? Li condanneranno, ma nessuno più mi sposerà dopo che sono stata rapita. Tutti crederanno che io abbia passato la notte con quel cane di Mattia, e nessuno più mi guarderà.

In questi pensieri ella pianse a lungo e disperò; a poco a poco si calmò, e verso l’alba cominciò ad assopirsi. Allora nel dormiveglia, una strana e selvaggia dolcezza le scese nel cuore.

– Quelle bestie feroci! – pensava vagamente. – Esse mi hanno ammazzata; ma toccherà poi a me. Ah, fratelli cari, voi credete che profitterete del benestare di Mattia? Sarò io la padrona; vi discaccerò come cani rognosi. E tu, Mattia, credi che avrai una moglie fedele? Io ti sposerò, ma tu ti sbagli, bestia feroce…Così si addormentò.

Note

* Alessandra

** vino bianco sardo dolce e forte


da Grazia Deledda La regina delle tenebre raccolta di racconti

Lanfranco Caminiti “Senza”, presentazione

Raccontare il dolore, raccontare l’assenza della persona amata. Non è facile senza cadere nell’ enfasi, ma raccontando con verità e delicatezza, quella derivata dal pudore che nasce dal sentimento. I ricordi si alternano alle terribili fasi del presente, i ricordi per rivivere momenti di quotidianità e solo dentro i quali chi non c’è più ritorna con tutta la vividezza del reale. Chi non c’è più fisicamente c’è sempre nella forza della memoria che come una prigione dorata sa mantenere in vita chi abbiamo amato.

Paura di perdere i ricordi? Cosa può spingere chi affronta il dolore a scriverne?

Non è facile raccontarlo ma dà sicuramente senso all’esistenza di chi è sopravvissuto. Un diario, quello di Caminiti, una pagina dedicata per accettare l’assenza, per colmare quel vuoto incolmabile?

“Si può scrivere del dolore in molti modi ma solo uno richiede, oltre al talento, anche coraggio: quello che non mira a descrivere per esorcizzare o a condividere per superare, ma piuttosto a scavare nella sofferenza fino a raggiungerne il nucleo incandescente per poi attraversarlo. Col rischio di bruciare e la certezza di uscirne comunque ustionati. (da Andrea Colombo, nella pagina Cultura del Manifesto on line.)

Da Minimum Fax

«L’avrebbero vestita le sue nipoti. Io diedi loro l’abito che aveva comprato da poco e una camicia di percalle. L’abito era rosa antico e smanicato. E Paola non girava mai a braccia nude, le sembrava poco elegante».
Comincia così questo romanzo, con poche misurate parole che segnano l’ingresso di un uomo nel tempo che segue alla scomparsa della persona amata. E il tempo che segue è un elenco di luoghi, oggetti, libri, episodi. […]
Una lettera postuma, ma anche un’agenda del vuoto, lo stupore dei posti che sopravvivono, l’insofferenza per l’egoismo che si annida persino nel dolore. E, infine, un apprendistato della solitudine, in un mondo improvvisamente desertificato, dove tuttavia, attraverso la scrittura, l’amore sopravvive anche nell’assenza.

Roberto Alajmo “Io non ci volevo venire”, presentazione

Una bella ragazza scomparsa, un investigatore improvvisato, una schiera di donne che lo affianca nella sua indagine e non per ultima la Sicilia, sono i protagonisti di un giallo sui generis il cui autore è Roberto Alajmo non nuovo a ritrarre la sua terra in aspetti caratteristici ancora non del tutto smaltiti dentro un sugo di contraddizioni che condiscono mentalità e costumanze.

Così Giovanni di Dio, detto Giovà, sarà l’investigatore che non ha la stoffa per esserlo ma è stato incaricato da Zzu, eminenza grigia e uomo di punta del rione Partanna di Palermo a cui non si può dire di no, perché stavolta stranamente Zzu ignora i fatti e pertanto è costretto a rivolgersi a Giovà che fa la guardia giurata.

Quale sarà il ruolo allora delle donne coinvolte?

Saranno Antonietta, la madre, Mariella, la sorella, Mariola, la zia, Mariangela, la parrucchiera a svolgere il compito di far luce sulla vicenda e indirizzare lo sguardo di Giovà impegnato in una indagine parallela a quella dei carabinieri.

“La prosa, dialettale solo per le spezie dei dialoghi, è divertente e ironica, in grado di restituire l’allusività e il senso multiforme delle conversazioni in Sicilia. L’autore ne rappresenta tutti i codici di comunicazione, compresa la prossemica di chi parla. È una specie di danza: avvicinarsi, allontanarsi, farsi sotto, restare in disparte.
Roberto Alajmo ha scritto un mystery comico e grottesco, al centro del quale emergono due tematiche molto siciliane: il millenario contrasto che qui regna tra verità e giustizia, e la piaga del vecchio che sempre si aggrappa al nuovo per imprigionarlo e modellarlo. Quasi un tributo a quella che Sciascia chiamava «verità letteraria»”(dal Catalogo Sellerio Editore)

e anche

Brevi note biografiche

Roberto Alajmo (1959) vive a Palermo. Tra i suoi libri: Notizia del disastro (2001), Cuore di madre (2003), È stato il figlio (2005), da cui è stato tratto nel 2012 l’omonimo film diretto da Daniele Ciprì, Palermo è una cipolla (2005), L’arte di annacarsi (2010). Con questa casa editrice ha pubblicato Carne mia (2016), L’estate del ’78 (2018), Repertorio dei pazzi della città di Palermo (2018) e Io non ci volevo venire (2021)

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