Due presentazioni in breve: R.J. Gadney “Al telefono con Einstein” e Francesco Terracina “Targa Florio. Le Madonie e la gara più bella”

Lo scrittore inglese R.J. Gadney, scomparso nel 2018, ci lascia una biografia del grande Einstein pubblicata da Salani. Cosa ha di particolare? Si apre con una telefonata allo scienziato, ormai malato, sarebbe infatti morto l’anno successivo, nel giorno del suo settantacinquesimo compleanno ad opera di una diciassettenne, Mimi Beaufort che pensa di aver chiamato un numero sbagliato: dopo il primo chiarimento, una casualità che piace e colpisce l’anziano fisico, oltre a ringraziarla per questo inatteso regalo di compleanno, le chiede se pensa di richiamarlo:

“Se lei è davvero Albert Einstein, lo farò. Lo farò senz’altro” risponderà la giovane.

Dall’incontro dei due nascerà il racconto che Einstein farà della propria vita alla giovane e per il lettore sarà l’occasione per scorrere aspetti noti e meno noti delle vicende trascorse dell’eminente studioso, come lo scarso rispetto del giovane Einstein, durante gli anni di studio scolastico, per l’autorità o la sua mancanza di sensibilità negli affari di cuore, svolazzando da fiore a fiore con una visione forse troppo “aperta” del rapporto di coppia.

“Stralci di corrispondenza, articoli di giornale, discorsi, fotografie arricchiscono la narrazione e contribuiscono a disegnare un quadro estremamente autentico del fisico più famoso al mondo e a far emergere, come mai prima, l’uomo che c’è dietro il mito” (dal Catalogo Salani Editore)

e anche

Brevi note biografiche

R.J. Gadney (1941-2018) è stato uno scrittore, artista e accademico inglese. Ha tenuto lezioni nelle università più prestigiose al mondo tra cui Oxford, Cambridge, Harvard, MIT. Ha scritto per diversi quotidiani e riviste ed è autore di sceneggiature televisive e romanzi thriller.

Francesco Terracina “Targa Florio. Le Madonie e la gara più bella”, edito da Laterza, ruota attorno ad uno dei rappresentanti della famosa famiglia di imprenditori di successo, Vincenzo Florio, e alla corsa automobilistica di cui fu antesignano, una delle più antiche corse e forse la più conosciuta anche fuori d’Italia, svoltasi per la prima volta in Sicilia nel 1906 con undici concorrenti, proprio per suo volere, su un circuito impervio di 166 chilometri, conosciuto come Circuito delle Madonie, con in palio premi in danaro e una targa d’oro da assegnare al vincitore, appunto la Targa Florio.

Il racconto si muove in parallelo all’evento sportivo, alle vicende politiche, alle trasformazioni sociali, alla grande epopea della Targa Florio che in occasione delle competizioni annuali vedeva affluire non solo appassionati, ma accoglieva e ospitava la stampa di tutto il mondo richiamata da nomi allora e ancora oggi noti, il mitico Nuvolari, Vaccarella, Varzi, solo per citare alcuni dei protagonisti. Vincenzo Florio, anche lui pilota, fu un appassionato e amante anche delle grandi imbarcazioni, e seppe cogliere e promuovere le trasformazioni legate alla nuova era dei motori e della velocità.

Brevi note biografiche

Francesco Terracina è giornalista e scrittore. Autore del il libro-inchiesta L’ultimo volo per Punta Raisi (2012) e del romanzo Una vita in scatola ( 2018)

Antonio De Bonis “La cosa nera. Indagine a tutto campo sulla mafia nigeriana” Paesi Edizioni

Mafia nigeriana, indagine a tutto campo nel libro-inchiesta che ne svela le origini
Ne La cosa nera Antonio De Bonis analizza una delle più pericolose organizzazioni criminali al
mondo, che tiene in pugno, tra codici e stregonerie, il traffico di droga, la tratta di esseri umani e il
business della prostituzione, tra Africa Sub-sahariana ed Europa.
Con la testimonianza dell’attivista nigeriana Blessing Okoedion – fondatrice dell’associazione
Weavers of hope – vittima della tratta che ha avuto il coraggio di denunciare i suoi aguzzini

Nel libro edito da Paesi Edizioni, l’autore affronta il problema (anche dal punto di vista italiano, con focus su indagini condotte a Torino, Castel Volturno e Palermo) dell’espansione della mafia nigeriana, l’organizzazione criminale che tiene in pugno il traffico di droga, la tratta di esseri umani e il business della prostituzione tra l’Africa Sub-sahariana e l’Europa. Ne ‘La cosa nera’ vengono elencati gli affari illeciti gestiti da organizzazioni transnazionali come gli Eye e i Black Axe, le cui strutture e riti iniziatici ricalcano i modus operandi delle mafie nostrane. La loro forza si appoggia sulla connivenza di stregoni, fattucchiere e «uomini di chiesa» che con i loro malefici sottomettono alla schiavitù del sesso migliaia di ragazze nigeriane, in un vortice di sangue e fede senza fine.
L’autore ha partecipato ad alcune delle più importanti operazioni condotte a livello internazionale contro il traffico di esseri umani. Il suo è un lavoro di ricostruzione della verità rispetto a un argomento tabù del quale si parla poco e male, nonostante rappresenti una realtà nel nostro Paese da oltre vent’anni.

L’autore Antonio De Bonis. Palermitano, classe 1963, si è formato nella sezione speciale anticrimine per la
lotta al terrorismo del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Per trent’anni, sin dalla sua fondazione, è stato
al servizio del Ros (Raggruppamento operativo speciale) dei Carabinieri, occupandosi di contrasto alla
criminalità organizzata di tipo mafioso nazionale e internazionale. Oggi è consulente per attività
investigative private e presidente dell’associazione Geocrime Academy per lo studio dei fenomeni criminali.

Ljudmila Michajlovna Pavličenko ” “La cecchina dell’Armata Rossa”, presentazione

Seconda guerra mondiale, fronte orientale, tra il 1941 e il 1945: Ljudmila Michajlovna Pavličenko (1916-1974) ha 24 anni quando Hitler invase l’URSS il 22 giugno 1941e studiava storia all’università di Kiev; ha anche il diploma di tiratrice scelta e vuole servire il suo paese. Decisa ad arruolarsi, fu assegnata alla 25ª divisione fucilieri dell’Armata Rossa, divenendo una delle più conosciute tra le duemila che svolgevano il ruolo di “cecchino” nelle forze armate sovietiche, tanto da essere insignita della più alta onorificenza russa, l’Ordine di Lenin e la Stella come eroina di guerra dell’Unione Sovietica, assommando le uccisioni a ben 309 militari nemici.

Quando camminavo per le strade di Sebastopoli,
i ragazzi mi fermavano sempre e mi chiedevano
con fervore: «Ieri quanti ne hai uccisi?».
Io davo loro un resoconto dettagliato delle mie azioni da cecchino.

A raccontare questa pagina di storia è proprio lei, nella sua autobiografia, le cui memorie sono raccolte nel testo edito da Odoya “La cecchina dell’Armata Rossa”. Nel giugno 1942 fu ferita da un colpo di mortaio; anziché tornare al fronte fu inviata da Stalin negli Stati Uniti per propagandare la necessità di aprire un nuovo fronte e alleggerire così la pressione su quello russo da parte delle forze tedesche. È qui che conoscerà Eleanor Roosevelt della quale diventerà amica e con la quale parteciperà a una serie di conferenze raccontando la propria esperienza. Alla sua vita particolarmente straordinaria è improntato anche il film biografico “Resistance- La battaglia di Sebastopoli” del 2015.

Dopo la promozione al grado di Maggiore, divenne istruttrice addestrando i tiratori sovietici fino alla fine della guerra. Dopo la guerra riuscì a laurearsi all’Università di Kiev iniziando un nuovo percorso come studiosa di storia.

Prefazione di Martin Pegler da Odoya Edizioni

Martin Pegler che ha curato la prefazione al testo, è un noto storico ed esperto di armi. È stato capo curatore per molti anni della sezione armi da fuoco del Royal Armouries Museum di Leeds. Ha pubblicato diversi articoli su giornali e riviste di storia militare e scritto sette libri.

Alessandro Robecchi “Flora” presentazione

Alessandro Robecchi torna in libreria con una nuova avventura per Carlo Monterossi, l’ottava: sullo sfondo sempre Milano e sempre alla ribalta la trasmissione Crazy Love, di cui è l’ autore, deluso al punto di abbandonare il programma condotto da Flora che ha imparato benissimo a gestire finte lacrime, banali pietismi di storie drammatiche occorse a comuni mortali: è lei stella di quella televisione, detta “commerciale”, che prospera tra grettezza, cinismo e superficialità.

Ma cosa accade?

Flora de Pisis è vittima di un rapimento e sarà chiamato ad indagare proprio l’autore pentito.

Il rapimento non è una trovata propagandistica ma l’ iniziativa strategica dei due rapitori: raccontare, senza interruzioni pubblicitarie, durante un’ora di trasmissione libera, in diretta, nella fascia della massima audience, un grande autore, una pagina di letteratura del passato. Il risultato è un intreccio tra letteratura, storia, suspance: tra le avanguardie surrealiste della Parigi anni Venti, le passioni d’amore e la Resistenza.

“Alessandro Robecchi firma una delle avventure più coinvolgenti di Carlo Monterossi, ricca di tensione noir e passione letteraria, ambientata come sempre in una Milano vista dai banconi dei bar, dai salotti borghesi, dalle scrivanie degli uffici, dai marciapiedi e dalle finestre dei palazzi di periferia. I suoi romanzi – meccanismi precisi, ironia irresistibile nei dialoghi e nelle trovate – gettano sempre uno sguardo disincantato e illuminante sulla nostra società”(da Sellerio Editore)

Brevi note biografiche da Sellerio Editore

Alessandro Robecchi è stato editorialista de Il manifesto e una delle firme di Cuore. È tra gli autori degli spettacoli di Maurizio Crozza. È stato critico musicale per L’Unità e per Il Mucchio Selvaggio. In radio è stato direttore dei programmi di Radio Popolare, firmando per cinque anni la striscia satirica Piovono pietre (Premio Viareggio per la satira politica 2001). Ha fondato e diretto il mensile gratuito Urban. Attualmente scrive su Il Fatto QuotidianoPagina99 e Micromega

Ha scritto due libri: Manu Chao, musica y libertad (Sperling & Kupfer, 2001) tradotto in cinque lingue, e Piovono pietre. Cronache marziane da un paese assurdo (Laterza, 2011).
Con questa casa editrice ha pubblicato Questa non è una canzone d’amore (2014), Dove sei stanotte (2015), Di rabbia e di vento(2016), Torto marcio (2017), Follia maggiore (2018), I tempi nuovi (2019), I cerchi nell’acqua (2020) e Flora (2021).

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Omaggio a Charles Baudelaire nel bicentenario della nascita 9 aprile 1821

L’albatro

Per dilettarsi, sovente, le ciurme

catturano degli albatri, marini

grandi uccelli, che seguono, indolenti

compagni di viaggio, il bastimento

che scivolando va su amari abissi.

E li hanno appena sulla tolda posti

che questi re dell’azzurro abbandonano,

inetti e vergognosi, ai loro fianchi

miseramente, come remi, inerti

le candide e grandi ali. Com’è goffo

e imbelle questo alato viaggiatore!

Lui, poco fa sì bello, com’è brutto

e comico! Qualcuno con la pipa

il becco qui gli stuzzica; là un altro

l’infermo che volava, zoppicando scimmieggia.

Come il principe dei nembi

è il Poeta che, avvezzo alla tempesta,

si ride dell’arciere: ma esiliato

sulla terra, fra schermi, camminare

non può per le sue ali di gigante

(da I fiori del male nella traduzione di Luigi de Nardis)

Gustave Courbet, ritratto di Baudelaire 1819 (Foto originale)

[…]“Il suo aspetto ci colpì: egli aveva i capelli cortissimi e del più bel nero; e quei capelli, che facevano delle punte regolari sulla fronte d’una smagliante bianchezza, lo adornavano come di un casco saraceno; gli occhi, color tabacco di Spagna, avevano uno sguardo spirituale, profondo e di una penetrazione forse troppo insistente; la bocca poi, adorna di denti bianchissimi, nascondeva, sotto i baffi leggieri e morbidi che ne ombreggiavano il contorno, alcune sinuosità mobili, voluttuose ed ironiche come le labbra delle figure dipinte da Leonardo da Vinci; il naso, fine e delicato, un po’ arrotondato, dalle nari palpitanti, pareva fiutasse vaghi profumi lontani; una fossetta pronunciata accentuava il mento come l’ultimo colpo di pollice dello statuario; le guancie, accuratamente rase, contrastavano, per la tinta bluastra vellutata dalla polvere di riso, col colorito vermiglio degli zigomi; il collo, d’una eleganza e di una bianchezza femminea, usciva snello dal colletto arrovesciato della camicia e da una stretta cravatta di madras delle Indie a quadretti. Il suo vestito si componeva di un soprabito di stoffa nera e lucente, di calzoni color nocciuola, di calze bianche e di scarpe verniciate, il tutto meticolosamente lindo e corretto, con una cert’aria studiata di semplicità ingle18 ne, che succedeva alla grande generazione del 1830, pareva contasse molto su di lui. Nel misterioso cenacolo, dove si delineano le riputazioni dell’avvenire, era ritenuto il più forte. Avevamo spesso udito parlare di lui, ma non conoscevamo nessuna delle sue opere. Il suo aspetto ci colpì: egli aveva i capelli cortissimi e del più bel nero; e quei capelli, che facevano delle punte regolari sulla fronte d’una smagliante bianchezza, lo adornavano come di un casco saraceno; gli occhi, color tabacco di Spagna, avevano uno sguardo spirituale, profondo e di una penetrazione forse troppo insistente; la bocca poi, adorna di denti bianchissimi, nascondeva, sotto i baffi leggieri e morbidi che ne ombreggiavano il contorno, alcune sinuosità mobili, voluttuose ed ironiche come le labbra delle figure dipinte da Leonardo da Vinci; il naso, fine e delicato, un po’ arrotondato, dalle nari palpitanti, pareva fiutasse vaghi profumi lontani; una fossetta pronunciata accentuava il mento come l’ultimo colpo di pollice dello statuario; le guancie, accuratamente rase, contrastavano, per la tinta bluastra vellutata dalla polvere di riso, col colorito vermiglio degli zigomi; il collo, d’una eleganza e di una bianchezza femminea, usciva snello dal colletto arrovesciato della camicia e da una stretta cravatta di madras delle Indie a quadretti. Il suo vestito si componeva di un soprabito di stoffa nera e lucente, di calzoni color nocciuola, di calze bianche e di scarpe verniciate, il tutto meticolosamente lindo e corretto, con una cert’aria studiata di semplicità ingle18se e quasi col proposito di allontanarsi dalla maniera degli artisti dal cappello a cencio, dagli abiti di velluto, dai camiciotti rossi, dalla barba incolta e dalla capigliatura scarmigliata. Nulla di troppo nuovo o di troppo appariscente in quel severo abbigliamento. Carlo Baudelaire apparteneva a quel dandysme sobrio che raschia i proprî abiti colla carta smerigliata per toglier loro quel lucido festivo od affatto nuovo tanto caro al bottegajo e tanto ingrato al vero gentiluomo. In seguito, anzi, si tolse anche i baffi, trovando ch’era un resto di antica eleganza pittoresca che gli sembrava puerile e triviale conservare. Spoglia in tal modo d’ogni pelo superfluo, la sua testa ricordava quella di Lorenzo Sterne, somiglianza accresciuta dall’abitudine che aveva Baudelaire d’appoggiare, quando parlava, l’indice alla tempia; e questa è, come si sa, la posa del ritratto dell’umorista inglese, posto in principio delle sue opere. Tale è l’impressione fisica che in quel primo incontro lasciò in noi il futuro autore dei Fiori del male”.[…] (da Théophile Gautier “Charles Baudelaire”)

Les fleurs du mal pubblicato nel 1857 (Foto originale )

“I fiori del male” si aprono con la dedica a Théophile Gautier nel frontespizio :“Al poeta impeccabile, al perfetto mago in lettere francesi, al carissimo e molto venerato maestro e amico Théophile Gautier con i sentimenti della più profonda umiltà dedico questi fiori malsani”, cui segue la poesia dedicata “Al lettore”. Niente lusinghe, solo verità e accuse: di nascondere sotto un velo di ipocrisia tutti i propri vizi che biasima negli altri e di nutrire nell’anima un grande mostro, un mostro moderno, la Noia.

Au lecteur

La sottise, l’erreur, le péché, la lésine,
Occupent nos esprits et travaillent nos corps,
Et nous alimentons nos aimables remords,
Comme les mendiants nourrissent leur vermine.

Nos péchés sont têtus, nos repentirs sont lâches;
Nous nous faisons payer grassement nos aveux,
Et nous rentrons gaiement dans le chemin bourbeux,
Croyant par de vils pleurs laver toutes nos taches.

Sur l’oreiller du mal c’est Satan Trismégiste
Qui berce longuement notre esprit enchanté,
Et le riche métal de notre volonté
Est tout vaporisé par ce savant chimiste.

C’est le Diable qui tient les fils qui nous remuent!
Aux objets répugnants nous trouvons des appas;
Chaque jour vers l’Enfer nous descendons d’un pas,
Sans horreur, à travers des ténèbres qui puent.

Ainsi qu’un débauché pauvre qui baise et mange
Le sein martyrisé d’une antique catin,
Nous volons au passage un plaisir clandestin
Que nous pressons bien fort comme une vieille orange.

Serré, fourmillant, comme un million d’helminthes,
Dans nos cerveaux ribote un peuple de Démons,
Et, quand nous respirons, la Mort dans nos poumons
Descend, fleuve invisible, avec de sourdes plaintes.

Si le viol, le poison, le poignard, l’incendie,
N’ont pas encor brodé de leurs plaisants dessins
Le canevas banal de nos piteux destins,
C’est que notre âme, hélas! n’est pas assez hardie.

Mais parmi les chacals, les panthères, les lices,
Les singes, les scorpions, les vautours, les serpents,
Les monstres glapissants, hurlants, grognants, rampants,
Dans la ménagerie infâme de nos vices,

II en est un plus laid, plus méchant, plus immonde!
Quoiqu’il ne pousse ni grands gestes ni grands cris,
Il ferait volontiers de la terre un débris
Et dans un bâillement avalerait le monde;

C’est l’Ennui! L’oeil chargé d’un pleur involontaire,
II rêve d’échafauds en fumant son houka.
Tu le connais, lecteur, ce monstre délicat,
– Hypocrite lecteur, — mon semblable, – mon frère!

AL LETTORE

La stoltezza, l’errore, il peccato, la sordidezza, governano gli spiriti nostri e tormentano i nostri corpi, e noi alimentiamo i nostri piacevoli rimorsi, come i mendicanti nutrono i loro insetti schifosi. I nostri peccati sono caparbî; i nostri pentimenti, vigliacchi; ci facciamo pagare lautamente le nostre confessioni, e rientriamo festanti nel sentiero limaccioso, credendo lavare tutte le nostre macchie con lagrime vili. Su il guanciale del male è Satana Trismegisto che culla senza posa il nostro spirito incantato, e il ricco metallo de la nostra volontà è tutto vaporizzato da questo chimico sapiente. È il Diavolo che tiene i fili che ci muovono! Negli oggetti ripugnanti troviamo delle attrattive: ogni giorno, senza orrore, scendiamo di un passo verso l’Inferno a traverso tenebre mefitiche. Come un libertino povero, che bacia e morde il seno martirizzato d’una vecchia baldracca, noi rubiamo a volo 105un piacere clandestino che spremiamo con forza come un’arancia avvizzita. Serrato, formicolante, come un milione d’elminti, nei nostri cervelli gozzoviglia un popolo di Demoni, e, quando respiriamo, la Morte, fiume invisibile, scende nei nostri polmoni con sordi lamenti. Se lo stupro, il veleno, il pugnale, l’incendio, non hanno ancora ricamato dei loro vaghi disegni il canovaccio volgare dei nostri miseri destini, è che l’anima nostra, ahimè! non ha bastante ardire. Ma fra gli sciacalli, le pantere, le linci, le scimmie, gli scorpioni, gli avvoltoi, i serpenti, i mostri che guaiscono, urlano, grugniscono, e s’arrampicano nel serraglio infame dei nostri vizî, ve n’è uno più brutto, più maligno, più immondo! E benché non faccia larghi gesti, né getti alte grida, farebbe volentieri de la terra una ruina, e in uno sbadiglio inghiottirebbe il mondo; è la Noia! – coll’occhio grave d’un pianto involontario, sogna patiboli, fumando il suo houka (ndr: pipa). Tu lo conosci, lettore, questo mostro delicato, ipocrita lettore! mio simile, mio fratello ( Dalla traduzione e versione in prosa di Riccardo Sonzogno della poesia di Baudelaire prologo a “I fiori del male”)

e anche:

su mangialibri Charles Baudelaire, l’albatro (de)caduto e I LIBRI DI CHARLES BAUDELAIRE

su Consigli cultura Charles Baudelaire il poeta del fango e dell’oro

Aldo Forbice “Comprare moglie. Cronache di schiavitù e violenza” In libreria da oggi 8 aprile 2021, Marietti Editore

Prefazione di Emma Pomilio. Postfazione di Gianfranco Pasquino.

In Congo c’è un uomo che da anni cura le donne vittime di stupri di guerra. O, meglio, come  lui sostiene, le “ripara”. E’ un chirurgo, si chiama Denis Mukwege e ha fondato un ospedale. Ne servirebbero tanti, nel mondo, di luoghi come questo. In Bangladesh, un paese poverissimo ai confini con l’India è diventato una piccola capitale del sesso a pagamento, con bambine dai 13 ai 15 anni. In Afghanistan, Yemen, Nigeria e Ruanda sono numerosi i casi di giovanissime spose vendute dai genitori ad anziani mariti.

Un business che rende molto è il commercio di donne vietnamite, nordcoreane, del Laos e del Pakistan, vittime di matrimoni forzati, prostituzione e cybersesso. Anche perché un vestito di cotone, che si compra a Roma, Parigi, Londra e Berlino a 80 euro, viene pagato appena un dollaro a una giovane operaia tessile della Cambogia.

Aldo Forbice, giornalista, ha diretto il Giornale Radio su Rai Radio3, è stato capo redattore del Tg1, autore e coordinatore di programmi a Rai2 e conduttore del programma Zapping a Radio1. Ha ricevuto la Targa di Amnesty International per la campagna sull’istituzione del Tribunale penale internazionale e il premio Guidarello per la sezione Radio del giornalismo d’autore.

Emma Pomilio, nipote dello scrittore abruzzese Mario Pomilio, si dedica da anni allo studio del mondo antico e all’istituto della schiavitù.

Gianfranco Pasquino, professore emerito in Scienza politca all’Università di Bologna e socio dell’Accademia dei Lincei, è stato Senatore della Repubblica.

Sommario
1. Il sopruso di togliere la voce alle donne, di Emma Pomilio. 2. Introduzione. 3. Un traffico misterioso. 4. La storiaccia di Macerata. 5. Tra lamiere e lastre di eternit. 6. L’uomo che “ripara” le donne. 7. Le ragazze di Boko Haram. 8. Mille bambine in vetrina. 9. Le “sorelle” del Nepal. 10. Come lupi affamati. 10. Con la testa di mucca. 11. L’odissea di Nirbhaya. 12. «Sposerò chi decido io». 13. Shagul sempre nuda. 14. Per uno spiedino di tarantole. 15. Storia di Nadia, ragazza yazida. 16. Prostitute in Iraq. 17. Il reato di indipendenza. 18. Una studentessa nemica. 19. Nella città di Nekah. 20. C’è traffico a Oriente. 21. Nell’emirato del Caucaso. 22. I segni delle mutilazioni. 23. Schiave e mullah. 24. La violenza sulle donne è questione di potere, di Gianfranco Pasquino.

Alberto Riva “Il maestro e l’infanta” presentazione

Due personaggi realmente esistiti, Domenico Scarlatti figlio del più famoso Alessandro e Maria Barbara di Braganza la futura regina di Spagna. Siamo nel 1720 quando il giovane compositore parte da Napoli, dove era nato nel 1865 e dove era vissuto sin da giovanissimo in un mondo di musica come allievo del padre, soggiornando poi come cembalista in varie città italiane, per Lisbona come insegnante dell’infanta Maria Barbara. La documentazione esistente su Domenico Scarlatti è molto povera: seguirà in Spagna la giovane allieva divenuta regina nel 1728 sposando Ferdinando principe delle Asturie; schivo e insicuro non lascerà altro che un libro di esercizi, voluto e fatto stampare da Maria Barbara, gli Essercizi per gravicembalo, 30 sonate e la Fuga del gatto, mentre le sue composizioni furono pubblicate in vari paesi a cura di altri musicisti.

Nasce un sodalizio, una comprensione, un’amicizia che durerà fino alla morte del maestro avvenuta a Madrid nel 1757, tra un uomo geniale ma singolare e l’infanta, un’oscura regina, di lei, come del suo maestro, si sa poco, sebbene studiato e amato ancora oggi dai musicisti contemporanei. Una storia per buona parte romanzata che si deve a chi, come Alberto Riva, si dedica in questo romanzo storico a “ricostruire” le parti mancanti della vita di un grande artista, in questo caso molte, come può fare chi la musica la conosce e la sa raccontare.

Da Neri Pozza Editore

[…] Come fosse un affresco del Tiepolo, Alberto Riva fa entrare il lettore in una storia intensa e nitidissima. E ci regala, attraverso una scrittura misurata e attenta, una trama figurativa che alterna realismo e suggestioni d’oltremare.
Lineare, eppure ricco di dettagli, Il maestro e l’infanta è un libro raro nella letteratura italiana di questi anni. Un omaggio alla musica e alla sua forza segreta. Una rappresentazione dei sentimenti attraverso intermittenze e non detti, sfumature, accelerazioni, pause. Un’epoca raccontata in un contrappunto inedito che ne svela furori e insensatezze, e ne celebra soprattutto il carattere sorprendentemente malinconico.

e anche

Brevi note biografiche

Alberto Riva è nato nel 1970. Ha pubblicato Sete (Mondadori, 2011) e Tristezza per favore vai via (Il Saggiatore, 2014). Con il trombettista jazz Enrico Rava Note Necessarie (minimum fax, 2004) e, con il pianista Stefano Bollani, Parliamo di musica (Mondadori, 2013) e Il monello, il guru, l’alchimista e altre storie di musicisti (Mondadori, 2015). Scrive da molti anni sul Venerdì di Repubblica, dove si occupa di letteratura e musica. Vive a Milano.

Emanuele Trevi “Due vite” presentazione

Entrato nella rosa dei dodici candidati allo Strega, Due vite di Emanuele Trevi, ripercorre a partire dal 1995 le due vite, quella di Rocco Carbone, l’amico romanziere morto in un incidente stradale, e di Pia Pera, scrittrice e traduttrice scomparsa in seguito ad una malattia degenerativa, deceduti entrambi prematuramente. Le prime pagine si aprono con Rocco Carbone che Trevi tratteggerà come giovane dalla “fisionomia spigolosa” e dal carattere “per niente facile” che “suggeriva un’ostinazione, una rigidità da regno vegetale”. Tra biografie e autobiografia, a partire da quel viaggio a Parigi e alla visita al Musée d’Orsay dove era esposta “L’origine del mondo” di Gustave Courbet, tela del 1866 appartenuta alla collezione privata dello psicanalista Jacques Lacan e diventava visibile per il pubblico.

E il raccontare procede e in modo parallelo, alternate nei capitoli, le due vite fino all’incidente di Rocco e alla lunga malattia di Pia. E a concludere la cartolina che raffigura il quadro di Courbet quasi un cerchio che si chiude.

“L’unica cosa importante in questo tipo di ritratti scritti è cercare la distanza giusta, che è lo stile dell’unicità”: è questa la frase che quasi al termine del primo capitolo metterà il lettore sull’avviso, sulla difficoltà di ricostruire, di riportare in vita attraverso la scrittura chi non c’è più ma che continua ad esserci nel sentimento incorruttibile dell’amicizia.

Da Neri Pozza Editore

[…]Trevi ne delinea le differenti nature: incline a infliggere colpi quella di Rocco Carbone per le Furie che lo braccavano senza tregua; incline a riceverli quella di Pia Pera, per la sua anima prensile e sensibile, così propensa alle illusioni. Ne ridisegna i tratti: la fisionomia spigolosa, i lineamenti marcati del primo; l’aspetto da incantevole signorina inglese della seconda, così seducente da non suggerire alcun rimpianto per la bellezza che le mancava. Ne mostra anche le differenti condotte: l’ossessione della semplificazione di Rocco Carbone, impigliato nel groviglio di segni generato dalle sue Furie; la timida sfrontatezza di Pia Pera che, negli anni della malattia, si muta in coraggio e pulizia interiore […].

e anche

Brevi note biografiche

Emanuele Trevi è nato a Roma nel 1964. Collabora alCorriere della Sera e al manifesto. Tra le sue opere: I cani del nulla (Einaudi, 2003), Senza verso. Un’estate a Roma (Laterza, 2004), Il libro della gioia perpetua (Rizzoli, 2010), Qualcosa di scritto (Ponte alle Grazie, 2012), Il popolo di legno (Einaudi, 2015) e Sogni e favole (Ponte alle Grazie, 2019).

I primi 10 nelle classifiche di tuttolibri La Stampa dal 15 al 21 marzo 2021

le recensioni sulle pagine di tuttatoscanalibri:

Carofiglio “La disciplina di Penelope

Kawaguchi “Finché il caffè è caldo”

Perrin “Cambiare l’acqua ai fiori”

Zafón “La città di vapore”

Murakami “Prima persona singolare”

Kawaguchi “Basta un caffè per essere felici”

Carlos Ruiz Zafón “La città di vapore” recensione di Salvina Pizzuoli

Undici racconti, in Italia tutti inediti, comparsi su varie riviste tra il 2002 e il 2020. I primi tre sono invece pubblicati per la prima volta in questa edizione postuma del 2020: Blanca e l’addio, Senza nome e Una signorina di Barcellona.

Zafón è maestro nel creare atmosfere in cui il lettore può entrare e perdersi nell’universo zafoniano con la consapevolezza di far parte di un mondo immaginario che sa conquistare e appagare navigando tra brume avvolgenti e spirali magiche di una Barcellona misteriosa.

Nel primo racconto, quello che apre la raccolta, il sottotitolo “(Dalle memorie mai accadute di un certo David Martín)” è già un invito esplicito ad entrare in un mondo fantastico dove il giovanissimo Martín, così povero e così diverso, incontra Blanca, una ricca coetanea, di cui s’innamora perdutamente e decide da adulto di raccontare storie perché a lei piacevano tanto quelle inventate da lui

Fosse stato per me , non mi sarei mai azzardato a scambiare una parola con lei. Il suo abbigliamento, il suo profumo e il suo atteggiamento patrizio di ragazzina ricca, blindata di seta e di tulle, non lasciavano alcun dubbio sul fatto che quella creatura non apparteneva al mio mondo, e ancora meno io al suo

un Martin che il lettore incontrerà ancora come narratore nella “Rosa di fuoco” a cui i detenuti del braccio chiedono un nuovo racconto per allontanare il tedio.

Tra gli undici racconti: un omaggio al grande Cervantes in cui ricompaiono il diabolico Andreas Corelli e lo stampatore di libri Antoni de Sampere; il viaggio a New York di Gaudì e quello dell’architetto che fugge da Costantinopoli con i suoi schizzi per la progettazione di una biblioteca segreta “una città di libri nascosta sotto le catacombe della cattedrale di Santa Sofia, dove i libri proibiti e i prodigi di pensiero potessero essere preservati per sempre”.

Una raccolta per conoscere lo scrittore spagnolo recentemente scomparso o per ritrovarvi vecchie e amate conoscenze dove il lessico immaginifico, i colori e gli accostamenti così come le aggettivazioni potenti e inconsuete contribuiscono a creare atmosfere d’incanto.

Da Mondadori Editore

[…[La città di vapore” è una vera e propria estensione dell’universo narrativo della saga di Zafon: pagine che raccontano la costruzione della mitica biblioteca, che svelano aspetti sconosciuti di alcuni dei suoi celebri personaggi […]. Scrittori maledetti, architetti visionari, edifici fantasmagorici e una Barcellona avvolta nel mistero popolano queste pagine.

e anche

Omaggio a Carlos Ruiz Zafón