Constanze Reuscher “Maledetti Tedeschi. Ritorno in un Paese diviso”, presentazione

Constanze Reuscher, tra le firme più prestigiose del giornalismo tedesco in Italia, si è trovata negli ultimi anni a osservare i mutamenti repentini e profondi nel suo Paese d’origine, le ferite sociali ed economiche, la crisi identitaria e politica che ha travolto i suoi connazionali. Una nuova divisione interna che ricorda, per intensità e tratti geografici, quella segnata dal Muro. Le pagine che seguono sono un diario di viaggio, la cronaca sentimentale del ritorno dell’autrice in una Germania così diversa e mutata.(da Rizzoli)

Dall’Introduzione

“Sto per chiudere la valigia, ma all’ultimo momento mi ricordo del talismano che mi ero proposta di portare in viaggio. È un piccolo volume, lo poso tra i vestiti e chiudo la zip.
Vado in Germania. Ci torno dopo trentacinque anni, ma naturalmente non per la prima volta. Questo non è uno degli innumerevoli viaggi per incontrare parenti e amici, per vacanze o anche per lavoro. Parto per il mio Paese per scrivere un diario di viaggio un po’ particolare. Voglio scoprire come è cambiata la Germania dal 1989, anno in cui sono arrivata a Roma, con una domanda cruciale: oggi, quella nazione versa davvero in una crisi profonda, così come vuole la narrazione corrente? Voglio trovare delle risposte a questa domanda, ma altri due elementi muovono queste pagine”

È  la cronaca di un ritorno, un diario di viaggio in prima persona: era  arrivata a Roma nel 1989, aveva trovato nuovi amici, si era sposata e avuto dei figli che vivavano a Roma, una vita lontana dal paese in cui era nata e dalla sua famiglia, tanto che aggiunge “Mio padre, credo, non ha mai veramente accettato la mia vita italiana, il marito siciliano che non parlava tedesco, la famiglia acquisita”. E nel 2024 un viaggio di ritorno, e un soggiorno di scoperta e di incontri con vecchi e nuovi amici, tra interviste a colleghi, a personalità , ma anche chiacchiere con gente comune, immigrati, lavoratori.
È da questa nuova realtà che trarrà un ritratto emotivo di quei tedeschi che fa fatica a riconoscere che sono cambiati tanto, usanze mentalità abitudini e, maledetti, non glielo hanno detto.

“Non è un saggio sulla Germania, mancano mille dati e fatti. È la mia visione, soggettiva e spesso accompagnata da forti emozioni”. 

Bianca Pitzorno “La sonnambula”, presentazione

Ispirandosi a un ritaglio di giornale di fine Ottocento, Bianca Pitzorno gioca con gli archetipi del romanzo d’avventura e d’amore, intinge la penna nel gotico e nel picaresco per scrivere un romanzo brulicante di vita, onirico, ironico e politico insieme. Abitata da visioni misteriose, la sonnambula è al tempo stesso aliena da ogni superstizione, capace di affrontare con dignità e coraggio il suo destino di donna sola in un mondo ostile. Attraverso la sua straordinaria avventura Bianca Pitzorno celebra il potere della mente umana e ci ricorda che grazie alla nostra forza d’animo, razionalità e fantasia siamo noi a scrivere le nostre vite.(da Bompiani)

La sonnambula, editato il 5 gennaio 2026 per Bompiani, come rivela l’autrice in una recente intervista di Cristina Taglietti (La Lettura 4 gennaio 2026), racconta  l’esistenza avventurosa di Ofelia Rossi, la protagonista, che da una città del Nord Italia raggiunge  Donora, una cittadina immaginaria della Sardegna che di fatto sottende la Sassari ottocentesca.
È fuggita da un matrimonio sbagliato e da un marito violento, per reinventarsi medium. A quel tempo, sottolinea l’autrice  il termine “sonnambula” infatti non indicava chi si muove nel sonno ma chi si dedica a pratiche particolari, sa prevedere il futuro, connettere i due mondi, in precise condizioni di trance: a cosa imputare la scelta di Ofelia? Sicuramente ad una infanzia in cui ha manifestato fin da bambina svenimenti improvvisi dai quali si risvegliava con il presagio di un evento. E così, per 5 lire, una cifra decisamente alta per i tempi, accoglie le  sue clienti, soprattutto donne, le ascolta, le sa ascoltare, studiandone le inquietudini, i desideri, le speranze. Simula quindi la trance, e scrive il responso.
Niente di inventato ma, come spiega l’autrice durante la sua intervista

.”Su una vecchia copia del giornale “L’Isola” del maggio 1894 ho trovato l’inserzione di una certa Elisa Morello, “rinomata sonnambula”. Mi sono chiesta: chi era questa signora? Chi andava a consultarla? Non è un nome sardo: quindi o era un nome d’arte, oppure veniva da fuori”

Nel romanzo quindi le storie che le clienti raccontavano ad Ofelia sono anch’esse tratte dalle cronache del tempo e comparse sui quotidiani di allora, ciò non toglie ovviamente, come sottolinea la scrittrice, che molte cose sono frutto di immaginazione  “ma ogni dettaglio è verificato: Ho cercato di essere storicamente credibile, anche con l’aiuto dell’archivista di Stato di Sassari a cui sottoponevo i miei quesiti. Ho sempre amato e utilizzato molto gli archivi: sono una devotissima della scuola francese di Les Annales che pone l’attenzione sulla vita quotidiana delle persone”.[…] “l’unica cosa che ho inventato di sana pianta è l’amore della sonnambula con l’ingegnere. È quello che mi diverte di più: infilare i personaggi nei pertugi della storia vera”.

Bianca Pitzorno (Sassari, 1942) vive e lavora a Milano. Ha pubblicato dal 1970 a oggi più di settanta opere tra saggi e romanzi, per bambini e adulti, che in Italia hanno superato i due milioni di copie vendute e sono stati tradotti in moltissimi Paesi. Ha tradotto a sua volta Tolkien, Sylvia Plath, David Grossman, Enrique Pérez Díaz, Tove Jansson, Soledad Cruz Guerra e Mariela Castro Espín. I suoi ultimi libri sono La vita sessuale dei nostri antenati (spiegata a mia cugina Lauretta che vuol credersi nata per partenogenesi) (Mondadori 2015), Il sogno della macchina da cucire (Bompiani 2018), Sortilegi (Bompiani 2021), Donna con libro (Salani 2022) oltre a due racconti in plaquette – Piante di via Romolo Gessi e Nata sotto un cavolo – con l’editore Henry Beyle (2021 e 2022).(da Bompiani)

Lamberto Salucco “Guida Semiseria di Power BI, Livello Base”, presentazione

Quinto volume della collana sui software di Office Automation “Office Semiserio”

EDIDA

DALL’INTRODUZIONE

E iniziamo anche questo manuale, anzi: questa guida. Dopo Excel, Word, Powerpoint giusto per citare i libri sull’Office Automation mi è venuto voglia di buttare giù due righe su questo interessante strumento Microsoft che ho stupidamente evitato per anni come la peste e che invece ha caratteristiche davvero utili e particolari.
Siamo onesti: non è molto simpatico a prima vista e riesce a produrre errori che mettono realmente alla prova la pazienza di un utente. Inoltre, è uno dei pochi software in cui una persona con una buona preparazione può continuare a commettere sbagli da vero principiante.
Questo, in realtà, succede con tanti programmi ma la particolarità di Power BI è che succede di non riuscire a capire dove hai sbagliato, perché hai sbagliato e come sia possibile che l’oggetto precedente funzioni perfettamente e quello attuale (che ne è l’esatta copia) invece non mostri alcun datoÈ abbastanza frustrante, anche perché (come sempre) alla fine capisci che aveva ragione lui. Però quando invece le cose funzionano è divertente, utile, persino gradevole. Vi consiglio di dargli un’occhiata, non ve ne pentirete.
Come al solito ho fatto un gran casino coi termini, in particolare qui uso la parola “misura” e la parola “measure” davvero come mi viene spontaneo in quel momento: spiacente.

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Milena Milani “Storia di Anna Drei”, presentazione

Postfazione di Rosella Postorino

[…]mentre la storia di Anna Drei lentamente si svela, tra un presente disordinato e un passato di verità e immaginazione custodito fra le pagine di un diario, la narratrice può entrare crudamente in contatto con il proprio mondo interiore, addentrarsi nei luoghi più sacri e oscuri di sé, dove il suo doppio la conduce.(da Cliquot)

Pubblicato nel 1947 vinse la prima edizione del premio Mondadori, è il. romanzo d’esordio della Milani, ed è considerato un modello di Esistenzialismo italiano; è ripubblicato da Cliquot e dedicato alle pagine di autrici importanti ma dimenticate.

Un pomeriggio d’inverno, a Roma, davanti al cinema Barberini, due donne si incontrano: la narratrice e la giovane Anna Drei che dopo la visione del film la invita nella stanza in cui vive. Da quel momento tra le due si creerà un rapporto che può definirsi ambiguo.  
La vicenda è raccontata  da una voce narrante anonima e non solo: il ritratto di Anna infatti prende forma attraverso due voci, quella appunto narrante e le pagine che decide di volta in volta di far leggere o trovare casualmente alla sua nuova amica. È appunto  sul doppio che il romanzo viene costruito e, come spiega nella sua interessante presentazione Marzia Fontana (La Lettura, Il Corriere 28 dicembre 2025 con l’interessante titolo “Una donna e l’ altra.  Sicuri che siano due?”)

“l’io narrante e Anna con i suoi misteri e la sua sfuggevolezza, sempre pronta a incalzarla come in un esercizio di autocoscienza, Anna e «l’Altra sé» di cui racconta a più riprese, il suo amico Antonio e Mario, per carattere a lui antitetico, la pulsione e il timore delle due di cedere al desiderio maschile, Roma e la città di provenienza di Anna, le stesse voci narranti, ambiguamente riflesse in un gioco di specchi”.

E aggiunge, sottolineando le tematiche trattate, sicuramente in anticipo sui tempi

“Sullo sfondo di una Roma sempre più plumbea, […], la vicenda si tinge di fosco, evoca la miglior tradizione del noir e anticipa aspetti di una «questione femminile» ancora lontana, come il rapporto con il corpo che cambia, l’aspirazione all’emancipazione e l’anticonformistica rivendicazione di una sessualità libera in tempi gravati dal pregiudizio. Un tema, quest’ultimo, sul quale Milani tornerà quasi vent’anni dopo nel romanzo La ragazza di nome Giulio e che le costerà, in prima istanza, una condanna a sei mesi di carcere per offesa al pudore”.

La narrazione prosegue povera di eventi salvo nel finale fino al drammatico, ma non del tutto inatteso epilogo.

Milena Milani (Savona, 1917-2013), figura poliedrica, ha attraversato il Novecento tra letteratura e arte contemporanea. Dalla frequentazione del gruppo di intellettuali che si riuniva al Caffè Aragno di Roma seguì il suo esordio, nel 1944, con una raccolta di poesie. Del 1947 è il suo primo romanzo, Storia di Anna Drei, con cui vinse la prima edizione del premio Mondadori. La sua opera più nota è invece La ragazza di nome Giulio (Longanesi, 1964), che fu oggetto di processo per oscenità. Nel campo delle arti visive, collaborò con Carlo Cardazzo alla Galleria del Naviglio, del Cavallino e Selecta e aderì allo Spazialismo di Lucio Fontana, firmandone tutti i Manifesti. Attiva promotrice culturale, ricevette nel 1988 l’onorificenza di Grande ufficiale al merito della Repubblica italiana. Oggi la sua opera è curata dalla Fondazione Museo di arte contemporanea Milena Milani in memoria di Carlo Cardazzo, con sede a Savona.( da Cliquot)

Gaetano Savatteri dialoga con Andrea Camilleri

“Il gatto che prendeva il treno. Conversazione sulla magia delle stazioni”

IN VIAGGIO CON CAMILLERI SUI TRENI DI UN TEMPO E LE VECCHIE STAZIONI

Illustrazioni di Paolo Niutta

Bibliotheka

Nei viaggi in treno e nelle stazioni ferroviarie possono accadere storie straordinarie. Soprattutto se a raccontarle è Andrea Camilleri, siciliano di Porto Empedocle, scrittore, sceneggiatore, regista di teatro, televisione e radio, di cui si celebra il 6 settembre il centenario della nascita.
Autore di oltre cento opere, tradotte in almeno trenta lingue, creatore del personaggio del commissario di Polizia Salvo Montalbano, interpretato da Luca Zingaretti, Camilleri è morto a Roma nel 2019. 

Una conversazione su treni e stazioni tra Gaetano Savatteri, giornalista e scrittore, nato a Milano da genitori di Racalmuto, ma a dodici anni tornato con la famiglia in Sicilia, e Andrea Camilleri esce  con il titolo Il gatto che prendeva il treno (72 pagine, 14 euro).

Incipit

«C’è un treno nella vita di ogni siciliano. Un treno perduto. Un treno che porta lontano o fa ritornare. E c’è un treno – l’immagine e il ritmo lento di un treno – perfino nell’epoca delle auto, degli autobus e degli aerei. Leonardo Sciascia ha scritto che l’avventura della scrittura in Sicilia è legata all’avventura economica e sociale dello zolfo. Da Giovanni Verga a Luigi Pirandello, passando per Sciascia stesso, la letteratura siciliana è impregnata di fumi di zolfo e di vite di zolfatari: Rosso Malpelo di Verga, Ciaula scopre la luna di Pirandello, solo per citare alcune pagine celebri. Racconti sulfurei, come sulfurea è la scrittura di Sciascia, figlio di capomastro di zolfara, fratello di un giovane che si uccise durante uno sciopero in miniera. Proprio allo zolfo, in Sicilia, è legata l’avventura del treno, epica e tragica tanto quanto l’avanzare delle ferrovie americane verso la frontiera del West. Il treno che trasportava il giallo dello zolfo dalle miniere dell’interno verso la costa, lungo la linea ferrata che veniva disegnata dietro pressioni politiche, scontri e polemiche per indirizzare il tragitto – e quindi gli affari – verso una città o un’altra. La scrittura siciliana nasce dunque nel segno dello zolfo e nell’ansare della ferrovia.»

«Ricordo una volta che arrivai a Palermo con il vagone-letto da Roma», racconta nel libro Andrea Camilleri. «Dovevo aspettare la coincidenza per Agrigento. Notai un gatto bianco e nero che si affrettava verso il treno. Io pensavo continuasse il suo cammino lungo la banchina, ma all’improvviso salì. Si avvicinava il momento della partenza, c’era già il capostazione con la paletta, presi coraggio e mi avvicinai: “Senta su questo treno è salito un gatto”. Non batté ciglio. Mi disse: “Com’era?”. “Bianco e nero”. “Non si preoccupi, disse, scende a Termini Imerese. Durante la mezz’ora di viaggio tra Palermo e Termini cercai il gatto, ma non ve n’era traccia. Affacciato al finestrino, alla stazione di Termini Imerese, lo vidi scendere. Allora chiesi al controllore: “Ma c’era un gatto su questo treno, l’ha visto?”. “Non si preoccupi”, mi disse il controllore, “riprende stasera il treno delle otto per Palermo”».

Gaetano Savatteri, giornalista e scrittore, è nato a Milano nel 1964 da genitori di Racalmuto, e a dodici anni è tornato con la famiglia in Sicilia. Ha lavorato al Giornale di Sicilia, al quotidiano L’Indipendente, dove è stato inviato speciale, in seguito al Tg3, al Tg5 e a Rete 4. Dai romanzi e racconti che hanno per protagonista il giornalista e investigatore Saverio Lamanna, è stata tratta la serie televisiva Màkari con protagonista Claudio Gioè. Nel 2003 ha ricevuto con Camilleri il Premio Racalmare-Leonardo Sciascia.

Rebecca Solnit “Fiume d’ombre”, presentazione

Titolo originale “River of Shadows: Eadweard Muybridge and the Technological Wild West”,( “Fiume d’ombre: Eadweard Muybridge e il selvaggio West tecnologico”

Traduzione di Mariella Milan

61 immagini b/n

“[…]Rebecca Solnit compone un affresco che, come i grandi panorami urbani per cui Muybridge era famoso, intreccia diversi tempi e prospettive in un’unica visione, con uno sguardo che, partendo da un cavallo, ripercorre la corsa all’oro, si addentra nel mondo spezzato dei nativi americani e arriva fino a Hollywood e alla Silicon Valley”( da Johan & Levi ).

Nel 1872 la fotografia, che ha già fatto la sua comparsa ufficiale da circa trent’anni, ha segnato la sua rivoluzione aprendo un modo diverso di percepire lo spazio e il tempo: ferma il tempo in un istante ed esplora spazi che cambiano o che sfuggono ad uno sguardo veloce. In questo testo che non è solo una biografia, si scopre insieme al protagonista, Eadweard Muybridge, geniale fotografo di paesaggi e instancabile sperimentatore nel rendere visibile ciò che gli occhi non riescono a isolare ovvero il movimento, l’America che cambia e la modernità, come scrive Tiziana Lo Porto nella sua presentazione del volume che apre:

“Nel 1872, un magnate della ferrovia chiede a un fotografo di dimostrare se un cavallo, durante la corsa, stacca mai tutte e quattro le zampe da terra. Il fotografo si chiama Eadweard Muybridge, ha cambiato nome, continente e destino, e risponde con una sequenza di immagini che non solo risolve la scommessa, ma inaugura la fotografia del movimento, anticipa il cinema e altera per sempre la percezione del tempo. È da qui che Rebecca Soltit parte per raccontare opere e vita di Muybridge, nato Edward James Muggeridge (da Il Venerdì La Repubblica 2 gennaio 2026)

E aggiunge concludendo:

“E Muybridge diventa il punto di fuga da cui si dirama la modernità: la ferrovia, il telegrafo, la fotografia, la Silicon Valley. Ma anche la violenza coloniale, la cancellazione dei nativi, la privatizzazione dello spazio e del tempo”.

Il volume River of Shadows è stato premiato con il National Book Critics Circle Award(2003)

Rebecca Solnit Scrittrice californiana, giornalista, storica, ambientalista, femminista e critica d’arte, ha pubblicato oltre venti libri sui temi più vari: ambiente, arte, politica, letteratura ed esperienze di viaggio. Tra i suoi titoli più celebri tradotti in italiano: Gli uomini mi spiegano le cose (2017); Storia del camminare (2018); Chiamare le cose con il loro nome (2019); Ricordi della mia inesistenza (2021). I suoi scritti sono apparsi su Harper’s Magazine e The Guardian. Vincitrice di numerosi premi, è una delle intellettuali americane più rispettate.(da Johan & Levi Editori, Autore)

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Brevi note biografiche

Muybridge nacque nel 1830 a Kingston upon Thames, in Inghilterra. Battezzato Edward James Muggeridge, cambiò il cognome prima in Muygridge, infine in Muybridge.  A vent’anni, nel 1850, Muybridge emigrò negli USA. Fu prima a New York come libraio, poi con la stessa attività a San Francisco. Tornato temporaneamente in Inghilterra prese confidenza con la nascente tecnica della fotografia e di nuovo in California nel 1867, applicò le nuove conoscenze alla realizzazione di foto di paesaggio, creando notevoli immagini del Parco nazionale di Yosemitee di San Francisco. Nel1872 l’oligarca delle ferrovie e governatore della California Leland Stanford chiese a Muybridge di confermare una sua ipotesi, ovvero che durante il galoppo di un cavallo esiste un istante in cui tutte le zampe sono sollevate da terra. Muybridge, grazie al finanziamento del magnate, iniziò a sperimentare con otturatori elettrici ed emulsioni fotosensibili che richiedessero tempi d’esposizione meno lunghi. I primi risultati furono incoraggianti. Nel 1882 Muybridge ruppe con Stanford che, probabilmente considerandolo solo uno dei suoi tanti impiegati, aveva pubblicato un libro sul moto del cavallo, usando molte foto del suo protetto senza citarlo. Ciò ebbe l’esito paradossale di far accusare di plagio Muybridge, che intentò causa al magnate ma, prevedibilmente, perse. Eadweard si trasferì quindi a Philadelphia dove, grazie all’appoggio garantitogli da Thomas Eakins, e ai finanziamenti dell’Università della Pennsylvania e della “Pennsylvania Academy of the Fine Arts”, poté proseguire le sue ricerche. Muybridge condusse molte ricerche per migliorare la cattura del movimento nella fotografia. Nel 1880progettò lo zoopraxiscopio, uno strumento del tipo della lanterna magicae simile allo zootropio, che proiettava immagini in rapida sequenza, permettendone la visione a più persone contemporaneamente. Nasceva così il «cinematografo.(liberamente tratte da Wikipedia) 

Andrea Vitali “I rimedi del dottor Aiace Debouché”, presentazione

Con I rimedi del dottor Aiace Debouché Andrea Vitali ci reimmerge nel cuore del suo mondo letterario, popolato da personaggi inimitabili e involontariamente comici. L’intreccio delle vicende mette in scena l’imprevedibilità della vita, le sue impensabili coincidenze e le inaspettate vie di fuga che gli abitanti di quella sponda del lago sanno inventarsi per fronteggiare gli eventi.(da Garzanti)

1920 Bellano sulle rive del lago di Como, protagonista il dottor Aiace Debouché, “farmacista, varesino nativo di Castellanza, trentenne, alto, barbuto e fino ad allora insegnante di chimica e fisica” che a Bellano è riuscito a coronare il suo sogno di sperimentatore e ricercatore: l’acquisto di una farmacia tutta sua dove mettere a profitto le sue abilità galeniche.
Ed è proprio ai medicamenti più richiesti che dedica tutta la sua attenzione e la sua ricerca: pare proprio che il paese in quel periodo, in febbraio, sia afflitto da problemi intestinali dovuti non si sa bene ma evidenti dalle continue richieste per risolvere la diffusa costipazione.
Ma l’arrivo in paese ha  risvolti professionali e anche sentimentali: è Virginia, la bella figlia del droghiere, giovane di particolare bellezza, educata nei collegi svizzeri e bramosa di convolare a nozze con il partito più in che la piazza paesana concede, che gli ha rapito il cuore.
Sembra una favola a lieto fine e per il farmacista e per la bella fanciulla ma il farmacista-scienziato dovrà trovare una soluzione salvifica ai problemi irrisolti che si trascina dalla giovinezza.
L’autore è stato un medico e oggi è narratore affermato: presto alcune trame dei suoi romanzi andranno in tv, quattro episodi con protagonista  il  maresciallo Maccadò.

Andrea Vitali è nato a Bellano nel 1956. Medico di professione, ha esordito nel 1989 con il romanzo Il procuratore, che si è aggiudicato l’anno seguente il premio Montblanc per il romanzo giovane. Nel 1996 ha vinto il premio letterario Piero Chiara con L’ombra di Marinetti. Approdato alla Garzanti nel 2003 con Una finestra vistalago (premio Grinzane Cavour 2004, sezione narrativa, e premio Bruno Gioffrè 2004), ha continuato a riscuotere ampio consenso di pubblico e di critica con i romanzi che si sono succeduti, costantemente presenti nelle classifiche dei libri più venduti, ottenendo, tra gli altri, il premio Bancarella nel 2006 (La figlia del podestà), il premio Ernest Hemingway nel 2008 (La modista), il premio Procida Isola di Arturo Elsa Morante, il premio Campiello sezione giuria dei letterati nel 2009, quando è stato anche finalista del premio Strega (Almeno il cappello), il premio internazionale di letteratura Alda Merini, premio dei lettori, nel 2011 (Olive comprese). Nel 2008 gli è stato conferito il premio letterario Boccaccio per l’opera omnia, nel 2015 il premio De Sica e nel 2019 il Premio Giovannino Guareschi per l’Umorismo nella Letteratura (da Garzanti)

Andrea Pennacchi “Una foresta di scimmie”, presentazione

Pennacchi ci porta con Will e la sua banda di compari, come aveva già fatto con Giulietta e Romeo in “Se la rosa non avesse il suo nome”, alle radici della letteratura, della fantasia e del thriller di William Shakespeare. Perché Pennacchi non racconta solo con la testa, ma con tutto il corpo: proprio come il Bardo, è drammaturgo e attore.(da Marsilio)

Dopo Se la rosa non avesse il suo nome, l’autore racconta in questo secondo rtomanzo la sua versione di come il Bardo possa aver scritto Il mercante di Venezia. Will, semplicemente, non ancora Shakespeare è a Venezia come giovane guantaio inglese bloccato in terra straniera e in questa terra ammaliato da quel gran bazar che è la Serenissima, non uomo d’azione ma d’immaginazione alle prese con la sua nascente arte e a riconoscere il suo talento, proprio in questa “enorme nave sulla laguna” con la sua banda di amici e per cercare di salvare la pelle. L’azione si apre nel 1588: una morte misteriosa, un mercante privo di cuore e due uomini del Ghetto che conoscono più di quanto dicono e Will, giovane guantaio forestiero, vive la genesi del Mercante di Venezia
Se nel primo romanzo accanto a Will ci sono Romeo e Giulietta, in questoi secondo fa la sua comparsa l’usuraio ebreo Shylock e la ricca Porzia la cui “foresta di scimmie” dà il titolo al romanzo e altri personaggi realmente esistiti.

Andrea Pennacchi (Padova, 1969) è attore, drammaturgo, regista teatrale e scrittore. Oltre a Se la rosa non avesse il suo nome, il suo primo giallo, ha all’attivo diversi libri, tutti pubblicati da People.(da Marsilio)

Fleur Jaeggy “Il dito in bocca”, presentazione

Il primo enigmatico libro di Fleur Jaeggy, da anni introvabile e molto atteso dai suoi lettori.( da Adelphi)

Editato per la prima volta nel 1968 fu l’esordio letterario dell’allora ventottenne autrice, nata a Zurigo e residente a Milano e che scrive in lingua italiana. Dopo questo esordio ne ha pubblicati altri sette sempre con Adelphi che lo ripubblica nella Piccola Biblioteca.

“Un testo breve, ma oltremodo fascinoso” lo definisce su tuttolibri (27 dicembre) Enrico Arosio che premette “l’ho letto tre volte perché oltre che pazzo è breve”.
Dopo l’esordio l’autrice ha pubblicato ancora, sette libri,  sempre con Adelphi ed è stata insignita quest’anno del Gran premio svizzero della letteratura.
La protagonista è Lung, forse una ventenne, che ancora si mette il dito in bocca e pare sia cresciuta in un qualche collegio svizzero ma altre volte racconta da una clinica dove è ricoverata.
La storia non è una vera storia ma si contraddistingue per  “una scelta di parole sofisticata”, “di notevole eleganza” dove “aleggia una gelida ironia

“Io, Lung, ho un difetto, che coltivo forse. Gli altri lo formulano così: ha il vizio di mettersi il dito in bocca. Ma non è molto vero, perché se mi capita di vedere una qualche persona con il dito in bocca provo un fastidio mai vi sto, addirittura le taglierei il dito, ignorando le conseguenze. So con esattezza che la mia responsabilità sarebbe enorme, perché se u no è abituato a succhiarsi il pollice dif$cil mente potrebbe abituarsi a un altro dito, non penso di esagerare se dico che sarebbe altret tanto dif$cile abituarsi all’altra mano, cioè all’altro pollice. Generalmente è un’abitudi ne che si prende da bambini, quando si è molto piccoli, ma non so bene come mai tan ti grandi continuano a provarci gusto. Il polli ce cresce. Certo da vedere è proprio brutto, dipende anche da chi, però, e poi ci sono cose peggio ri, uno che si rosicchia le unghie in modo tre mendo non lo sopporto, oppure, faccio per dire, con avidità, mi dà fastidio, e invece se la 15 prendono con me, se magari mi vedono con il dito in bocca, magari ero soprapensiero. Con l’indice accarezzandomi il naso e forse me lo stringevo”.(uno stralcio da “il dito in boicca” pag 15/16)