Mattia Signorini “Stelle minori”recensione di Maria Anna Patti da Robinson La Repubblica

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Chiara Valerio “Il cuore non si vede” recensione di Susanna Nirenstein da La Repubblica cultura 22 settembre

Il nuovo romanzo di Chiara Valerio

Le metamorfosi di Andrea uomo senza cuore

di Susanna Nirenstein

«Una mattina, dopo sogni inquieti, Andrea Dileva si era svegliato nel suo letto, senza il cuore». Non vi sbagliate, l’incipit è identico a quello de La metamorfosi di Kafka: per chi avesse dei dubbi, eccolo qui: «Gregorio Samsa, svegliandosi una mattina da sogni agitati (ma alcuni traduttori li definiscono inquieti), si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo». In una letterata come Chiara Valerio, la citazione non può essere casuale, è la descrizione realistica di una realtà assurda, di un uomo che si trova a dover affrontare, trasformato, menomato, un nuovo capitolo della vita, breve o lungo che sia. E d’altra parte la fascinazione per Kafka per una quarantenne che dei libri ha fatto la sua passione primaria, è cosa certa: non può essere altrimenti in un’autrice di numerosi romanzi, saggi, soggetti cinematografici, testi teatrali, responsabile della narrativa italiana della casa editrice Marsilio, editor per anni a Nottetempo, direttrice culturale della prima edizione di “Tempo di libri”, la nuova fiera di Milano, e chissà quali altre miriadi di attività di Chiara Valerio ci scordiamo.  Dunque Kafka. Ma le somiglianze tra il capolavoro del maestro boemo e Il cuore non si vede, appena uscito per i tipi di Einaudi, della nostra Valerio, si fermano qui? A prima vista sì. Andrea Dileva non è un uomo straziato dai cattivi rapporti con la famiglia, dal disprezzo paterno, non ha drammatici lati oscuri né sensi di colpa che lo portino a un definitivo rifiuto di sé, all’abisso. Andrea Dileva è un professore universitario di greco chiamato da mezzo mondo a tenere corsi e lezioni magistrali, è alto e biondo, prestante, bello, colto, apparentemente felice, fa esercizio fisico, ama riamato. Beh, forse quest’ultima affermazione non è esatta, con Laura, che è un avvocato, è vero, ha un ottimo rapporto, parlano, fanno l’amore, convivono in pace e con divertimento da sei anni. Per lei Andrea sente rispetto, timore, soprattutto gli dà sicurezza. Certo, non hanno figli, ma, sì, esiste un ma. Andrea infatti, da cinque anni, ha anche un’altra relazione con una donna di bellezza mozzafiato, Carla. Anche se non fanno sesso (lui vorrebbe, lei, sposata, no), si sfiorano, si abbracciano, si guardano, e soprattutto passano molto tempo insieme: tutti i giorni prendono il caffè al bar e due, tre volte la settimana si vedono, e portando fuori con loro il bambino di lei Simone (un bambino che, incontrato Andrea per la seconda volta, ha preso il suo viso tra le mani e l’ha baciato sulla bocca, conquistandolo per sempre) fanno gite e passeggiate coinvolgenti dove si raccontano di sé e si perdono. Ora che Andrea ha smarrito il cuore, e un giorno dopo l’altro anche i polmoni e il fegato, le reazioni delle due donne non sono molto diverse: incredulità, preoccupazione, rabbia, voglia di fuggire. Come rispondere a un fatto tanto incomprensibile, irrimediabile? Neanche l’amica dottoressa di Andrea, Angelica, sa cosa fare: esami, auscultazioni, analisi, tentazione di consegnarlo alla ricerca, consultazioni di testi anatomici o meno, niente da fare, tutto è troppo paradossale in questa situazione. La domanda è se e quanto Andrea possa sopravvivere a questo stato di cose. O la sconcertante novità lo rende immortale?                                                                          Chiara Valerio ci conduce con una buona dose di ironia e molte, infinite citazioni, una lingua perfetta, un’immaginazione da capogiro, in un labirinto di interrogativi. Anche Andrea naturalmente si interroga, anzi, soprattutto interroga la mitologia greca, sperando di riuscire almeno a definire il significato di quel che gli sta succedendo. Ma nonostante ripercorra con la mente l’intero Olimpo, non c’è Apollo, Zeus, Medea o demone che tenga: tra i miti greci non esiste deità o umano a cui sia stato portato via il cuore e che continui a parlare, ad agire, persino a amoreggiare.                                                                                  Dunque qual è la morale? Non lo sappiamo, ma forse potremmo tornare a Kafka e al suo Gregorio Samsa che è così poco benvoluto, soprattutto in versione scarafaggio, da morirne presto. Ecco, Andrea no, Andrea con le sue molte imperfezioni e i suoi affetti difettosi, con questo corpo cavo che urla stupefazione e assenza, non viene abbandonato dalle persone che gli sono vicine: è l’amore a farlo sopravvivere all’irragionevole.

Andrea Moro “La razza e la lingua – Sei lezioni sul razzismo” recensione di Elena Loewenthal, da La Stampa del 4 settembre

di Elena Loewenthal

[…]come spiega Moro in queste pagine tanto avvincenti quanto illuminanti, il razzismo, cioè la convinzione che l’umanità sia fatta di alti e bassi separati da confini invalicabili, permea anche la lingua. Varie teorie, del passato quanto del presente, sostengono infatti che vi siano lingue migliori, più evolute di altre. O ritengono che certe culture, certe forme di pensiero, certe vette concettuali siano possibili solo in alcuni universi lessicali e non in altri. La linguistica dimostra invece che la parola non è solo uno strumento di comunicazione ma un vero e proprio «tessuto» del cervello comune a tutta l’umanità, proprio come il Dna.

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Mathilda Masters “321 cose intelligenti da sapere sugli animali”recensione di Flavia Piccinni da Il Tirreno 23 settembre

Animali tutti da scoprire con Mathilda Masters
di Flavia Piccinni
Ci sono un sacco di cose da sapere sugli animali. Alcune sono curiose, altre sciocche, altre ancora lasciano a bocca aperta. Ed è lo stupore il sentimento principale che coglierà i lettori di “321 cose intelligenti da sapere sugli animali” (Rizzoli, pp. 312), un meraviglioso atlante di curiosità dai raffinati disegni. A firmarlo Mathilda Masters, esploratrice e viaggiatrice, che costruisce con sapienza utilizzando studi scientifici e ricerche contemporanee un viaggio fra bruchi (che non vanno accarezzati, perché hanno peli super urticanti), formiche (che hanno un gps integrato e ottima memoria), foche (che imparano da giovanissime a essere indipendenti), gufi (dall’orecchio sopraffino) e galline (leggete cosa svelano gli studi: non direte più che qualcuno ha l’intelligenza di un pollo). Spazio anche ad animali curiosi, e poco noti come il quokka, piccoli marsupali australiani noti per «una boccuccia all’insù che li fa sembrare sempre sorridenti». Peccato che non siano innocui o, meglio, che siano alquanto spietati: «quando la madre viene infatti inseguita da un predatore, si mette a correre velocissima e lancia fuori dal marsupio il cucciolo che fa un urlo fortissimo, distraendo così il predatore. A quel punto mamma quokka ha il tempo di mettersi in salvo mentre il suo piccolo viene divorato». Meno inquietante la storia di un orsetto che adora il miele e vive nel Sudest asiatico: una sorta di Winnie the pooh originale. A fine lettura ne saprete sicuramente di più, e per i bambini sarà una strepitosa lettura densa di affascinanti aneddoti e curiosità. —

Francesco Savio “La sottovita” ovvero la “traduzione” dei risvolti di copertina da Robinson La Repubblica

Non credete all’editore questo non è un romanzo ma un diario

I risvolti di copertina come sono e come dovrebbero essere per sapere cosa c’è davvero in un libro

di Piergiorgio Paterlini 

Originale

In una domenica piovosa di agosto tra le montagne dell’Alto Adige, un uomo viene travolto da una vacca delle Highlands. Disteso a terra in attesa di soccorsi, ricorda un giorno di ottobre di qualche anno prima, trascorso tra il desiderio di iniziare a scrivere un saggio sull’opera di uno scrittore norvegese e la ricerca di un equilibrio necessario a sopravvivere fra i ritmi del lavoro quotidiano e il mestiere di padre. Cosa l’aveva spinto a trasferirsi dalla provincia a Milano, quindici anni prima, come un Luciano Bianciardi fuori tempo massimo? Dove lo porterà questa specie di luminosa sottovita? Venditore di elettrodomestici, libraio, incerto ma assiduo lavoratore, il protagonista di questa storia si muove fra occupazioni quotidiane (la piccola e smagliante vita da padre), immaginazioni letterarie, concretezze incuneate fra la morbidezza della provincia e lo scatto nevrotico della città. La sottovita è un romanzo dei giorni nostri, una registrazione di eventi “letterale” che accende ironia e grovigli filosofici. Dove bisogna “stare” per “essere”, o per essere un po’ di meno e non farsi male?

Traduzione

Un diario in cui lo scrittore — che si sente un po’ Bianciardi, un po’ Martin Eden, un po’ Walser — si mostra quale è, senza autocensure. Ed è uno che ce l’ha con un bel po’ di mondo. Con gli (altri) scrittori, «straripanti immodestia, talvolta impegnati nel sociale, ma sempre impegnati a sgomitare per ottenere il miglior posto al sole per la loro grande opera» ma che sederini di figli non ne hanno mai puliti, come invece tocca fare a lui, «meglio la merda allora». Con le scrittrici femministe, «tornate con prepotenza alla moda» tutte concentrate sulle battaglie per i diritti delle donne anziché sporcarsi le mani (letteralmente), anche loro, a pulire culetti. Savio ce l’ha con i tour promozionali («assurdi»). Con i festival letterari («noiosi»). Con «gli editori più grandi che non sono quasi mai grandi editori» perché rubano gli autori alle piccole case editrici (e se non lo sa lui, che ha pubblicato quattro libri con piccoli editori e quello che avete in mano con Mondadori). Ma la metafora per eccellenza sono i centri commerciali. E allora, contro Prodi e Berlusconi, indistinguibili perché d’accordo nel «non spendere una parola in merito alla disgrazia culturale e sociale delle aperture degli esercizi commerciali nel giorno che aveva sempre rappresentato il riposo, fisico e spirituale». Contro gli intellettuali, tutti uguali e servi. Contro Corriere e Repubblica, che sono «tutto sommato la stessa cosa». E così via. Verso la fine del libro, ricordando una scena cruciale dei suoi 9 anni, l’Autore scrive: «Un bravo romanziere avrebbe creato il personaggio di quell’attesa, ma questo non è un romanzo e io non sono un romanziere». Il lettore creda a questa affermazione. Sulla fiducia. O, alla peggio, per non farlo arrabbiare.