Un viaggio letterario unico tra le origini della scienza medica ad Alessandria d’Egitto e le sfide bioetiche dell’Intelligenza Artificiale.

Mursia
dal 15 giugno
«Solo se la ricerca e la cura delle malattie cresceranno nel solco umile e profondo del coraggio e del corretto agire del medico attento alle vicende umane potremo, tutti insieme, sperare di guarire.»
Il Torculare di Erofilo è un romanzo non convenzionale perché scardina la struttura narrativa classica per tessere un filo conduttore profondo tra le origini della medicina occidentale e l’imminente futuro della robotica e dell’automazione chirurgica.
Scandito secondo la logica matematica della successione di Fibonacci (da 0 a 987), il romanzo si muove fluidamente su due piani temporali speculari. Da un lato, Alessandria d’Egitto, dove il medico greco Erofilo sfida i dogmi e le superstizioni del suo tempo attraverso il metodo autoptico, scoprendo che il cervello – e non il cuore – è il vero motore del pensiero e del sistema nervoso umano. Dall’altro, un’aula di tribunale contemporanea in cui un pool di accademici e medici legali è chiamato a giudicare un complesso caso di presunta colpa medica legato all’uso di tecnologie chirurgiche robotiche avanzate.
La scelta di strutturare i capitoli seguendo i numeri di Fibonacci non è un mero esercizio di stile, ma una precisa chiave di lettura filosofica. Come la spirale aurea regola lo sviluppo armonioso e geometrico della natura, così l’autore dimostra come la conoscenza umana, la biologia e la tecnologia progrediscano per accumulazione e balzi in avanti, affrontando una complessità sempre maggiore. Il titolo fa riferimento a una reale struttura anatomica del cranio – il torcular Herophili o confluenza dei seni venosi – scoperta dal celebre medico alessandrino. Diventa qui la metafora perfetta di un punto di convergenza: l’intersezione tra la carne e lo spirito, tra il passato metodologico e il futuro algoritmico della cura.
Al centro della narrazione l’acceso dibattito sulla digitalizzazione della sanità e sull’impatto dei robot-chirurghi. Mazzaferro solleva interrogativi cruciali e quanto mai attuali: può una macchina sostituire l’intuito clinico derivato dall’esperienza? Qual è il confine tra l’efficienza algoritmica e la necessaria sensibilità umana di fronte al dolore del paziente? Evocando il pensiero filosofico di Democrito e i principi di indeterminazione della fisica moderna, il romanzo ricorda al lettore che la biologia e la medicina sono intrinsecamente radicate nell’incertezza e nel compromesso. Nonostante il rischio di un punto di rottura sociale o tecnologico, l’opera lancia un messaggio di profonda speranza e umanesimo, celebrando la bellezza intramontabile dello sforzo umano nel cercare la verità e nel prendersi cura dell’altro.
Vincenzo Mazzaferro (Novara, 1957) è medico chirurgo, ricercatore e professore all’Università degli Studi di Milano. Formatosi negli Stati Uniti, è tornato all’Istituto Nazionale dei Tumori, dove ha aperto per primo la strada della cura di alcuni tumori con il trapianto di fegato. L’attenzione alle implicazioni sociali della medicina, della ricerca e dell’etica del lavoro ha da sempre alimentato il suo impegno e la sua passione per le scienze della vita.








