Stefano Terra “Le porte di Ferro”, Gammarò (Oltre)


“Le Porte di Ferro”: torna in libreria il capolavoro di Stefano Terra, il grande romanzo dimenticato sulla nascita della Guerra Fredda

Copertina del romanzo di Stefano Terra "Le Porte di Ferro", Gammarò (Oltre)

Introduzione di Diego Zandel

Gammarò (Oltre)

Dal 10 marzo in libreria

Gammarò edizioni riporta alla luce “Le Porte di Ferro”, considerato dalla critica e da autori come Claudio Magris il miglior romanzo di Stefano Terra. Pubblicato originariamente nel 1979 e ora riproposto nella collana i Classici con un’introduzione di Diego Zandel, il libro è un potente intreccio di memorialistica, reportage e avventura che esplora le radici profonde dell’Europa contemporanea. La vicenda si apre nel 1946, sul treno che da Torino porta alla Conferenza di Pace di Parigi, dove le potenze vincitrici stanno ridisegnando cinicamente i confini del mondo. Il racconto vive dello sdoppiamento tra due protagonisti, entrambi alter ego dell’autore: il maturo giornalista Gerolamo Traversa, disilluso testimone dei grandi eventi storici, e il giovane Fioravanti, rivoluzionario trotzkista animato da un idealismo puro e pericoloso. Sullo sfondo di una Parigi affollata di delegati e agenti dei servizi segreti, il romanzo si muove tra gli intrighi diplomatici e lo spettro di guerriglie dimenticate — dai banderovisti ucraini ai ribelli delle Porte di Ferro sul Danubio — che si oppongono alla spartizione dell’Europa dettata dagli accordi di Yalta. Con una prosa lucida e incalzante, Terra racconta non solo la cronaca di un’epoca, ma anche il dramma delle popolazioni sacrificate alla ragion di Stato, come quelle della Venezia Giulia e dell’Istria. “Le Porte di Ferro” non è solo una preziosa testimonianza storica, ma una riflessione attuale sul potere, sul tradimento degli ideali e sulla “storia del cuore” che batte dietro i grandi mutamenti politici. Un’opera necessaria per combattere quello che Magris definisce “l’Alzheimer culturale” della nostra epoca.

Stefano Terra, giornalista e scrittore, nato a Torino l’11 agosto 1917, morto a Roma il 5 ottobre 1986. Antifascista del gruppo torinese di ”Giustizia e Libertà”, amico di L. Ginzburg e C. Pavese; costretto ad abbandonare l’Italia, proseguì l’attività clandestina in Egitto, al Cairo. Nel dopoguerra collaborò al Politecnico di E. Vittorini e diresse a Milano Il ’45. Inviato speciale per La Stampa e la RAI, si occupò delle vicende politiche dei Balcani e del Medio Oriente, risiedendo per lo più in Grecia.

«Sono nato nel 1917 a Torino, tra il rumore dei motori degli idrovolanti che provavano vicino al Po e le lettere dannunziane che mio padre mandava dal fronte a mia madre. Negli anni Trenta, la mia formazione è avvenuta tra i libri recuperati dai depositi per il macero e le biblioteche; eravamo un gruppo di “ragazzi avventurieri” che i più anziani e seri Cesare Pavese e Leone Ginzburg consideravano teste accese e pericolose. Tra lo studio irregolare e la passione per il cinema di Carné, abbiamo vissuto anni di cospirazione casta e ribelle: riunioni segrete, manifesti rivoluzionari e piccoli atti di sfida al regime, come quella bomba di carta fatta esplodere durante un’adunata oceanica. La guerra ci ha dispersi. Mobilitato per l’Albania, nel 1941 riuscii a raggiungere gli antifascisti al Cairo. In quegli anni turbolenti, mentre Rommel avanzava verso El Alamein, pubblicavo i miei primi racconti (Morte di Italiani) e il romanzo La generazione che non perdona. Nel dopoguerra, dopo la scomparsa di Enzo Sereni e la chiusura del Politecnico di Vittorini, scelsi la via dell’espatrio come giornalista. Per venticinque anni ho vissuto tra Parigi, i Balcani e il Levante, raccontando guerriglie, interviste e colpi di Stato. “Liquidavo ogni giorno la vita con un pezzo per il giornale”, finché, anni fa, ho deciso di abbandonare il mestiere per tornare alla letteratura pura. Sono nati così La fortezza del Kalimegdan e Calda come la colomba. Oggi vivo in una casa nell’Attica, tra vigne, eucalipti e il silenzio delle volpi all’imbrunire

Dello stesso autore su tuttatoscanalibri

Alessandra

La fortezza del Kalimegdan

Simone Cislaghi “Partire. Il viaggio come metafora dell’esistenza”, Mursia

Copertina del saggio di Simone Cislaghi "Partire. Il viaggio come metafora dell'esistenza", Mursia

Collana Piccole Tracce

Mursia

Dal 9 marzo

«Nel viaggio dell’esistenza ci troviamo già per mare. Possiamo decidere se lasciarci trasportare dal capriccio delle onde e dei venti o se prendere in mano il timone e imprimergli una direzione, la nostra direzione. È una scelta esistenziale, un’opzione fondamentale.»

Dal mito di Gilgamesh all’Odissea, fino ai grandi racconti biblici, Simone Cislaghi rilegge i viaggi fondativi della nostra tradizione culturale come esperienze capaci di offrire nuove prospettive sulla vita e di trasformare chi le compie. Il tema viene anche attualizzato e si intreccia con la quotidianità, mostrando come il viaggio – reale o interiore – è sempre occasione di crescita, cambiamento e arricchimento personale. Un saggio che esplora il viaggio come metafora dell’esistenza umana e che unisce filosofia e narrazione per restituire al lettore la vocazione originaria del pensiero: aiutarci a vivere meglio e più intensamente.

Colui che compie il viaggio giunge a destinazione diverso da com’era partito, se il viaggio è stato un’occasione ben spesa. Percorrere l’itinerario trasforma il viaggiatore disponibile all’incontro autentico. Giungere ad una meta significa evolvere. Chi non evolve, non arriva. Il viaggio porta a maturazione semi che riposano nella coscienza e scioglie tensioni e incrostazioni che imbrigliano l’animo, a volte addirittura impedendo alla vita di fiorire. Se viaggiare è, per definizione, spostarsi nello spazio fisico, parallelamente, viaggiare è spostarsi nello spazio dell’interiorità. Viaggiare attraverso il mondo è viaggiare attraverso sé stessi. Allargare gli orizzonti della propria esperienza di viaggiatore significa allargare, al contempo, gli spazi della propria interiorità

Simone Cislaghi (Milano, 1976), laureato in Filosofia all’Università Cattolica di Milano, insegna Filosofia e Storia al Collegio San Carlo di Milano.

Fabrizio Guarducci – Monica Milandri ” Più in là del silenzio”, Le Lettere

Un romanzo sulla difficoltà di amarsi da adulti, sulla vulnerabilità, sulla necessità di accettare limiti e sulla pazienza della cura quotidianapane condiviso, oggetti sistemati insieme, gesti che si sostituiscono alle parole troppo povere o potenzialmente dannose

Copertina del romanzo di Guarducci e Milandri "Più in là del silenzio", Le Lettere

In libreria dal 6 marzo 2026

Preparava la colazione per tutti e due. Appoggiava il giornale più vicino a lui. Lasciava la porta del bagno socchiusa perché sapeva che lui si sarebbe lavato le mani prima di colazione. E ogni volta che lui capiva — ogni volta che accoglieva la colazione con un sorriso o si sedeva senza chiedere qualcos’altro — lei sentiva un piccolo battito dentro, come se stessero imparando un linguaggio muto fatto di sintonia. All’inizio aveva pensato: “Ci stiamo adattando.” Poi, con più coraggio: “Ci stiamo ascoltando.” Ora sapeva che era qualcosa di più profondo. “Ci stiamo riscrivendo.” Era una scrittura lenta, fatta non di lettere, ma di gesti. Di abitudini che si modellavano piano sull’altro, non per dovere, ma per delicatezza. Come quando cammini accanto a qualcuno e, senza rendertene conto, adegui il passo. Non ti chiedi se sei tu o lui a cambiare. Lo fate entrambi, naturalmente.

“Più in là del silenzio” segue il percorso di Teodoro e Claudia, due adulti segnati dalla fatica di comunicare davvero, sia come coppia che all’interno del proprio ambiente di amicizia e quotidianità. Nel romanzo, il silenzio emerge come il vero protagonista: non solo distanza o muro, ma possibilità di sentire, incontrarsi e ascoltarsi in profondità, oltre la superficie delle parole abituali. La trama si snoda tra scene di vita privata e momenti collettivi: la svolta avviene quando Teodoro e Claudia organizzano una cena in cui parlare è proibito—solo la musica e i gesti possono esprimere i sentimenti. Questo evento simbolico permette ai due e alle persone che li circondano di scoprire che può esistere una comunicazione fatta di cura, attenzione e piccoli dettagli, in cui i non detti diventano nuova lingua dell’intimità. Il romanzo riflette sulla difficoltà di amarsi da adulti, sulla vulnerabilità, sulla necessità di accettare limiti e sulla pazienza della cura quotidiana: pane condiviso, oggetti sistemati insieme, gesti che si sostituiscono alle parole troppo povere o potenzialmente dannose. Guarducci e Milandri costruiscono così una meditazione densa sul valore della presenza autentica, sull’ascolto e sulla possibilità—anche nella crisi—di trovare uno spazio comune dove restare se stessi e incontrare davvero l’altro.

Fabrizio Guarducci si è formato nella concezione sociale e umana di Giorgio La Pira. Dopo aver vissuto il movimento Underground alla fine degli anni Sessanta negli Stati Uniti e aver conosciuto Guy Debord in Francia, ha aderito convintamente al Situazionismo. Ha fondato il Dipartimento di Antropologia culturale dell’Istituto Internazionale Lorenzo de’ Medici di Firenze. Ha insegnato Mistica, Estetica e Tanatologia, dedicandosi interamente alla ricerca dei linguaggi come strumenti per migliorare l’interiorità dell’individuo e per trasformare in positivo la realtà che ci circonda. È, inoltre, autore cinematografico: Paradigma italiano (premiato al PhilaFilm, 1993), Two days (2003) e Il mio viaggio in Italia (vincitore del Golden Eagle, 2005). Come autore, produttore e regista ha realizzato i film Mare di grano (2018), Una sconosciuta (2021) e Anemos (2023) e La partita delle emozioni (2025). Ha pubblicato i saggi La parola ritrovata (2013), TheoriaIl divino oltre il dogma (2020) e i romanzi Il quinto volto (2016), La parola perduta (2019), La sconosciuta (2020), Duetto (2021), Amor (2022), Il villaggio dei cani che cantano (2022), La partita delle emozioni (2023) ed Eclissi (2023, selezione Premio Strega 2024), Il richiamo del sentimento (2025).

Monica Milandri è appassionata di arte e musica classica; vive e lavora a Firenze.

Joseph Roth, Stefan Zweig “Ombre folli. Lettere 1927-1938”, presentazione

Adelphi

A cura di Madeleine Rietra e Rainer Joachim Siegel
Postfazione di Heinz Lunzer
Prefazione e traduzione di Ada Vigliani

Dalla Prefazione di Ada Vigliani:

“La ragione ha traslocato dalle nostre menti, senza nemmeno una disdetta preventiva. Siamo folli e viviamo nell’Ade. Siamo ombre folli, morte  e ancor sempre idiote. È l’anticamera dell’inferno questo  mondo!” (Roth a Zweig 1 febbraio 1936).

È il settembre del 1927 quando Zweig riceve da Roth una copia di Ebrei erranti, lo legge e si complimenta con l’autore: da quel momento iniziano a scriversi, prima di rado poi in modo sempre più puntuale soprattutto dopo Giobbe, uno dei capolavori di Roth.
Nasce così il carteggio che si protrarrà fino al 1938 quando ad una lettera di Zweig Roth non risponderà, è il dicembre del ’38. Solo dopo, il 27 maggio del 1939, Zweig sarà informato della morte dell’amico.
Due letterati, due ebrei dal temperamento e dalla storia personale diversa, tra i quali nasce invece un’amicizia sincera e profonda. Nonostante la differenza di età e l’indole differente: se  Roth è giornalista e scrive solo romanzi per “sopravvivere”, Zweig è saggista e narratore già famoso e con una buona situazione economica; il primo è inquieto, dissennato e alcolizzato, guarda con pessimismo alla situazione politica, il secondo è europeista, ottimista, pacato, generoso.
Eppure né i tratti del carattere né la visione politica diversa scalfirono minimamente l’affettuosa amicizia che li legherà fino alla fine.

“[…]Nemmeno nei momenti di massima frustrazione (e anche in ciò si manifesta la sua magnanimità) Zweig perse di vista la grandezza di Roth, cui dichiarerà di essere affezionato come a un fratello. Roth giudica allo stesso modo la loro amicizia. E mai che fra i due, che pure sono in fondo uomini soli, che in questa amicizia trovano un vero conforto, si giunga a darsi del tu” 

Joseph Roth (1894 -1939) scrittore e giornalista austriaco, nacque a Brody, allora nell’Impero austro-ungarico, e lavorò come giornalista per il Frankfurter Zeitung. Tra le sue opere La marcia di Radetzky (1932), racconta il declino dell’impero austro-ungarico. Di origine ebraica, lasciò la Germania dopo l’ascesa di Adolf Hitler e morì in esilio a Parigi nel 1939.

Stefan Zweig (1881 -1942) scrittore e biografo austriaco, nacque a Vienna da famiglia ebrea benestante e divenne uno degli autori europei più letti tra le due guerre mondiali. Tra le sue opere Lettera di una sconosciuta, Novella degli scacchi e l’autobiografia Il mondo di ieri.Con l’ascesa del nazismo fu costretto all’esilio; nel 1942 è morto suicida in Brasile.

Elena Pagani “Criminosa pigmenta. Bottega d’arte forense”, OLIGO

Veri casi di cronaca nera. L’esperienza sul campo di un disegnatore forense

L’arte conquista la criminalistica. L’opera d’arte percepita sulla scena del crimine è già disvelo di resa giustizia

Copertina del saggio di Elena Pagani, Elena Pagani, Disegnatore Accademico Forense della Polizia di Stato Italiana, "Criminosa pigmenta", Oligo

Prefazione di Stefano Paoloni

Oligo

Dal 6 marzo

L’arte può essere al servizio della legalità e della giustizia? Sì. Questo saggio ne è una prova. Creare opere pittoriche e affrontare verifiche tecniche peritali attinenti alla scena del crimine consente di arrestare ladri, stupratori e assassini. Questa è la missione di Elena Pagani, Disegnatore Accademico Forense della Polizia di Stato Italiana, per il suo lavoro nota in tutto il mondo. Cosa lo rende unico? Fare da ponte tra l’arte e la criminalistica. Come ci riesce? Traducendo in segni grafici prove e testimonianze raccolte sul campo o, viceversa, analizzando e scomponendo disegni che hanno a che fare con reati e delitti. Disegnando a mano individua e ricostruisce quanto raccontato da testimoni e vittime, spesso dettagli che sfuggono anche alle tecnologie più sofisticate. Tra luci, penombre e oscurità, il suo approccio artistico d’avanguardia diventa l’ultima speranza per portare giustizia. Criminosa Pigmenta, Bottega d’arte forense è tutto questo e molto, molto di più.

Quest’opera letteraria d’interesse artistico criminologico illustra casi investigativi tratti da avvicendamenti reali ed è rivolta a tutti i gentili Lettori che desiderano addentrarsi nella conoscenza della mia professione: disegnatore accademico forense. Oltre, ovviamente, a chiunque abbia caparbia convinzione che l’artista sia persona esclusivamente visionaria dedita a dar vita a opere d’arte per diletto o esclusivo interesse economico e non perché abbia condotto, spesso a sua stessa insaputa, una ricerca di analisi sociale o intimamente del sé. Maestro d’Arte, non dipingo per chiunque desideri guardare o possedere una mia opera d’arte. Ho scelto, invece, di indirizzare impegno e lavoro per rispondere tecnicamente a domande investigative relative alla commissione di crimini che richiedono la visione di opere d’arte disvelate per poter essere paghe. In primis: chi è stato? Perché e come l’ha fatto? Le conseguenti risposte sono volte a dimostrare verità. Come ci riesco? Utilizzando metodologie d’intervento artistico in contesti forensi: percorrenze e competenze investigative, queste, valevoli come tramiti per il raggiungimento di un altro profitto sociale che non sia l’opera d’arte fine a sé stessa: contribuire a rendere giustizia a vittime di reato e indurre a giudizio i colpevoli determinando risposte tecniche dimostrabili e incontrovertibili. (dalla Premessa)

ELENA PAGANI a sedici anni è già Maestro d’Arte. A ventidue consegue la laurea magistrale all’Accademia di Belle Arti di Brera. Disegnatore Accademico Forense della Polizia di Stato Italiana, è tra i novanta Operatori D.V.I., Disaster Victims Identification, team d’élite della Polizia Scientifica. È Operatore in Analisi di Sopralluogo Tecnico Giudiziario della Scena del Crimine. Dirigente del Sindacato Autonomo di Polizia, Segreteria Generale-Roma, svolge attività sindacale contribuendo, a livello nazionale, alla formazione e aggiornamento professionale degli Operatori di Pubblica Sicurezza e Polizia Giudiziaria. Per Oligo ha pubblicato Ladri di facce. Il Disegnatore anatomico tra testimoni, vittime, memorie e falsi ricordi (con Alessandro Meluzzi).

Giuseppe Bresciani “L’uomo che pesò l’eternità”, Altre Voci

Roma, 1940. È la mattina di Natale quando un uomo solitario, avvolto nel silenzio ovattato di una città imbiancata, si aggira sul Pincio come un’ombra fuori dal tempo. Cammina senza fretta, sussurra alle statue del parco storie di prodigi e avventure, confida loro una vita che sembra impossibile.
Chi è davvero quell’uomo che sembra dialogare più con il passato che con il presente?



Giuseppe Bresciani, con il suo nuovo romanzo L’ uomo che pesò l’eternità, consegna ai lettori una figura magnetica e misteriosa: un uomo di 246 anni, sopravvissuto a tre secoli di storia e capace di mutare identità come un attore consumato. Un uomo che molti hanno conosciuto con un nome che risuona nella leggenda: il Conte di Saint Germain. Il protagonista del romanzo non è un immortale nel senso convenzionale del termine: è piuttosto un viaggiatore del tempo che attraversa gli eventi più significativi della storia europea con la grazia dell’erudito, il genio dell’alchimista e l’incoscienza del folle visionario.
Bresciani ricostruisce la sua vita straordinaria immergendola in un’atmosfera sospesa, dove il confine tra realtà e mito si assottiglia fino quasi a scomparire. Il Conte — o qualunque altro nome abbia indossato nei secoli — raggiunge i vertici del sapere, diventa confidente di sovrani, viaggiatore instancabile, testimone privilegiato dei continui mutamenti della società.
La domanda che attraversa il romanzo come una lama sottile è semplice e vertiginosa: come ha fatto a ingannare la morte? Bresciani non offre una risposta immediata: la costruisce pagina dopo pagina, lasciando che il lettore scopra un’esistenza guidata da una forza che travalica la ragione.
Tra le molteplici vite che il Conte ha vissuto, ce n’è una che sembra spiccare su tutte: quella che ruota intorno all’amore come impulso primo e ultimo, come energia capace di rinnovare il corpo e lo spirito. Forse è proprio l’amore — non la magia, non l’alchimia — il vero motore della sua vitalità inesauribile.
L’uomo che pesò l’eternità è un romanzo che affascina perché intreccia i grandi temi della letteratura — la ricerca di sé, il senso del tempo, il desiderio di assoluto — con il piacere del racconto avventuroso. Nel disegnare il cursus di un’anima affamata di vita e al tempo stesso il percorso dell’umanità intera, Bresciani conduce il lettore in un viaggio ideale che incanta, sorprende e lascia con il fiato sospeso fino all’ultima pagina. Il risultato è un affresco narrativo colto e insieme avvincente, in cui la leggenda del Conte di Saint Germain viene rinnovata con sensibilità contemporanea, facendo di questo romanzo un’opera che parla al cuore e all’immaginazione.

Giuseppe Bresciani ha esordito nel 2011 con “L’inferno chiamato Afghanistan”, il racconto del suo soggiorno come osservatore nel paese dei talebani.
Nel 2013 pubblica “Il cantico del pesce persico”, nel 2018 il romanzo sul crepuscolo di Leonardo da Vinci in Francia “Le infinite ragioni” (Albeggi), nel 2021 il romanzo storico “Il cavaliere del fiordo” (Leone) con cui ha vinto il premio “Scrittori con gusto” assegnato dall’Accademia Res Aulica di Bologna.

Anna Rollando “Gattopardi verdi e altre curiosità musicali”, Graphofeel

Coprtina del saggio di Anna Rollando per Graphofeel Edizioni

COLLANA Formniveau

GENERE Saggistica

Graphofeel

Una piccola playlist di musica geniale, un regalo da fare a voi stessi o a chi ama la musica.
Leggendo, si è indotti ad ascoltare brani di epoche diverse: l’origine di alcuni risale al Medioevo, mentre altre sono composizioni contemporanee.
E non è tutto: sarà anche un’occasione irripetibile per incontrare figure emblematiche di musicisti sordi, asceti minimalisti, preti dai capelli rossi e donne nere perseguitate dal Ku Klux Klan di molte delle quali – grazie al ricco corredo di illustrazioni – avrete modo di osservare le fattezze.
Il contenuto (e il titolo) del libro traggono spunto da un gioco di parole: l’allusione a un film notissimo e, simultaneamente, a un compositore tra i più cari agli italiani (ma anche tra i più suonati nel mondo). Un gioco che, in realtà, alla fine svela una storia reale.

Vi ho incuriosito?
Era il mio scopo, assieme a quello di offrirvi l’occasione di ascoltare veri capolavori musicali.

Buona lettura e, soprattutto, buon ascolto!

Sono convinta che la musica classica faccia ancora paura, ma che basti pochissimo per ridare fiducia al pubblico e avvicinare le persone ai concerti. Non è chi ascolta ad essere sbagliato, è piuttosto chi esegue o propone i cartelloni che non sempre porge attenzione alle esigenze vere degli ascoltatori.
Ho cercato di fare una carrellata che coprisse più secoli di storia, punti di vista differenti, senza dimenticare i più celebri e citare qualche autore non così noto ma non per questo meno affascinante.
Quelle che propongo sono soltanto riflessioni di base, annotazioni storiche, curiosità, suggerimenti, piccole strategie: è bello sapere che in realtà qualunque musica ci parla in modo differente, e quindi ognuno di noi può trovare mille significati e sfumature nuove.” (Anna Rollando)

Anna Rollando, violista diplomata al conservatorio G. Verdi di Milano, concertista classica e pop, ha suonato in centinaia di performance con numerose ed eterogenee formazioni: da Rondò Veneziano al Teatro dell’Opera di Roma, da Massimo Ranieri a Ennio Morricone. Laureata in Scienze della Comunicazione, si interessa di didattica musicale e della creazione di eventi musicali. Ha collaborato in qualità di musicista e curatrice a numerose produzioni Rai e Mediaset. Per Graphofeel edizioni ha pubblicato Applaudire con i piedi. Segreti e curiosità della musica colta (2018), Applaudire con i piedi 2. Il difficile e meraviglioso mestiere della musica (2019) e Le invisibili Signore della Musica. Storie vere di artiste di talento (2021).

Voland: Novità in libreria

Amélie Nothomb Meglio così

“È complicato appartenere a un gruppo, e a maggior ragione a una famiglia.”

Novità Voland: Amélie Nothomb Meglio così.

Traduzione di Federica Di Lella

collana Amazzoni

dal 24 febbraio in libreria

Estate 1942. Per allontanarla dai bombardamenti che minacciano Bruxelles la piccola Adrienne, di quattro anni, viene mandata per due mesi nella cupa e semidiroccata casa della sua bisbetica nonna di Gand, che le dà il benvenuto offrendole caffellatte e aringhe per colazione e si diverte da subito a tormentarla. La ripugnante ma spassosa vecchina odia tutti, comprese le proprie figlie, e adora un solo essere: Pneu, il gatto obeso e sprezzante che troneggia in una stanza-santuario. La bambina sopravvive a quest’atmosfera soffocante grazie alla sua intelligenza, all’immaginazione e soprattutto a una formula magica: “Meglio così.” Un mantra che diventa l’arma per affrontare quanto la ferisce o spaventa, uno strumento di resistenza e, paradossalmente, di speranza… Dopo aver raccontato la storia del padre in Primo sangue col quale si è aggiudicata il Prix Renaudot 2021 e il Premio Strega Europeo 2022 l’autrice belga dedica il nuovo romanzo alla madre, finora quasi sempre assente dai suoi libri.

L’autrice Amélie Nothomb Nata a Kobe (Giappone) nel 1967, ha esordito nel 1992 con Igiene dell’assassino e da allora pubblica un libro l’anno scalando ogni volta le classifiche di vendita. Innumerevoli gli adattamenti cinematografici e teatrali ispirati dai suoi romanzi tra cui il recente film d’animazione di Maïlys Vallade e Liane-Cho Han La piccola Amélie, tratto da Metafisica dei tubi. Tra i premi letterari vinti ricordiamo il Grand Prix du roman de l’Académie française e il Prix Internet du Livre per Stupore e tremori, il Prix de Flore per Né di Eva né di Adamo, e due volte il Prix du Jury Jean Giono per Le Catilinarie e Causa di forza maggiore. Con Sete è arrivata seconda al Prix Goncourt 2019, con Primo sangue si è aggiudicata il Prix Renaudot 2021 e il Premio Strega Europeo 2022, e con Psicopompo ha ricevuto il Premio Europeo Rapallo Bper Banca 2024 per “la migliore scrittrice europea”. Per l’insieme della sua opera le è stato assegnato il Premio Hemingway per la Letteratura 2023. Tutti i suoi romanzi sono tradotti e pubblicati in Italia da Voland.

Le pagine di tuttatoscanalibri più lette nel mese di febbraio 2026

Classifiche

Anna Parisi e Valentina Schettini “Quanti Quanti?”

Stefano Terra “Alessandra”

Leonardo Sciascia “Breve storia del romanzo poliziesco”

Ferdinando Albertazzi e Sebastiano Ruiz Mignone “Neve rossa”

Maria Grazia Madia “Ho vissuto due vite”

Giorgio Parisi “Le simmetrie nascoste”

Ferrini – Pizzuoli “Da Rocchette a Bocca d’Ombrone: Luoghi, storia, paesaggi

Michele Burgio “Il fumo e l’incenso”

Gabriella Genisi “La specchia del diavolo”

Julian Barnes “Diciassette possibilità di fallire”

Andrev Walden “Maledetti uomini”

Giorgio Nisini “La ragazza che vedeva nel buio”, Oligo

Copertina di Luca Ralli del noir di Giorgio Nisini "La ragazza che vedeva nel buio", OLIGO Editore

Illustrazioni di Luca Ralli

Oligo

Dal 27 febbraio

Helmut Frida è un burbero e talentuoso scultore del legno; da qualche tempo si è ritirato a vivere e lavorare nel solitario borgo di Civita di Bagnoregio. Una sera vede dalla sua finestra una ragazza misteriosa che lo spia. Chi è? Un fantasma, il frutto della sua immaginazione o una persona in carne e ossa che però scompare tutte le volte che lui cerca di avvicinarsi? L’ipnotica scrittura di Giorgio Nisini e le preziose illustrazioni di Luca Ralli, calate nel paesaggio sospeso di Civita, trasformano la storia di Helmut Frida in una moderna favola dark.

Una sera d’estate Helmut Frida si accorse che una ragazza lo stava guardando. La notò quasi per caso a pochi metri dalla sua finestra, sotto la luce gialla di un lampione che illuminava la piccola piazza in fondo al paese. Indossava un abito bianco leggero e uno strano copricapo di stoffa, o forse era solo un cappuccio, qualcosa con cui ripararsi dalle deboli gocce di pioggia che cadevano dal pomeriggio. Non faceva nulla per nascondere la sua presenza: se ne stava in mezzo alla piazza in maniera quasi sfacciata, il corpo sbilanciato in avanti, gli occhi rivolti verso di lui come se volesse seguire i suoi movimenti domestici. In un primo istante pensò che fosse solo una passante curiosa, una delle tante turiste che transitavano ogni giorno per i vicoli stretti del borgo, oppure la figlia del suo vicino di casa, un’esile quindicenne dall’aria trasognata che a volte, dopo cena, in compagnia di alcune amiche più grandi, si fermava a chiacchierare sopra un basso muretto in tufo che delimitava il perimetro del giardino di fronte. Quando cambiò di poco angolazione, arretrando di qualche metro e spegnendo la luce della stanza, Helmut si convinse di non averla mai vista prima

Giorgio Nisini, scrittore, saggista, organizzatore culturale, insegna Letteratura italiana moderna e contemporanea alla Sapienza Università di Roma. È autore dei romanzi: La demolizione del Mammut (Perrone 2008, Premio Corrado Alvaro Opera Prima e finalista al Premio Tondelli), La città di Adamo (Fazi 2011, selezione Premio Strega 2011), La lottatrice di sumo (Fazi 2015), Il tempo umano (HarperCollins 2020) e Aurora (HarperCollins 2023, Premio Forum Traiani). Per Longanesi ha curato l’antologia Un bacio in bocca (2016). È direttore artistico dell’Emporio Letterario di Pienza e presidente del Premio Letterario “Corrado Alvaro-Libero Bigiaretti”. Nel 2025 ha avviato su Snaporaz il progetto Io, dedicato alla sperimentazione dell’intelligenza artificiale nella scrittura narrativa.

Luca Ralli, fumettista, illustratore, scenografo teatrale, docente e animatore. Ha collaborato con “Cuore”, “Linus”, “Carta”, “Il Venerdì di Repubblica”. Con Stefano Benni ha illustrato Fen il Fenomeno (Feltrinelli 2011), Pantera (Feltrinelli 2014) e La Bottiglia Magica (Lizard 2016). Tra i libri, ha pubblicato il silent-book punk per bambini Rumore (Carthusia 2019, finalista del Silent Book Contest 2018), il fumetto ’O Diavolo (scritto da Francesco Di Bella e Luca Scornaienchi, Round Robin 2019), il racconto illustrato Due (scritto e disegnato con Fabio Magnasciutti, Barta 2019), Peppino Impastato – Western a Mafiopoli (sceneggiato da Luca Scornaienchi, Round Robin 2021), Cancheràs (scritto con Barbara Monti, Barta 2021), “Tormento” presenta: Pasolini Speciale (AA.VV., Barta 2023) e La crepa (Barta 2024).