Peter Cameron “Cose che succedono la notte” recensione di Salvina Pizzuoli

La sera scese con un’immediatezza snervante, come un sipario abbassato in fretta su uno spettacolo amatoriale andato nel peggiore dei modi. E poco dopo l’uomo si rese conto che il buio non era dovuto al tramonto del sole ma al treno, entrato in una fitta foresta dopo aver percorso distese di neve per l’intero pomeriggio.

Con questo fosco paesaggio si apre il romanzo: buio, neve, due personaggi senza nome, un uomo e una donna, marito e moglie, un viaggio e la sua conclusione rocambolica fino all’arrivo nell’hotel che nulla ha di meno inquietante rispetto al paesaggio in cui i due protagonisti sono presentati.

La hall dell’albergo era buia e somigliava a una caverna, nella penombra non si distinguevano le pareti. Per arrivare al banco della reception, che si ergeva come un altare in fondo all’immenso ambiente, di fronte alle porte d’ingresso girevoli, marito e moglie dovevano attraversare un’ampia distesa di moquette a motivi arzigogolati che si susseguivano all’infinito. Dietro l’alto banco di legno, sul quale erano appollaiati due enormi grifoni di bronzo, ognuno dei quali sorreggeva nel becco una lanterna di ferro con i vetri colorati, c’era una giovane donna con la divisa dell’albergo. Se ne stava impalata fra le due lampade e fissava tranquilla davanti a sé, inanimata e inquietante come le due creature che la fiancheggiavano.

Un viaggio con una meta precisa in un paese del nord Europa, non meglio identificato, la meta un orfanotrofio. La donna è malata, al termine della vita, il marito non è sempre all’altezza del compito di accompagnatore e si lascia trascinare in avventure/disavventure con alcuni personaggi incontrati nell’albergo: interessanti figure-simbolo d’altruista, di sfruttatore, di disincantato, di manipolatore, tratteggiate come fantasmi, burattini senza tempo e senza età. L’atmosfera è surreale e onirica. pare di vivere dentro un sogno–incubo dove per il lettore è difficile separarsi dalle pagine, per sapere, forse anche per capire il gioco letterario, fino all’imprevedibile quanto enigmatica conclusione: l’uscita dal mondo del buio, dalla morte e dal disincanto, verso la luce la vita o la realtà? Un testo che si può leggere e interpretare con chiavi diverse ma che non lascia di certo indifferenti anche se non sempre pienamente soddisfatti per le molte domande che rimangono aperte.

Omaggio a Gesualdo Bufalino: una favola per i più giovani riedita da Bompiani

Una favola, indica il titolo, e per questo la immaginiamo rivolta in particolare ai più giovani e non solo, a parer mio: Favola del castello senza tempo, come spiega Nadia Terranova nell’interessante premessa, fu richiesta a Bufalino per una collana dal titolo molto simile che avrebbe contenuto gli scritti di vari autori. Il protagonista è il giovane Dino che segue una farfalla, molto particolare, ammaliato dall’animale: “dall’ali gialle, dall’addome ugualmente giallo ma striato di anelli neri, dal dorso bruno, dove s’intravedeva il disegno d’un capo d’uomo, privo d’occhi, di labbra e di naso”. Compito del giovane, avendone tutti i requisiti, giovinezza coraggio e innocenza, sarà quello di liberare gli abitanti del castello da un’incredibile malia che li rende prigionieri del Tempo. Ma nel racconto ritornano, espresse in modo leggero, le tematiche bufaliniane e l’autore lo fa con una grazia speciale, incedendo nel racconto con passo onirico, attraversando prismatici paesaggi, sfiorando o spalancando una molteplicità di simboli.( la citazione è tratta dalla premessa di Nadia Terranova)

In omaggio al grande scrittore siciliano, nel centenario della nascita, oggi Bompiani la riedita corredandola delle illustrazioni di Lucia Scuderi che, come scrive la Terranova, ha trovato il modo di illustrarla dalla prospettiva di Dino indossando il suo sguardo, sovrapponendosi ai suoi occhi

Dal Catalogo Bompiani

Dino insegue una farfalla gialla e nera che porta un teschio sul dorso e si addentra in un bosco nero: riesce a serrarla nel pugno ed è allora, quando l’ha catturata e sta per destinarla alla prigionia di una piccola scatola, che la sente parlare. La farfalla si chiama Atropo, appartiene alla Notte e gli racconta del Castello Senza Tempo […]

Chandra Livia Candiani “La domanda della sete” recensione di Maria Anna Patti di CasaLettori

La recensione di Maria Anna Patti di CasaLettori

dal Catalogo Giulio Einaudi Editore

«Qualcuno è bravo con i nomi | sa un nome per tutte le cose». Chandra Livia Candiani invece i nomi li confonde, li centrifuga, li riassegna dandogli più forza. Essere in una stessa poesia cammello, seme di una mela, cane, fiamma e altre cose è rinominare il mondo con un’altra logica. La forte metaforicità di questa poetessa è tutt’uno con la ricerca di fermare in linguaggio il flusso incessante di sensazioni contrastanti ed entità che la attraversano, che ci attraversano. Se nell’atto del camminare dice di essere per metà uccello e per metà albero, non è solo un’analisi precisa della natura umana che tende contemporaneamente a staccarsi da terra e ad ancorarsi ad essa. Non è una semplice iperbole. È la condivisione della natura di uccello e di albero, che stanno dentro quella umana, perché tutte stanno insieme in un’«orchestra del mondo», fatta «di gridi e canti bisbigli e strepiti». Non sempre in perfetta armonia. I versi di Chandra, le sue parole, le sue metafore, vengono da quella partitura.

e anche:

Ritratto di poetessa: Chandra Livia Candiani (Alida Airaghi)

Silvio Danese “La pancia lo sa” presentazione

Prendere la situazione di pancia

Vero amore? Ascoltiamo prima la pancia

Parlare alla pancia del mondo

Pensare e agire con la pancia

Tanti i modi di dire legati alla “pancia” sinonimo di pensiero irrazionale, istintivo, umorale; espressioni il più delle volte usate in senso dispregiativo perché opposto a sensato. Non è dello stesso avviso l’autore di questo volume, il professore Silvio Danese, ordinario di Gastroenterologia presso Humanitas University e responsabile del Centro di ricerca e cura per le malattie infiammatorie croniche intestinali all’ospedale milanese Humanitas, che in questo testo propone e consiglia il lettore come ascoltare questo sensore speciale, capacissimo di indicarci un malessere o mandare messaggi importanti sul nostro stato di salute

Dal Catalogo Sonzogno Editore

Mangiamo cibi sbagliati? La pancia lo sa. Accumuliamo troppo stress a casa o al lavoro? La pancia è la prima a saperlo. Abbiamo preoccupazioni così sedimentate che ormai non ci facciamo più nemmeno caso? La pancia sa anche questo e, in un certo senso, conosce cose che noi stessi ignoriamo. Dovremmo imparare ad ascoltarla per stare meglio: gonfiore, stipsi e difficoltà digestive, per esempio, possono avere origine da tensione, tristezza o intolleranze alimentari. Come un moderno aruspice, il gastroenterologo di fama internazionale Silvio Danese in La pancia lo sa guida il lettore alla comprensione di sé attraverso i segnali che arrivano dal basso. Gli antichi predicano da secoli che il ventre è il centro dell’energia. E oggi gli studi all’avanguardia concludono che l’intestino e lo stomaco sono cruciali per lo stato di salute generale: da loro dipendono i livelli infiammatori dell’organismo, l’abilità del sistema immunitario nel fronteggiare i virus e i malanni, il metabolismo e dunque il peso, l’umore e il modo in cui ci rapportiamo agli altri. Pagina dopo pagina, l’autore, forte della pratica clinica in ospedale e dell’impegno nella ricerca, descrive gli stili di vita e le strategie che consentono all’apparato digerente di diventare il migliore alleato della longevità e di un’esistenza più serena. […]

Iaia Caputo “Il gusto di una vita” presentazione

Raccontare e raccontarsi attraverso il cibo, ricostruire momenti e avvenimenti della storia del proprio paese insieme ai propri in un intreccio, sull’onda della memoria, dolce come il ricordo, e con quel sapore mai più incontrato o riconosciuto perché perso tra le labili maglie dei giochi che la memoria stessa sa giocare perfettamente, modificandolo. Sì, perché la memoria inventa, è un’attività creativa che cambia nel tempo insieme a noi così dichiara l’autrice in una recente intervista a Brunella Schisa (su Il Venerdì La Repubblica) e che condivido pienamente in base alla mia personale esperienza legata ai sapori di un’età e luoghi lontani e perduti. Mi ha ricordato un’altra autobiografia costruita attraverso piatti e pietanze e ricordi, più datata, quella della Sereni che nel lontano 1987 pubblicava “Casalinghitudine” il cui titolo mi aveva colpito e che avevo letto con curiosità e poi con piacere, immedesimandomi

Non esiste un’attività più prossima alla scrittura della cucina: entrambe necessitano di tecnica e immaginazione, di ordine e struttura, di esperienza e talento.

Così l’autrice nell’incipit al suo raccontare che prende le mosse da Posillipo negli anni Sessanta scandito dai cibi rifiutati e da quelli simbolo della crescita adolescenziale o delle riunioni politiche fino alle scelte per il gusto e il piacere di un sapore speciale che sa colmare i vuoti o creare nuovi sapori, inventandoli.

La recensione da Il mestiere di leggere di Pina Bertoli

Da Enrico Damiani Editore:

[…] piccolo, saporito romanzo di formazione, Iaia Caputo intreccia le passioni di una vita raccontando attraverso il cibo – assaporato, divorato, rifiutato, gustato, cucinato, condiviso – il dispiegarsi di un’intera generazione. Dall’infanzia anni Sessanta a Posillipo, scandita da riti e divieti, da grandi letture e un sentimento di sostanziale “inappartenenza” che la spingerà a scavalcare impaziente i recinti per correre sempre più avanti, a una giovinezza improntata alla passione politica, condita da arancini afferrati al volo per strada e interminabili riunioni alla nicotina, fino ad approdare a una maturità milanese, laboriosa e inquieta, dove la guantiera di dolci non è che una copia sbiadita delle paste barocche della sua città.

Elizabeth Jane Howard “Perdersi” presentazione

“Perdersi” in italiano, titolo originale “Falling” che tradotto alla lettera sta per caduta, racconta un’esperienza vissuta in prima persona dall’autrice e poi trasposta in maniera romanzata. Scrivere può essere catartico ovvero potrebbe permette di distaccarsi e di possedere meglio quanto interiorizzato o quanto non ancora completamente metabolizzato? Non è per tutti così, ma certamente per qualcuno è una strada da percorrere: la “Howard si mette a nudo e lo fa con una sincerità e un’umiltà davvero commoventi. Perdersi” , si legge nella presentazione dal Catalogo della Fazi Editore, è il “ritratto magistrale di un plagio psicologico e scavo profondo dentro una mente malata, è una testimonianza preziosa e conferma, ancora una volta, il suo grande talento nel raccontare”. La protagonista è Daisy commediografa di successo, dietro la quale rivive la propria disavventura la Howard, che provata dall’abbandono del marito si è rifugiata in un cottage con un giardino tutto da risistemare; si imbatte così in Henry un giardiniere. Ma chi è davvero Henry?

dal Catalogo Fazi Editore

Henry è un ultrasessantenne solo e piuttosto male in arnese, che vive sulla barca di una coppia di amici. La sua è stata un’esistenza sfortunata e apparentemente segnata dalla crudeltà delle donne. Lettore e pensatore, è un uomo privo di mezzi, ma non di fascino. Daisy è una drammaturga di successo, anche lei ha superato i sessant’anni e conduce una vita piuttosto solitaria in un piccolo cottage di campagna con giardino che ha da poco acquistato, dove contempla l’enorme vuoto affettivo che nessun uomo ormai riempirà più, nonostante una parte di lei continui a desiderare di essere amata ancora una volta. Quando Henry si offre come giardiniere, all’inizio Daisy è diffidente, ma poi gli consente di insinuarsi pian piano nella sua vita quotidiana: bisognosa com’è di affetto e attenzione, abbocca facilmente al suo amo. La tensione sessuale tra i due cresce in modo graduale, fino a che Daisy ne è obnubilata e non è più in grado di vedere Henry per quello che realmente è, nonostante i suoi amici e sua figlia, perplessi e sospettosi, continuino a metterla in guardia…[…]

Della stessa autrice:

“Gli anni della leggerezza. La saga dei Cazalet 1”

Libri di viaggio: Francesca Volpe “La toscana in Renault 4- Viaggio sui sentieri dell’ecofilia e della libertà” consigliato da Martina Castagnoli

Un viaggio nelle nostre terre, alla scoperta di luoghi vicini, trascurati per esterofilia o messi nella lista di quelli che visiteremo “da vecchi”. Francesca Volpe prende la sua Renault 4 e ci porta a perdersi in totale libertà tra le meraviglie del territorio toscano più intimo e selvaggio. Un viaggio on the road senza meta in un pellegrinaggio anche interiore attraverso storie e personaggi, alla ricerca di luoghi inediti e di nomi, vicende e storie, scoperte e catalogate nel tempo; é così che ci si trova a conoscere vite di “uomini e donne coraggiosi” che dedicano il loro tempo a progetti etici, di sostenibilità, di assistenza. In una mappa della Toscana, all’inizio del libro, l’autrice segna tutti i luoghi visitati e ci permette di andarli a scoprire anche in fughe domenicali a seconda della zona della toscana che vogliamo perlustrare. Un lavoro romantico ma meticoloso, nel quale l’emotività cela un’urgenza di far vedere che il bello è davvero intorno a noi, basta avere la curiosità di cercarlo..

Il libro è disponibile in libreria:  

Libreria On the road, via Vittorio Emanuele II,32A rosso, Firenze, come tutti  i libri di viaggio consigliati da Martina Castagnoli:

Lorenzo Barbiè “Pacific crest trail”

Alberto Bile “Una Colombia. Canzone del viaggio profondo”

Jennifer Clement “Gun love”

Patrick Leigh Fermor “Mani. Viaggi nel Peloponneso”

Mjlienko Jergovic “Radio Wilimowski”

Hernan Huarache Mamani “La profezia della curandera”

Paola Mastrocola “Non so niente di te”

Jenny Offill “Tempo variabile”

Vito Paticchia “Via della lana e della seta”

Lorenzo Pini “Lisbona”

Paul Lynch “Grace”

Catherine Poulain “Il grande marinaio”

Juan Pablo Villarino e Laura Lazzarino “Vie invisibili”

Pete Fromm “Indian Creek”

Qing Li “Shinrin-Yoku. Immergersi nei boschi”

Cristina Henriquez “Anche noi l’America”

Cristina Comencini “L’altra donna” recensione da Il Corriere Cultura

“La moglie aveva scoperto che viaggiava per lavoro con un’altra, che dormivano nella stessa stanza. L’aveva cacciato di casa e lui era andato a vivere con l’altra donna, la compagna di viaggio, e poi si erano lasciati. Ricordo benissimo che mentre me lo raccontava avevo pensato: ora l’altra sono io. Quello di cui voglio scrivere non riguarda il nostro amore, ormai finito da tempo[…]Voglio scrivere di lei, e di lui tra noi”

La recensione di Pierluigi Battista da Il Corriere Cultura

Non è detto che quando gli amori si complicano ci sia sempre qualcuno destinato a perdere. E non è neppure vero che, se due donne hanno in comune lo stesso uomo, debbano per forza essere rivali. 

Elena è giovane, Pietro è molto più vecchio di lei. Ma si sono scelti, e dalla loro relazione hanno deciso di tener fuori le ferite della vita di prima[…] Quando Maria, l’ex moglie di Pietro, riesce a conoscere Elena con un inganno, la vita si complica per tutti. Le due donne si raccontano, si confidano e confrontano, e poco per volta la figura di Pietro si trasforma per tutt’e due. La scrittura affilata e rivelatrice di Cristina Comencini torna a illuminare i vortici e le secche delle relazioni, scegliendo la prospettiva di due donne rivali che in comune sembrano avere soltanto lo stesso uomo. Una turbinosa e vitalissima riflessione sulla complicità e sulla rivalità femminile. […] .(da Catalogo Giulio Einaudi Editore)

e anche la recensione di Maria Anna Patti di CasaLettori

Chiara Moscardelli “Teresa Papavero e lo scheletro nell’intercapedine” presentazione

Ritroviamo Teresa Papavero all’opera in questo secondo romanzo che fa seguito a Teresa Papavero e la maledizione di Strangolagalli (2018), il paesino in cui la protagonista ha trovato notorietà proprio per aver risolto ben due casi di scomparsa e per essere diventata ospite fissa nel programma televisivo “Dove sei?” richiamando lì molti curiosi, al punto da rendersi utile l’apertura di nuove ricettività turistiche. Ed è così che Teresa, pronta ad inaugurare con l’amica Luigia il Bed & Breakfast dal nome battagliero di “Le Combattenti”, si imbatterà, nelle nuove vesti di imbianchina restauratrice, in uno scheletro umano nascosto nell’intercapedine di un muro da abbattere. Riuscirà ancora una volta la protagonista, dal fiuto insolito per gli indizi e con altrettanto talento a finire nei guai, a cavarsela e a risolvere non solo il caso in cui si è casualmente cacciata ma anche a ricucire le fila di un caso personale che da un primario abbandono l’ha resa così fragile e insicura nelle relazioni amorose?

Dalla Quarta di copertina:

[…] Chi vuoi che vada a Strangolagalli a nascondere uno scheletro? Teresa è pronta a scoprirlo e si affianca subito, e molto da vicino, al medico legale che si occupa del caso, tale Maurizio Tancredi. Ma se Tancredi non nasconde una certa simpatia nei suoi confronti, che fine ha fatto Leonardo Serra, il bel poliziotto che l’ha sedotta e abbandonata? E se si tratta di un cold case, chi è che la sta seguendo? Da Strangolagalli a Ventotene, da Roma allo spettrale manicomio di Aguscello, una nuova avvincente indagine della psicologa criminale più acuta e imbranata di sempre.

della stessa autrice:

Su Panorama libri: intervista a Chiara Moscardelli di Valeria Merlini

Javier Marías “Tutti i racconti” presentazione

Dalla “Nota preliminare” dell’Autore:

[…] “Come si può vedere nell’Indice, ho distribuito i racconti in due categorie: Racconti accettati, che comprende tutti quelli di cui ancora non mi vergogno. e Racconti accettabili, che annovera invece quelli per i quali un po’ di vergogna la provo, anche se non troppa.  […] trovandoli raggruppati in fondo al volume, il lettore che lo desiderasse potrà facilmente saltarli. Non sarà una grave perdita. I testi compresi nelle due parti sono trenta in totale, ma non esauriscono i miei contributi al genere. Esiste infatti una terza categoria che non compare […] essendo quella dei Racconti inaccettabili” […].

Così conclude, in chiave auto ironica,  la  Nota all’edizione corrente dei suoi Racconti: “considerato quanto poco io pratichi l’arte del racconto, negli ultimi tempi, è possibile che io non scriva più racconti […] Dubito fortemente che, se così dovesse risultare, per il genere sarà una gran perdita”.


[…] Un repertorio di fantasmi ed eccessi che ha al centro il tema dell’alter ego, dell’ombra che ci insegue ovunque e ci inquieta

[…]Il nuovo, splendido libro, uscito in questi giorni, è diviso spiritosamente in due parti: Racconti accettati e Racconti accettabili, alcuni dei quali hanno il piglio di un vero romanzo — barocchi, romanzeschi, estrosi, eccessivi, stralunati. (da La Repubblica Cultura del 28 settembre 2020 di Pietro Citati)


Dal Catalogo Giulio Einaudi Editore

Celebrati, introvabili, inediti, commissionati o nati per gioco: per la prima volta in un unico volume tutti i racconti di Javier Marías, classificati secondo il suo personale giudizio – e la consueta autoironia – in «accettati» e «accettabili». […] «Concepisco di scrivere qualcosa soltanto se mi diverto, e posso divertirmi soltanto se m’interesso. Non è necessario aggiungere che nessuno di questi racconti sarebbe stato scritto se non avessi provato interesse nei suoi confronti», dichiara Marías in una delle note preliminari di questo volume – e l’affermazione trova evidente riscontro anche nelle poche e gustose pagine introduttive – in cui per la prima volta sono riuniti tutti i suoi racconti, dalle celebri raccolte Mentre le donne dormono e Quand’ero mortale, a Malanimo, quasi un romanzo a sé, fino agli inediti più o meno recenti. Dottori ambigui, misteriose guardie del corpo, fantasmi testardi, inquietanti doppelgänger, un’aspirante attrice porno, una donna e un uomo vittime di una lancia africana, un maggiordomo incastrato in un ascensore, un amante perseguitato dai ricordi, una coppia mafiosa caduta in disgrazia, un killer professionista che cerca di dissuadere coloro che vogliono assumerlo […]