Alessia Gazzola “La ragazza del collegio” presentazione

Giallo e rosa i due colori che la Gazzola sa ben mescolare nei suoi romanzi che nel caso specifico riguardano una protagonista di successo: Alice Allevi, non più allieva ma ormai specialista in Medicina Legale e felicemente realizzata anche a livello sentimentale con Claudio Conforti.

Una sfida, come scrive l’autrice in una pagina recente ( tuttolibri La Stampa Sabato 9 ottobre 2021) in cui illustra il suo nuovo romanzo, proprio perché la serie che la vede personaggio principale la segue proprio in quegli anni in cui Alice è “un’allieva”, una studentessa precaria e giovane che deve ancora realizzarsi in una relazione importante.

La volontà di questo ritorno lo spiega la stessa Gazzola, doveva “servire a riannodare alcuni fili rimasti sospesi nei precedenti” e mettere a fuoco gli obiettivi di una donna con una relazione stabile e un impiego da professionista. Anche per Alice c’è un ritorno, in Italia, da Washington insieme a Claudio Conforti che potrebbe aspirare a diventare il nuovo Supremo dell’Istituto

Ed ecco allora la nuova Alice alle prese con un nuovo caso, quello di Francesca, una ventitreenne investita e uccisa da un’auto pirata.

Un incidente o la volontà di uccidere?

C’è quindi tanto da indagare per la protagonista da sempre ottimo segugio, anche se dilettante. Ma non sarà l’unico caso a coinvolgere la dottoressa specializzata ormai in Medicina Legale, ma anche quello di un bambino, un trovatello silenzioso che pare non saper parlare, e di cui non si nulla né chi siano i genitori, né da dove venga.

Da Longanesi Libri

“Alice è tornata dopo un intenso periodo vissuto a Washington insieme a Claudio Conforti, e c’è una ragione precisa dietro la decisione della coppia più scintillante della medicina legale. Per Claudio, infatti, questa è l’occasione della vita: la Wally sta per andare in pensione e la corsa alla successione in qualità di direttore dell’istituto sembra aperta e subito chiusa: CC appare come la persona ideale per assurgere al  ruolo di nuovo «Supremo» dell’istituto. Ma, mentre lo scatto  di carriera di Claudio, contro ogni previsione, si rivela tutt’altro che facile, Alice – ora medico legale praticante a tutti gli effetti – si trova coin­vol­ta non in uno ma in ben due casi che presto si dimostrano in grado di mettere alla prova il  suo ben noto fiuto investigativo”. […]

Dello stesso autore su tuttatoscanalibri.com

Alessia Gazzola e la nuova trilogia con Costanza Macallè

Alessia Gazzola “Lena e la tempesta” 

Premio Bancarella ad Alessia Gazzola con “Il ladro gentiluomo”

Alessia Gazzola “Un tè a Chaverton House

Premio Strega Europeo

17 ottobre 2021 premiazione del vincitore dell’ottava edizione:

il bulgaro Georgi Gospodinov con il romanzo Cronorifugio insieme a Giuseppe Dell’Agata, traduttore del libro vincitore, per sottolineare l’importanza delle traduzioni, strumenti di dialogo e di conoscenza.

La sinossi e notizie biografiche dal Catalogo Voland Edizioni

Gaustìn, un bizzarro personaggio che vaga nel tempo, inaugura a Zurigo una “clinica del passato” dove accoglie quanti hanno perso la memoria per aiutarli a riappropriarsi dei loro ricordi. Ogni piano dell’edificio riproduce nei dettagli un decennio del secolo scorso, e la prospettiva di un confortevole rifugio dal presente finisce per allettare anche chi è perfettamente sano. In Europa intanto viene indetto il primo referendum sul passato e la campagna elettorale si fa ben presto movimentata… Il nuovo, attesissimo romanzo di Georgi Gospodinov ci porta a Zurigo, Sofia, Vienna, Sarajevo, Brooklyn, e in altri luoghi e tempi, e ci mette di fronte a tutta l’incertezza del futuro, mescolando satira e nostalgia, storia e ironia, in un irresistibile viaggio nello sconfinato continente di ieri.

Georgi Gospodinov Nato a Jambol nel 1968, è poeta innovativo e raffinato, prosatore e studioso di letteratura, oggi considerato lo scrittore più talentuoso della Bulgaria. Con il suo esordio narrativo, Romanzo naturale (Voland 2007), accolto come una vera rivelazione, ha immediatamente incontrato il favore di critica e pubblico che ne hanno decretato lo straordinario successo, e ha ottenuto il primo premio del concorso Razvitie per il romanzo bulgaro contemporaneo. È tradotto in diciannove lingue.
Di Gospodinov Voland ha pubblicato la raccolta di racconti …e altre storie (2008) e il romanzo Fisica della malinconia (2013), con il quale nel 2014 è stato finalista del Premio Von Rezzori e del Premio Strega Europeo.
Quella italiana è la prima traduzione mondiale del nuovo romanzo Cronorifugio, con il quale l’autore si è aggiudicato per la seconda volta il prestigioso Premio letterario nazionale per il romanzo bulgaro dell’anno.
Di lui è stato detto: “Definito il Milan Kundera della Bulgaria per i suoi viaggi nel mondo interiore, potrebbe essere accostato anche a Friedrich Dürrenmat per la sua riscrittura del mito del Minotauro, ma a ben vedere Georgi Gospodinov è uno scrittore unico.”

La recensione di Pina Bertoli su Il mestiere di leggere

I libri candidati al Premio Strega Europeo 2021:

  • Ana BlandianaApplausi nel cassetto (Elliot), traduzione di Luisa Valmarin
    – Premio dell’Unione degli scrittori di Romania
  • Aixa de la CruzTransito (Perrone), traduzione di Matteo Lefèvre
    – Premio Euskadi de Literatura en castellano
  • Georgi GospodinovCronorifugio (Voland), traduzione di Giuseppe Dell’Agata
    – Premio letterario nazionale bulgaro
  • Hervé Le TellierL’anomalia (La nave di Teseo), traduzione di Anna D’Elia
    – Prix Goncourt, la recensione su tuttatoscanalibri
  • Anne WeberAnnette, un poema eroico (Mondadori), traduzione di Agnese Grieco
    – Deutsch Buchpreis

Un racconto per il fine settimana

Nel bosco delle streghe

– Ritorna?

– Sì.

– Per sempre?

– Chi lo sa?

– È matto, scusate. Venire a seppellirsi qui!

– Vi è nato.

– Suo padre lo portò via a dieci anni. Che amore può avere al paese?

– Ma, poiché ritorna….

– Per questo, scusate, ho detto che è matto. All’improvviso si sente afferrare dalla smania….

– Da nessuna smania. Tranquillamente arriva, e più tranquillamente potrà ripartire.

Don Matteo Domelli era molto seccato di esser costretto a rispondere alle continue interrogazioni intorno a suo nipote che doveva giungere dall’America. Tutti, amici, conoscenti, sfaccendati volevano sapere: – È dunque vero? – Come mai? – Pare che abbia fatto fortuna. – Per poco o per sempre? – Eh! La terra nativa! – Donde viene? Da Nuova York? Da San Paolo? Da Buenos Aires? Che dirà di questo mondezzaio? Scapperà dopo due giorni!

Non la finivano! E se Don Matteo faceva una spallucciata e rispondeva appena o non rispondeva affatto, malignavano:

– Non è contento che gli piombi in casa il nipote!

– Perché è uno solo. Dovrebbero essere tre!…

Alludevano alle tre figlie nubili del Domelli che secondo le male lingue, minacciavano di spighirgli in casa.

Invece egli non vedeva l’ora che il nipote arrivasse.

– Sarà già partito, è vero, babbo?

– Ha scritto che avrebbe telegrafato da Genova.

– Tu dici che non lo riconosceresti, babbo; ma dai ritratti….

– Ritratti di parecchi anni addietro.

– Dev’essere di umore allegro….

Questo si vedeva dalle lettere che con molta regolarità scriveva da un anno alle cugine, a turno, per non destare invidie.

– Lettere strambe! – esclamava Maria, la maggiore – Senza capo né coda.

– Sembra però, leggendole, di udirne la voce – soggiungeva Cristina.

Sara non diceva niente. E quando Maria e Cristina si divertivano quasi a declamare le lettere del cugino e a commentarle ridendo, ella sentiva dispetto di quella specie d’irriverenza verso l’assente. L’arrivo di una di queste missive era un avvenimento nella famiglia. Per due, tre giorni non si parlava d’altro. Cristina e Maria le comunicavano alle amiche, anche per darsi l’aria che ricevevano lettere dall’America. Sara, dopo che le sorelle e il babbo avevano lette quelle indirizzate a lei, le faceva sparire in fondo a una cassetta del canterano in camera sua. Le ispiravano un sentimento ch’ella stessa non sapeva se fosse di compassione o di pietà.

Sotto quegli scatti di allegria, di buon umore, di gentile malizia, coi quali il cugino Alberto infiorava i larghi fogli azzurrognoli, abbandonandosi, a intervalli, allo sfogo epistolare, Sara intuiva una tristezza, un senso di nostalgia che la vivace prodigalità dei motti, delle bizzarrie, dei capricci non riusciva a celare.

E la inattesa risoluzione del ritorno, dopo tanti anni di assenza, la confermava in questa convinzione. Pensava:

– Chi sa che delusioni ha provate!

In quel mese, il cugino aveva rotto la regolarità del turno nella corrispondenza con le tre sorelle.

A Maria scriveva:

«Finalmente, cara cugina, potrete dire: Ah! È questo il bel cesto?… Che volete? Non posso rimpastarmi per rendermi più aggradevole. Mi sono americanizzato, mio malgrado. Quando l’ascensore mi fa salire rapidamente, al quindicesimo piano, nel mio modestissimo appartamentino, io penso all’impressione che mi farà il salire, a piedi, i venti, trenta scalini di casa vostra. Mi parrà di abitare sottoterra. Al quindicesimo piano! Cioè, una dozzina di volte più in su del campanile della vostra Matrice. Fra le nuvole! (Quasi la mia testa non ci fosse abbastanza!) Affacciandomi alla finestra e guardando giù nella via, che cosa buffa quelle pulci che sembra si rincorrano! E sono uomini, signore, signorine!

«Ebbene, abitando così alto, al terzo se non al settimo cielo – ce ne sarà qualche altro, credo: chi li ha scandagliati e contati? – io non sono ancora diventato un angelo, non mi son visto crescere le ali…. Ma non parliamo di cosa da crescere alle spalle, perché, cara cugina, vedrete che le ali possono accennare a spuntare e poi si arrestano, si atrofizzano… Vuol dire che per trasformarsi in angelo non giova neppure elevarsi fino al terzo cielo! Non è giovato, infatti, alle mie coinquiline del piano di sopra, il sedicesimo: due americane, ossute, stridule, con certi denti – qualcuno legato in oro – e che volevano insegnato l’italiano da me… come se l’italiano fosse roba da esser masticato da quelle bocche!

E a Cristina scriveva:

«…. E ora mi caverò la curiosità che mi son riserbata di appagare coi miei occhi. Siete bruna? Siete bionda? Autentica, certamente. Le tinture, spero, non sono arrivate fino a costì. Maria, lo ricordo, ha capelli nerissimi, a meno che…. Ma no; è assurdo pensare che le sia venuto in testa di mutarli di colore. Voi, allora a tre anni, eravate quasi bionda, ma ora, invecchiando…. Qui si dice pane al pane, e vino al vino… quando non c’è interesse di dire il contrario. Ed io ho scritto la parolaccia: invecchiando, sicuro che essa vi farà sorridere; a vent’anni si è appena giovani.

«Il colore dei miei?… Era… Me ne rimangono così pochi in testa, che da un pezzo non ho voluto accertarmi di che colore siano diventati. E poi, la calvizie è in grande onore. Significa: cervello caldo, attivo. Quasi tutti gli americani son calvi. Preparatevi, dunque, a un disinganno, se i miei ventisette anni vi han fatto credere… prendo le mie precauzioni, per evitarvi intorno alla mia persona quante dispiacevoli sorprese è possibile. Aggiungo: niente barba, come i servitori di grandi famiglie. – Costì non ce ne sono. – Come i nostri contadini di una volta, se non son cambiati. Qui, anni fa, era di moda un ciuffetto di peli al mento, alla Lincoln; ma ormai, quel Presidente è dimenticato; e l’attuale non è riuscito ad imporre i suoi baffi…. Divago, cara cugina. E vorrei dirvi tante cose!… Sarà meglio dirvele a voce, tra poche settimane».

E a Sara scriveva:

«…. Quando penso che non eravate nata l’anno ch’io lasciai Merenzòla, e che ora avete diciassette anni, mi par di essere un Matusalemme di fronte a voi. Se vi dicessi che voi siete la maggiore curiosità del mio viaggio, non scriverei un’esagerazione. Lo zio lo ricordo benissimo; Maria la riveggo con le vesti corte di quando facevamo il chiasso nell’orto e spesso ci bisticciavamo; Cristina era una naccherina vispa, permalosa, a tre anni. Voi… non vi eravate ancora degnata di venire in questo mondo, e perciò non riesco a figurarmi, in nessun modo, la vostra persona. Ma, dunque, Merenzola è così segregata dalla vita civile da non essere stata mai visitata da un fotografo ambulante? Meglio così, dico ora.

Che dolce rifugio mi parrà! Che pace vi godrò! Voi non sapete affatto immaginare il fracasso di queste infernali città, che ci stordisce notte e giorno! Credo che dovrò rieducare i miei sensi a percepire il silenzio, il beato silenzio della casa, della campagna!

E se mi vedrete rimanere muto, mezzo stordito, non ve ne maravigliate, piccola cugina. Starò ad ascoltar Maria che, mi figuro, deve chiacchierare volentieri, e Cristina, la quale, anche a tre anni aveva una linguetta!… E voi, che, spero, non sarete ritrosa di parlare come siete avara di scrivere. L’ho notato: le vostre lettere non vanno mai più in là delle due paginette! Ma sono carine, deliziose…. Preparatevi dunque a sciogliervi bene lo scilinguagnolo. Mi piace tanto star ad ascoltare!….».

Il signor Domelli – cosa eccezionale in quel grosso villaggio di Merenzòla – aveva fatto educare le figlie nel collegio di Sant’Anna di una città vicina; ma dopo la morte della moglie, le aveva ritirate in casa. La loro istruzione era rimasta a mezzo, né esse avean sentito bisogno di continuarla da loro. Leggiucchiavano, di quando in quando, i romanzi ricevuti in prestito da una delle maestre elementari; spesso, però, meno Sara, preferivano di sentirseli raccontare da una sentimentale amica, invitata a desinare in casa Domelli tre volte al mese.

Maria e Cristina si davano l’aria di signorine tra le ragazze della loro età che non erano state in nessun collegio, tentavano di distinguersene anche nei vestiti; ma non erano arrivate al punto di smettere lo scialle e portare il cappello. In questo avevano trovato ostile la volontà del padre, uomo un po’ all’antica e che voleva fare – come diceva – il passo secondo la gamba.

– Sareste ridicole, tra le vostre pari.

Ora contavano sull’arrivo del cugino, il quale si sarebbe maravigliato di ritrovar tutto immutato in Merenzòla.

– Uno che vien dall’America! Forse non sa neppure che al mondo esistano ancora gli scialli!

– E il babbo dovrà piegare la testa!

Intanto Maria e Cristina si vuotavano il cervello per indovinare la ragione dell’improvviso ritorno del cugino.

– Che ne dici tu, babbo?

– Ma, tra giorni, potrete domandarlo a lui.

– Sarà sincero?

– La curiosità è passata. Per me, potrà arrivare, dimorar qui, a suo piacere, ripartire, e non gli domanderò niente dei fatti suoi. Mi basterà di aver riveduto il figlio del mio povero fratello, che, forse, sarebbe vivo ancora, se non fosse andato a farsi ammazzare dalla febbre gialla colà. Non ne ho saputo niente da tanti anni; credevo morto anche lui.

La curiosità delle ragazze si accrebbe dal giorno che la posta recò un fascio di giornali e due pacchi di libri indirizzati al signor Matthew Storm, presso il signor Matteo Domelli, Merenzòla.

– Chi è costui, babbo?

– Qualche amico di Alberto, suppongo.

– Verrà in casa nostra, babbo?

– Come se a Merenzòla esistesse un albergo! Faremo un po’ di posto anche a lui.

Erano lontane dall’immaginare che quello fosse lo pseudonimo letterario del cugino, e che i cinque volumi ben rilegati, con in testa dei frontespizi il nome di Matthew Storm, rappresentavano la sua produzione di quegli ultimi anni, quando egli era riuscito a farsi la bella fama di piacevolissimo narratore di Storielle – Littles storys – piene di brio, di fantasia, di umore esotici, da non tradir affatto l’origine italiana dello scrittore.

Da qualche tempo in qua, un’intima crisi era accaduta nell’animo di Alberto Domelli. Non poteva dirsi stanchezza; piuttosto aspirazione a qualcosa di meno materiale di tutto quel che lo circondava. E da questo sentimento, vivissimo e insoddisfatto, provenivano le briose littles storys dove la immaginazione prendeva il sopravvento su la realtà, non con lo scopo di alterarla, ma di smascherarla, perché niente egli giudicava più falso e più ipocrita di quella realtà tra cui le vicende della vita lo avevano condotto ad aggirarsi quasi sperduto.

Ammirava assai gli uomini americani; le donne – almeno le molte che aveva potuto conoscere da vicino, le altre che si era ingegnato di studiare a una certa distanza – le donne americane gli erano divenute odiose, insopportabili. E per ciò, da due anni, si era sentito spinto verso le cugine sodisfacendo con quelle lettere a un bisogno di arte, e a uno sfogo di sentimenti.

Giacché, con pochissime modificazioni, le Lettere alle Cugine, attribuite a uno dei personaggi delle sue storielle, erano state prima pubblicate in rassegne illustrate, ottenendo un gran successo, e poi raccolte in volume.

Maria e Cristina, pensando a uno dei tanti scherzi del cugino, avevano ceduto alla curiosità di disfare i pacchi dei libri, ed erano rimaste deluse.

– Sono scritti in lingua turca! – aveva detto, scherzando, Don Matteo, che, come le figliuole, non sapeva una parola d’inglese.

Soltanto Sara aveva provato il desiderio di sfogliare uno dei volumi, precisamente il quarto, ed era rimasta commossa di vedere in capo di quelle lettere i nomi di Mary, di Christina e di Sarah facilmente riconoscibili. My little Sarah! Quante volte c’era? Cinquanta volte; le aveva contate. E tenne per sé la scoperta, quasi un dolce segreto, anzi, un dolce mistero, di cui avrebbe chiesto spiegazione al cugino appena arrivato. Che significava quel little? E perché ai nomi di Mary e di Christina era premesso invece My dear?

Ed ecco, finalmente, una sera il promesso telegramma da Genova:

Arriverò domani.

Quantunque da una settimana la casa fosse preparata a riceverlo, insieme col creduto suo amico Storm, pel quale era stata preparata alla meglio una camera, il telegramma produsse un po’ di tramestìo. Don Matteo aveva raccomandato alle figlie:

– Molta pulizia! Molta pulizia!

E la casa era stata ridotta uno specchio, per quel che permetteva un’abitazione di Merenzòla. Don Matteo si era occupato specialmente a far ripulire quella specie di giardinetto, o di orto, che la circondava.

Il ritorno del figlio di Domelli, come lo chiamavano i merenzolesi, era un grande avvenimento. Infatti, una folla di curiosi, donne, ragazzi, ne attese l’arrivo all’entrata del viale alberato che precedeva le prime case.

Don Matteo e Maria gli erano andati incontro con quella carcassa postale, la quale assumeva superbamente il nome di vettura – corriera, smentito dai due ronzini che la trascinavano giù, da Merenzòla alla stazione ferroviaria, e da questa su, su per i cinque chilometri di stradale, con il sacco della posta e qualche raro passeggero.

Attendevano da un’ora l’arrivo del treno.

Per farsi riconoscere Alberto, dal finestrino, prima che il convoglio si fosse fermato, chiamò: «Zio! zio!», salutando con gesti affettuosi anche la cugina.

Egli si accorse della penosa sorpresa provata da quei due dopo che era sceso dal vagone.

Abbracciato e baciato lo zio, aveva preso per le mani Maria e l’aveva baciata, dicendo allegramente:

– In America non si può baciare più; ma qui, faccio all’antica, che è la più gentile usanza… Ah! sono il solo viaggiatore che viene a Merenzòla? – soggiunse appena il treno ripartì. – Tanto meglio!… il mio bagaglio? Queste due valigie. I bauli arriveranno domani.

Si vedeva; aveva qualcosa da dire, ed esitava, sorridendo. Ma, appena montati in carrozza, parlò:

– Sai, zio? Io l’ho già scritto alla cugina: ma forse non mi sono spiegato chiaro. Mi trovate, inattesamente, un gobbetto porta-fortuna, è vero?

– Come mai? Tu eri diritto come un fuso! – lo interruppe don Matteo.

– Una trave, che poteva ammazzarmi, mi produsse tale lesione alla spalla sinistra da ridurmi come mi vedete. Non ho voluto sottopormi a un’operazione chirurgica…

Padre e figlia non risposero niente; e don Matteo per sviare il discorso, domandò sovvenendosi:

– E il tuo amico Storm? Sono arrivati libri e giornali diretti a lui.

– Oh! quel matto! – rispose seriamente. – È rimasto a mezza strada; ma verrà; me l’ha promesso.

E riprese:

– Cara cugina, voi e le vostre sorelle non avete sospettato niente quando, nell’ultima mia lettera, vi scrivevo «Non parliamo di cose da crescere alle spalle. Vedrete che le ali possono accennare a spuntare e poi arrestarsi, atrofizzarsi!» Proprio niente? Che diranno Cristina e Sara? E che diranno soprattutto, le pettegoline di Merenzòla? Non m’importa di esse…

La carrozza montava lentamente.

– Io – continuò – son venuto per lo zio, che mi sembra più giovanotto di me, e ne sono lietissimo; e son venuto anche per le care cugine… Sapete che vi siete fatta assai più bella di quanto immaginavo? Oh, come s’invecchia sollecitamente in America! Voi… Permetti, zio, che riprenda con la cugina il tu di quando fecevamo il chiasso nell’orto? E voi, cugina?… Grazie! Il voi cominciava a impacciarmi nelle lettere… Come rimarranno Cristina e Sara sentendosi dare inaspettatamente del tu!

Anche con quella protuberanza alla spalla sinistra, Alberto era un bel giovane; Maria lo pensava. Ma, stando silenziosa, un po’ perché intimidita della presenza del nuovo arrivato, un po’ perché dispiacente di averlo trovato col brutto difetto che lo rendeva ridicolo, riusciva a stento a nascondere la delusione di quel momento. Sentiva ricadere sopra di sé, su le sorelle, su la sua famiglia, insomma, tutte le feroci malignità delle ragazze merenzòlesi, che non si lascerebbero sfuggire l’occasione di ridere alle loro spalle, quasi la disgrazia del cugino le riguardasse in qualche modo.

La carrozza montava ancora più lenta; pareva che le due rozze sonnecchiassero nel trascinarla. Don Matteo si scusava.

– Ma, anzi! Ma, anzi! – diceva Alberto. – È una sensazione nuova per me. Voialtri non potete apprezzarla. Passare dalle corse a rotta di collo – e spesso ci si rompe il collo davvero! – a questa specie di dondolìo, di cullamento che fa sentire un po’ l’ansia dell’arrivo… Ah, che delizia!

– Voi, caro cugino…

– Tu, se non ti dispiace…

– Già… Bisogna abituarsi. Tu parli così per non mortificarci. Ci trovi ancora mezzi selvaggi… Non è colpa nostra. Vedi dove la cattiva sorte ci ha fatto nascere?

Si scorgevano, in alto, quasi affacciate su la roccia, le prime case di Merenzòla, sospese tra cielo e terra, infocate dal sole in tramonto.

– Invidiabile! – esclamò Alberto Domelli.

PRIMA PARTE

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da Luigi Capuana “Novelle” ParvaLicetEdizioni

Enrico Morovich, “La Morte in pantofole” racconti brevi a cura di Francesco De Nicola, Oltre Edizioni

Nel panorama piuttosto uniforme della narrativa italiana, per lo più oscillante tra rappresentazione del vero, voli di fantasia e sperimentazione, il nome del troppo poco conosciuto Enrico Morovich (Fiume 1906-Lavagna 1994) spicca per una sua indiscussa originalità come autore di racconti brevi giocati tra l’ironico e il macabro.

Con le sue brevi prose, dove i protagonisti sono spesso oggetti animati o animali parlanti, aveva conosciuto un periodo di grande successo negli anni Trenta, quando la sua firma appariva frequentemente su numerosi quotidiani e settimanali di grande diffusione. Il massimo riconoscimento le ebbe da uno dei maggiori critici italiani, Gianfranco Contini, che nella sua antologia di racconti surreali (Italie magique, 1946 poi tradotta nel 1988) lo inserì a fianco a narratori di grande successo come Bontempelli, Palazzeschi e Moravia.

Nel dopoguerra Morovich continuò a scrivere i suoi straordinari racconti brevi e anche alcuni romanzi come Piccoli amanti che nel 1991 fu finalista al premio Strega. In questo libro si ripropongono ora, a cura di Francesco De Nicola, i cinque racconti inclusi da Contini nella sua antologia e altri scritti nella seconda metà del Novecento che ribadiscono la forte originalità della sua narrativa breve. Nel 1993 raccolse nel volume Un Italiano di Fiume le sue memorie giovanili ambientate in quella terra istriana dalla quale fu esule dal 1950.

Prezzo 17 euro, pagine 192.

Enrico Morovich nato a Sussak, sobborgo di Fiume quando la città fa ancora parte del Regno d’Ungheria (nel quadro dell’Impero Austroungarico), Enrico Morovich prende nel 1924 il diploma di ragioneria, impiegandosi successivamente prima in Banca d’Italia, poi presso i Magazzini generali. Nel 1929 conosce Alberto Carocci che gli apre le porte di Solaria e La Fiera Letteraria, con le quali inizia a collaborare. È del 1936 la sua prima, significativa, creazione letteraria, L’osteria sul torrente, che viene pubblicata da Solaria. Seguiranno Miracoli quotidiani (1938), I ritratti nel bosco (1939), Contadini sui monti (1942) e L’abito verde (1942). In quegli anni lo scrittore pubblica saggi e racconti anche ne Il Selvaggio e in Oggi. Gli ultimi anni di guerra e i primi del dopoguerra, particolarmente cruenti per Fiume e per tutta la Venezia Giulia, interromperanno per alcuni anni la propria attività letteraria, che riprenderà solo nel 1962, con Racconti e Fantasie. Nel 1950 lo scrittore decide di abbandonare la propria terra di origine, che nel frattempo è passata alla Jugoslavia (1947) ed emigrare in Italia. Dopo aver vissuto per alcuni anni in varie città italiane, a Napoli, Lugo, Viareggio, Busalla e Pisa, si stabilisce a Genova nel 1958, dove risiederà per oltre trent’anni. A Genova torna a pubblicare, dopo tredici anni di silenzio, romanzi e racconti, fra cui: Il baratro (1964), Gli ascensori invisibili (1981), I giganti marini (1984), Piccoli amanti (1990). Inizia anche collaborare con la rivista “Il Mondo”. Nel 1990 si trasferisce nella zona di Chiavari-Lavagna, dove si spegnerà, ottantasettenne. Un anno prima di morire pubblica Un italiano di Fiume (1993), commossa rievocazione della propria città d’origine e delle proprie vicissitudini in terra italiana. Lo scrittore fiumano ci ha lasciato anche alcuni originalissimi disegni, esposti al pubblico, nel 1985, a Genova.

Younis Tawfik “La sponda oltre l’inferno” Oligo Editore

Il mare è un mostro. È malvagio. Un polpo con tentacoli senza fine. Un’affascinante bestia mitologica con la pelle liscia e morbida come seta. Ti avvolge dolcemente, ma ti divora quando è arrabbiata. È un essere senza pietà.

Quante vite si perderanno ancora nel Mediterraneo? E cosa sarà dei migranti giunti sulla sponda oltre l’inferno? In questo nuovo avvincente romanzo Younis Tawfik, iracheno di nascita e tra i maggiori esperti di Medio Oriente in Italia, pone al lettore queste e tante altre domande. E lo fa attraverso cinque destini, cinque vite di superstiti di un naufragio al largo della Libia che si incontrano seduti in cerchio sotto la luna di Lampedusa. I protagonisti, quattro uomini e una donna provenienti da diversi paesi dell’Africa, si sono conosciuti in un centro di detenzione alle porte di Tripoli, ultima tappa dei micidiali viaggi della salvezza. Insieme hanno rischiato di morire per mano di crudeli carcerieri, sotto i colpi della fame, il dilagare delle malattie e, infine, fra le onde del Mediterraneo. Un racconto polifonico, umanissimo e straziante, dove la reciproca testimonianza diventa catarsi e restituisce a uomini e donne feriti la loro dimensione di essere umani.

Pagine 288 pagine 16,90

Younis Tawfik è nato a Mosul, in Iraq. Nel 1979 si trasferisce a Torino dove nel 1986 si laurea in Lettere, per poi dedicarsi alla divulgazione della letteratura araba (traducendo autori quali Gibran) e collaborare come opinionista a testate come “Repubblica”, “Il Mattino” e “Il Messaggero”. Attualmente presiede il Centro culturale italo-arabo di Torino “Dar al-Hikma” ed è membro della Consulta islamica in Italia. Ha pubblicato libri di poesia e vari saggi e romanzi, soprattutto per Bompiani, tra cui ricordiamo L’Iraq di Saddam (2003), Il Profugo (2006), La sposa ripudiata (2011) e La straniera, vincitore del Premio Grinzane Cavour, pubblicato nel 2000 e riproposto nel 2021. Da questo libro nel 2009 è stato tratto l’omonimo film con la regia di Marco Turco.

Walter Veltroni “C’è un cadavere al Bioparco” presentazione

Ancora un caso per il Commissario Buonvino: una vittima irriconoscibile, il cadavere di un uomo nudo e decapitato nella teca di un’anaconda verde del Sud America al Bioparco a Villa Borghese.

Un caso in sé difficile, con una vittima irriconoscibile da identificare, reso ancora più difficoltoso dalla fobia che sin da bambino lo travaglia, l’ erpetofobia, la paura dei rettili e in particolare dei serpenti.

L’assassino non ha lasciato impronte, ha saputo evitare le telecamere e si è introdotto nel rettilario senza scasso. Sempre all’opera con la sua squadra, quei “magnifici” sette agenti a cui si erano successivamente uniti i due nuovi ingressi, uno dei quali ha conturbato non solo il cuore del commissario Buonvino, piacente e libero cinquantenne, riuscirà con la sua pazienza e con le intuizioni dei suoi collaboratori a risolvere l’intricato rompicapo? Il lettore dovrà attendere, l’agnizione finale lo aspetta in chiusura di questo terzo romanzo che potrebbe andare oltre la trilogia raggiunta.

Da Marsilio Editori

Dopo la felice soluzione del caso del bambino scomparso, il commissario Buonvino si gode la quiete ritrovata del parco di Villa Borghese e le gioie dell’amore. Ma è una tregua di breve durata. Il ritrovamento di un cadavere nel rettilario del Bioparco, il giardino zoologico della capitale ospitato all’interno della Villa, rappresenta una brutta gatta da pelare per Buonvino […] Quasi ci trovassimo nel più classico dei gialli di Agatha Christie, Buonvino dovrà dar fondo a tutto il suo acume e alle sue capacità deduttive per sbrogliare i fili di un’indagine in cui gli indizi scarseggiano e i sospettati abbondano, e smascherare finalmente il colpevole.

Dello stesso autore:

Assassinio a Villa Borghese

Buonvino e il caso del bambino scomparso

Mirko Mussetti “La rosa geopolitica. Economia, strategia e cultura nelle relazioni internazionali”Paesi Edizioni


L’analista di geopolitica e geostrategia Mirko Mussetti definisce nel saggio le competenze indispensabili per orientarsi nella conoscenza e comprensione delle dinamiche geopolitiche: dall’ascesa e caduta dei grandi imperi al libero mercato, dalle guerre ibride alle nuove sfide per la sicurezza e l’intelligence. Con la prefazione di Lucio Caracciolo, direttore di Limes

In tempi di pandemia, nuove minacce terroristiche e scontri economici globali, il termine «geopolitica» è soggetto a ripetute rivisitazioni e, in molti casi, anche a utilizzi impropri. Come orientarsi? Un utile strumento giunge da Mirko Mussetti, analista di geopolitica e geostrategia, che nel nuovo saggio ‘La rosa geopolitica. Economia, strategia e cultura nelle relazioni internazionali’ rimette ordine nello studio della disciplina, partendo da un’analisi delle sue branche – geoeconomia, geostrategia e geocultura – e di come la mancanza di politiche incisive in questi ambiti sia alla base dell’attuale declino delle nazioni.
 
Secondo l’autore il terreno che disegna i nuovi equilibri tra le potenze non è più quello del conflitto convenzionale ma ibrido: dal global marketing alla guerra economica e cognitiva. Compito dell’intelligence è padroneggiare appieno questi fronti e garantire così la sicurezza dello Stato.
 
La sfera della «politica» è sempre necessariamente condizionata da una conoscenza approfondita della storia, della geografia, della filosofia, della sociologia e della psicologia non solo del proprio Paese di appartenenza, ma ugualmente di ogni altra area del mondo e delle relazioni internazionali tra Stati e regioni. Nel saggio Mussetti prova a definire un approccio in grado di inquadrare in modo sistemico tutte le competenze elencate e, dal suo punto di vista, l’indispensabile competenza richiesta ai leader contemporanei nel mondo delle istituzioni ma anche delle imprese diventa la comprensione delle dinamiche geopolitiche.
 
Tra le pagine del libro, in forma ammirabilmente sintetica e in stile perfettamente leggibile, si trova una vera e propria “teoria della geopolitica”, a un elevato grado di astrazione. «Il limite di ogni astrazione sta nella compressione massima degli eventi entro contenitori concettuali – scrive Lucio Caracciolo, direttore di Limes, nella prefazione del libroL’abilità dell’autore, conscio di tale limite, sta nel rigore logico con cui padroneggia e indirizza l’astrazione. Così esponendola alla confutazione di chi volesse opporvi altra teoria. Soprattutto, offrendo questo suo saggio come contributo all’impresa dell’artigiano geopolitico, per dargli orientamento e consapevolezza della varia casistica che si troverà a trattare. Con lo sguardo sempre orientato su quei classici cui ogni mente occidentale sollecitata a riflettere sul presente dovrà riferirsi».
 
Con la postfazione di Salvatore Santangelo, giornalista e docente universitario, il saggio è inoltre impreziosito da un glossario di approfondimento. Edito da Paesi EdizioniLa rosa geopolitica. Economia, strategia e cultura nelle relazioni internazionali di Mirko Mussetti, è disponibile nelle librerie e negli store online a partire dal 7 ottobre.
 

Mirko Mussetti, analista di geopolitica e geostrategia. Collabora con Limes, rivista italiana di geopolitica. Ha pubblicato Áxeinos! Geopolitica del Mar Nero (goWare, 2018) e Némein. L’arte della guerra economica (goWare, 2019) con cui ha vinto la settima edizione del Premio Voltaire per la saggistica di Lucca

Costanza DiQuattro “Giuditta e il monsù” presentazione

Nell’ultimo romanzo della DiQuattro ancora la Sicilia protagonista e il mondo aristocratico di Ibla tra Ottocento e Novecento. Si apre nel 1884 e si chiude con l’inizio della Prima Guerra Mondiale. Ancora una famiglia illustre e il contorno di quella carovana di personaggi minori che la costellano. Un mondo, come afferma l’autrice in una recente intervista, di personaggi che ruota attorno ai protagonisti che riesce proprio per questo motivo a dare “la reale dimensione di dove ci troviamo, delle abitudini del luogo, del periodo storico” un po’ alla Verga che nei Malavoglia ricostruisce un universo umano variegato dando uno spessore corale al suo romanzo, ribadisce la DiQuattro.

Prende spunto da una storia raccontata e poi ovviamente romanzata dall’autrice ma partendo da quanto sentito: un amore difficile e sfortunato tra una giovane nobile, Giuditta, e il monsù della famiglia, Fortunato.

Ma chi è il monsù? È il “signore” della cucina, lo chef si direbbe oggi, un rappresentante della schiera dei cuochi arrivati in Sicilia dalla Francia durante il regno borbonico quando si diffuse la consuetudine di avere, nelle famiglie blasonate, cuochi francesi ( per saperne di più ) il termine deriverebbe dal monsieur francese, sicilianizzato.

A proposito della lingua anche in questo romanzo compaiono molti termini del siciliano della zona che, come tutti i dialetti ha le sue caratteristiche e le sue terminologie.

“Ibla, 1884. A Palazzo Chiaramonte, una notte di maggio porta con sé due nascite anziché una soltanto. Fortunato, abbandonato davanti al portone, e Giuditta, l’ultima fimmina di quattro sorelle. Figlia del marchese Romualdo, tutto silenzi, assenze e donne che non si contano più, e di sua moglie Ottavia,

Dopo Donnafugata, Costanza DiQuattro invita a sfogliare un nuovo album di famiglia, fatto di segreti inconfessabili, redenzioni agrodolci, e tanta, infinita dolcezza”.( da Libri Baldini e Costoli)

e anche

Brevi note biografiche

DiQuattro Costanza

Costanza DiQuattro (Ragusa, 1986), laureata in Lettere moderne all’Università di Catania, dal 2008 si occupa attivamente del Teatro Donnafugata, teatro di famiglia restituito alla fruizione del pubblico dopo sei anni di restauri, e nel 2010 ne assume la Direzione artistica con la sorella Vicky, dando inizio a importanti collaborazioni artistiche con prestigiosi teatri nazionali e compagnie teatrali di fama. Parallelamente alle stagioni di prosa, di musica classica e di teatro per bambini, coadiuvata da uno staff tutto al femminile, si apre alla organizzazione di festival e
mostre. Ha collaborato con «Il Foglio» e poi con alcune testate online siciliane. Il suo campo di scrittura spazia dalla critica sociale al costume, dal mondo della cultura a quello più strettamente legato al teatro. da Baldini e Costoli Autori)

Della stessa autrice su tuttatoscanalibri:

“Donnafugata”

“La mia casa di Montalbano”

Nicola Dal Falco, Un viaggio alla Scarzuola. La città ideale di Tomaso Buzzi, Marietti 1820

Con trenta disegni di Fabrizio Foti e una poesia inedita di Giancarlo Consonni

Uscita: 7 ottobre 2021 Architettura, viaggi, libri d’arte pag. 72, 23 euro 

“Se dovessi scrivere il mio epitaffio

alla maniera di Stendhal, suonerebbe così:

Milanese/visse, disegnò, amò.

Quest’uomo detestava

il Diavolo, Mussolini e l’aglio”.

Tomaso Buzzi

L'”architetto volante” Tomaso Buzzi (1900-1981), milanese, progettista di grande notorietà e collaboratore di Gio Ponti, ha costruito la sua città ideale nella natura umbra. Per meglio dire, in una piega del paesaggio francescano che troppo gentile non è, ma selvaggio, severo, adatto al viandante medievale, al frate appunto, al mercante, al soldato, al pastore, al lebbroso. La Scarzuola è un luogo appartato dove, una volta entrati, si rimane sorpresi, tale e tanta è la meraviglia – e la bizzarria – delle fabbriche che incalzano la vista. Nella mente del suo ideatore, la Scarzuola doveva nascere e finire come rovina. Il non finito, alla stregua dell’analogia e del simbolo, appartengono a un pensiero che si affida al potere dell’illuminazione più che al ragionamento deduttivo. Per questo è simile a un esercizio di respirazione, alla declamazione di versi, a un passo di danza.

Nicola Dal Falco ha scritto reportage di viaggio tra l’Europa dell’Est e il Sahara, poesie e racconti. Un suo saggio sulle sirene compare nella collana Indoasiatica, edita da Venetian Academy of Indian Studies, mentre con la germanista Ulrike Kindl si è occupato della riscrittura dei miti ladini delle Dolomiti. Ha vinto il Premio Montale Fuori di Casa 2016, sezione poesia di viaggio.

Fabrizio Foti è docente di Disegno Tecnico Progettuale all’Accademia di Belle Arti di Siracusa.

Giancarlo Consonni, poeta e urbanista, è professore emerito al Politecnico di Milano.