Margaret Storm Jameson “Company Parade” presentazione di Francesca Frediani da DLa Repubblica 12 ottobre

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Lia Levi “L’anima ciliegia”, intervista di Flavia Piccinni all’autrice pisana, da Il Tirreno 13 ottobre

La storia di una donna ambiziosa nell’Italia che cambia
è il nuovo romanzo della scrittrice pisana Lia Levi
La libertà, Stalin
e l’anima ciliegia
di Paganina
«Evviva chi sa fare»
di Flavia Piccinni
“Paganina aveva un’anima ciliegia. Le succedeva così. Non appena cominciava a desiderare qualcosa con tutta se stessa, subito le spuntava accanto un altro desiderio, solo in apparenza diverso, e invece legato strettamente al primo. Come due ciliegie, insomma, di quelle che nascono accoppiate e poi le bambine si mettono a cavallo delle orecchie”.Inizia così il nuovo libro di Lia Levi, una delle più note scrittrici italiane, che torna adesso in libreria con “L’anima ciliegia” (HarperCollins, pp. 233). Levi, nata a Pisa nel 1931, ha vissuto sulla sua pelle le leggi razziali e attraversato da protagonista oltre mezzo secolo. La storia che racconta adesso è quella di una donna ambiziosa, fatta perlopiù d’amore e di sogni, che si trova a fare i conti con un’Italia di grandi cambiamenti e di grandi improvvisazioni.
«Sa – mi spiega lei, con una voce gentile – quando si costruisce un romanzo c’è sempre un nucleo centrale molto forte. In questo caso mi rimane più difficile però trovarlo. Dentro di me, c’era tutto quello che ho scritto: il desiderio di affetti famigliari o il grande amore, ma anche tutte le ombre, i dubbi, la complessità della vita. E queste cose le ho portate al parossisimo, con un personaggio strano e molto libero».
Lei ha vissuto all’epoca delle leggi razziali. La libertà deve essere stata qualcosa di difficile da conquistare.
«La libertà l’ho acquisita con il tempo. Io sono stata da bambina vittima delle leggi razziali: ho perso la possibilità di andare a scuola, ho vissuto con la necessità di nascondermi durante la guerra tedesca, cambiando nome per non essere riconosciuta. La mancanza di libertà l’ho vissuta sui fatti, ma c’erano anche in me degli sprazzi di sogno, alcune folli considerazioni, il pensiero di vivere qualcosa che conteneva un senso di libertà di fronte a queste tremende vicende che mi condizionavano».
Qual è stata dunque la lotta?
«Quella di diventare libera di fare ciò che volevo. All’epoca, il mio carattere non era così risoluto come magari lo è adesso. E io, che scrivo anche per bambini, spesso racconto di piccoli che fanno tutte le cose che avrei voluto fare e che non ho potuto».
Ci sono tante cose che non ha fatto nella sua vita?
«La mia vita è stata una battaglia. Penso, per esempio, alla lotta per il mondo del lavoro in un’epoca in cui, negli anni Settanta, se non erano i tuoi figli il fulcro della tua vita, eri considerata molto strana»
.Paganina spesso ama camminare all’alba, quando la vita non ha confini definiti. Vale lo stesso anche per lei?
«In realtà mi sono ispirata a una mia amica, Carmen Moravia. In tanti lettori sono rimasti colpiti da questo senso di solitudine e conquista contenuto in queste passeggiate. Il silenzio, il senso di libertà, l’ombra che non è più ombra… Sono momenti bellissimi».
Nel libro scrive anche molto di politica.
«Ho raccolto la storia del PC. Questi anni che io racconto sono all’ombra del PC perché i personaggi di questa storia, soprattutto il fratello Spartaco di Paganina, sono del PC. Ma non si tratta di politica».
Perché?
«Il PC è più un sogno, il sogno utopistico che ha rappresentato per tante persone. Tutte queste cose all’epoca c’erano, e man mano la storia di Paganina corrisponde alla storia esterna. A cominciare dalle delusioni terribili che il tempo porta. C’è il mito del compagno Stalin presentato come un nemico del popolo, ma c’è anche l’Ungheria… E i sogni si frantumano piano piano, come il manifesto della nostra genuinità e solidarietà. Sono sogni che si smarriscono con un partito che perde il nome, e con il segretario di quel partito che piange. E quando succede questo, Paganina per una strana coincidenza perde il suo grande amore».
E perde anche il suo sogno. Mi scusi, ma lei come vede la politica di oggi?
«A essere sincera sono molto preoccupata. Abbiamo avuto forse un momento, che non dico si sia risolto, ma che pareva portarci su un precipizio popolato da parole d’odio che spesso divengono anche fatti. Aver spezzato questa catena mi sembra un piccolo passo avanti».
Lei che i periodi bui gli ha vissuti, trovava davvero delle assonanze?
«A volte sì. Adesso però c’è da coltivare una flebile speranza: che la competenza riacquisti il suo posto. Mi preoccupava l’elogio dell’ignoranza a danno di chi, magari, ha lottato tutta la vita per imparare. Mi preoccupavano gli slogan».
Quale più di tutti?
«Aspetti che ci penso. Anzi, eccolo: Evviva chi non sa far le cose!». —

Ilaria Tuti “Ninfa dormiente” recensione di Salvina Pizzuoli

 

Al centro della trama ampia e complessa c’è un quadro e il suo ritrovamento, ma in esso e attorno ad esso un mondo, isolato ma pulsante, una natura rigogliosa e vitale ma inquietante, personaggi femminili custodi di conoscenze e usanze antiche, e la Storia come sfondo a vicende lontane: un mondo che vuole restare isolato e chiuso ma nel quale Teresa Battaglia, la commissario incaricata del caso, sarà portata ad entrare e a sconvolgerlo, alla ricerca di quel filo di segreti e verità mai indagate che lega il quadro ad un assassinio mai denunciato come tale e poi ad una serie di assassinii; un mondo che si svela lentamente perché è grande e profondo quanto custodisce. E Teresa il cui acume è proporzionato alle sensibilità umane che possiede, insieme alla sua squadra, tra ostacoli e minacce, saprà svelare non solo il mistero del quadro, ma saprà leggere se stessa e accettare la malattia degenerativa che l’accompagna insieme alle esperienze inconfessabili che attanagliano il suo secondo, l’ispettore Marini.

Un giallo sì, un poliziesco ben costruito, ma non solo: non mancano sfumature noir, è corposo ma sa avvinghiare il lettore nelle sue trame a cui non manca il respiro dei tanti personaggi che lo costellano insieme alle descrizioni di un mondo naturale con la sua vita e le leggi della sua vitalità, che indaga un sapere sciamanico ed esoterico che dà al complesso narrativo un tocco magico e nello stesso tempo sconcertante. Ingredienti giocati con maestria che fanno del romanzo una composizione non etichettabile perfettamente, dove anche il difficile tema del ciclo della vita fatto di nascita e di morte trova il suo spazio e il suo fascino misterico. E si conclude con una chiusura che non pare definitiva ma profilare un seguito.

S.P.

Valentina Farinaccio “Quel giorno. Racconti dell’attimo che ha cambiato tutto” recensione di Flavia Piccinni da Il Tirreno 14 ottobre

I giorni che cambiarono i destini delle star
di Flavia Piccinni
«Si nasce per stare al mondo, dice la poesia, ci si incontra per fare miracoli». Scrive a un certo punto così Valentina Farinaccio – scrittrice di Campobasso, esordiente con “La strada del ritorno è sempre più corta” (Mondadori, 2016) già vincitore del Premio Rapallo Opera Prima e Premio Kihlgren. Scrive così raccontando dell’incontro storico fra John Lennon e Paul McCartney il 6 luglio 1957: l’inizio dei The Beatles. E forse sta proprio tutta qui la storia dell’ultimo libro dell’autrice, “Quel giorno – racconti dell’attimo che ha cambiato tutto”, pubblicato qualche settimana fa da Utet (pp. 147, EUR 12). Un libro agevole e scritto con cura. Racconta di incontri incredibili che hanno scombinato le esistenze dei loro protagonisti – come l’appuntamento con il destino fra Massimo Troisi e Anna Pavignano, o quello fra Steve Jobs e i suoi genitori adottivi -, ma soprattutto indaga le mancanze che sono nel cuore di uomini e di donne che hanno inciso la storia. Esattamente come Marilyn Monroe che un giorno del 1955 chiama il proprietario del Mocambo, ad Hollywood, per parlargli di una donna dalla voce incredibile: Ella Fitzgerald. Se l’avesse invitata, «sublime ricatto da star, lei avrebbe prenotato un tavolo, quello che stava proprio davanti al palco: ogni sera. (…) E così Marylin restò seduta ai suoi piedi… per un mese, assorta nella meraviglia della musica, e di quella voce che andava offerta al mondo, come fosse cibo». Le istantanee sono quasi tutte riuscite e il libro ha il grande pregio di diventare un gioco per scoprire le vite altrui, e illudersi che forse basterebbe poco per cambiare anche la propria. —

Olga Tokarczuk premio Nobel per la Letteratura, articolo da La Stampa di Laura Quercioli Mincer con uno stralcio da “I vagabondi”

 

per la Letteratura 2018

Olga Tokarczuk, la scrittura che attraversa infiniti confini

di Laura Quercioli Mincer

Le hanno comunicato del Nobel mentre attraversava in macchina la Germania dove si trova per un giro di conferenze, Olga Tokarczuk, e ha detto al quotidiano polacco Gazeta Wyborcza: «Quando l’ho saputo mi sono dovuta fermare. Ancora non riesco a crederci. Sono felice che insieme a me il Nobel lo abbia ricevuto Peter Handke, che stimo enormemente. È meraviglioso che l’Accademia di Svezia abbia dato risalto alla letteratura dell’Europa Centrale. Sono felice che ancora riusciamo a resistere». E a pochi giorni dalle elezioni politiche di domenica nel suo Paese, la scrittrice polacca 57enne ha aggiunto che vuole dedicare questo riconoscimento a tutti i suoi concittadini affinché «votino a favore della democrazia». Nel 1966, in una situazione, è vero, solo vagamente paragonabile, il Nobel era stato assegnato ex aequo a due scrittori, una tedesca e un polacco, la tedesca Nelly Sachs e il romanziere Joseph Agnon. Agnon, poi israeliano, era nato in Polonia, allora (nel 1888) nella zona di occupazione austriaca, e aveva esordito in patria (che lascerà nel 1924) scrivendo in yiddish, la lingua semi leggendaria degli ebrei dell’Europa dell’Est. La stessa lingua con la quel vinse il Nobel nel 1978 Isaac Bashevis Singer, un altro polacco sui generis. E, se vogliamo, anche la lingua di Tokarczuk è un polacco sui generis, tanto è raffinata, densa di riferimenti letterari e culturali, piena di citazioni e incantesimi. Forse è così la lingua di ogni grande scrittore?

«Enciclopedica passione»

In Italia, dal 2006 al 2018, sono stati pubblicati cinque suoi volumi (Che Guevara e altri racconti, ed. Forum; Guida il tuo carro sulle ossa dei morti, Nottetempo – da questo romanzo, una sorta di giallo ecologico, è stato tratto nel 2017 un bel film di Agnieszka Holland; Casa di giorno casa di notte, Fahrenheit 451; Nella quiete del tempo, Nottetempo; il libro per bambini L’anima smarrita, TopiPittori), ma nel nostro Paese una certa fama le arriva solo quest’anno con I vagabondi, sulla scia del Booker Prize inglese e grazie al maggior pubblico offerto da una casa editrice di grande rilevanza come Bompiani. La sua è, così nella motivazione del Nobel, «un’immaginazione narrativa che con enciclopedica passione rappresenta l’attraversamento dei confini come forma di vita». Sono molti, infiniti i confini che Olga Tokarczuk supera nella sua scrittura. I confini del genere e dell’identità individuale e sessuale (in Che Guevara), quelli tra natura e umano, tra crimine e giustizia (in Guida il tuo carro), tra realtà tangibile e mito, tra Oriente e Occidente, tra polacchi e tedeschi (Casa di giorno, Nella quiete del tempo). Per arrivare ai confini anche fisici e geografici de I vagabondi, un testo che ha più volte definito «a costellazione» ovvero senza un centro, senza una gerarchia, e dove si narra di passaggi, di cambiamenti, di trasformazioni, di barriere superate.

Vicende rimosse

Enormi confini vengono superati anche nel suo opus magnum, I libri di Jakob, del 2014 (in pubblicazione anche questo per Bompiani nel 2021), l’improbabile e terribile storia del falso Messia di Podolia Jakub Frank (1726-1791; in Podolia era nato anche Agnon e da qui si origina la famiglia della scrittrice), le cui vicende, benché generalmente rimosse dalla memoria collettiva di entrambi i popoli, hanno segnato in maniera profonda e forse indelebile l’autopercezione dei polacchi e degli ebrei polacchi, e il peculiare aspetto dell’antisemitismo in questo Paese. In oltre 900 pagine l’autrice si attiene con «metodica follia», come ha scritto  Przemyslaw Czaplinski, alla documentazione storica. Il risultato è una riscrittura totalmente innovativa della storia polacca prima delle spartizioni della fine del ‘700. Quello che ne emerge è un Paese dove (come oggi?) «la libertà religiosa e l’odio religioso si incontrano sullo stesso piano». Il senso di questa impresa era stato riassunto da Tokarczuk in un’intervista televisiva che le aveva provocato numerose minacce di morte nonché quella, da parte del partito attualmente al governo, di revocarle la cittadinanza onoraria della cittadina della Slesia dove abita. Quello che dobbiamo fare, ha detto Tokarczuk, e la sua indicazione può in sostanza valere per tutti i Paesi europei, è «non nascondere le cose terribili che abbiamo fatto come colonizzatori, come oppressori delle minoranze, assassini di ebrei. Dobbiamo essere in grado di dirci tutto. Solo in questo modo potremo rinascere».

Quei bambini di Anna belli e immersi nell’alcol

I Vagabondi è l’ultimo libro di Olga Tokarczuk tradotto  in Italia quest’anno, per Bompiani. Vincitore del Man Booker Prize internazionale 2018, è un romanzo di frammenti che ci conduce attraverso le esistenze fluide di uomini e donne fuori dall’ordinario.

Ne diamo uno stralcio

Olga Tokarczuk

Il padre lascerà l’attività a suo fratello Hendrik, ritratto in un quadro dipinto tredici anni dopo il primo e che Anna vede tutti i giorni scendendo al piano di sotto. In esso suo padre è già un uomo maturo e indossa una parrucca; questa volta la sua mano armata di forbici chirurgiche è sollevata sul corpo aperto di un neonato. Le pareti addominali sono già ben divaricate e mostrano l’ordine interno. Ad Anna ricorda la sua amata bambola con il visino pallido di porcellana e il busto irregolare riempito di segatura.
Non si è mai sposata, e se ne è fatta una ragione; così può occuparsi del padre. Non avrà bambini oltre a quelli belli e pallidi immersi nell’alcol.
Le è dispiaciuto che sua sorella Rachel si sia sposata: lavorava con lei per la preparazione dei campioni. Rachel, tuttavia, era sempre stata attirata più dall’arte che dalla scienza. Non aveva mai voluto bagnarsi le mani nella formalina e si sentiva svenire all’odore del sangue. Ornava quindi con motivi floreali i barattoli in cui si conservavano i preparati. Aveva inventato anche delle composizioni di ossa, soprattutto quelle più piccole, alle quali poi aveva dato dei titoli di fantasia. Ma si era trasferita all’Aia con il marito e Anna era rimasta sola, perché i fratelli non contano.
Anna passa il dito sulla superficie di una mensola di legno e ci lascia una traccia. Presto verrà lavata dagli stracci delle ragazze ubbidienti. Le dispiace molto di aver perso la collezione alla quale ha dedicato tutta la vita. (Trad. Barbara Delfino)

Olga Tokarczuk