Christina Dalcher “La classe” presentazione e con la recensione da “Il mestiere di leggere” di Pina Bertoli

La recensione di Pina Bertoli

Christina Dalcher se in Vox , con cui ha esordito nel 2018, racconta una società che, oltre a privare le donne del lavoro e della propria indipendenza economica, impedisce loro di usare più di cento parole al giorno, altrimenti una scarica elettrica glielo ricorderà prontamente, con il nuovo romanzo, titolo originale Master Class, presenta una società fondata sulle disuguaglianze questa volta non di genere ma di Q, il quoziente calcolato in base a test e al comportamento, che determina la divisione degli studenti in tre gruppi in base alle loro risultanze: scuole Argento per i migliori, Verdi per i mediocri e Gialle per gli ultimi. Protagonista è un’insegnante, Elena Fairchild, che vivrà l’esperienza attraverso la figlia Freddie. Entrambi i romanzi possono essere ascritti a quel genere definito “distopico” che ebbe i suoi natali con Orwell in 1984 e oggi ampiamente consolidato. Come per il romanzo di Orwell o della Atwood, le possibili e inquietanti prospettive che vi si evidenziano hanno valore di monito oltre ad essere una lettura che prende e che lascia il lettore travolto e partecipe fino al sorprendente finale.

Da Nord Edizioni

Elena Fairchild ha partecipato alla creazione del sistema Q e lo riteneva la chiave per una società più equa, più giusta. Adesso però, dopo alcuni anni come insegnante in una Scuola Argento, è tormentata dai dubbi: sebbene abbia accolto diversi alunni provenienti dalle Scuole Verdi, non ha mai visto qualcuno tornare dalle Scuole Gialle. I genitori ormai temono quel pullmino che passa di casa in casa il giorno successivo all’esame. E ora anche lei è una di quei genitori: sua figlia Freddie ha ottenuto un risultato troppo basso e le verrà portata via. Senza esitare, Elena si fa bocciare al test Q per insegnanti e viene trasferita nella stessa Scuola Gialla della figlia. […]

Brevi note biografiche

Christina Dalcher  ha insegnato fonologia, fonetica e italiano ed è stata ricercatrice. Si è specializzata in Linguistica alla George Mason University conseguendo successivamente un dottorato sulle variabili fonetiche, fonologiche, lenitive e sociolinguistiche e sulla lingua italiana presso la Georgetown University. Vive negli Stati Uniti .

Libri che parlano di gatti e un racconto di Salvina Pizzuoli

Susanne Schötz Il linguaggio segreto dei gatti

Joyce Carol Oates “La nuova gattina” illustrato da Dave Mottram

Thomas Stearns Eliot “Il libro dei gatti tuttofare”

Anna Sólyom “Il caffè dei gatti” presentazione e alcuni bozzetti di Salvina Pizzuoli

Muriel Barbery “I gatti della scrittrice”

Salvina Pizzuoli “Corti e… fantastici” con quattro racconti sui gatti e i bozzetti ( Gatti, Mafì, Le gatte, Non è facile parlare di gatti)

e anche un racconto completo: Non è facile parlare di gatti in Salvina Pizzuoli Corti e fantastici

Non è facile parlare di gatti

Amo i gatti da sempre; sin da piccola sono stati la mia passione. Li trovo eleganti, non solo nelle pose e nell’incedere, ma anche e soprattutto per il loro comportamento: sono discreti, sanno indugiare, studiare e osservare con accortezza e con distacco. Gli aforismi, i proverbi, le pagine di letteratura, dalle antiche alle attuali, ne tratteggiano profili variegati, anche contraddittori, ma comunque molteplici: per questo motivo non è facile parlare di gatti. È stato già detto molto o con esaltazione o con biasimo, ma in ciascuno dei casi hanno occupato da protagonisti le pagine di romanzi, poesie, racconti, fiabe memorabili. Nella narrazione di Poe un maestoso, splendido e vendicativo Plutone ci lascia agghiacciati per la sua magistrale e satanica opera di giustizia; nei versi di Baudelaire “les nobles attitudes /Des grands sphinx allongés au fond des solitudes”, ci imprigionano nell’evanescenza dei sogni cui appartengono, “dans une rêve san fin”. In Alice ci stupiscono le incredibili sparizioni del gatto Ghignagatto che  “svanì adagio adagio; cominciando con la fine della coda e finendo col ghigno, il quale rimase per qualche tempo sul ramo, dopo che tutto s’era dileguato”; nella fiaba di Perrault ci seduce e ci convince della bontà delle proprie mistificazioni un gatto con gli stivali; e l’elenco potrebbe allungarsi a dismisura.

Per questo motivo è sicuramente difficile scrivere di gatti; resta l’altra possibilità, sempre nuova e illimitata, di raccontarli attraverso il vissuto, affettuosamente, seguendo lo spirito di Lorenz che ne “L’anello di re Salomone”, sottolinea gli aspetti insoliti, curiosi e affascinanti del mondo animale, con rispetto e amore.

Io ne ho avuti quattro e ciascuno è stato particolare a suo modo. I ricordi che ho di loro sono legati a comportamenti che li hanno resi unici, tanto da spingermi ogni volta a dire che ognuno sarebbe stato insostituibile e che pertanto non avrei mai più potuto averne un altro.

Non è stato così ed ogni volta mi sono ricreduta.

Liolà è stata la prima. Aveva un nome maschile, ma le stava benissimo. Era un batuffolo nero quando i vicini me ne fecero omaggio. Non era di razza, ma la selezione naturale aveva favorito in lei alcuni caratteri ereditari a scapito di altri, associando forme e colori in una combinazione armoniosa e riuscita: pelo lungo, morbidissimo, di un nero bluastro; occhi verde intenso; le orecchie piccole e la testa minuta sul collo slanciato, le conferivano un’aria vezzosa e nello stesso tempo orgogliosa. Trascorreva molte ore in giardino, perdendosi tra le rose e i cespugli di ortensie, ma bastava un richiamo e subito il suo musetto compariva tra il verde del fogliame. Questo suo rispondere alla prima chiamata mi aveva convinta a portala con me anche nelle passeggiate nel bosco, sicura che all’occorrenza sarebbe ricomparsa. Non la tenevo al guinzaglio, ma la lasciavo scorrazzare liberamente, anche perché in realtà era lei a tenermi costantemente d’occhio, anche quando si allontanava. Non l’ho mai persa, non l’ho mai dovuta cercare o richiamare a lungo; ricordo ancora distintamente lo scricchiolio delle foglie secche smosse dai suoi salti per tornare immediatamente al primo fischio. Nel viaggio di ritorno poi, stordita dalle corse, dalle arrampicate, dall’aria frizzante, si sistemava tra le mie gambe e dormiva sonni beati e profondi. Fu proprio per questo che rimasi stupita e preoccupata quando non la vidi comparire subito mentre in giardino la chiamavo ripetutamente. Né il fischio abituale, né il suo nome ripetuto l’avevano fatta presentare Avevo immaginato di tutto, mi ero disperata, ma subito mi ero ripresa, sostituendo l’ansia con l’azione: iniziai una ricerca capillare e scientifica, frugando il giardino palmo a palmo.

Liolà non c’era, sembrava volatilizzata. Avevo cercato in basso; non so cosa mi spinse a cercare in alto. Fu così che la vidi, nel senso che vidi due zampette e un pezzo di coda che ciondolavano da quello che in un primo momento mi era sembrato un groviglio di frasche.

Come aveva fatto ad arrampicarsi fin lassù?

Il vecchio pino era alto e frondoso tanto che l’avevo vista a mala pena, forse colpita da quelle appendici poco probabili per un albero. Dormiva; dormiva uno dei suoi sonni di sasso; probabilmente, affaticata dalla salita e spaventata dal suo stesso ardimento. La cosa peggiore era andare a riprenderla. Sapevo per esperienza che i gatti sanno salire, ma quando sono piccoli soprattutto, scendono con difficoltà perché dovrebbero saltare da un’ altezza considerevole se commisurata alla loro mole. Non mi persi d’animo; avrei scalato il pino se fosse stato necessario. Presa la scala più alta, cercai di avvicinarmi il più possibile: il groviglio di frasche era in realtà un nido abbandonato e la mia gattina lo aveva occupato completamente.

Abbiamo fatto notte: io armata di una lampada tascabile l’ho guidata fino a me illuminandole uno alla volta i rami da usare come gradini; lei titubante e timorosa, stazionava vari minuti su di un ramo prima di procedere verso il successivo per arrivare piano piano fino alle mie spalle.

Se Liolà prediligeva i nidi dismessi per i suoi sonnellini, Nanà preferiva le zampe del cane Dick.

Nanà è stato il secondo.

Al contrario di Liolà aveva un nome femminile, ma era un maschio.

Con lui la natura non era stata generosa; non era piacente; i suoi occhietti piccoli e tondi erano slavati e si confondevano con i colori del suo mantello di un indefinito bianco-grigio, ma aveva un carattere docile e dolcissimo e sapeva farsi amare. Era un girovago; spariva a giornate intere, ma tornava sempre. Nanà era spesso acciambellato tra le zampe e il corpo peloso e accogliente di Dick, un cane da caccia che trascorreva molte ore della sua giornata chiuso in gabbia. Il quadro che si mostrava alla vista era tenero e commovente: i due se la intendevano alla grande. Non era dello stesso parere il padrone del cane; era preoccupatissimo che il docile Nanà potesse graffiare, in un moto di istintualità felina, il prezioso naso del suo cane. Mi aveva pregato varie volte di tenere Nanà lontano dal suo giardino, ma per quanti sforzi facessi, compenetrandomi nella sua ansia, non riuscivo a tenerlo lontano dalla sua cuccia preferita per più di un giorno.

Fu così che Nanà scomparve. Non così come era solito fare, ma per settimane non lo vidi più. Ero quasi convinta che l’autore della sua sparizione fosse il mio ansioso vicino, ma una mattina lo trovai sdraiato sullo zerbino, privo di forze, tutto graffiato e spelacchiato. Nonostante le sue condizioni, appena mi vide si illuminò tutto: nel suo sguardo, sulla sua faccia inespressiva, avevo letto distintamente la soddisfazione per la difficile prova che aveva affrontato pur di essere nuovamente a casa.

Miù invece è stata fortunosamente strappata alla morte. Era magrissima e malata quando dal ciglio della strada in cui giaceva abbandonata la portai a casa. Il suo lamentoso miagolio le aveva meritato il nome. Il suo manto, prevalentemente nero, era macchiato di bianco solo sulle quattro zampe e sul petto. Nonostante le cure, Miù non mangiava, si era abbandonata nella sua cuccia e trascorreva le giornate con gli occhi socchiusi. La visita del veterinario diagnosticò una bronchite ed era molto probabile non sopravvivesse. Aveva la febbre alta e non riusciva a respirare. Non ricordo precisamente come mi fosse venuto in mente di somministrarle gocce di Argotone. Non ho mai saputo di altri gatti capaci di sottoporsi ai fomenti con tanta tranquillità o accettare con gratitudine le piccole gocce che le stillavo nelle narici: voleva a tutti i costi vivere e respirare.

È sopravvissuta, è cresciuta, è diventata una gatta robusta e sana. Ha partorito sei piccoli tutti identici a lei: manto nero e deliziose scarpette bianche.

L’ultima, l’attuale è Zagara. Il suo nome è stato l’unico confezionato prima che arrivasse, perché è stata l’unica gatta ad essere attesa. Tutti gli altri sono stati chiamati in base ad alcune caratteristiche del loro comportamento; la piccola infatti ora viene chiamata Zazzì o Zazà per la sua andatura morbida, per i modi graziosi e civettuoli che le conferiscono un’arietta parigina: il tutto a conferma di quanto è difficile dare un solo nome ai gatti e quanto è preferibile darne almeno tre; parafrasando Eliot.

È arrivata ad ottobre; la sua cuccia era stata confezionata con una bella e capiente cesta di vimini e con un morbido cuscino al cui centro spiccava un muso di gatta. Zagara aveva solo un mese e non era una gattona; la sua cuccia si era rivelata troppo ampia; quasi ci si perdeva. Il distacco dalla madre la faceva piangere per varie ore e la cuccia non costituiva forse un riparo per lei accogliente e sicuro. Avevo un piccolo gatto di pezza; pensai potesse rendere lo spazio più raccolto e più caldo; glielo sistemai accanto. In un primo momento l’intruso non fu neppure notato, ma il mattino successivo Zagara affondava e nascondeva pacifica la sua testa sotto il suo nuovo compagno. Ancora oggi sono inseparabili. Lo abbraccia, ci gioca al gatto con il topo, lo porta in giro per la casa; ultimamente mostra i segni del tempo; è scolorito, ha perso un occhio, ma per la piccola resta il migliore compagno di giochi. In quei frangenti esprime la propria contentezza con particolari miagolii, distinti dagli altri: un miagolio lamentoso ed accorato, quasi il pianto di un neonato, per chiedere soccorso ( è una gran fifona ed ha paura di tutto ), un altro sinuoso, morbido e suadente per invitarti a giocare, un altro ancora imperioso e insistente per farsi aprire la porta del giardino, uno monotono come un brontolio per chiedere la pappa ( è viziatissima ; mangia solo pesce crudo e freschissimo); ho imparato a riconoscere almeno dieci modulazioni diverse di quell’unico, piccolo miao attraverso il quale si esprime; parafrasando Hoffmann (Non è facile parlare di gatti in Salvina Pizzuoli Corti e fantastici)

Matsumoto Seichō “Un posto tranquillo” presentazione

Matsumoto Seichō (1909-1992), scomparso a ottantatré anni, è stato definito il più grande autore giapponese di romanzi di investigazione e paragonato ad un altro grande e pertanto, per accostamento, è detto il Simenon giapponese. Tra i suoi successi  Tokyo Express, trasposto anche sul grande schermo, La ragazza del Kyushu, Agenzia A, Come sabbia tra le dita e il recente Un posto tranquillo. In tutti i suoi romanzi l’aspetto umano, la denuncia dei rapporti tra malaffare e potere con uno sguardo alla storia recente del suo paese, l’impegno politico sempre presente e mai sconfessato anche in tempi in cui poteva essere una pericolosa ammissione.

Un posto tranquillo, il terzo romanzo pubblicato da Adelphi, è un noir dai caratteri atipici in quanto manca un caso da risolvere o un investigatore, ma c’è solo un uomo, Tsuneo Asai, funzionario di un ufficio del ministero dell’Agricoltura che, sopraffatto dalla notizia, pervenutagli durante una cena a Kōbe con imprenditori del settore, della perdita improvvisa della giovane moglie in un quartiere di Tokyo un po’ fuori mano e a due passi da un albergo a ore, si trasforma attanagliato da molti interrogativi e dubbi da sciogliere.

Dal catalogo Adelphi

[…] Questa storia è come una strada che parte leggermente in salita e si fa a ogni passo più ripida. Una strada piena di vicoli cie­chi, che sembra esistere solo nella psiche del protagonista. Qui, i temi cari a Matsu­moto – la vendetta, l’ossessione per un det­taglio che non torna, il timore dello scan­dalo, l’ansia di essere scoperti che conduce alla rovina – si condensano in un noir ano­malo e beffardo, senza un caso né un inve­stigatore, dove chi cerca un colpevole può finire per diventarlo lui stesso. Un noir che è anche una critica acuminata della società giapponese e della ragnatela di convenzio­ni che la invischiano.

Laura Calosso “Ma la sabbia non ritorna” presentazione

Laura Calosso dal 14 gennaio in libreria per la casa editrice SEM con il suo ultimo romanzo che, come i precedenti, lega pagine di narrativa a reportage di inchiesta giornalistica. Come “Due fiocchi di neve uguali” e “La stoffa delle donne“, il primo relativo all’indagine sulla sindrome del hikikomori (stare in disparte, il fenomeno giovanile di chi si chiude fuori dal mondo) e il secondo sulla tossicità di alcune stoffe importate dall’estero e presumibilmente utilizzate nel mondo della moda. In questo ultimo romanzo, il cui titolo richiama il tema, “Ma la sabbia non ritorna”, indaga sul fenomeno legato al traffico delle sabbie, utilizzate da grandi città costiere come Dubai e Hong Kong, per conquistare maggiore superficie rispetto al mare. È da qui che l’indagine s’intreccia con la trama del romanzo: la protagonista, una giornalista freelance, che nel suo repertage scopre i traffici illeciti con le sabbie, collega il fenomeno ad avvenimenti del passato familiare quando il padre, autore di varie operazioni scorrette e con il quale ha costruito un forte rapporto traumatico tanto da scegliere un mestiere che la portasse lontano, si era arricchito negli anni ‘60, quando era ancora bambina, proprio estraendo e trasportando sabbia con gravi conseguenze per l’ambiente. La trama si arricchisce con avvenimenti legati alla vita sentimentale di Elena, la protagonista, che traumatizzata negli affetti più profondi, continua una storia d’amore con un uomo di cui, di fatto, conosce pienamente le insicurezze e le fragilità.

Brevi note biografiche

Laura Calosso, laureata in Scienze politiche e in Letteratura tedesca, è una giornalista astigiana. Ha esordito con Mondadori per la narrativa con il romanzo A ogni costo, l’amore. Con la casa editrice SEM ha pubblicato nel 2017 La stoffa delle donne e nel 2019 Due fiocchi di neve uguali.

Sara Paretsky “I re della truffa” presentazione

Pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 1982 con il titolo Indemnity Only, era il primo romanzo di Sara Paretsky che presentava un testo il cui genere era ascrivibile all‘hard boiled, che ebbe origine negli anni venti e trenta, poi imitato da molti autori le cui caratteristiche lo legano al poliziesco, ma il cui protagonista è un detective che lavora da solo, un duro, dentro una rappresentazione abbastanza cruda del crimine e dei suoi contorni. In Parestsky in più il detective è di sesso femminile: Vicki, Victoria Ifigenia Wharsawki, di origini polacche e italiane, detective privata a Chicago, la città del crimine, la città di Al Capone. Opera riscoperta da minimum fax Editore, la presenta nella traduzione di Luca Briasco.

Figlia di un poliziotto polacco e di una donna italiana, V.I. Warshawski ha una piccola agenzia di investigazioni nel cuore di Chicago. […]Sara Paretsky inventa un personaggio irresistibile, erede al femminile dei grandi detective hard-boiled Sam Spade e Philip Marlowe. Dura e ostinata, sarcastica e pronta a tutto pur di arrivare alla verità, circondata da uomini che, decisi a proteggerla, spesso finiscono per metterla in guai ancora peggiori, Warshawski percorre senza sosta le strade di una città spietata e crudele, amandola e odiandola ogni giorno di più. (da minimum fax Editore)

Brevi note biografiche

Sara Paretsky, statunitense, ha scritto venti romanzi, quasi tutti incentrati sul personaggio di V.I. Warshawski. É anche fondatrice e animatrice dell’organizzazione Sisters in Crime che sostiene e promuove le donne che scrivono romanzi mystery. Vive a Chicago.

Muriel Barbery “I gatti della scrittrice”, presentazione e con la recensione di Maria Anna Patti di CasaLettori

La recensione di Maria Anna Patti di CasaLettori

“I gatti della scrittrice” è un volumetto a firma Muriel Barbery, è lei la scrittrice in oggetto, autrice di best seller che, sull’onda di note pagine dedicate ai felini, si fa raccontare dai suoi consulenti letterari, ben quattro certosini, grigi con gli occhi arancioni che “ben s’intonano alla casa”…: Ocha, Mizu, Petrus e Kirin, la narratrice, o per meglio dire la voce narrante. Vivono in casa con la scrittrice e il marito musicista, l’una a destra e l’altro a sinistra nelle rispettive stanze, che a volte si incontrano al centro tra le due!

Ma di cosa vorrà raccontarci la dolce Kirin?

Degli scrittori ovviamente di cui ha una conoscenza diretta mettendo in evidenza i difetti tipici dei questa particolare specie umana: l’agitazione, il dubbio, la negazione dell’errore. E da bravi e coscienziosi consulenti, con il loro linguaggio, chiarissimo anche senza le parole, svolgono quell’indispensabile lavoro che è la revisione critica del testo, tanto da chiedere formalmente di partecipare ai “proventi” con tanto di contratto.

Il testo è snello, simpatico e illustrato deliziosamente dalla mano di Maria Guitart.

Da Edizioni e/o

Lo scrittore… un essere misterioso! Eppure se facessimo quattro chiacchiere con i suoi gatti lo capiremmo molto meglio. Attraverso le voci dei suoi alleati dalle zampe di velluto Muriel Barbery svela il dietro le quinte della creazione letteraria. Ognuno dei suoi quattro certosini ha il proprio carattere: c’è Ocha, il capo della banda, un duro dal cuore tenero; l’affettuosa Mizu, sua sorella, con le zampe un po’ storte; il placido e raffinato Petrus, che ama i fiori; e infine la narratrice, la graziosa Kirin. Ciascuno di loro ha anche il proprio ruolo da interpretare nella battaglia della scrittura: scontenti di essere soltanto compagni di svago, infatti, i gatti hanno spinto la propria devozione verso la padrona fino a imparare a leggere, diventando così nell’ombra i consulenti letterari della scrittrice. Un testo deliziosamente leggero sull’eterna poesia della quotidianità, spumeggiante di umorismo felino e filosofia nipponica, accompagnato dalle illustrazioni raffinate di Maria Guitart.

Brevi note biografiche

Muriel Barbery è autrice di L’eleganza del riccio (E/O, 2007), di Estasi culinarie (E/O, 2008) e Vita degli elfi (E/O 2016). Ha vissuto a Kyoto, Amsterdam e Parigi. Attualmente vive nella campagna francese.

Salvina Pizzuoli “Il Viaggiastorie. Racconti fantastici”due commenti, alcuni brani da leggere e l’Indice

 Guardare il mondo con gli occhi del Viaggiastorie. Viaggi fantastici per sorridere, pensare, riflettere in leggerezza. Illustrato da Elena Salucco.

La fantasmagorica copertina sintetizza nei personaggi e nei colori lo spirito del contenuto, non solo leggerezza ma anche metafora dei comportamenti umani, colto in modo personalissimo dall’illustratrice Elena Salucco autrice anche dei disegni all’interno del volume.

Su Amazon in ebook e in cartaceo.

Il commento di Daniela Alibrandi:

“Un viaggio toccante e di grande fantasia, una analisi che riesce a indagare atteggiamenti e significati profondi, attraversando perfino l’accezione delle parole e la grande parte che esse giocano nella definizione di concetti e comportamenti. Il lavoro di Salvina Pizzuoli conferma la sua bravura e induce alla riflessione, rendendo la lettura interessante, avvincente e divertente. Bellissime le illustrazioni. Assolutamente consigliato”

e di Luisa Gianassi

In questi racconti la penna di Salvina Pizzuoli tende a trasformare tutto in gioco. Un gioco di parole, definizioni caricaturali di stati d’animo, dove le emozioni diventano colorate. Le città hanno forma, colore, sapore e spessore, le senti oltre a vederle, sono in movimento., alcune sono virtuali, altre voluttuose. In alcune la puntualità è ossessiva, altre perseguono puntualmente la mancanza di tempo. Tutto si gioca sugli opposti che troverebbero vantaggio da un “contagio” che non si riesce a trovare. E poi c’è il viaggio della vita, che scorre vertiginosa come in un film. Un film che il giovane smemorato non ricorda perché ancora non lo ha visto. C’è sempre un fondo sensibile ed amaro: la difficoltà a comunicare, ad andare d’accordo con la natura, con la società, con se stessi.

Alcuni brani da leggere:

Storie di colla


Sono un viaggiastorie, mi piace girare il mondo,
vedere, guardare e raccontare!

Nel distretto di Abbeh

La foglia

Ho visitato molti luoghi e pochi sono unici come il lontano paese di Sfogliato, ai confini del grande distretto di Abbeh.

“Sfogliato” aveva preso il nome dalla singolarità delle sue piante: gli alberi crescevano sani e i loro tronchi vigorosi e smisurati con i rami tesi verso il cielo e ondeggianti nel vento, ma completamente privi di fogliame.

Gli abitanti ignoravano i sussurri tra le foglie, nessuno aveva mai pensato di nascondersi tra le fronde o godere la frescura all’ombra della loro chioma o aveva potuto ammirare e beneficiare della fioritura; e i frutti direte voi? Non c’erano frutti da cogliere dai rami, ma ciascun raccoglitore sapeva che occorreva scavare con attenzione intorno alla base del tronco per trovarli maturi e succosi.

Si raccontava, perché nessuno al di fuori dei raccoglitori poteva assistere alla raccolta, che erano avvolti in sottile bambagia, una lanugine sviluppata dalle radici che li circondava proteggendoli e li lasciava puliti puliti.

La precisione e la scelta dei tempi era fondamentale perché il frutto non poteva essere guardato o tastato per considerarne lo stato di maturazione, ma solo raccolto in base ad un oculato calendario e ad un’esperienza pregressa.

Il mestiere più prestigioso e retribuito di Sfogliato era sempre stato quello del raccoglitore. Chini sul terreno, quasi inginocchiati come se pregassero, i raccoglitori, una vera casta, “sentivano” la terra imponendo le mani sul terreno o odorando le piccole zolle sminuzzandole tra le dita, ma soprattutto si tramandavano i segreti tra i pochi affiliati alla loro potentissima Gilda.

Per secoli gli scienziati dei diversi paesi del distretto si erano precipitati ad osservare da vicino il fenomeno ed alcuni si erano tanto incaponiti da studiarlo per tutta la loro vita senza però ricavare una benché minima ipotesi, nemmeno inattendibile.

Il fenomeno sfidava tutte le leggi di natura. Nemmeno gli studiosi del mondo dell’occulto erano riusciti a trovare una interpretazione nella lettura delle antiche mappe e nei libri dei vaticini; in molti si erano recati a Sfogliato ed alcuni vi erano poi rimasti, magari impigliati in semplici casi della vita. Agli abitanti non piaceva che il mistero non fosse stato risolto, un paese senza alberi frondosi che paese è? Avevano provato di tutto, innesti, potature, fertilizzanti, trapianti, ma nulla.

Quando capitai a Sfogliato nel mio girovagare per il mondo, capitai proprio in un particolare momento: il fenomeno 1, mai risolto, sembrava infittirsi ad opera del numero 2.

La figlia e la foglia

A me capitò di essere testimone del numero 2 che avrebbe attanagliato l’attenzione dei colti e degli incolti: su di un alberello, il meno forte e solido di Sfogliato, un giorno era apparsa una gemma, un embrione di foglia, insomma, aveva gemmato. Quando vi giunsi una fila interminabile di persone venute da ogni dove, ma anche semplici paesani che volevano guardare e riguardare il fenomeno, era lì: tutti in fila e una e due e venti volte, senza stancarsi mai.

Fu così che decisi di fermarmi un po’, per capire o forse solo per guardare anch’io.

I più gridavano al miracolo. Ma si sa, lo scetticismo dei nostri tempi non vuole più dare credito ai fatti sensazionali, per cui molti scartavano l’ipotesi accontentandosi solo di guardare.

L’evento insolito per Sfogliato aveva fatto il giro dei distretti e ciascuno dei membri di rilievo si era sentito in dovere di manifestare la propria opinione; ma girala e rigirala, nessuno aveva compreso il fenomeno numero 2, nemmeno in chiave filosofica, ma la gemma restava.

Il mistero continuava a infittirsi anche perché non cresceva. Le gemme si sa, o crescono o si seccano, quella di Sfogliato così era nata e così era restata.

Sfiorella era la figlia maggiore del vecchio mugnaio. Anche lei come tutti era rimasta affascinata dalla gemma che poteva ammirare tutto il giorno perché era comparsa su quel ramo stenterello a pochi passi dalle finestre di casa sua. Si affacciava e la vedeva. In molti le avevano chiesto di poter usare quella finestra, alcuni addirittura le avevano offerto ingenti somme, ma lei era stata irremovibile. Per la prima volta nella sua vita si era sentita invidiata da grandi e piccini e da chi aveva una posizione importante e di potere. Beh, voleva proprio godersela, mi disse poi un giorno in tutta confidenza. A un viaggiatore si può confidare di tutto, aggiunse poi; non è di lì, conosce poche persone e non ha dimestichezza con usi e costumi del paese e soprattutto non resta; il viaggiatore prima o poi torna al proprio paese o va a visitarne un altro, difficilmente potrà con la sua sola presenza ricordare, a chi gliele ha raccontate, le proprie debolezze.

Bisognava invece guardarsi dai paesani che avevano tutti una memoria di ferro!

Guarda oggi e riguarda domani Sfiorella si convinceva sempre di più che potesse trattarsi di una storia di colla; ma chi era stato a incollare?

Chi è stato a incollare?

Mi raccontò questa volta in gran segreto, perché i segreti sono così, se non si svelano che segreti sono? che il suo vecchio si era stancato di riparare le pale di legno del vecchio mulino azionate dalla forza dell’invaso dell’acqua o di rifarle nuove cesellando e modellando con gran fatica un tronco fresco di quercia; aveva così inventato una colla portentosa che riusciva a incollare saldamente i vari pezzi delle pale senza doverli sostituire. Sfiorella era stata colta dal dubbio, insinuatole da un certo numero di Sfogliesi, che il suo vecchio avesse potuto giocare tutti con la sua colla, una colla di sua invenzione che lei conosceva benissimo per averla sperimentata direttamente; una colla ottenuta con farina e corteccia di albero impastate e mescolate insieme con acqua e vari tipi di sugne, anche se il segreto degli ingredienti era custodito dall’ingegnoso mugnaio.

Le maldicenze sono come le foglie su un albero a primavera e anche Sfogliato non ne era indenne, anzi erano le uniche foglie che possedeva in abbondanza.

Che fosse stato lui? Il dubbio era forte.

Certo che se fosse stato lui, quel burlone del suo vecchio, aveva giocato a tutti un tiro mancino; bravo era stato, davvero bravissimo, tanto da gabbare fior fior di pensatori e studiosi.

Se era stata la colla di suo padre a tenere attaccata la gemma alla corteccia, il mistero 2 non esisteva e Sfogliato poteva tornare a dormire sonni tranquilli e restare con l’unico mistero insoluto che lo rendeva unico.

In realtà a volere essere pignoli, ci si sarebbe potuti chiedere perché la gemma non marciva ma restava fresca e vigorosa su quel ramo secco e striminzito? E poi, c’era un e poi…

Non l’ho visto con i miei occhi, l’ho sentito con le mie orecchie, me lo raccontò Sfiorella con minuzia di particolari: il vecchio mugnaio non ammise mai e non smentì, nemmeno messo alle strette dalla sua parlantina e dalla logica stringente, non era mai caduto in contraddizione, anzi aveva argomentato con sicurezza, mi raccontava Sfiorella, tanto che pensai ad una difesa preparata.

A Sfogliato in molti avevano reclamato che cambiasse nome in virtù dei nuovi avvenimenti; la casta aveva storto il naso e si era ritirata a meditare; ma le diatribe scemarono insieme all’interesse, come accade a tutte le vicende umane: il fenomeno non procedeva, una gemma c’era e una restava, tale e quale. A poco a poco niente più code, niente più proposte a Sfiorella che, perso il suo ruolo di preminenza, era tornata alle sue faccende e non stava più tutto il giorno affacciata a quella finestra tanto invidiata. Ma si vociferava che il vecchio mugnaio avesse sempre un angolino della bocca sollevato come in un sorriso beffardo.

Per la raccolta dei frutti non era ancora stagione, i fatti prodigiosi avevano un successo calante, non mi restava che ripartire.

Andai via con un mistero, un dubbio e un po’ di colla regalatami da Sfiorella, perché chi viaggia, mi disse con sussiego, può sempre averne bisogno.

Pensai fosse il prezzo del mio silenzio oppure la prova provata.

Mi lasciai i dubbi alle spalle, li avrei trovati magari risolti al mio ritorno, se fossi tornato.

Nei distretti che successivamente visitai mi capitò di scoprire, con sommo stupore, che la colla più venduta era la “Colla Sfogliato, incolla anche le gemme”.

Tanto possono segreti e maldicenza!

Nel distretto di Scol-am

Uno scollo provocatore: la testa scollata

Dico sempre a me stesso che nelle faccende umane non è il caso di usare il superlativo assoluto, ma solo il relativo, anche quando alcune vicende sanno stupirti.

Quanto ho visto e vissuto nel paese di Scol-am non ha niente di umano; si ciancia tanto su mondi paralleli e alieni, ma li abbiamo in casa e non ce ne accorgiamo, anzi vogliamo convincerci che siano di questo mondo.

A Scol-am dopo le cinque della sera e durante la stagione estiva, camminando per le strade incontri pochi o molti esseri viventi, posso definirli anche umani, perché umani sono in tutto e per tutto, con un particolare che li differenzia da tutti gli altri: hanno la testa scollata dal collo.

No, non fluttua come un palloncino sopra i loro colli, ma è proprio scollata dal resto e ciascuno la porta, si fa per dire, sotto il braccio, a destra o a sinistra. Il braccio circonda completamente la testa dell’individuo che la sorregge con la propria mano. L’effetto è in un primo momento sconcertante, poi ci si fa l’abitudine e non ci se ne accorge più.

Le bocche ti salutano e ti parlano in quella posizione, proprio come se fossero al loro posto. Lo sconcerto aumenta nuovamente quando al mattino ciascuno indossa la propria testa e va a svolgere le proprie mansioni quotidiane. Alle cinque pomeridiane, quasi un gong suonasse, le popolazioni di Scol-am, senza versare una sola goccia del proprio sangue, passano la propria testa sotto il proprio braccio.

L’ho fatta tanto lunga perché ogni volta che ricordo quel che ho visto lo devo richiamare dalla memoria senza fretta altrimenti stento ancora a credere di aver visto e vissuto a Scol-am ciò che ho visto e vissuto.

Se chiedete agli abitanti come sia possibile il fenomeno, rispondono che a loro viene spontaneo e non ricordano proprio quando lo hanno imparato. Quando volli indagare più approfonditamente sulle motivazioni dello “scol-lamento”, furono evasivi e si mostrarono poco propensi a risposte esaurienti. Mi dissero che era necessario, che non si poteva restare sempre incol-lati, che d’estate faceva troppo caldo; insomma, mi imbandirono un sacco di scuse più che spiegazioni.

L’indice:

I racconti del Viaggiastorie

Nel distretto di Abbeh
Storie di colla
La foglia
La figlia e la foglia
Chi è stato a incollare?
Storie scollate
Nel distretto di Scol-am
Lo scollo provocatore e il mistero della testa scollata
Lo scollo discreto e senza scollo, collo lungo e collo corto
Parole incollate e parole scollate:
Mani di colla e colli di colla
La colla seccata
Chi è seccato non s’incolla
Nel distretto di Monad:
Tante uniche case, tante uniche botteghe
La bottega dove nascono i Monadesi
Io parlo loro no, ma qualcuno mi segue
Parole incollate: Guardare
Parole scollate: Emozioni
Io e le emozioni
Io e l’innamoramento
Storie di città
Culdesac
Pozland
Set
Colori
Vaiuz
Piram
Asex e Bisex
Acronos e Bicronos
Storie di un viaggiatore senza tempo
La montagna incantata
In viaggio
Il mio film
La seconda porta
Lettori e personaggi
Fuori

Omaggio a Leonardo Sciascia nel centenario della nascita

“[…] non ballò mai, non diede mai un calcio a un pallone, non guidò un’auto, non mise piede su una barca da diporto, non fece un bagno di mare. Ma sapeva leggere, quest’uomo, i segni del tempo ( o forse era condannato a farlo): ecco il suo precoce prestigio, la sua fama di “profeta”[…] è stato soprattutto uno scrittore. Capace con la sua sapienza narrativa, di restituire il primato alla letteratura: come unica forma di verità possibile. Con i suoi romanzi e racconti, con le sue “riscritture”, Sciascia ha detto più cose dell’Italia e degli i italiani che non biblioteche di saggi messi insieme. (da Matteo Collura “Il maestro di Regalpetra. Vita e opere di Leonardo Sciascia”)

Leonardo Sciascia (1921 – 1989), siciliano, era nato l’8 gennaio 1921 a Racalmuto, un grosso borgo tra Agrigento e Caltanissetta con un’economia basata sull’estrazione dello zolfo e del sale. Dopo aver conseguito il diploma magistrale lavora prima come impiegato e successivamente come maestro elementare. Da questa esperienza nasceranno Le parrocchie di Regalpetra (Bari 1956) che, come egli stesso ebbe a segnalare, segnarono l’inizio della sua attività di scrittore. Il suo esordio letterario avvenne nel 1961 con il romanzo Il giorno della civetta una storia di mafia che denunciava, in base alla sua convinzione sul compito dello scrittore, un male proprio della realtà siciliana. Ed è fino alla fine degli anni ‘60 che questo diviene tema privilegiato di Sciascia, un tema poco affrontato allora in letteratura e anche poco conosciuto e indagato. Seguirono A ciascuno il suo del 1966, Il contesto, del 1971, Todo modo nel 1974 e Una storia semplice del 1989. Nel 1967 lasciò l’insegnamento e si trasferì a Palermo collaborando con Il Corriere della Sera. È con Il contesto (1971) che la denuncia dei mali della società si allarga a livello nazionale dove, toccando i temi del potere e della giustizia, denunciava connivenze tra associazioni criminali e istituzioni e ogni forma di autoritarismo, denuncia che trova il suo apice con il romanzo Todo modo (Torino 1974): attraverso la struttura del giallo, traccia un’immagine impietosa del sistema politico italiano e del potere democristiano. Accanto alla scrittura narrativa anche quella di saggista, attività e interesse iniziato già prima del suo esordio in campo narrativo con collaborazioni a quotidiani e riviste letterarie di ogni parte d’Italia, dopo una prima fase (1944-51) limitata ai soli periodici siciliani, sui quali continuò a scrivere, come su L’ora quotidiano di Palermo, con assiduità.

Copertine di vecchie edizioni Einaudi

e anche :

su mangialibri le recensioni ai romanzi

su consigli.it la presentazione di alcuni romanzi

Matteo Collura “Il maestro di Regalpetra. Vita e opere di Leonardo Sciascia”

e per Sciascia saggista:

Opere a cura di Paolo Squillacioti, Adelphi

2021 anno nuovo, nuovi libri

I volumi nell’edizione francese e spagnola

I nuovi libri saranno anche tanti ritorni al classico, riscoperte, ricorrenze, grandi autori e, se stranieri, nuove traduzioni che, si sa, sono fondamentali e possono dare una veste nuova, sicuramente più attuale, alla pagina originale.

Tra le ricorrenze, oltre all’anno di Dante nel settecentesimo dalla morte, quella del bicentenario di Charles Baudelaire, celebrato da Giunti nelle pagine di Giuseppe Montesano, Baudelaire è vivo con testo a fronte de “I fiori del male” e il commento. Ma anche una rinascita o meglio una rivisitazione di Boccaccio e del suo Decameron: NN Editore porta in Italia Decameron Project, lanciato dal New York Times, 29 racconti dalla pandemia, con grandi firme di autori contemporanei; e HarperCollins in Decameron 2020 dieci scrittori italiani, sette donne e tre uomini, come nel testo originario, lo reinterpretano; e tra i classici, per Einaudi Stile Libero saggistica, Eva Cantarella con Sparta e Atene. Autoritarismo e democrazia.

Per la narrativa straniera la raccolta degli undici racconti dell’autore recentemente scomparso Carlos Ruiz Zafón, che Mondadori propone in La città di vapore. E l’atteso ritorno di Stefania Auci con il secondo volume dedicato alla saga dei Florio.

Ma non solo ritorni, reinterpretazioni e classici.

In attesa di traduzione: Muriel Barbery con Une rose seule e La nave di Teseo a febbraio presenterà in Italia L’anomalia, il romanzo con cui Hervé Le Tellier ha vinto quest’anno il Goncourt. Sellerio presenta a gennaio Alicia Gimenez Bartlett con Autobiografia di Petra Delicado

Tra gli scrittori italiani Laura Calosso con Ma la sabbia non ritorna, racconta di una mafia delle sabbie e del rapporto tra la giornalista protagonista e gli affetti .

il secondo romanzo di Toshikazu Kawaguchi, Basta un caffè per essere felici, dopo il successo di Finché il caffè è caldo

E il panorama si amplia includendo la saggistica: Barbara Mazzolai con Il futuro raccontato dalle piante e Coltivare il giardino della mente di Sue Stuart Smith. La macchina del gene del premio Nobel per la chimica Venkatraman Ramakrishnan; e per superare i facili negazionismi Naomi Oreskes con Perché fidarsi della scienza?

Una breve e incompleta carrellata, solo un assaggio sui prossimi libri in libreria e per saperne di più:

Il Libraio

Ayesha Harruna Attah “I cento pozzi di Salaga” recensione di Salvina Pizzuoli

Calato nella realtà territoriale e tribale, è una dettagliata pagina di storia della Costa d’Oro, il nome del Ghana prima dell’indipendenza, che conduce il lettore tra i paesaggi della savana e della foresta, a conoscere bevande e prodotti locali, usanze e tradizioni, nonché la lingua, riportata spesso nei termini originari, un complesso di dialetti sconosciuti a brevi distanze tra tribù e luoghi. Una pagina di storia che racconta un preciso momento della situazione nel Ghana pre-coloniale di fine Ottocento nei villaggi presso le città di Salaga-Kpembe, di Kete-Krachi, tra le genti islamiche dei Gonja e Dagomba: un fiume, il Volta, che segna e separa anche in nome di quell’emancipazione che dalle zone costiere non riesce a penetrare nei territori più interni dove ancora vige il commercio degli schiavi; gli scontri tra capi locali e la presenza degli europei, tedeschi, inglesi e francesi, che hanno sostituito portoghesi e olandesi usando proprio le rivalità esistenti tra i vari gruppi etnici o nei conflitti per il potere tra gli stessi. Richiamandosi all’esperienza della trisavola, l’autrice ricostruisce lo scenario storico attraverso gli avvenimenti focali della vita di due giovani donne, di estrazione sociale molto diversa, che, ciascuna con la propria esperienza e nell’ambito della propria vita associata, cercano in modo combattivo e senza rese di conquistarsi uno spazio più ampio. Il lettore così seguirà le vicende alternando la lettura di quanto riguarderà ora l’una ora l’altra.

Aminah è figlia di un artigiano di Botu, un piccolo villaggio sulle rotte delle grandi carovane che lì si fermano garantendo un certo commercio di cibi preparati a lei e alle sorelle, anche se preferirebbe di gran lunga confezionare scarpe, come fa il padre sebbene sia un mestiere non previsto per le donne dalla società patriarcale in cui vive. La sua vita scorre serena fino alla scomparsa del padre, che non farà ritorno dal suo viaggio verso i mercati cittadini, e successivamente al suo rapimento da parte di una banda di predoni, che bruciano e distruggono il villaggio seminando morte e distruzione, per procurare schiavi da vendere sul mercato di Salaga.

L’altra giovane donna è Wurche, di etnia Gonya, figlia del re di Kpembe Etuto, incline a quanto è considerato sconveniente per una fanciulla: l’uso delle armi e l’interesse verso la politica che vorrebbe indirizzare verso l’unione e la pacificazione consigliando il padre nelle sue decisioni. Ciascuna delle due sarà costretta dagli eventi a subire decisioni contrarie a quanto avevano aspirato: Wurche sarà costretta infatti a sposare un uomo che non ama solo per ottenere per il padre l’appoggio dei Dagomba.

Brevi note biografiche

Ayesha Harruna Attah è nata ad Accra (Ghana) nel 1983, in una famiglia di giornalisti . Ha studiato alla Columbia University e alla New York University, per poi tornare in Africa e cominciare a scrivere.

E anche:

la recensione su mangialibri

e l’intervista a Ayesha Harruna Attah