“Cha-Ching! L’arte del Risparmio”. Ediz. italiana e inglese presentazione di Marco Filoni da Il Venerdì La Repubblica

Albert Camus “Il primo uomo” recensione di Salvina Pizzuoli

Quella notte che era in lui, sì, quelle radici oscure e confuse che lo collegavano a questa terra splendida e terrificante, ai suoi giorni infuocati come alle sere improvvise che ti stringono il cuore…

Un romanzo postumo, ricostruito dalla figlia Catherine in base al manoscritto ritrovato tra le lamiere di quell’auto dove nella notte del gennaio del 1960 Camus aveva trovato la morte. Un romanzo incompiuto, un romanzo dedicato all’Algeria, alla bellezza e agli affetti.

Si apre, come per un antefatto, con il tragitto su una carretta di due viaggiatori, due coloni francesi, i coniugi Cormery, nella notte africana, una notte frenetica nel raggiungere un rifugio per la partoriente, per il marito alla ricerca di un medico, per le due donne, un’europea e un’africana, che l’assisteranno, fino alla nascita di Jacques, che il lettore ritroverà quarant’anni dopo, partito alla ricerca di notizie del padre che non ha mai conosciuto, perché caduto un anno dopo la sua nascita come combattente durante la prima guerra mondiale, nella battaglia della Marna, e sepolto nel cimitero di Saint Breiuc, dove il figlio scoprirà, con incredula notazione costernata, “che l’uomo che giaceva sepolto sotto quella pietra, e che era stato suo padre, era più giovane di lui” perché morto a soli ventinove anni.

E nel ritorno ad Algeri, verso la sua Africa, il lettore ripercorre con Jacques Cormery, il protagonista, un cammino a ritroso nel tempo della memoria, dove anche la miseria, che ne ha caratterizzato l’infanzia e la giovinezza, viene alleggerita nella dolcezza del ricordo di luoghi e persone e ambienti algerini, luoghi e persone di un’infanzia “misera ma felice”. E il lettore accompagna il protagonista nella sua rassegna, tra scorci vividissimi della memoria, che immortalano in pagine liriche i giochi da bambino, la famiglia, la madre, la nonna e lo zio Etienne, il maestro, signor Bernard, educatore e un quasi padre, figura imponente e tratteggiata con mano felice, che lo indirizza, studente promettente, al Liceo.

Pagine leggere sulle quali aleggia il sorriso lieve di chi è sopraffatto dall’emozione lungo il percorso della memoria che sola sa immortalare e restituire, nell’ineffabile levità di un tempo di cui restano solo le impressioni felici, il passato.

Un grande romanzo, che il fatto di essere incompleto e di essere stato ricostruito su appunti, scritti spesso con grafia difficile e oscura, nulla toglie alle sue pagine, ma la cui stesura ha permesso ai lettori di vivere dentro la bellezza sopraffina, delicata e dolcissima, di accurate descrizioni, quasi un’inquadratura cinematografica, del cammino di crescita e di formazione di un primo uomo.

E anche Jacques, che aveva voluto sfuggire al paese senza nome, alla folla e a una famiglia senza nome, mentre qualcosa nel suo animo non aveva mai smesso di invocare quel silenzio e quell’anonimato […] camminando nella notte degli anni sulla terra dell’oblio, dove ognuno era il primo uomo, e dove egli stesso aveva dovuto allevarsi da solo, senza un padre […] crescere da solo, in forza e in potenza, trovare da solo la sua morale e la sua verità, sino a nascere come uomo per poi nascere di nuovo

Dello stesso autore “Lo straniero”

Autori toscani? Sì, grazie…

Gentili lettori, iniziamo la nostra rassegna letteraria sugli autori toscani di ieri e di oggi o che scrivono o hanno ambientato le loro opere in Toscana, con una novella di Ferdinando Paolieri, fiorentino tratta da Novelle toscane pubblicato a Torino nel 1913. Pittore e poeta fu a lungo giornalista de La Nazione.

All’attenzione dei nostri lettori “Il rimedio pei topi” novella che ritrae una  figura caratteristica della campagna toscana: il barrocciaio.

Il testo in alcuni punti è stato arricchito di note a chiarimento di vocaboli toscani oggi in disuso.

Arguto il finale e le considerazioni che concludono la novella.

Buona lettura!

I consigli di Martina Castagnoli: M. Nicoletti “Chaturman Rai – fotografo contadino della Himalaya”

 

Il consiglio di inizio d’anno riguarda un testo singolare e prezioso che racconta di una storia vista, vissuta da spettatore e raccontata, dallo scrittore Martino Nicoletti. Si narra che uno dei mestieri tramandati sulle montagne dell ‘Himalaya fosse quello dei fotografi itineranti. Essi, a dispetto delle asperità e del clima rigido, vagavano di paese in paese con rudimentali macchine fotografiche e per pochi spiccioli o per un pasto caldo, venivano ingaggiati per fare fototessere da apporre ai documenti. Il romanzo di Exorma ci racconta la storia di Chaturman Rai, contadino analfabeta che, affascinato da questi atipici personaggi, con grande sacrificio riuscì a comprarsi una piccola macchina fotografica. Da contadino imparò con dedizione il mestiere del fotografo e da semplice ritrattista con gli anni divenne un apprezzato artista. La vicenda ci insegna (o ricorda, e magari lo dovremmo tenere a mente tra i buoni propositi per l’anno appena iniziato) di quanto, se pur in condizioni avverse, siamo noi stessi gli artefici del nostro destino e della misura in cui, da uomini liberi (sempre bene sottolinearlo) sia lo spostare “più il là” l ‘asticella del desiderare qualcosa di migliore per noi stessi, a rendere la nostra vita ancora più preziosa.

Charles Simmons “Acqua di mare” recensione di Maria Anna Patti da Robinson La Repubblica

Vai alla recensione di Maria Anna Patti

 

Dal catalogo delle  Edizioni Sur:

Acqua di mare, pubblicato per la prima volta nel 1998, è l’ultima opera di un grande scrittore da riscoprire: «un piccolo capolavoro», come lo ha definito il New York Times, una commedia delicata e commovente che SUR ripropone oggi in una nuova traduzione d’autore firmata da Tommaso Pincio.