Recensioni in poche parole da Il Venerdì La Repubblica 8 novembre

 

 

 

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Nove romanzi di John le Carré negli Oscar Classici con la postfazione di Paolo Bertinetti

Concita De Gregorio “In tempo di guerra” recensione di Simonetta Fiori da La Repubblica Cultura 12 novembre

Ricucire i fili strappati tra due generazioni

di Simonetta Fiori

Succede a un certo punto del cammino: non ci si volta più indietro, si smette di scrutare i giganti con cui ci si è confrontati per una vita, per guardare solo in avanti, verso chi un posto nella storia fatica a trovarselo. Che mondo lasciamo ai nostri figli, ai tanti soldati di una guerra invisibile condannati a eterna precarietà? Un mondo alla fine del mondo? Non è un bell’affare. Il merito del nuovo libro di Concita De Gregorio,

In tempo di guerra, è proprio questo: dare voce a una leva dimenticata, i trentenni del nuovo secolo, i nati nell’Italia ubriaca degli Ottanta che oggi sono espulsi dal lavoro, da una vita affettiva stabile, da un radicamento territoriale, talvolta perfino dalla verità sentimentale della propria lingua. È insieme a loro che bisogna guardare il film girato dalle generazioni precedenti. Lo spettacolo può risultare sconfortante, ma forse siamo ancora in tempo per riscriverne il finale. Marco Senese, il protagonista del libro, è la sintesi dei tanti trentenni che ogni giorno scrivono a Concita nella sua rubrica. Per raccontarle la loro guerra quotidiana, quella che ci ostiniamo a non vedere, la lotta per ottenere un posto nella storia famigliare: in quell’album dove i predecessori un posto bene o male sono riusciti a conquistarselo. E la lettera, la forma epistolare, è la struttura narrativa che sorregge il racconto, un incrocio di mail tra i vari personaggi che rappresentano le generazioni dell’ultimo mezzo secolo. Un nonno funzionario del Pci, l’altro nonno professore, accomunati entrambi nella fede nel progresso. I genitori sessantottini – i veri dissipatori dell’eredità – passati dall’ortodossia della rivoluzione a quella dei testimoni di Geova. E poi i figli, a cui sono state sottratte le chiavi per aprire il mondo. Al centro di questo scambio c’è l’autrice, che non ha formule certe da somministrare ma una personalissima costellazione di luci capaci di rendere meno oscuro il cammino. Il gioco del mondo di Cortázar e il talento invisibile di Carol Rama. La profezia di Alex Langer e l’imprevedibilità di Osvaldo Lamborghini, il poeta argentino che di sé diceva: «Non sono un grande lettore ma un magnifico sottolineatore» (epitaffio che merita il giallo dell’evidenziatore!). E ancora Roberto Bolaño e il trentesimo anno di Ingeborg Bachmann. A mettere insieme materiali e stili diversi provvede la scrittura di Concita De Gregorio che ti prende per mano e ti conduce fino alla fine della storia senza mai farti perdere il filo della speranza.

Leggi anche l’anticipazione da La Repubblica Cultura

Olga Tokarczuk “I vagabondi” recensione di Salvina Pizzuoli

Sono “i vagabondi” i protagonisti di questa serie di storie che vagabondano anch’esse da una all’altra, seguono vie e strade sulle quali andare, sempre in movimento, mai stanziali, senza mai mettere radici. È questo il fil rouge che le collega, a partire dal primo racconto della narratrice da cui si aprono una serie di brevi scorci e di momenti più ampi che regalano al lettore riflessioni, situazioni irripetibili di vite in movimento, perché “nonostante tutti i pericoli – è sempre meglio ciò che è in movimento rispetto a ciò che sta fermo; che il cambiamento è sempre più nobile della stabilità”.

E precisando ulteriormente, la narratrice dà una lettura della vita sedentaria “quella strana vita in cui al mattino si ritorna su quanto si è lasciato incompiuto la sera prima, dove i vestiti s’impregnano dell’odore del proprio appartamento e i piedi infaticabili tracciano sentieri d’usura sul tappeto” una definizione originale nelle metafore, i cui termini sono incisivi e il linguaggio colpisce e chiarisce il sentire, anche per immagini. La narratrice infatti aggiunge suggestione a suggestione quando scrive “evidentemente mi mancava quel gene che fa sì che quando ti trattieni a lungo in un certo luogo ci metti radici […] ma le mie radici erano sempre troppo corte […] non riuscivo a germogliare”. Un linguaggio semplice ma incisivo, altre volte colto, altre dissacrante e dirompente, comunque imprevedibile, caratterizza le pagine del raccontato.

E il viaggio continua facendo incontrare al lettore tanti vagabondi: c’è Kunicki che attende moglie e figlio che, scesi dall’auto al margine di un oliveto in un’isola della Croazia, scompaiono. E il racconto s’interrompe per accogliere nuovi protagonisti, per poi riprendere e concludersi solo in fondo al libro, dopo un intermezzo di altre storie che raccontano luoghi e oggetti e incontri che sono anch’essi “viaggio”, l’aeroporto o il treno dei vigliacchi o i cosmetici da viaggio, ma anche digressioni come per gli assorbenti sulle cui confezioni non ha senso stampare fiori e fragole “perché la carta è stata creata per essere portatrice di idee”. Oppure continuano in un’altra a cui si aggiungono nuovi personaggi come ne I viaggi del signor Blau, confluisce ne Il tendine di Achille cui segue Storie di viaggio in cui si legge “Faccio bene a raccontare delle storie? Non farei meglio a bloccare la mente con una graffetta, tirare le redini ed esprimermi non tramite racconti ma con la semplicità di una lezione”…

Certo, risponderebbe il lettore, una storia resta più impressa di un sermone, ha personaggi in cui immedesimarsi, da amare o respingere.

E il raccontato scorre come le acque di un fiume, come l’Oder con cui si apre il primo viaggio della narratrice, si muove  impetuoso o lento, riceve altre acque. Non è un vero romanzo, secondo i canoni classici, e nemmeno una serie di racconti che si chiudono e si riaprono altrove, è guardare con occhi sempre nuovi, appuntare e proporre queste notazioni a chi insieme a quell’acqua di fiume percorre la corrente con il libro in mano, e ne è catturato, così come dagli incontri stravaganti con persone e situazioni, come con Aleksandra o Eryk, o da tutti gli studi e gli effetti della plastinazione ultimo traguardo della conservazione di un corpo, in uno stupefacente zibaldone che scorre tra riflessioni serie e leggere, perché “Vedere è sapere”

e anche:

Olga Tokarczuk premio Nobel per la Letteratura

Walter Veltroni “Assassinio a Villa Borghese” recensione di Mirella Serri da La Stampa Cultura

Il commissario filosofo di Veltroni e il mistero delle teste mozzate

di Mirella Serri


Guido piano /e ho qualcosa dentro al cuore / Che mistero / non so neanche dove andare…», gorgheggia Fabio Concato e sull’onda di queste parole anche il commissario Giovanni Buonvino, ciuffo al vento, guida piano la sua Triumph Spitfire. Il piacente segugio cinquantenne ha una passione per le auto d’epoca, come la Mg B Mk3 o la Duetto Alfa Romeo: da Concato al poeta Valentino Zeichen, da Ettore Scola a Fabrizio de André a William Shakespeare, è un fuoco di fila di citazioni il nuovo romanzo di Walter Veltroni Assassinio a Villa Borghese (che inaugura una collana di gialli Marsilio, Lucciole, pp.208, €14). Ha cambiato genere narrativo l’ex vicepresidente del Consiglio nonché giornalista, cineasta e scrittore e ha imboccato un nuovo e singolare percorso, il thriller in salsa rosa, il giallo addolcito dalla verve della commedia dove anche gli assassinii finiscono per essere trattati con leggerezza e ironia.
È il prototipo del commissario sfortunato, il Maigret capitolino alias Buonvino, a causa dei suoi ultimi dieci anni non felici, trascorsi al chiuso in un ufficetto detto il Barattolo, costretto a metter timbri e a trafficare con scartoffie. Lo stallo nell’ascesa professionale è stato originato da una distrazione, un fatto quasi inessenziale per cui il poliziotto, confondendo gli eroi del Risorgimento, ha scambiato i fratelli Bandiera con i fratelli Cairoli e ha spedito la sua squadra in missione speciale all’indirizzo sbagliato. Il questurino rimasto a lungo nei ranghi secondari è personaggio mite e di buon cuore, un funzionario di quelli che forse non ci meritiamo. La sera, quando si trova a casa in completa solitudine, dopo essere stato abbandonato dalla moglie Lavinia fuggita – come nella canzone di Lucio Dalla, con una sua amica «quella alta grande figa» -, consuma i fritti innaffiati da una birra che gli ha portato a casa il pakistano del Deliveroo. Dialoga con i due gatti e con il poster di Nik Novecento, il suo eroe e confidente, fragile e straordinario interprete di film di Pupi Avati, scomparso a soli 23 anni. Distante dal detective duro e puro alla Raymond Chandler, il commissario si commuove, non ha timore di piangere e si batte come un leone. Ottenuto il riconoscimento e transitato all’ambìto livello investigativo percorre le strade romane filosofeggiando alla stregua di un novello Ingravallo a cui Carlo Emilio Gadda aveva delegato il compito di sciogliere Quer pasticciaccio brutto de via Merulana.
Buonvino però si inoltra in parchi e viali alberati dal momento che è stato destinato all’ufficio di polizia creato a Villa Borghese. I suoi agenti sono strani e originali e il gruppo «sembrava composto da Bombolo e Alvaro Vitali… Uno normale, a vista, non c’era». Ginevra a parte, bellissima fanciulla che fa tremare «le vene e i polsi» ed emoziona tutti i colleghi. Lo stipetto di un poliziotto contiene un ricco armamentario degno di un fornito sexy shop, un altro detective è appassionato alle teorie dei complotti ed è convinto che a buttar giù le Twin Towers siano stati gli americani. La splendida Villa , la cui costruzione iniziò nel 1607, ospita il gruppo poliziesco ed è comunque un’ oasi di pace e di bellezza.
Ma la tranquillità non è stabilità, il parco è destinato a diventare un museo dell’orrore con il ritrovamento dei resti di un piccolino di tre anni fatto a pezzi e il rinvenimento nel Museo di teste decapitate poste sotto al quadro di Caravaggio Davide con la testa di Golia. L’assassino si diverte a disseminare le più disparate tracce, lasciando numerosi biglietti con riferimenti a storici protagonisti morti squartati come Túpac Amaru II nella Plaza de Armas di Cuzco o il rivoluzionario Pugacev. L’ambientazione scelta da Veltroni, ex sindaco della Città Eterna, non avviene a caso ed è legata alla sua storia di leader politico: quando era primo cittadino si impegnò a far riaprire nel 1997 il Museo Borghese dopo un restauro durato ben 14 anni. Il Museo è all’interno della Villa, fino a poco tempo fa meraviglioso parco storico e oggi anticamera dell’inferno per l’abbandono e il degrado che accoglie chi vi si avventura. Villa Borghese metonimia dell’intera Roma, si potrebbe dire, devastata capitale oggi senza argini alla decadenza e alla violenza.
Il cuore del giallo veltroniano non è però la denuncia bensì la ricerca, il commissario Buonvino ha trovato un alter ego nel fotografo Gianni che lo tallona per ottenere il suo primo scoop. Il reporter e il poliziotto dialogano a colpi di battute di C’eravamo tanto amati di Scola e scoprono che i loro due mestieri sono affini poiché i loro lavori mirano a dar senso e visibilità  a ciò che è nascosto. È pieno di segreti, misteri e colpi di scena il giallo di Veltroni che rielabora le parole di Eastwood ne Il buono, il brutto, il cattivo: «Vedi, il mondo si divide in due categorie: chi ha la pistola carica e chi scava. Io scavo, da sempre. Conosco solo gente con la pistola carica». Ed è l’ironia, la pistola carica del giallista Veltroni che scava tra le rovine fumanti della moderna Roma. —

E anche:

Il Corriere della sera Cultura

Lorenzo Barbiè “Pacific crest trail”: la narrativa di viaggio consigliata da Martina Castagnoli

 

Con i colori dell’autunno e l’inizio della “vera”stagione per gli hiker, il nostro consiglio di narrativa di viaggio si rivolge ad un diario di viaggio bello e di grande impatto visivo.
Il Pacific Crest Trail è considerato da molti professionisti il più bel trail del mondo. Con il suo percorso lungo ben 4287 km inizia in Canada e arriva in Messico snodandosi attraverso la dorsale del Pacifico. Il Trail più spettacolare, è un vero inno alla gioia che celebra la varietà e maestosità della natura attraverso deserti, montagne rocciose, foreste, laghi, torrenti, clima, fauna e vegetazione completamente differenti.
Ce ne parla Lorenzo Barbiè, noto alpinista italiano e autore di numerose guide di alpinismo e scialpinismo, primo italiano ad averlo percorso integralmente. In poco meno di 5 mesi Barbiè attraversa 7 parchi nazionali, 41 zone protette, dal punto più basso tra Oregon e Washington, 70 mt, fino al punto più alto, 4421 dell’High Serra. Un diario di viaggio che non è “solo” il racconto di un’avventura ineguagliabile a contatto con natura e wilderness, ma anche l’esperienza umana di condivisione, con camminatori e non, accumunati da reciproca solidarietà e rispetto della natura, una fotografia di un’umanità “diversa e migliore”. Consigliato per una “boccata d’ossigeno” quando si è in affanno.

Vedi anche “A piedi nel Far West, il viaggio di Lorenzo Barbiè sul Pacific Crest Trail”

Il libro è disponibile presso la libreria On the road in via Vittorio Emanuele II, 32A rosso, a Firenze.

come tutti gli altri consigliati da Martina Castagnoli:

Alberto Bile “Una Colombia. Canzone del viaggio profondo”

Jennifer Clement “Gun love”

Patrick Leigh Fermor “Mani. Viaggi nel Peloponneso”

Mjlienko Jergovic “Radio Wilimowski”

Vito Paticchia “Via della lana e della seta”

Lorenzo Pini “Lisbona”

Catherine Poulain “Il grande marinaio”

Juan Pablo Villarino e Laura Lazzarino “Vie invisibili”