Herbert George Wells “La valle dei ragni e altri racconti”, presentazione

Copertina della raccolta di racconti di 
Herbert George Wells "La valle dei ragni e altri racconti", con testo a fronte

La Valle dei ragni e altri racconti (I predatori del mare, Il tesoro nella foresta, Al tempo di oggi: una storia d’amore poco sentimentale) raccoglie alcune delle narrazioni più suggestive e inquietanti di Herbert George Wells, maestro della narrativa fantastica e precursore della fantascienza moderna.


In questi racconti l’autore esplora territori sospesi tra avventura, suspense e visione scientifica, costruendo atmosfere surreali in cui l’uomo si confronta con forze naturali imprevedibili, creature enigmatiche e paesaggi ostili. Dalle inquietanti distese della Valle dei ragni alle profondità marine de I predatori del mare e ancora l’ronico sarcasmo Nel moderno stile: una storia d’amore antipatica e l’avventuroso ne Il tesoro nella foresta.
Wells mette in scena la fragilità umana di fronte all’ignoto e la sottile linea che separa progresso, paura e sopravvivenza in una realtà che oscilla sempre fra il vero e il fantastico, il gotico e l’avventuroso.
Questa edizione propone il testo originale inglese a fronte, accompagnato da una traduzione italiana accurata, introduzione e note, pensate per guidare il lettore sia nell’interpretazione letteraria sia nel contesto storico e culturale dell’opera (a cura di Alessandro Ferrini).
Un volume ideale per appassionati di letteratura fantastica, studenti di lingua inglese e lettori che desiderano riscoprire Wells in una veste editoriale completa e accessibile.

Su Amazon in cartaceo

Herbert George Wells (1866–1946) è stato uno degli scrittori britannici più influenti tra Otto e Novecento, figura centrale nella nascita della moderna narrativa scientifica. Nato a Bromley, nel Kent, in un contesto sociale modesto, poté studiare grazie a una borsa presso la Normal School of Science di Londra, dove fu allievo del biologo T. H. Huxley. L’impronta scientifica ricevuta in quegli anni avrebbe segnato profondamente la sua opera.
Il successo arrivò rapidamente con una serie di romanzi che oggi sono considerati classici della fantascienza:
The Time Machine (1895), riflessione sull’evoluzione e sulle disuguaglianze sociali; The Island of Doctor Moreau (1896), inquietante indagine sui limiti della sperimentazione biologica;The Invisible Man (1897), studio sulla solitudine e sulla deriva morale del potere; The War of the Worlds (1898), celebre racconto di invasione aliena che ridimensiona la centralità dell’uomo; The First Men in the Moon (1901), esplorazione immaginaria dello spazio che intreccia scienza e satira sociale.
Parallelamente alla narrativa fantastica, Wells sviluppò una produzione realistica e sociale, come Kipps e Tono-Bungay, in cui analizzò le dinamiche della società britannica contemporanea. Fu anche autore di opere saggistiche di grande ambizione, tra cui The Outline of History, tentativo di sintesi globale del percorso umano.
Morì a Londra nel 1946

Maria Attanasio “La rosa inversa”, presentazione

Copertina del romanzo storico "La rosa inversa" di Maria Attanasio, Sellerio

“In un vecchio palazzo nobiliare di Calacte, città della Sicilia Orientale, all’inizio del Novecento un uomo scopre una stanza segreta. Qui trova custoditi i classici dell’Illuminismo, […] accanto a simboli e insegne della massoneria. Ad attrarre la sua attenzione è un manoscritto, La Rosa Inversa (da Sellerio)

Ermanno Paccagnini nella sua presentazione (La Lettura del Corriere 1 marzo 2026) relativamente al tema:
“Torna al Secolo dei Lumi, come già coi racconti di Lo splendore del niente e altre storie, che si dipanavano dal 1693 al 1789, Maria Attanasio con La Rosa Inversa; e lo fa ponendo a protagoniste quelle idee di libertà e uguaglianza propugnate dalle logge massoniche, ora circuite e ora contrastate dal Potere, e sempre perseguite dalla Chiesa. Sono idee che nella parte centrale del romanzo s’incarnano, ma diversamente intese, in due dei protagonisti: il barone Ruggero Henares e l’amico d’infanzia Peppino Balsamo”

Una storia che parte dal Settecento e si svolge tra Ottocento e Novecento in Sicilia, precisamente a Calacte, città immaginaria dietro cui si cela Caltagirone.
 Prende le mosse da   un anonimo opuscolo settecentesco,  una “Relazione dell’enorme delitto e della seguita giustizia”, delitto  avvenuto a Calacte, il 2 aprile del 1790; “e quello della seguita giustizia, il successivo 25 maggio a Napoli. Anonimi l’autore e i protagonisti, designati come l’Amata, il Gentiluomo, la Vecchia, il Predicatore”.

Un opuscolo che un secolo più tardi capiterà nelle mani del cavaliere Giacomo Flerez, da anni impegnato nella stesura della Grande Opera sulla storia della  sua città, Calacte, ma i ritrovamenti fortunosi continuano: solitario e ottocentesco scriba, Flerez rinviene nel palazzo ereditato un  diario intimo, journal intime: è il racconto autobiografico del barone Ruggero Henares, l’antico proprietario

Man mano che analizzava mobili e oggetti la sua iniziale perplessità divenne disagio; nella libreria c’erano tutti i malpensanti del secolo ateo e libertino – D’Alembert, Diderot, Voltaire, il barone Helvetius, Montesquieu, persino il famigerato Cagliostro – in pregiate edizioni originali, che avrebbe potuto rivendere a qualche libreria antiquaria. Percepiva qualcosa di malato in quella stanza, pronto ad avvolgerlo tra le sue spire, che si materializzò quando nello stipo scoprì – avvolto in un drappo – un grembiule di pelle con i simboli e le insegne della tenebrosa setta: squadra, compasso, bussola e diplomi di affiliazione.
Li avrebbe portati giù, quegli orrendi apparati, e bruciati nel camino, il diario l’avrebbe letto con calma nella penombra del suo studio; sperava di trovarvi qualche notizia che potesse riempire i vuoti nella storia della città e della sua famiglia
.

Ma più che un diario sembrava un romanzo dal titolo “La rosa inversa” che raccontava una storia incredibile e rimasta a lungo nascosta: protagonisti il barone Ruggero Henares, nato nel 1743 ed educato nel Collegio gesuitico della città, e l’amico d’infanzia Peppino Balsamo, alchimista ed esoterista; lungo il percorso dei due  l’incontro scontro con il gesuita Saverio Crisafulli, diventato rettore del collegio, dotto e intransigente che Ruggero si troverà a perseguitare in uno scontro personale e ideologico eseguendo l’ordine di cacciare i gesuiti dal regno di Napoli nel 1767; avventure che riguaderanano Ruggero e Giuseppe Balsamo, più conosciuto come Alessandro conte di Cagliostro; il primo, tornato a Calacte fonda una propria loggia, La Rosa Inversa, dove si discute di uguaglianza e libertà.

Maria Attanasio (Caltagirone, 1943) collabora a riviste e giornali. Ha scritto poesie (Interni, 1979; Nero barocco nero, 1985; Eros e mente, 1996; Amnesia del movimento delle nuvole, 2003) e saggi. Con questa casa editrice ha pubblicato Correva l’anno 1698 e nella città avvenne il fatto memorabile (1994), Piccole cronache di un secolo (1997, con Domenico Amoroso), Di Concetta e le sue donne (1999) Il falsario di Caltagirone (2007), Il condominio di Via della Notte (2013), La ragazza di Marsiglia (2018), Lo splendore del niente e altre storie (2020) e La Rosa Inversa (2026).

Della stessa autrice su tuttatoscanalibri

La ragazza di Marsiglia

Brevi note di Salvina Pizzuoli a “La ragazza di Marsiglia”

Lo splendore del niente e altre storie

Piergiorgio Pulixi “Il nido del corvo”, presentazione

Copertina del giallo di Pulixi "Il niodo del corvo", edito da Feltrinelli

“Sullo sfondo di una Sardegna sospesa tra west selvaggio e lande crepuscolari, Pulixi firma una storia ipnotica e avvolgente, che scandisce una deriva nei chiaroscuri dell’anima umana”.(da Feltrinelli)

Teatro dell’azione è la penisola del Sinis con i suoi scenari che ricordano i paesaggi del Far West, con i suoi stagni e i panorami selvaggi; è lì che l’assassino, particolare per la sua passione per le mani delle sue vittime, riesce a muoversi senza difficoltà.
Una donna è scomparsa da mesi e solo molto dopo e irrilevanti passi avanti, due segnali tangibili: un cellulare che si riaccende e una mano femminile amputata e ancora in perfetto stato di conservazione.
Sul luogo del rilevamento gli ispettori Daniel Crobu e Viola Zardi.
Al primo ritrovamento farà seguito un secondo, diverso ma altrettanto terribile in località Sale ’e Porcus, un  altro ambiente desolato.
Che si tratti di uno spietato perfezionista maniacale appare già dal Prologo dove, con sapiente orchestrazione, l’autore introduce il malfattore seriale mentre sta scegliendo la sua preda nel momento in cui solleva, al bar, la tazzina da caffè: la sua ossessione sono infatti le mani delle donne.
Dal Prologo si passa alla scena del crimine con il macabro rinvenimento dove fanno il loro ingresso i due nuovi personaggi. Sul fronte degli investigatori infatti una novità subito evidente è l’ingresso nel mondo di Pulixi di due nuovi protagonisti: l’ispettrice capo Viola Zardi e l’ispettore Daniel Crobu, per tutti Corvo, ovvero la traduzione dal sardo del cognome, opposti e complementari.
La galleria di detective costruiti da Pulix, si avvale ora di due nuovi e interessanti interpreti, insieme ai quali si muovono anche i personaggi del precedente romanzo, La donna nel pozzo.

Dello stesso autore su tuttatoscanalibri

La libreria dei gatti neri

Un colpo al cuore

La donna nel pozzo

Un colpo al cuore

Nedra Tyre “Casa dolce casa”, Edizioni le Assassine

Il livello di suspense è altissimo, grazie alla battaglia passivo-aggressiva tra una timida zitella e l’intrusa che un giorno si presenta a casa sua, si rifiuta di andarsene e ne usurpa il possesso, nonché la vita stessa della proprietaria, in quello che equivale a un colpo di stato incruento. (CrimeReads, Sarah Weinman)

Il romanzo ha quella qualità di incubo terribile dal quale non ci si può risvegliare e liberare. Scoprire come Miss Allison riesca a sfuggire al suo incubo solitario rende la lettura davvero avvincente. (Curtis Evans, introduzione all’edizione del romanzo pubblicata nel 2022 da Stark House)

Copertina del thriller di Nedra Tyre "Casa dolce casa", Le Assassine,

Postfazione di Carlo Zaza

Traduzione di Barbara Monteverdi

Collana: Vintage

Edizioni le Assassine

Dal 13 marzo

In una sonnolenta cittadina americana, la timida signorina Allison realizza il sogno di una vita indipendente: una casetta tutta per sé, grazie ai soldi ereditati dalla zia di cui si era presa cura a lungo. Pronta ad assaporare la tanto agognata solitudine e libertà, vede ben presto andare in frantumi il suo sogno, quando bussa alla sua porta la signorina Withers, un’intrusa ostinata e manipolatrice, che si insinua come un parassita nella sua esistenza con una dolcezza velenosa e un controllo insidioso.  
Quello che inizia come un cortese confronto domestico si trasforma in una battaglia di volontà passive-aggressive, dove ogni gesto quotidiano – dal passare il sale a tavola alle discussioni su spezie e routine – diventa arma letale.
Nedra Tyre, maestra del giallo psicologico, tesse una suspense soffocante, che rivela abissi di disperazione e rancore sotto la patina delle buone maniere e in cui l’orrore non arriva dall’esterno, ma è seduto accanto nel salotto buono.

La presenza della psychological suspense è evidente, così come lo è il radicamento della visione psicologica nel punto di vista di due donne che si muovono nella società con ruoli molto diversi da quelli tradizionalmente familiari. Ma vi è anche altro, ed è qualcosa per cui il romanzo costituisce un testo assolutamente precorritore. È quello che, con una terminologia attuale, viene definito il domestic thriller, o altrimenti domestic suspense o domestic noir; domestic, comunque, e quindi afferente all’abitazione. Un genere narrativo in cui la tensione emotiva, risultato di un’azione criminosa, si manifesta all’interno dell’abitazione e della cerchia di coloro, familiari per lo più, ma non solo, che la occupano. Nel 1953, anno in cui il romanzo fu pubblicato, si trattava di una realtà comparsa essenzialmente in ambito teatrale e cinematografico. (Dalla Postfazione di Carlo Zaza, magistrato e presidente del Festival Giallo Garda)

Nedra Tyre è nata nel 1912 in Georgia ed è morta nel 1990 in Virginia. Laureatasi alla Emory University, nella vita ha svolto diversi lavori: assistente sociale, libraia, impiegata e copywriter pubblicitaria. Le sue prime storie risalgono agli anni Quaranta del secolo scorso. Nel 1952 pubblica il suo primo romanzo giallo, seguito da altri cinque, ma poi preferisce ritornare ai racconti che pubblica su riviste come Ellery Queen’s and Alfred Hitchcock’s Mystery Magazines.

Riccardo Berti “Teutonic Thrashing Madness. L’epoca d’oro del Thash Metal tedesco 1982-1992”, Tsunami

Per la prima volta al mondo, un saggio che indaga la storia, le speranze e le influenze della leggendaria scena thrash metal tedesca nel suo decennio più significativo

Copertina del saggio di Riccardo Berti "Teutonic Thrashing Madness. L'epoca d'oro del Thash Metal tedesco 1982-1992", Tsunami Editore

Collana Le Tempeste 31

Il testo è corredato da 170 immagini

Tsunami

Dal 13 marzo in libreria

Kreator, Sodom, Destruction, Tankard, Assassin, Poison…sono solo alcuni dei nomi che, insieme a tanti altri, sono entrati nell’immaginario collettivo e negli ascolti dei fan del metal sparsi per tutto il mondo, contribuendo a creare un alone di leggenda intorno alla scena thrash metal teutonica, da sempre vista come qualcosa di “altro” rispetto a quella americana e al resto d’Europa. E non per caso. Per esaminare le coordinate storiche e stilistiche del thrash metal tedesco bisogna infatti scavare in profondità la realtà, vibrante e turbolenta, di un decennio fatto di lotte, mutamenti e rivoluzioni, in cui il mondo è minacciato da venti di guerra che soffiano da due posizioni agli antipodi: l’occidente e il blocco sovietico. Sono anni che si concluderanno con la dissoluzione della cortina di ferro e la nascita di un nuovo ordine globale, ma prima di arrivare alla caduta del muro e alla riunificazione, le due Germanie devono fare i conti con i loro demoni, tra cui il declino economico, la disoccupazione, l’inquinamento, il terrorismo e lo spionaggio. E in questo braccio di ferro planetario, il thrash metal è un’avanguardia che riesce a scandire con i suoi ritmi e la sua rabbia la voglia di rivalsa della sognante gioventù tedesca, sia a est sia a ovest. Teutonic Thrashing Madness è la storia di alcuni giovani eroi degli anni Ottanta che ce l’hanno fatta e di altri che ci hanno creduto, alimentando la fiamma di un movimento sviluppatosi in un paese diviso e in bilico tra l’eredità di un contundente passato e un futuro in cui le speranze si fondono con le incertezze. la storia di un genere musicale che diventa la luce guida per esplorare gli angoli più bui e meno noti di una generazione assetata di libertà.

Giornalista ed esperto di comunicazione, Riccardo Berti nasce a Como nel 1979, vive nella Brianza lecchese ed è da sempre un figlio adottivo di Milano a livello professionale. Appassionato di storia, letteratura e cinema, collabora con la fanzine tedesca Voices From The Darkside e il portale Metalitalia.com. Tra i tanti, troppi, sogni irrealizzabili avrebbe voluto intervistare John Bonham, H.P. Lovecraft, Lucio Fulci e Aleister Crowley. Restando nell’ambito del fattibile, si esalta indagando le pagine meno conosciute della storia del metal.

Stefano Terra “Le porte di Ferro”, Gammarò (Oltre)


“Le Porte di Ferro”: torna in libreria il capolavoro di Stefano Terra, il grande romanzo dimenticato sulla nascita della Guerra Fredda

Copertina del romanzo di Stefano Terra "Le Porte di Ferro", Gammarò (Oltre)

Introduzione di Diego Zandel

Gammarò (Oltre)

Dal 10 marzo in libreria

Gammarò edizioni riporta alla luce “Le Porte di Ferro”, considerato dalla critica e da autori come Claudio Magris il miglior romanzo di Stefano Terra. Pubblicato originariamente nel 1979 e ora riproposto nella collana i Classici con un’introduzione di Diego Zandel, il libro è un potente intreccio di memorialistica, reportage e avventura che esplora le radici profonde dell’Europa contemporanea. La vicenda si apre nel 1946, sul treno che da Torino porta alla Conferenza di Pace di Parigi, dove le potenze vincitrici stanno ridisegnando cinicamente i confini del mondo. Il racconto vive dello sdoppiamento tra due protagonisti, entrambi alter ego dell’autore: il maturo giornalista Gerolamo Traversa, disilluso testimone dei grandi eventi storici, e il giovane Fioravanti, rivoluzionario trotzkista animato da un idealismo puro e pericoloso. Sullo sfondo di una Parigi affollata di delegati e agenti dei servizi segreti, il romanzo si muove tra gli intrighi diplomatici e lo spettro di guerriglie dimenticate — dai banderovisti ucraini ai ribelli delle Porte di Ferro sul Danubio — che si oppongono alla spartizione dell’Europa dettata dagli accordi di Yalta. Con una prosa lucida e incalzante, Terra racconta non solo la cronaca di un’epoca, ma anche il dramma delle popolazioni sacrificate alla ragion di Stato, come quelle della Venezia Giulia e dell’Istria. “Le Porte di Ferro” non è solo una preziosa testimonianza storica, ma una riflessione attuale sul potere, sul tradimento degli ideali e sulla “storia del cuore” che batte dietro i grandi mutamenti politici. Un’opera necessaria per combattere quello che Magris definisce “l’Alzheimer culturale” della nostra epoca.

Stefano Terra, giornalista e scrittore, nato a Torino l’11 agosto 1917, morto a Roma il 5 ottobre 1986. Antifascista del gruppo torinese di ”Giustizia e Libertà”, amico di L. Ginzburg e C. Pavese; costretto ad abbandonare l’Italia, proseguì l’attività clandestina in Egitto, al Cairo. Nel dopoguerra collaborò al Politecnico di E. Vittorini e diresse a Milano Il ’45. Inviato speciale per La Stampa e la RAI, si occupò delle vicende politiche dei Balcani e del Medio Oriente, risiedendo per lo più in Grecia.

«Sono nato nel 1917 a Torino, tra il rumore dei motori degli idrovolanti che provavano vicino al Po e le lettere dannunziane che mio padre mandava dal fronte a mia madre. Negli anni Trenta, la mia formazione è avvenuta tra i libri recuperati dai depositi per il macero e le biblioteche; eravamo un gruppo di “ragazzi avventurieri” che i più anziani e seri Cesare Pavese e Leone Ginzburg consideravano teste accese e pericolose. Tra lo studio irregolare e la passione per il cinema di Carné, abbiamo vissuto anni di cospirazione casta e ribelle: riunioni segrete, manifesti rivoluzionari e piccoli atti di sfida al regime, come quella bomba di carta fatta esplodere durante un’adunata oceanica. La guerra ci ha dispersi. Mobilitato per l’Albania, nel 1941 riuscii a raggiungere gli antifascisti al Cairo. In quegli anni turbolenti, mentre Rommel avanzava verso El Alamein, pubblicavo i miei primi racconti (Morte di Italiani) e il romanzo La generazione che non perdona. Nel dopoguerra, dopo la scomparsa di Enzo Sereni e la chiusura del Politecnico di Vittorini, scelsi la via dell’espatrio come giornalista. Per venticinque anni ho vissuto tra Parigi, i Balcani e il Levante, raccontando guerriglie, interviste e colpi di Stato. “Liquidavo ogni giorno la vita con un pezzo per il giornale”, finché, anni fa, ho deciso di abbandonare il mestiere per tornare alla letteratura pura. Sono nati così La fortezza del Kalimegdan e Calda come la colomba. Oggi vivo in una casa nell’Attica, tra vigne, eucalipti e il silenzio delle volpi all’imbrunire

Dello stesso autore su tuttatoscanalibri

Alessandra

La fortezza del Kalimegdan

Simone Cislaghi “Partire. Il viaggio come metafora dell’esistenza”, Mursia

Copertina del saggio di Simone Cislaghi "Partire. Il viaggio come metafora dell'esistenza", Mursia

Collana Piccole Tracce

Mursia

Dal 9 marzo

«Nel viaggio dell’esistenza ci troviamo già per mare. Possiamo decidere se lasciarci trasportare dal capriccio delle onde e dei venti o se prendere in mano il timone e imprimergli una direzione, la nostra direzione. È una scelta esistenziale, un’opzione fondamentale.»

Dal mito di Gilgamesh all’Odissea, fino ai grandi racconti biblici, Simone Cislaghi rilegge i viaggi fondativi della nostra tradizione culturale come esperienze capaci di offrire nuove prospettive sulla vita e di trasformare chi le compie. Il tema viene anche attualizzato e si intreccia con la quotidianità, mostrando come il viaggio – reale o interiore – è sempre occasione di crescita, cambiamento e arricchimento personale. Un saggio che esplora il viaggio come metafora dell’esistenza umana e che unisce filosofia e narrazione per restituire al lettore la vocazione originaria del pensiero: aiutarci a vivere meglio e più intensamente.

Colui che compie il viaggio giunge a destinazione diverso da com’era partito, se il viaggio è stato un’occasione ben spesa. Percorrere l’itinerario trasforma il viaggiatore disponibile all’incontro autentico. Giungere ad una meta significa evolvere. Chi non evolve, non arriva. Il viaggio porta a maturazione semi che riposano nella coscienza e scioglie tensioni e incrostazioni che imbrigliano l’animo, a volte addirittura impedendo alla vita di fiorire. Se viaggiare è, per definizione, spostarsi nello spazio fisico, parallelamente, viaggiare è spostarsi nello spazio dell’interiorità. Viaggiare attraverso il mondo è viaggiare attraverso sé stessi. Allargare gli orizzonti della propria esperienza di viaggiatore significa allargare, al contempo, gli spazi della propria interiorità

Simone Cislaghi (Milano, 1976), laureato in Filosofia all’Università Cattolica di Milano, insegna Filosofia e Storia al Collegio San Carlo di Milano.

Fabrizio Guarducci – Monica Milandri ” Più in là del silenzio”, Le Lettere

Un romanzo sulla difficoltà di amarsi da adulti, sulla vulnerabilità, sulla necessità di accettare limiti e sulla pazienza della cura quotidianapane condiviso, oggetti sistemati insieme, gesti che si sostituiscono alle parole troppo povere o potenzialmente dannose

Copertina del romanzo di Guarducci e Milandri "Più in là del silenzio", Le Lettere

In libreria dal 6 marzo 2026

Preparava la colazione per tutti e due. Appoggiava il giornale più vicino a lui. Lasciava la porta del bagno socchiusa perché sapeva che lui si sarebbe lavato le mani prima di colazione. E ogni volta che lui capiva — ogni volta che accoglieva la colazione con un sorriso o si sedeva senza chiedere qualcos’altro — lei sentiva un piccolo battito dentro, come se stessero imparando un linguaggio muto fatto di sintonia. All’inizio aveva pensato: “Ci stiamo adattando.” Poi, con più coraggio: “Ci stiamo ascoltando.” Ora sapeva che era qualcosa di più profondo. “Ci stiamo riscrivendo.” Era una scrittura lenta, fatta non di lettere, ma di gesti. Di abitudini che si modellavano piano sull’altro, non per dovere, ma per delicatezza. Come quando cammini accanto a qualcuno e, senza rendertene conto, adegui il passo. Non ti chiedi se sei tu o lui a cambiare. Lo fate entrambi, naturalmente.

“Più in là del silenzio” segue il percorso di Teodoro e Claudia, due adulti segnati dalla fatica di comunicare davvero, sia come coppia che all’interno del proprio ambiente di amicizia e quotidianità. Nel romanzo, il silenzio emerge come il vero protagonista: non solo distanza o muro, ma possibilità di sentire, incontrarsi e ascoltarsi in profondità, oltre la superficie delle parole abituali. La trama si snoda tra scene di vita privata e momenti collettivi: la svolta avviene quando Teodoro e Claudia organizzano una cena in cui parlare è proibito—solo la musica e i gesti possono esprimere i sentimenti. Questo evento simbolico permette ai due e alle persone che li circondano di scoprire che può esistere una comunicazione fatta di cura, attenzione e piccoli dettagli, in cui i non detti diventano nuova lingua dell’intimità. Il romanzo riflette sulla difficoltà di amarsi da adulti, sulla vulnerabilità, sulla necessità di accettare limiti e sulla pazienza della cura quotidiana: pane condiviso, oggetti sistemati insieme, gesti che si sostituiscono alle parole troppo povere o potenzialmente dannose. Guarducci e Milandri costruiscono così una meditazione densa sul valore della presenza autentica, sull’ascolto e sulla possibilità—anche nella crisi—di trovare uno spazio comune dove restare se stessi e incontrare davvero l’altro.

Fabrizio Guarducci si è formato nella concezione sociale e umana di Giorgio La Pira. Dopo aver vissuto il movimento Underground alla fine degli anni Sessanta negli Stati Uniti e aver conosciuto Guy Debord in Francia, ha aderito convintamente al Situazionismo. Ha fondato il Dipartimento di Antropologia culturale dell’Istituto Internazionale Lorenzo de’ Medici di Firenze. Ha insegnato Mistica, Estetica e Tanatologia, dedicandosi interamente alla ricerca dei linguaggi come strumenti per migliorare l’interiorità dell’individuo e per trasformare in positivo la realtà che ci circonda. È, inoltre, autore cinematografico: Paradigma italiano (premiato al PhilaFilm, 1993), Two days (2003) e Il mio viaggio in Italia (vincitore del Golden Eagle, 2005). Come autore, produttore e regista ha realizzato i film Mare di grano (2018), Una sconosciuta (2021) e Anemos (2023) e La partita delle emozioni (2025). Ha pubblicato i saggi La parola ritrovata (2013), TheoriaIl divino oltre il dogma (2020) e i romanzi Il quinto volto (2016), La parola perduta (2019), La sconosciuta (2020), Duetto (2021), Amor (2022), Il villaggio dei cani che cantano (2022), La partita delle emozioni (2023) ed Eclissi (2023, selezione Premio Strega 2024), Il richiamo del sentimento (2025).

Monica Milandri è appassionata di arte e musica classica; vive e lavora a Firenze.

Joseph Roth, Stefan Zweig “Ombre folli. Lettere 1927-1938”, presentazione

Adelphi

A cura di Madeleine Rietra e Rainer Joachim Siegel
Postfazione di Heinz Lunzer
Prefazione e traduzione di Ada Vigliani

Dalla Prefazione di Ada Vigliani:

“La ragione ha traslocato dalle nostre menti, senza nemmeno una disdetta preventiva. Siamo folli e viviamo nell’Ade. Siamo ombre folli, morte  e ancor sempre idiote. È l’anticamera dell’inferno questo  mondo!” (Roth a Zweig 1 febbraio 1936).

È il settembre del 1927 quando Zweig riceve da Roth una copia di Ebrei erranti, lo legge e si complimenta con l’autore: da quel momento iniziano a scriversi, prima di rado poi in modo sempre più puntuale soprattutto dopo Giobbe, uno dei capolavori di Roth.
Nasce così il carteggio che si protrarrà fino al 1938 quando ad una lettera di Zweig Roth non risponderà, è il dicembre del ’38. Solo dopo, il 27 maggio del 1939, Zweig sarà informato della morte dell’amico.
Due letterati, due ebrei dal temperamento e dalla storia personale diversa, tra i quali nasce invece un’amicizia sincera e profonda. Nonostante la differenza di età e l’indole differente: se  Roth è giornalista e scrive solo romanzi per “sopravvivere”, Zweig è saggista e narratore già famoso e con una buona situazione economica; il primo è inquieto, dissennato e alcolizzato, guarda con pessimismo alla situazione politica, il secondo è europeista, ottimista, pacato, generoso.
Eppure né i tratti del carattere né la visione politica diversa scalfirono minimamente l’affettuosa amicizia che li legherà fino alla fine.

“[…]Nemmeno nei momenti di massima frustrazione (e anche in ciò si manifesta la sua magnanimità) Zweig perse di vista la grandezza di Roth, cui dichiarerà di essere affezionato come a un fratello. Roth giudica allo stesso modo la loro amicizia. E mai che fra i due, che pure sono in fondo uomini soli, che in questa amicizia trovano un vero conforto, si giunga a darsi del tu” 

Joseph Roth (1894 -1939) scrittore e giornalista austriaco, nacque a Brody, allora nell’Impero austro-ungarico, e lavorò come giornalista per il Frankfurter Zeitung. Tra le sue opere La marcia di Radetzky (1932), racconta il declino dell’impero austro-ungarico. Di origine ebraica, lasciò la Germania dopo l’ascesa di Adolf Hitler e morì in esilio a Parigi nel 1939.

Stefan Zweig (1881 -1942) scrittore e biografo austriaco, nacque a Vienna da famiglia ebrea benestante e divenne uno degli autori europei più letti tra le due guerre mondiali. Tra le sue opere Lettera di una sconosciuta, Novella degli scacchi e l’autobiografia Il mondo di ieri.Con l’ascesa del nazismo fu costretto all’esilio; nel 1942 è morto suicida in Brasile.

Elena Pagani “Criminosa pigmenta. Bottega d’arte forense”, OLIGO

Veri casi di cronaca nera. L’esperienza sul campo di un disegnatore forense

L’arte conquista la criminalistica. L’opera d’arte percepita sulla scena del crimine è già disvelo di resa giustizia

Copertina del saggio di Elena Pagani, Elena Pagani, Disegnatore Accademico Forense della Polizia di Stato Italiana, "Criminosa pigmenta", Oligo

Prefazione di Stefano Paoloni

Oligo

Dal 6 marzo

L’arte può essere al servizio della legalità e della giustizia? Sì. Questo saggio ne è una prova. Creare opere pittoriche e affrontare verifiche tecniche peritali attinenti alla scena del crimine consente di arrestare ladri, stupratori e assassini. Questa è la missione di Elena Pagani, Disegnatore Accademico Forense della Polizia di Stato Italiana, per il suo lavoro nota in tutto il mondo. Cosa lo rende unico? Fare da ponte tra l’arte e la criminalistica. Come ci riesce? Traducendo in segni grafici prove e testimonianze raccolte sul campo o, viceversa, analizzando e scomponendo disegni che hanno a che fare con reati e delitti. Disegnando a mano individua e ricostruisce quanto raccontato da testimoni e vittime, spesso dettagli che sfuggono anche alle tecnologie più sofisticate. Tra luci, penombre e oscurità, il suo approccio artistico d’avanguardia diventa l’ultima speranza per portare giustizia. Criminosa Pigmenta, Bottega d’arte forense è tutto questo e molto, molto di più.

Quest’opera letteraria d’interesse artistico criminologico illustra casi investigativi tratti da avvicendamenti reali ed è rivolta a tutti i gentili Lettori che desiderano addentrarsi nella conoscenza della mia professione: disegnatore accademico forense. Oltre, ovviamente, a chiunque abbia caparbia convinzione che l’artista sia persona esclusivamente visionaria dedita a dar vita a opere d’arte per diletto o esclusivo interesse economico e non perché abbia condotto, spesso a sua stessa insaputa, una ricerca di analisi sociale o intimamente del sé. Maestro d’Arte, non dipingo per chiunque desideri guardare o possedere una mia opera d’arte. Ho scelto, invece, di indirizzare impegno e lavoro per rispondere tecnicamente a domande investigative relative alla commissione di crimini che richiedono la visione di opere d’arte disvelate per poter essere paghe. In primis: chi è stato? Perché e come l’ha fatto? Le conseguenti risposte sono volte a dimostrare verità. Come ci riesco? Utilizzando metodologie d’intervento artistico in contesti forensi: percorrenze e competenze investigative, queste, valevoli come tramiti per il raggiungimento di un altro profitto sociale che non sia l’opera d’arte fine a sé stessa: contribuire a rendere giustizia a vittime di reato e indurre a giudizio i colpevoli determinando risposte tecniche dimostrabili e incontrovertibili. (dalla Premessa)

ELENA PAGANI a sedici anni è già Maestro d’Arte. A ventidue consegue la laurea magistrale all’Accademia di Belle Arti di Brera. Disegnatore Accademico Forense della Polizia di Stato Italiana, è tra i novanta Operatori D.V.I., Disaster Victims Identification, team d’élite della Polizia Scientifica. È Operatore in Analisi di Sopralluogo Tecnico Giudiziario della Scena del Crimine. Dirigente del Sindacato Autonomo di Polizia, Segreteria Generale-Roma, svolge attività sindacale contribuendo, a livello nazionale, alla formazione e aggiornamento professionale degli Operatori di Pubblica Sicurezza e Polizia Giudiziaria. Per Oligo ha pubblicato Ladri di facce. Il Disegnatore anatomico tra testimoni, vittime, memorie e falsi ricordi (con Alessandro Meluzzi).