Massimo Carlotto “La signora del martedì” presentazione di Ranieri Polese da Il Corriere Cultura

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Valeria Rossi “I segreti per avere un cucciolo educato” recensione di Flavia Piccini da Il Tirreno 20 gennaio

Diventare grandi amici del proprio cucciolo
di Flavia Piccinni
Esiste un adorabile libro di Charles M. Schultz che si intitola “La felicità è un cucciolo caldo”. In copertina c’è Lucy che abbraccia Snoopy. Ed è a questo meraviglioso libretto – ancora disponibile nell’edizione del 2002 di Dalai Editore – che penso iniziando l’utilissimo libro di Valeria Rossi “I segreti per avere un cucciolo educato” (Paco Editore, pp. 160). Rossi – savonese classe 1953, prematuramente scomparsa nel 2016 – è considerata nella cinofilia italiana come una delle più appassionate e competenti istruttrici; ha alle spalle 25 anni di allevamento e di addestramento, ha firmato oltre cento libri cinofili, curato la serie televisiva “I fedeli amici dell’uomo” e condotto il programma TV “Ti presento il cane”, che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è una rivista online. I suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia ed è in questo testo dedicato ai cuccioli emerge tutto l’amore per la creazione di un rapporto di amicizia con l’amico a quattro zampe, che deve essere alimentato da passione, voglia di stare insieme, comprensione e gentilezza. “Siccome il cucciolo non parla la nostra lingua (almeno per ora, poi in parte la imparerà) dobbiamo parlare la sua”. E Rossi insegna – passando da capitoli pratici, e dando consigli utili che trascendono spesso il rapporto con l’animale – come educare e stare insieme al proprio amico a quattro zampe, uscendo dal rapporto antropocentrico che spesso ha guidato il legame uomo/cane. Il ricavato dell’acquisto è devoluto al Fondo Amici di Paco, associazione nazionale senza fini di lucro nata per promuovere e sostenere attività a tutela degli animali e prevenire il randagismo. Motivazione in più per leggere. —

Albert Camus “Il primo uomo” recensione di Salvina Pizzuoli

Quella notte che era in lui, sì, quelle radici oscure e confuse che lo collegavano a questa terra splendida e terrificante, ai suoi giorni infuocati come alle sere improvvise che ti stringono il cuore…

Un romanzo postumo, ricostruito dalla figlia Catherine in base al manoscritto ritrovato tra le lamiere di quell’auto dove nella notte del gennaio del 1960 Camus aveva trovato la morte. Un romanzo incompiuto, un romanzo dedicato all’Algeria, alla bellezza e agli affetti.

Si apre, come per un antefatto, con il tragitto su una carretta di due viaggiatori, due coloni francesi, i coniugi Cormery, nella notte africana, una notte frenetica nel raggiungere un rifugio per la partoriente, per il marito alla ricerca di un medico, per le due donne, un’europea e un’africana, che l’assisteranno, fino alla nascita di Jacques, che il lettore ritroverà quarant’anni dopo, partito alla ricerca di notizie del padre che non ha mai conosciuto, perché caduto un anno dopo la sua nascita come combattente durante la prima guerra mondiale, nella battaglia della Marna, e sepolto nel cimitero di Saint Breiuc, dove il figlio scoprirà, con incredula notazione costernata, “che l’uomo che giaceva sepolto sotto quella pietra, e che era stato suo padre, era più giovane di lui” perché morto a soli ventinove anni.

E nel ritorno ad Algeri, verso la sua Africa, il lettore ripercorre con Jacques Cormery, il protagonista, un cammino a ritroso nel tempo della memoria, dove anche la miseria, che ne ha caratterizzato l’infanzia e la giovinezza, viene alleggerita nella dolcezza del ricordo di luoghi e persone e ambienti algerini, luoghi e persone di un’infanzia “misera ma felice”. E il lettore accompagna il protagonista nella sua rassegna, tra scorci vividissimi della memoria, che immortalano in pagine liriche i giochi da bambino, la famiglia, la madre, la nonna e lo zio Etienne, il maestro, signor Bernard, educatore e un quasi padre, figura imponente e tratteggiata con mano felice, che lo indirizza, studente promettente, al Liceo.

Pagine leggere sulle quali aleggia il sorriso lieve di chi è sopraffatto dall’emozione lungo il percorso della memoria che sola sa immortalare e restituire, nell’ineffabile levità di un tempo di cui restano solo le impressioni felici, il passato.

Un grande romanzo, che il fatto di essere incompleto e di essere stato ricostruito su appunti, scritti spesso con grafia difficile e oscura, nulla toglie alle sue pagine, ma la cui stesura ha permesso ai lettori di vivere dentro la bellezza sopraffina, delicata e dolcissima, di accurate descrizioni, quasi un’inquadratura cinematografica, del cammino di crescita e di formazione di un primo uomo.

E anche Jacques, che aveva voluto sfuggire al paese senza nome, alla folla e a una famiglia senza nome, mentre qualcosa nel suo animo non aveva mai smesso di invocare quel silenzio e quell’anonimato […] camminando nella notte degli anni sulla terra dell’oblio, dove ognuno era il primo uomo, e dove egli stesso aveva dovuto allevarsi da solo, senza un padre […] crescere da solo, in forza e in potenza, trovare da solo la sua morale e la sua verità, sino a nascere come uomo per poi nascere di nuovo

Dello stesso autore “Lo straniero”

Autori toscani? Sì, grazie…

Gentili lettori, iniziamo la nostra rassegna letteraria sugli autori toscani di ieri e di oggi o che scrivono o hanno ambientato le loro opere in Toscana, con una novella di Ferdinando Paolieri, fiorentino tratta da Novelle toscane pubblicato a Torino nel 1913. Pittore e poeta fu a lungo giornalista de La Nazione.

All’attenzione dei nostri lettori “Il rimedio pei topi” novella che ritrae una  figura caratteristica della campagna toscana: il barrocciaio.

Il testo in alcuni punti è stato arricchito di note a chiarimento di vocaboli toscani oggi in disuso.

Arguto il finale e le considerazioni che concludono la novella.

Buona lettura!