Beth Morrey”La seconda vita di Missy Carmichael” presentazione

Una donna in età avanzata, sola nel suo oikos ormai sguarnito, con tanti rimpianti per cose dette male o non dette, esasperate dall’eterno pensiero di chi in solitudine vi si arrovella. Giorni sempre uguali nei gesti e nelle misere aspettative. Ma il caso o forse è meglio dire la vita è spesso piena di sorprese e così anche in quella di Missy, compaiono due figure umane e un cane che la cambieranno piano piano fino ad accendere in lei la possibilità di una prospettiva nuova: una Missy che riesce a trovare uno spazio per sé nel mondo, riluttante e impaurita ma che piano piano lascerà entrare nel suo guscio protettivo chi non vuole solo giudicare gli errori commessi e da sempre celati. Il raccontato dell’autrice, al suo esordio, fa parlare la protagonista in prima persona e i frequenti flashback permetteranno al lettore di ricostruire la figura del personaggio principale. Un banale incontro con due giovani donne,  Angela e Sylvie, un piccolo gesto di partecipazione e di coinvolgimento e l’arrivo, un po’ costretto, di Bobby riaccenderanno quel desiderio di casa, di famiglia, quell’oikos perduto.

Da Garzanti Editore

La mia casa è grande. Troppo grande. Ma io non sento la solitudine. La mia vita mi piace così. Uguale, giorno dopo giorno. Non ho bisogno degli altri. La maggior parte di loro, comunque, non si accorge di me. E io non faccio nulla perché questo accada. Eppure una mattina al parco qualcuno si è avvicinato. Due donne mi hanno vista persa nei miei pensieri e mi hanno offerto un caffè. Niente di che. Un piccolo gesto. Qualcosa che nessuno faceva per me da tanto tempo. Una gentilezza dopo la quale nulla è stato come prima. La mia seconda vita ha avuto inizio. La mia casa non è più così grande, se intorno al tavolo della cucina siamo in tanti. Com’era una volta. […]

Alcune notizie biografiche

Già Direttore Creativo presso RDF Television, vive a Londra con marito, due figli e un cane.

Francesco Abate “I delitti della salina” presentazione e la recensione di Maria Anna Patti di CasaLettori

Cagliari inizio Novecento, una giovane cronista, una ‘mezzosangue’, incrocio tra un capitano di Marina e una donna cinese, una verità che non piace e la caparbietà a farla riconoscere, il cadavere di un bambino ritrovato alla salina. Questi gli ingredienti del nuovo romanzo di Abate con una nuova figura femminile: Clara Simon, giornalista dell’Unione che non firma i propri pezzi e non solo perché donna ma anche per scontare questo suo desiderio di giustizia e di difesa dei più deboli che l’ha già messa nei guai. Una Cagliari belle époque, fuori da ogni cliché fa da inedita cornice alla vicenda.

La recensione di Maria Anna Patti di CasaLettori

Alcune note biografiche:

Francesco Abate (Cagliari 1964) è giornalista dell’ l’Unione Sarda ed ex DJ nei club dell’isola conosciuto come Frisco. Nel 1998 ha pubblicato il suo primo romanzo Mister Dabolina Nel 1999 vince il premio Solinas con il soggetto Ultima di campionato, pubblicato nel 2004 sotto forma di romanzo Nel 2006 inizia la collaborazione con Massimo Carlotto con il quale pubblica vari lavori tra i quali Catfish nel 2006

Simonetta Agnello Hornby “Piano nobile” presentazione

Una saga familiare nella Palermo tra i primi bombardamenti Alleati del 1942 e il dopoguerra fino al 1955. Si apre con le sensazioni e soprattutto i ricordi, raccontati in prima persona, del barone Enrico Sorci che, sul letto di morte, vede scorrere la sua vita e un mondo familiare, la moglie tradita e mai amata ma riscoperta dopo la morte di lei, figli anche bastardi e amanti, palazzi e dimore, proprietà e desiderio di nuova ricchezza da organizzare, inventare modernizzando sullo sfondo di una città affaccendata con un porto centro di traffici e mercanzie. Dopo Enrico sarà Cola il nuovo capofamiglia che arricchirà insieme ad altre voci di nuove testimonianze il racconto. Un ritratto di famiglia a più voci con una miriade di personaggi, “Piano nobile” di Simonetta Agnello Hornby, vuole essere il seguito di “Caffé amaro” e costituisce il secondo volume di una trilogia costruita attraverso il filo di storie ascoltate, immaginate e di “carte” ritrovate, dove trovano posto anche episodi storici, dal ‘42 al ‘55 un mondo nuovo contrassegnato dai primi segni del miracolo economico, e la lingua, quel dialetto mai dimenticato dall’autrice che compare non solo in alcuni termini riproposti, ma nello stile e nell’impostazione del raccontato che dà un’impronta felice al quadro d’insieme che ne scaturisce . In copertina un ritratto della nonna materna, di Francesco Camarda che l’autrice rammenta tra le pagine del romanzo per la sua capacità di cogliere l’animo di chi ritraeva.

Brevi note biografiche

Simonetta Agnello Hornby, palermitana, laureata in giurisprudenza, vive da tempo a Londra. Nel 2002 esordisce con La Mennulara cui seguono La zia Marchesa, del 2004, La monaca, del 2010 e Caffè amaro, del 2016.

Michael Connelly “La morte è il mio mestiere” presentazione

[…] il grande ritorno di Jack McEvoy: uno dei personaggi più iconici creati da Michael Connelly, già protagonista de Il poeta e L’uomo di paglia, due dei bestseller più apprezzati del Maestro del thriller.(da Edizioni Piemme)

In questo nuovo romanzo fa la sua ricomparsa il cronista di nera McEvoy, non più in veste di giornalista, ora lavora per un sito, FairWarning, che opera in difesa del consumatore, ma i casi della vita lo porteranno a ripercorrere vecchie strade e antiche abitudini: Tina Portrero, una giovane donna conosciuta un anno prima ma frequentata una sola notte, viene trovata con il collo spezzato e senza vita, da lì il suo coinvolgimento nella storia come sospettato. Non resta che indagare fino alla drammatica scoperta che l’omicidio della donna rientra in un percorso seriale che lo accomuna ad altre morti misteriose: un maniaco che uccide in base a precisi dati genetici. Ed è così, alla ricerca di nuovi indizi e connessioni, che il protagonista si riappropria in pieno della vecchia e mai obliata abilità di segugio entrando nel dark web, riuscendo a giocare d’anticipo sulle mosse degli sbirri con l’aiuto dell’ex agente dell’Fbi Rachel Walling. Una curiosità: il titolo originale del romanzo è Fair Warning, come il sito per cui McEvoy lavora in apertura del romanzo, e che tradotto sta per giusto avvertimento, ma quel sito esiste davvero e si tratta di un’associazione no-profit, così come il suo fondatore che compare con nome e cognome propri nel testo. Gli amanti del genere e degli scritti di Connelly sapranno perfettamente collegare la figura di McEvoy ai romanzi precedenti ritrovando in lui un personaggio esemplare anche se questa conoscenza non è fondamentale per seguirne le nuove avventure.

E anche:

Mochael Connelly “L’uomo da 43milioni di libri venduti” con la presentazione di alcuni romanzi di Maurizio Amore da Consigli.it

Daniela Alibrandi “L’ispettore Supplì e altre fantastiche storie” per i più giovani.

“Immaginate se sparissero misteriosamente alcune mozzarelle e un improvvisato ispettore dovesse ritrovarle con l’aiuto di amici inaspettati, o se trovaste un uovo di velociraptor in una caverna, o se addirittura riusciste ad andare sulla luna in compagnia di un bizzarro robot.

Quattro avventure per coraggiosi e curiosi piccoli esploratori del mondo. In un susseguirsi armonioso, i quattro racconti accendono la fantasia dei giovani lettori portandoli attraverso realtà diverse ma accomunate dalla scoperta e dalla meraviglia, con una particolare attenzione alla trasmissione di valori di rispetto per l’ambiente e per il cibo, di amicizia e di coraggio. L’amicizia, la fantasia e l’entusiasmo sono il centro di tante avventure appassionanti e fantastiche, che parlano al pubblico dei piccoli e alla loro sete di storie e di avventura.

Dagli 8 anni in su.”

L’Erudita Editore

Daniela Alibrandi su tuttatoscanalibri

Alessia Gazzola e la nuova trilogia con Costanza Macallè

“Questione di Costanza” è il romanzo che apre la nuova trilogia della Gazzola il cui titolo riprende il nome dalla protagonista: chi è questo nuovo personaggio femminile che l’autrice propone e alla quale affida il compito di muoversi e di raccontarsi in una nuova serie di romanzi?

È una giovane donna laureata in medicina che ha accettato temporaneamente il ruolo di ricercatrice per un anno presso l’istituto di paleopatologia di Verona. È partita quindi alla volta di Verona dalla Sicilia, precisamente da Messina, con Flora, la figlioletta di tre anni. Nonostante la giovane età è una madre e single. Ed è proprio nelle vesti di paleopatologa che la protagonista incontra un mondo affascinante quello dell’indagine storica: si affacciano così sulla scena nuove figure di donna, effettivamente esistite, le cui vicende storicamente documentate si mescolano con quelle immaginate dall’autrice. Vite di donne di ieri e di oggi: ”la sfida più impegnativa è stata”, scrive l’autrice in un recente articolo, “il costruire un raccordo tra una vicenda contemporanea, che è quella della protagonista, e una vicenda storica con la quale la prima si interseca emotivamente”.

E continua aggiungendo “Mi stava molto a cuore che entrambi i romanzi di questa serie avessero una circolarità facilmente individuabile: se in Questione di Costanza era rappresentata da vari aspetti correlati ai legami di sangue (la condizione di illegittimità, il rapporto tra sorelle), in Costanza e buoni propositi è data dal tema centrale della falsa identità – dell’essere, o sentirsi, un’impostora”. La circolarità delle vicende quindi continua anche nel seguito “Costanza e i buoni propositi” dove un’impostora, in questo caso una donna che assumerà un’identità che non le appartiene, è come, o meglio come si sente tale, la rossa protagonista, perché anche lei “o vorrebbe essere e non è, oppure è e non vorrebbe essere- e si sente un’impostora per questo”. (le citazioni sono tratte dall’articolo della Gazzola comparso su tuttolibri La Stampa del 10 ottobre 2020)

della stessa autrice:

Lena e la tempesta

Il ladro gentiluomo

Peter Cameron “Cose che succedono la notte” recensione di Salvina Pizzuoli

La sera scese con un’immediatezza snervante, come un sipario abbassato in fretta su uno spettacolo amatoriale andato nel peggiore dei modi. E poco dopo l’uomo si rese conto che il buio non era dovuto al tramonto del sole ma al treno, entrato in una fitta foresta dopo aver percorso distese di neve per l’intero pomeriggio.

Con questo fosco paesaggio si apre il romanzo: buio, neve, due personaggi senza nome, un uomo e una donna, marito e moglie, un viaggio e la sua conclusione rocambolica fino all’arrivo nell’hotel che nulla ha di meno inquietante rispetto al paesaggio in cui i due protagonisti sono presentati.

La hall dell’albergo era buia e somigliava a una caverna, nella penombra non si distinguevano le pareti. Per arrivare al banco della reception, che si ergeva come un altare in fondo all’immenso ambiente, di fronte alle porte d’ingresso girevoli, marito e moglie dovevano attraversare un’ampia distesa di moquette a motivi arzigogolati che si susseguivano all’infinito. Dietro l’alto banco di legno, sul quale erano appollaiati due enormi grifoni di bronzo, ognuno dei quali sorreggeva nel becco una lanterna di ferro con i vetri colorati, c’era una giovane donna con la divisa dell’albergo. Se ne stava impalata fra le due lampade e fissava tranquilla davanti a sé, inanimata e inquietante come le due creature che la fiancheggiavano.

Un viaggio con una meta precisa in un paese del nord Europa, non meglio identificato, la meta un orfanotrofio. La donna è malata, al termine della vita, il marito non è sempre all’altezza del compito di accompagnatore e si lascia trascinare in avventure/disavventure con alcuni personaggi incontrati nell’albergo: interessanti figure-simbolo d’altruista, di sfruttatore, di disincantato, di manipolatore, tratteggiate come fantasmi, burattini senza tempo e senza età. L’atmosfera è surreale e onirica. pare di vivere dentro un sogno–incubo dove per il lettore è difficile separarsi dalle pagine, per sapere, forse anche per capire il gioco letterario, fino all’imprevedibile quanto enigmatica conclusione: l’uscita dal mondo del buio, dalla morte e dal disincanto, verso la luce la vita o la realtà? Un testo che si può leggere e interpretare con chiavi diverse ma che non lascia di certo indifferenti anche se non sempre pienamente soddisfatti per le molte domande che rimangono aperte.

Omaggio a Gesualdo Bufalino: una favola per i più giovani riedita da Bompiani

Una favola, indica il titolo, e per questo la immaginiamo rivolta in particolare ai più giovani e non solo, a parer mio: Favola del castello senza tempo, come spiega Nadia Terranova nell’interessante premessa, fu richiesta a Bufalino per una collana dal titolo molto simile che avrebbe contenuto gli scritti di vari autori. Il protagonista è il giovane Dino che segue una farfalla, molto particolare, ammaliato dall’animale: “dall’ali gialle, dall’addome ugualmente giallo ma striato di anelli neri, dal dorso bruno, dove s’intravedeva il disegno d’un capo d’uomo, privo d’occhi, di labbra e di naso”. Compito del giovane, avendone tutti i requisiti, giovinezza coraggio e innocenza, sarà quello di liberare gli abitanti del castello da un’incredibile malia che li rende prigionieri del Tempo. Ma nel racconto ritornano, espresse in modo leggero, le tematiche bufaliniane e l’autore lo fa con una grazia speciale, incedendo nel racconto con passo onirico, attraversando prismatici paesaggi, sfiorando o spalancando una molteplicità di simboli.( la citazione è tratta dalla premessa di Nadia Terranova)

In omaggio al grande scrittore siciliano, nel centenario della nascita, oggi Bompiani la riedita corredandola delle illustrazioni di Lucia Scuderi che, come scrive la Terranova, ha trovato il modo di illustrarla dalla prospettiva di Dino indossando il suo sguardo, sovrapponendosi ai suoi occhi

Dal Catalogo Bompiani

Dino insegue una farfalla gialla e nera che porta un teschio sul dorso e si addentra in un bosco nero: riesce a serrarla nel pugno ed è allora, quando l’ha catturata e sta per destinarla alla prigionia di una piccola scatola, che la sente parlare. La farfalla si chiama Atropo, appartiene alla Notte e gli racconta del Castello Senza Tempo […]

Chandra Livia Candiani “La domanda della sete” recensione di Maria Anna Patti di CasaLettori

La recensione di Maria Anna Patti di CasaLettori

dal Catalogo Giulio Einaudi Editore

«Qualcuno è bravo con i nomi | sa un nome per tutte le cose». Chandra Livia Candiani invece i nomi li confonde, li centrifuga, li riassegna dandogli più forza. Essere in una stessa poesia cammello, seme di una mela, cane, fiamma e altre cose è rinominare il mondo con un’altra logica. La forte metaforicità di questa poetessa è tutt’uno con la ricerca di fermare in linguaggio il flusso incessante di sensazioni contrastanti ed entità che la attraversano, che ci attraversano. Se nell’atto del camminare dice di essere per metà uccello e per metà albero, non è solo un’analisi precisa della natura umana che tende contemporaneamente a staccarsi da terra e ad ancorarsi ad essa. Non è una semplice iperbole. È la condivisione della natura di uccello e di albero, che stanno dentro quella umana, perché tutte stanno insieme in un’«orchestra del mondo», fatta «di gridi e canti bisbigli e strepiti». Non sempre in perfetta armonia. I versi di Chandra, le sue parole, le sue metafore, vengono da quella partitura.

e anche:

Ritratto di poetessa: Chandra Livia Candiani (Alida Airaghi)

Silvio Danese “La pancia lo sa” presentazione

Prendere la situazione di pancia

Vero amore? Ascoltiamo prima la pancia

Parlare alla pancia del mondo

Pensare e agire con la pancia

Tanti i modi di dire legati alla “pancia” sinonimo di pensiero irrazionale, istintivo, umorale; espressioni il più delle volte usate in senso dispregiativo perché opposto a sensato. Non è dello stesso avviso l’autore di questo volume, il professore Silvio Danese, ordinario di Gastroenterologia presso Humanitas University e responsabile del Centro di ricerca e cura per le malattie infiammatorie croniche intestinali all’ospedale milanese Humanitas, che in questo testo propone e consiglia il lettore come ascoltare questo sensore speciale, capacissimo di indicarci un malessere o mandare messaggi importanti sul nostro stato di salute

Dal Catalogo Sonzogno Editore

Mangiamo cibi sbagliati? La pancia lo sa. Accumuliamo troppo stress a casa o al lavoro? La pancia è la prima a saperlo. Abbiamo preoccupazioni così sedimentate che ormai non ci facciamo più nemmeno caso? La pancia sa anche questo e, in un certo senso, conosce cose che noi stessi ignoriamo. Dovremmo imparare ad ascoltarla per stare meglio: gonfiore, stipsi e difficoltà digestive, per esempio, possono avere origine da tensione, tristezza o intolleranze alimentari. Come un moderno aruspice, il gastroenterologo di fama internazionale Silvio Danese in La pancia lo sa guida il lettore alla comprensione di sé attraverso i segnali che arrivano dal basso. Gli antichi predicano da secoli che il ventre è il centro dell’energia. E oggi gli studi all’avanguardia concludono che l’intestino e lo stomaco sono cruciali per lo stato di salute generale: da loro dipendono i livelli infiammatori dell’organismo, l’abilità del sistema immunitario nel fronteggiare i virus e i malanni, il metabolismo e dunque il peso, l’umore e il modo in cui ci rapportiamo agli altri. Pagina dopo pagina, l’autore, forte della pratica clinica in ospedale e dell’impegno nella ricerca, descrive gli stili di vita e le strategie che consentono all’apparato digerente di diventare il migliore alleato della longevità e di un’esistenza più serena. […]