Gianrico Carofiglio “Testimone inconsapevole” recensione di Salvina Pizzuoli

 

Un caso giudiziario e un avvocato della difesa sono gli elementi chiave di questo “giallo” o meglio giallo giudiziario o legal thriller come viene etichettato. “Uno dei migliori gialli legali usciti in Italia” lo definì Corrado Augias, ne Il venerdì di Repubblica.

Pubblicato nel 2002 ha rappresentato l’esordio narrativo di Carofiglio, quello che ha aperto la serie “I casi dell’avvocato Guerrieri”, ambientato nel 1999/2000 a Bari.

Non solo un giallo giudiziario: il percorso legale, dal punto di vista di un avvocato, si articola e s’intreccia infatti con una narrazione sfaccettata e ricca di personaggi, anche minori, interessanti e ben tratteggiati  non solo legati all’ambiente, e con le vicende private del protagonista che si svela, fin dall’inzio, in una fase difficile e complessa della propria esistenza.

Credevo di aver scritto un romanzo di formazione di un uomo che sbatte contro la vita, contro la sua mediocrità, che appartiene a tutti, e che poi trova se stesso in un’avventura processuale che è in realtà un espediente.

Così Carofiglio chiariva in un’intervista, evidenziando, a ulteriore chiarimento, il suo intento di narratore con la citazione in epigrafe di Lao-Tze “quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla”.

In effetti è il protagonista con le sue fragilità e le sue paure, insieme alle scelte o non scelte o che riconosce come tali, a trovare in questo caso giudiziario una chiave di lettura di se stesso e la possibilità di non fuggire più e di accettarsi, confessandosi titubanze e dubbi e incertezze:

“La verità però era un’altra. Avevo fatto l’avvocato per puro caso, perché non avevo trovato di meglio o perché non ero stato capace di cercarlo. […]Mi ero iscritto a giurisprudenza perché pensavo di guadagnare tempo, visto che non avevo le idee chiare. Dopo la laurea avevo pensato di guadagnare tempo andando a parcheggiarmi in uno studio legale, in attesa di chiarirmi le idee […] A poco a poco avevo anestetizzato le mie emozioni, i miei desideri, i miei ricordi, tutto. Anno dopo anno. Fino a quando Sara mi aveva messo alla porta. Allora il coperchio era saltato e dalla pentola erano venute fuori molte cose che non immaginavo e che non avrei voluto vedere. Che nessuno vorrebbe vedere”.

Cui segue la citazione da Dostojevskij:

“Ogni uomo ha dei ricordi che racconterebbe solo agli amici. Ha anche cose nella mente che non rivelerebbe neanche agli amici, ma solo a se stesso, e in segreto. Ma ci sono altre cose che un uomo ha paura di rivelare persino a se stesso, e ogni uomo perbene ha un certo numero di cose del genere accantonate nella mente”.

Un testo composito in cui gli interventi arguti sulla requisitoria del Pubblico ministero catturano il lettore nel procedere logico e sottile dell’arringa della difesa.

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