Valentina Olivastri “L’album di famiglia” recensione di Caterina Falotico 

La copertina è opera del pittore toscano Paolo Gheri

Riceviamo e volentieri segnaliamo:

IL BORGO IN UN DIVERTITO SPAESAMENTO

“Mi chiamo Edith Philippa Everard de Winton Strange. Lo so. Ho un nome che sembra una balbuzie per bocche svagate, quasi un leggero malessere capitato a uno dei trentatré trentini che entrarono in Trento tutti e trentatré trotterellando. Tuttavia, a Borgo nessuno ha mai preso sul serio questo borioso ghirigoro di sillabe. Qui, tutti mi chiamano solo e semplicemente Edi”.

Con queste parole la protagonista e io narrante dell’ultimo libro di Valentina Olivastri, L’album di famiglia, si presenta al lettore rivelando immediatamente la cifra del suo raccontare: una brillante autoironia tutta british mescolata a un’arguzia da maledetti toscani per dire di una materia ad alto potenziale emotivo e sentimentale com’è quella che tratta di memoria, identità, appartenenza comunitaria. Perché Edi è l’approssimazione dell’autrice, non proprio il suo alter ego, in quanto per metà italiana, meglio cortonese, per metà inglese, come dimostrano le sue passioni oscillanti fra il caffè e il giardinaggio. La doppia identità le consente un euforico divertito spaesamento proprio di chi non è straniera né del luogo, ma, mettiamola così, “un’inquilina con contratto senza scadenza”. Ha quarant’anni, fa la giornalista, ha un matrimonio alle spalle che non le ha tolto il gusto di interessanti avventure erotiche, quelle rigorosamente con un biglietto di andata e ritorno, per non rischiare l’irritante routine coniugale fatta di dentifrici schiacciati male e di biancheria intima disseminata qua e là come le briciole di Pollicino che conducono al talamo nuziale. E se le è venuta una crisi di mezza età, nemmeno questa ha toni drammatici, basta cambiare aria e magari lasciare Londra per un tuffo nel passato dell’infanzia toscana. Il tema delle radici assai presente in quest’opera è sottratto a ogni patetismo, quasi una bizzarria, “una voglia da soufflé mal riuscito […] di voler appartenere […] al paese della mia infanzia, della mia pigra e indolente adolescenza giallo zafferano”. Un’intelligente distanza fra vita e scrittura dà al racconto un’aria di rarefatta leggerezza che, come si vede dalle vicende narrate, non ignora l’opacità del vivere, le ombre e i misteri di cui sono fatte le vite degli uomini, non solo, ma anche i luoghi e perfino gli oggetti quotidiani come  può essere un album di fotografie. Quando Edi ne trova uno sui banchi della fiera antiquaria di Arezzo, percepisce la sua natura sfuggente e misteriosa fatta di pieni e vuoti, di spazi bianchi da colmare “tra un gruppo di famiglia e l’altro. Storie dentro una bottiglia, impigliate in chissà quali acque”.

Il tema del labirinto ricorre nei precedenti romanzi ed è non a caso legato ai luoghi di trasmissione della memoria: la biblioteca Tomasini-Renzi di Bardiano – località che come Borgo rappresenta il luogo di origine della scrittrice – in Prohibita imago (Oscar Bestsellers 2010); la parigina Fondazione Duval in La donna del labirinto ove la memoria ha il suo corrispettivo nell’oblio, fino al più umile album fotografico, in cui si materializzano il ricordo e la rimozione.

L’album in questione è un regalo destinato al suo redattore capo – ne è un appassionato collezionista – che ha offerto ad Edi una rubrica per il supplemento del weekend, il cui argomento è il cibo collegato alla grande invenzione del turismo culturale. Di qui il susseguirsi di riferimenti che strizzano l’occhio all’antropologia da un lato e all’attuale costume che enfatizza le radici identitarie (“tutti piatti popolati di dense memorie, di sapori assolati tra arcadia e mattatoio”). Anche qui una sottile ironia non disgiunta dal piacere della convivialità e dell’eros. Edi ritorna a frequentare Luca, ai tempi suo ragazzo e ora proprietario di un ristorante, ma si guarda bene da un ritorno di passione che metta a rischio una insolita e consolidata complicità. La passione, vissuta sempre con disincantata distanza, prende invece la protagonista per il bel Lorenzo approdato dalla lontana Matera a Borgo dopo la morte improvvisa dello zio, il viveur Ludovico Franceschi al centro di uno scandalo borghigiano apertosi proprio con l’apparizione del famigerato album di famiglia. A questo punto saltano certezze, dati biografici, vengono alla luce segreti inconfessabili, che rivelano la natura ambigua della famiglia e della comunità borghigiana, avvicinando il micromondo all’universale comédie humaine.

Il borgo gode di un ritorno di vita all’interno della produzione letteraria attuale e si lega alla dialettica, in ambito sociologico, fra locale e globale, crescita e decrescita, modernità e tradizione. Su questa linea si muovono scrittori come Franco Arminio, Vinicio Capossela, Mimmo Sammartino, Carmen Pellegrino, interpreti dello spirito del tempo e di una nuova coscienza che è insieme storica ed ecologica. Borgo vive in queste pagine di un’assolutezza esemplare, paradigmatica, in quanto luogo ove “la vita ha un tepore distrattamente sottile, un andamento che adesca con tripudio di aromi e di colori. L’aria ha un sapore domenicale e nessuno è ansioso di futuro”. Salvo poi a ridefinire gli spazi che intercorrono fra utopia e realtà, quando un oggetto inquietante ci interroga e ci spiazza nelle consolidate certezze.

Caterina Falotico 

Brevi note biografiche

Valentina Olivastri è nata a Cortona, vive a Oxford dove ha lavorato presso la biblioteca Bodleiana. Oltre a due romanzi ha al suo attivo varie pubblicazioni accademiche e pubblicistiche. Ha lavorato per il quotidiano britannico The Guardian. è traduttrice e ha curato gli apparati critici delle ristampe degli Oscar Mondadori

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