Le pagine di tuttatoscanalibri più lette nel mese di aprile 2023

Alessia Gazzola e la nuova trilogia con Costanza Macallè

Primo Levi “Se questo è un uomo”

E. Lee Masters “Antologia di Spoon River”

Andrea Vannicelli “Roman! Breve elogio del romanzo in terra di Francia”

Piergiovanni Bernardon “Piccole cose”

Lea Melandri “Come nasce il sogno d’amore”

Gaetano Passarelli “Breve storia del segno della croce”

Herman Hesse “Il canto degli alberi”

Janice Hallett “L’assassino è tra le righe”

Hans Tuzzi “Curiosissimi fatti di cronaca criminale”

A 160 anni dalla nascita di Konstantinos Kavafis (29 aprile 1863)

KONSTANTINOS KAVAFIS “Non sono morti gli dei” . Antologia poetica con testo greco a fronte

Traduzione, introduzione e note di Aldo Setaioli

Pagine 224, prezzo 15 euro

Graphe.it edizioni

Un modo assolutamente rispettoso di leggere Kavafis, ma anche nuovo, profondamente illuminante, rivelatore di significati che forse finora erano sfuggiti a molti.

Kavafis aveva l’abitudine di selezionare con estrema cura i componimenti che considerava validi; li conservava in ordine cronologico e vi ritornava continuamente. Trasportate in culture vicine ma di idioma differente, come è la nostra, le poesie di questo straordinario autore possono essere osservate un po’ più da lontano, e suscitare (come i panorami mediterranei) nuove prospettive di interpretazione. È ciò che è accaduto ad Aldo Setaioli, curatore della raccolta: ha estratto dalla (tutto sommato esigua) produzione superstite di Kavafis le liriche che hanno un legame esplicito con la letteratura e la mitologia dell’antica Grecia, e con la storia e la cultura della terra d’origine e – soprattutto – dei nuovi paesi ai quali l’ellenismo si era esteso con la conquista di Alessandro Magno; quindi, le ha ridisposte in un ordine logico, ben più che cronologico, in base al periodo storico cui riservano qualche riferimento.

[…]Come chiaro dal titolo, Non sono morti gli dèi, che si ispira a un verso dell’ultima poesia di questo volume, essa si propone di mettere in luce il quadro complessivo del suo rapporto con l’eredità storica e culturale della grecità antica che emerge dalla sua poesia. A questo scopo sono state scelte sessantanove poesie tra le centocinquantaquattro del “canone”, vale a dire quasi tutte quelle che hanno rapporto diretto con la letteratura o la storia greca, dal mito e dai poemi omerici fino alla fine dell’antichità (con esclusione quindi dell’epoca bizantina). Sono stati omessi solo alcuni epigrammi funebri modellati su quelli raccolti nell’Anthologia Palatina (tranne uno, per il motivo che verrà spiegato tra poco) e pochi altri componimenti che, pur richiamandosi all’antichità, non presentano particolari rapporti con determinate situazioni storiche. Queste sessantanove poesie sono state disposte in ordine cronologico sulla base non dell’epoca di composizione, ma del momento storico cui fanno riferimento. È possibile, in questo modo, comprendere immediatamente a quali aspetti e a quali periodi è maggiormente rivolto l’interesse del poeta e in quale maniera egli si rapporti con essi. (Dall’introduzione di Aldo Setaioli)

Nei settant’anni della sua vita, fra il 1863 e il 1933, KONSTATINOS KAVAFIS ha viaggiato nello spirito più largamente che sulle mappe: partito da Alessandria d’Egitto, dove era nato da genitori greci, vi fece ritorno a poco più di vent’anni dopo aver vissuto brevemente a Liverpool, Londra e Costantinopoli, spinto dagli accadimenti personali e internazionali. Vi resterà fino alla morte, lavorando come impiegato statale, giornalista, interprete e, per alcuni anni, agente di borsa, e soprattutto scrivendo poesie.

Alberto Magnani “Aureliano. Riunificatore dell’Impero”

Graphe.it Edizioni

Pagine 204, prezzo 15 euro;

L’Imperatore austero che ristabilì la potenza romana nel mondo (Flavio Vopisco, IV secolo)

Lucio Domizio Aureliano (214 /215 – 275) apparteneva a una famiglia di agricoltori. La sua carriera militare venne favorita dall’imperatore Valeriano e si affermò durante l’impero di Gallieno. Era di spirito pronto, d’indole impetuosa e inesorabile, tanto che i compagni d’arme gli rifilarono il nomignolo di “mano al ferro [spada]”. Nel 270 le truppe lo acclamarono Imperatore. L’Impero pareva prossimo allo sfacelo. Aureliano riuscì nei primi tre anni a rinsaldare la compagine dello stato romano e a salvarlo e poté celebrare un trionfo (274 d. C.) dei più fastosi che Roma abbia veduto e uno dei più meritati, ricevendo il titolo di restitutor orbis (riunificatore dell’Impero). L’opera restauratrice di Aureliano ebbe largo campo anche nella pubblica amministrazione e in particolare nella parte finanziaria. La sicurezza e gli abbellimenti di Roma, il mantenimento e l’igiene della popolazione occuparono molta parte dell’attività di questo imperatore che, inoltre, diede inizio alla costruzione di quelle mura attorno a Roma che portano ancora il suo nome.

Aureliano dovette ricevere un’educazione essenziale, frequentando una scuola dove si imparava a leggere, a scrivere e a far di conto. Sappiamo di un altro Imperatore, Diocleziano, anch’egli originario della zona balcanica e di estrazione sociale molto modesta, che conosceva a memoria versi dell’Eneide. Possiamo quindi ritenere che anche Aureliano ricevesse qualche rudimento di cultura letteraria, probabilmente su testi che celebravano le virtù degli antichi e la grandezza di Roma. Il giovane dovette trarne un profondo senso di appartenenza all’Impero, l’attaccamento alla tradizione e un forte orgoglio di essere romano, sentimenti che avrebbero caratterizzato la sua azione politica.

ALBERTO MAGNANI, nato a Milano, si è laureato in Lettere a indirizzo storico presso l’Università di Pavia. Collaboratore di enti e istituti storici, ha indirizzato la propria ricerca prevalentemente verso il periodo della Tarda Antichità. In questa stessa collana ha pubblicato un saggio su Flavio Belisario e uno su Genserico.

Nicola Guarino “Tutto qui”, Graphe.it

Una raccolta di racconti dedicata alla complessità delle vite umane in un Sud senza tempo. I protagonisti sono uomini e donne insoddisfatti, statici, che vivono vite modeste, sono poco decisi sulle loro scelte o provano rimorso per quelle già compiute e rimpianto per quelle rimandate

Una raccolta dinamica, appassionante, divertente in alcuni passaggi e malinconica in altri, che oscilla tra l’assurdo di Dino Buzzati e il realismo di Anna Maria Ortese.

Graphe.it

Pag. 256, 15,90 euro

Gli otto racconti che compongono questa raccolta restituiscono un profilo di eleganza alla narrativa contemporanea. Devono questo privilegio a una scrittura pulitaimpeccabile nella scelta delle parole e capace di dipingere scenari e sensazioni in pochi essenziali tratti.

Al centro della vicenda, spesso un individuo soltanto: i suoi gesti quotidiani, il suo stare e fare che prendono uguale e giusto tempo nella narrazione, all’interno della quale si dipanano le sfumature personali, i fatti, i non detti e i significati che le cose assumono per ciascuno, viste dall’interno, e per gli altri che vi partecipano da fuori. E gli spazi: un Sud senza tempo che ci sembra di conoscere da sempre, racchiuso nel dettaglio di una ringhiera di ferro o nei gessi dei soffitti che appaiono «come dune di sale» agli occhi del protagonista. Come se tutta la vita fosse fare due passi nel quartiere, un calcio al pallone, affacciarsi al terrazzino a veder scorrere la propria storia, compresa la sua fine.

È una giornata bianca, talmente luccicante di sole e così spessa di caldo che vorrei essere nudo. È solo un desiderio, lo fossi brucerei come queste foglie che cadono e io non so perché, sarebbe bello che fosse autunno e invece la strada è vuota, pigra, molle e soprattutto abbagliata da un sole che non si vede. Mi guardo intorno, ma tra i palazzi anni Cinquanta della mia cittadina non riesco a trovarlo, eppure c’è e si muove. So che fa un caldo pazzesco, ma non sudo, non sudo mai. Mi slaccio il bottone della camicia sotto al collo, ma non per necessità: per un attimo mi ha preso la vergogna di sembrare bizzarro, così abbottonato con questi umidi trentasei gradi, percepiti quaranta, in quest’ora sbagliata così prossima al mezzodì. Abbottonato lo sono, anche se ora ho liberato il collo. Lo sono, così introverso, schivo.

NICOLA GUARINO, nasce ad Avellino, ultimo di una famiglia numerosa, nel 1958. La famiglia si trasferisce ben presto a Napoli e qui compie gli studi classici e, in seguito, si laurea in Giurisprudenza alla Federico II. Negli anni del liceo collabora con l’Unità Paese Sera e poi, per mantenersi durante gli studi universitari, lavora all’ippodromo di Agnano. Diventato avvocato, ha fatto parte del Consiglio nazionale di Legambiente. Appassionato di cinema ha curato diverse rassegne e festival sia a Napoli che a Parigi, città in cui vive dal 2004 e in cui insegna lingua italiana all’Università della Sorbona e a Créteil Paris 12. È tra i fondatori della testata online Altritaliani.net.

Ermanno Mariani “Scoop. La banda degli incappucciati tra Piacenza e la Bassa Lombarda”

Pagine 60, 13 euro

OLIGO EDITORE

Una storia vera di cronaca nera narrata in prima persona dal cronista che ha risolto il caso. Nel 1995 una banda di incappucciati terrorizza le province di Monza, Lodi, Cremona, Crema, Brescia e Piacenza. Passa di paese in paese, violentando giovani ragazze con una violenza che nella pacifica provincia italiana non si era mai vista. Un cronista piacentino ha per primo l’intuizione che non si tratti di casi isolati, ma dell’azione di una banda criminale. Da qui la notizia rimbalza su tutti i media nazionali. Tra indagini, rapporti non sempre facili con le forze dell’ordine e colleghi, uno spaccato veritiero del mondo giornalistico italiano.

Nebbia autunnale, fredda, pungente. Antonio si avvicinò al rugginoso Maggiolino; inserita la chiave nel quadro, il motore 1200 tossì e la macchina del popolo sussultò avanzando nell’umida e leggera nebbia che tutto ammantellava, insozzando grigia e vischiosa strade, lampioni, palazzi, opacizzando luminose insegne al neon e semplici cartelloni. Parcheggiata la Volkswagen, il cronista scese dall’auto e coprì a piedi le poche centinaia di metri che lo separavano dal bar; l’umidità lo penetrava come un acuto urlo di orrore e lo faceva rabbrividire, si alzò il bavero del giubbotto sul collo per proteggersi.

Ermanno Mariani, cronista di nera e giudiziaria, scrive per “Libertà” quotidiano di Piacenza. Corrispondente Ansa, collabora anche con Radio Inn, Radio Sound e Telelibertà. In passato ha lavorato per il “Giorno”, “l’Unità”, “Repubblica”, “Gazzetta di Parma”, “Resto del Carlino”, “La Nazione”, “Il Giornale di Brescia”, Radio Popolare. Ha scritto numerosi libri per editori del territorio e si è occupato di tutti i casi mediatici dell’Emilia e della Bassa Lombardia e, in ultimo, del ritrovamento del ritratto di Klimt a Piacenza, da cui ha tratto il libro Il mistero del doppio ritratto di Klimt (2018).

Barbara Trapido “Il fratello del famoso Jack”, presentazione

Barbara Trapido, nella scintillante traduzione di Claudia Durastanti, illumina le pagine con dialoghi acuti e pieni di umorismo caustico sui conflitti generazionali, di classe e sulla battaglia di una giovane donna per affermare la propria identità in un mondo costruito per gli uomini. “Questo romanzo” come dice Rachel Cusk nella postfazione, “ci insegna a rileggere le nostre vite, a cercare ancora, e a capire cosa ci è sfuggito la prima volta.”(da HarperCollins)

Traduzione di Claudia Durastanti

Pubblicato per la prima volta nel 1982 è ora tradotto in Italia, è una storia di formazione ma non fissata nel tempo, sa infatti rivolgersi a ieri come a oggi.

Protaginista è Katerine una diciottenne della media borghesia invitata a trascorrere qualche giorno nella casa di campagna del professor Goldmann di cui segue il corso di filosofia, corso in cui non è facile essere ammessi. La giovane ama la letteratura e in particolare Jane Austen e resta affascinata dalla famiglia e dal loro modo di vivere e si lascia prendere, come un’eroina dei romanzi preferiti, da una relazione struggente con Roger, uno dei sei figli del professore, relazione che la farà soffrire e la porterà lontano, a Roma, dove dovrà imparare a relazionarsi con se stessa, con il proprio bagaglio di educazioni e convenzioni sociali, a fare delle scelte. Proprio perché è un romanzo di formazione, molti i temi affrontati: la famiglia, la maternità, la sessualità, il ruolo femminile e il maschilismo.

Brevi note biografiche

Barbara Trapido. Nata a Capetown nel 1941, si è trasferita a Londra nel 1963. È stata insegnante nelle scuole di Hackney e Durham, prima di diventare scrittrice a tempo pieno nel 1970. Ha scritto sette romanzi ed è stata finalista al Man Booker Prize. La sua prima opera, Il fratello del famoso Jack, ha ricevuto il premio speciale per la narrativa del Whitbread Awards, nel 1982. Vive a Oxford con il marito.(da HarperCollins)

Amedeo Lanucara “Quando la Cia rapì Moro”

Noir fantapolitico ma non troppo, con un reportage introduttivo sull’Affaire

Noir fantapolitico ma non troppo in cui si narra di un’operazione di professionisti internazionali in cui le BR furon comparse a caccia di soldi e il Governo fece da palo con ricerche-farsa

Fefè Edizioni

A via Fani operarono forze speciali formate in scuole militari d’eccellenza, solo due erano a quel livello, l’ebraico Mossad e il sovietico Spetsnaz. A via Fani, soprattutto, Aldo Moro non c’era! Prima della strage l’avevano rapito in eliambulanza. L’unica cosa certa è che poi venne ucciso. Ma non da chi siamo abituati a credere. Questo noir di fantapolitica, appassionante e iperrealistico, risponde a molti interrogativi ancora senza risposta. E ne propone altri inquietanti anche dopo mezzo secolo.

«A qualcuno parrà forse esagerato o provocatorio il titolo di questo libro: QUANDO LA CIA RAPÌ MORO, un concetto che ne implica un secondo: che la Cia prelevò Moro prima della strage. Eppure ciò si evince dalle sue lettere dalla prigionia, oltre che da un’analisi logica dei fatti e dalla storia “furfantella” del nostro Paese, ricca di menzogne e depistaggi. Amici e Nemici han sempre riconosciuto in Moro un maestro nel dissimulare il proprio pensiero. […] Non capirò mai perché gli “Ermeneuti”, sempre a sgomitarsi su chi l’interpretasse meglio, solo nei 55 giorni si siano imposti la museruola, lasciando disco verde a una falange di “Psicologi” fuor di senno (o fuor di scrupoli) che han dichiarato pazzo lui, proprio mentre usava al meglio le sue meningi, impostando contro tutti una “trattativa fantasma”, che per poco non lo salvò. Ordini di scuderia? Il “consigliere” americano Steve Pieczenik si vanterà d’aver imposto lui al nostro Governo la “linea della pazzia”. Conseguenze. Dal 16 marzo in poi ci mancherà il lavoro degli Ermeneuti, nel decrittarci le prose e i silenzi morotei. Eppure nei “55 giorni” il loro lavoro sarebbe stato ancora più prezioso, per le restrizioni e le inevitabili censure della cattività. Bisognava trovare le rare “perle” in una marea di scritti dalla prigionia (saran raccolte da Eugenio Tassini, per un libro di 215 pagine, edito da Piemme). Cominciamo dalla iniziale lettera a Cossiga, la più importante e genuina, prima che i giochi s’ingarbugliassero. Che dice (o non dice), a chi voglia interpretarla correttamente? Esaminiamola. Singolare, ad esempio, che egli non nomini mai le Br, neanche di sfuggita. Come se non esistessero. Le nominerà solo negli ultimi giorni e nel Memoriale, come se soltanto allora esse avessero assunto un peso nella terribile vicenda. Non meno singolare è che egli taccia sempre sulla tragica sorte della sua Scorta, come se non ne sapesse nulla. Eppure è quel che egli afferma con esemplare chiarezza nella iniziale lettera, con una frase buttata là per caso, secondo il suo stile: “Benché non sappia nulla, né del modo, né di quanto accaduto, dopo il mio prelevamento”. Che significa? Significa che egli fu prima prelevato, e poi. Accadde quel che non sa. Attenzione ai vocaboli, nel cui uso (lo ribadiamo) fu maestro. Egli non scrive che fu “rapito” o “sequestrato”, lemmi in cui c’è il concetto di non consensualità e di uso della forza. No. Egli scrive che ci fu il suo “prelevamento”, che si fa consensualmente, magari di malavoglia; e comunque senza uso della forza. V’è di più. Egli non scrive il più semplice: “Sono nelle mani”. No. Egli scrive il più complesso: “Sono sotto un dominio pieno e incontrollato”, una frase inusuale, le cui implicazioni un Professore di Giurisprudenza come lui conosce fin troppo bene. Ricordo le sue lezioni di “Filosofia del Diritto”, ateneo di Bari, aula magna, anno accademico 1954-55, cui io assistevo da matricola universitaria. “Neanche lo Stato”, egli sentenziava, “ha un potere assoluto, perché limitato dalle leggi”. L’unico caso, aggiungeva, “di dominio pieno e incontrollato, riguarda l’esercito d’occupazione d’un Paese vincitore sul Paese vinto”. Egli inoltre non si dichiara “in balia”, o “sequestrato”, o “rapito”, ma “prigioniero politico”, una dizione cara ai Br, ben sapendo però che in diritto internazionale “lo scambio di prigionieri” è solo quello tra due Stati. E tra Stati sono gli esempi che lui apporta: ”scambi Breznev-Pinochet”, “scambi di spie”, “espulsione di dissenzienti dal territorio sovietico”

AMEDEO LANUCARA Giornalista pugliese di lungo corso, con un piede professionale a Roma ed uno a Milano, vive a Roma. Grande viaggiatore, esperto di Vicino Oriente. Già inviato e/o capo-servizio al Globo di Antonio Ghirelli e Mario Pirani, a Il Sole-24 Ore, ad Avvenire e ai settimanali ex-Rusconi con Pietro Zullino. Free-lance alla Rai tv. Già direttore di periodici istituzionali e de La Voce del Cittadino. Suo il libro Berlinguer segreto. Autore di Belzebù Pezzént/un senatore corrotto, una bimba scomparsa l’assedio musùlml’Europa egoista (Fefè Editore, 2017).

“Il libro delle misure. Ampere, voxel, chilotoni e altre mirabili unità” a cura di Joseph Christopher , presentazione

[…]Le nostre vite sono costellate di misurazioni, da quando impostiamo la sveglia del mattino a quando dosiamo gli ingredienti per cucinare. Non possiamo fare a meno di tutti questi codici, senza di loro non riusciremmo né a comunicare fra noi, né tantomeno a comprendere il mondo. Il libro delle misure è una guida di riferimento completa e dettagliata sui sistemi di misurazione relativi ai vari campi del sapere, dalla meteorologia alla geologia, dall’elettricità alla notazione musicale, dalla fotografia fino all’illuminazione… Un ampio ventaglio di diagrammi, simboli e illustrazioni consente di approfondire le varie misure e di scoprirne le innumerevoli applicazioni. […] ( dal Catalogo L’ippocampo Edizioni)*

Un testo particolare che può aiutarci in questo viaggio tra le varie unità di misura scoprendo, indirettamente, non solo quante e quanto varie siano, ma anche come regolano il nostro mondo misurandolo, appunto, e quanto sia difficile fare a meno di utilizzarle senza cadere nel generico, nell’improprio e nell’impreciso. Non solo i più recenti sistemi di misurazione ma anche la loro storia, corredati inoltre da diagrammi e illustrazioni.

Il curatore, dopo gli studi scientifici al Trinity College di Oxford e attualmente membro dell’IOM3 (Institute of Materials, Minerals and Mining), si è dedicato alla scrittura e al giornalismo, specializzandosi in diverse tecnologie.

*Sulla pagina del sito è possibile, cliccando sull’immagine di copertina, sfogliarne alcune pagine che rendono meglio l’organizzazione del contenuto

A. Bigongiali e O. Verrini “Chiamatemi Marconi. Storie di mare” recensione di Salvina Pizzuoli

Edizioni ETS

Collana Gunga Din. Rotte Percorsi Avventure diretta da Franco Cardini e Alessandro Agostinelli

Veglia dopo veglia abbiamo dipanato insieme a lui il filo della sua memoria. E con quel filo abbiamo intessuto le parole di questi racconti: storie che non potevano andare perdute, storie  da ricordare e da conservare per chiunque ami viaggiare, anche solo con la fantasia, o nei sogni.

Storie di mare, come recita il sottotitolo, con una peculiarità: narrate da un figlio dei monti e precisamente un garfagnino, nato nel borgo di Casatico comune di Camporgiano, di nome Renzo, che fa una scelta di vita “Andò in collegio, a Livorno, dai Salesiani, per poi iscriversi alla scuola per radiotelegrafisti, a Bibbiena, dove si diplomò a pieni voti diventando  così marconista. E subito colse al volo la prima occasione di lavoro capitatagli. Poco più che diciottenne si imbarcò, a Livorno, su uno dei pescherecci della Genepesca e via in mare” .

Era il 1964. A quel primo imbarco ne erano seguiti molti altri con navi di diverso cabotaggio, trasportando merci di ogni genere in tutti i porti del mondo, per quarant’anni: Singapore, Patagonia, India, Canada, Amazzonia e Mar dei Caraibi…

È proprio Renzo, detto Marconi, il protagonista di questi racconti, rinnovellati tra le sue montagne, davanti al camino, a veglia, o passeggiando tra i boschi e chi ha scritto questo libro le ha raccolte, sera dopo sera, con di fronte “il panorama della valle del Serchio e dei monti che la sovrastano, le Apuane a occidente, che per vederle devi voltarti, e di fronte gli Appennini col monte Prado dietro la possente Pania di Corfino e di fianco l’Alpe che sale fino a San Pellegrino e ancora più in alto, dove svettano le cime dell’Abetone”.

Memorie sempre vivide che solo il viaggio sa scolpire nel viaggiatore e dentro e fuori forgiando con indelebili segni.

Perché è proprio il viaggio il coprotagonista dei racconti di Renzo e delle avventure che ne segneranno il percorso: storie che sanno di fantastico e di incredibile, storie di incontri, di relazioni umane, di riconoscimenti, di avventure, tristi o drammatiche o felici; sensazioni, emozioni, paure; momenti in cui trascorre tra la vita e la morte, che lo portano a misurarsi con se stesso, come durante il naufragio della grande nave, ma piccola e insignificante rispetto all’immensa vastità e forza del mare:

“Perlustrare la nave fu una delle esperienze più inquietanti che vissi da imbarcato; percorrere i corridoi vuoti, infilarmi nelle cabine abbandonate in fretta, oggetti dimenticati o scartati al loro posto, in attesa di un ritorno che non ci sarebbe mai stato, ascoltare l’eco dei miei passi e in sottofondo il rumore delle pompe a massima potenza, come bolidi sul lungo rettilineo di partenza, aveva un che di estraniante, di angosciante. Mi sentivo un intruso impegnato a curiosare nella vita degli altri, ladro di un’intimità privata, sacra, inviolabile. Un guardone, ma sprovvisto di piacere. E poi c’era una specie di urlo di dolore, quello della nave, del metallo che lentamente cedeva alla pressione dell’acqua e delle onde sempre più intense, brutali, con il trascorrere delle ore. La nave sembrava sapesse del triste destino in attesa, dei minuti contati, e non apprezzasse l’idea. Nata per solcare i mari, affrontare le onde, infilarsi nelle tempeste senza paura, non poteva accettare la sorte, l’immobilità eterna, e non accettandola, urlava, faceva sentire la propria riluttanza, scalciava come farebbe un vitellino nei pressi di un macello”.

O incontri che hanno del favolistico, come quello con la strega di Calcutta.

‘Un legnetto’ mi dissi, ‘e per fare che?’, però mi chinai e cominciai a sondare il  terreno in cerca di un legno che meritasse di essere raccolto. Lo cercai a lungo, più di quanto meritasse la ricerca. Infine, lo vidi, un piccolo stecco, secco da poter essere spezzato con un movimento leggero delle dita. Mi rialzai e glielo porsi certo che lo avrebbe rifiutato, chiedendomi di cercare meglio, che quello stecco non andava bene per una strega. Invece mi sorrise, un sorriso gentile, leggero quanto quel pezzo senza vita. Lo strinse tra le dita della mano destra, il pollice e l’indice, e iniziò a strofinare il legno con un movimento circolare. Sembrava lo accarezzasse, come si potrebbe accarezzare il viso di un neonato, con delicatezza e attenzione.[…]. Il movimento era ipnotico e ben presto i nostri occhi furono fissi sul pezzo di legno secco e il movimento delle sue dita. Quando vidi apparire quella che sembrava una foglia sobbalzai all’indietro, […]pochi attimi e quella che parve una gemma cominciò a prendere forma. La strega, non c’erano più dubbi su questo, stava riportando alla vita un legno ormai secco. Avevo la bocca aperta, non una parola, solo infinito stupore.

Storie vere, storie di vita che paiono nate dalla fervida immaginazione di un romanziere, perché la vita “a viverla, è un romanzo”.

Brevi note biografiche (da ETS Edizioni)

Athos Bigongiali (Pisa, 1945) fa il suo esordio narrativo con Una città proletaria (Sellerio, 1989), da cui è stato tratto anche uno spettacolo teatrale andato in scena nel 1992. Autore di numerosi libri, con Sellerio ha pubblicato Avvertimenti contro il mal di terra (1990), Veglia irlandese (1992) e Lettera al Dr. Hyde di R.L. Stevenson (1994).
Tra le sue numerose pubblicazioni anche Le ceneri del Che (Giunti, 1996), Ballata per un’estate calda (Giunti, 1998), Pisa una volta. Una storia illustrata (Pacini, 2000), Il Clown (Giunti, 2006) e L’ultima fuga di Steve Mc Queen (Felici, 2009), vincitore del Premio Perelà. Autore di dieci radiodrammi per la RAI, Athos Bigongiali collabora alle pagine culturali di vari giornali e riviste ed è membro di giuria di vari Premi Letterari.

Oreste Verrini (Massa-Carrara, 1975), laureato in Economia e Commercio all’Università di Pisa, dove insegna, vive da tempo in Lunigiana, spostandosi spesso in Garfagnana.
Nel 2019 ha pubblicato per Fusta Editore Madri Sulle orme del pittore Pietro da Talada lungo l’Appennino Tosco Emiliano, vincendo nel 2021 il premio nazionale Franco Piccinelli. È coautore del programma radiofonico Passi Paesi Parole – narrazioni a mezzacosta, dedicato alle problematiche delle Aree interne e dei territori montani.

Di Athos Bigongiali su tuttatoscanalibri

Athos Bigongiali “Johnny degli angeli”

Di Oreste Verrini su tuttatoscanalibri

Sulle orme del pittore Pietro da Talada lungo l’Appennino Tosco Emiliano

Janice Hallett “L’assassino è tra le righe”, presentazione

Caro lettore, in queste pagine troverai i documenti necessari per risolvere un caso. Tutto inizia con la comparsa di due nuovi membri della cittadina di Lockwood, nella campagna inglese, e termina con una tragica morte. Per il brutale omicidio qualcuno è già stato condannato ed è in prigione, ma sospettiamo che potrebbe essere innocente. L’impressione è che segreti ben piú oscuri debbano ancora essere svelati. L’assassino, se fai attenzione, si è tradito. E le prove sono qui, tra le righe, basta saperle leggere. Se vuoi scoprire la verità non ti resta che accettare la sfida e cominciare l’indagine. (Dal Catalogo Einaudi)

Traduzione di Manuela Francescon

Un giallo cosy, così  è stato etichettato, espressione che sta per “accogliente”, un sottogenere della narrativa “mystery” in cui gli investigatori sono dilettanti e l’azione si svolge in una piccola comunità.

Nel giallo in questione, della scrittrice e sceneggiatrice Janice Hallett, la piccola comunità è rappresentata da una compagnia teatrale.

In questo particolare giallo inoltre l’autrice ha scelto come formula narrativa quella che potremmo definire epistolare: testi di messaggi ed email che si susseguono, così fino alla fine. Una storia mosaico quindi, un puzzle di informazioni frammentarie che propongono diversi punti di vista che l’autrice sa poi assemblare con efficacia e con colpi di scena inattesi e soprattutto sa fornire al lettore le riflessioni e le domande delle due protagoniste, Charlotte e Femi, termine non completamente esatto ed esaustivo; ma vediamo gli ingredienti della trama: una compagnia di teatro amatoriale, una raccolta fondi per curare la rara malattia di una piccola, nipote del fondatore della compagnia, una giovane infermiera appena tornata dall’Africa e introdotta nella filodrammatica, un assassinio e un presunto colpevole e per concludere le due giovani studentesse di Legge, Charlotte e Femi, incaricate dall’avvocato nel cui studio fanno pratica legale, di leggere tutte le email e i messaggi che riguardano il caso di omicidio di cui è stato incaricato;  e non solo, le due giovani prendono anche appunti che permetteranno a chi legge di seguire e poter fare il punto della situazione… È così che il vero assassino è sotto gli occhi di tutti perché tra le righe, alla portata e delle due indagatrici e del lettore medesimo.