HANS TUZZI INTERVISTA OTTAVIA NICCOLI autrice del giallo storico “Morte al filatoio” edito da Vallecchi Firenze, in libreria il 9 dicembre

IL LIBRO

La copertina è di Lisa Vassalle

“Un thriller che è un meraviglioso spaccato della Bologna di fine Cinquecento.”

Bologna, 9 novembre 1592: don Tomasso, che dirige l’ospizio di San Biagio, viene coinvolto mentre è al Tribunale del Torrone in una denuncia per diffamazione voluta da Violante, una donna che un libello anonimo accusa di aver avvelenato il marito. Il notaio Martini, inquirente amico del prete, gli chiede in via non ufficiale di prendere informazioni da don Lucio, il sacerdote che ha proceduto al funerale e che for se è stato anche l’amante della donna. Nel frattempo, don Tomasso apprende da due ragazzini rifugiatisi all’ospizio, Ettore e Gian Andrea, che il primo ha appena visto il cadavere di una giovane donna nei sotterranei del filatoio di tal Righi. Il corpo, gettato nel canale, verrà infatti ritrovato di lì a poco. La morta risulta essere una lavorante del Righi, Caterina Pancaldi, e l’esame autoptico dichiara che ha perso da poco la verginità. Partono quindi tre processi: quello per il libello, quello per avvelenamento del marito di Violante e quello per “la putta” trovata nel canale. Mentre si svolgono gli interrogatori, don Tomasso aiutato da Gian Andrea prosegue nella ricerca di ipotesi e indizi per incastrare l’omicida. (da Vallecchi Firenze)

e anche

Brevi note biografiche

Ottavia Niccoli, già docente alle Università di Bologna e Trento, è autrice di saggi su Rinascimento e Riforma editi da Einaudi e Laterza, noti e tradotti a livello internazionale. Questo è il suo esordio come romanziera (da Vallecchi Autore)

L’INTERVISTA di Hans Tuzzi a Ottavia Niccoli

Tu nasci come storica della Riforma e delle sue ripercussioni nella vita italiana del Cinquecento. Intrinseca di Carlo Ginzburg, attenta alla scuola delle Annales, ora esordisci nel genere giallo. Come mai?

Amo moltissimo leggere i polizieschi, che trovo emozionanti (almeno i  migliori), pieni di situazioni variegate, di colpi di scena, ricchi di tocchi ironici e di tracce di vita quotidiana (di nuovo: almeno i migliori), e che quindi non mi annoiano (quasi) mai. Trovo poi che sono anche confortanti, in quanto  di solito finiscono bene, nel senso che la giustizia trionfa e c’è una soluzione che è riconosciuta come VERA. Mentre questo nella vita accade di rado, perché il dubbio, l’incertezza, la delusione sono sempre presenti. Così anche in passato (qualche decennio fa) avevo iniziato un giallo che si svolgeva nel dipartimento in cui all’epoca insegnavo. Sia la vittima che l’assassino che l’investigatore erano miei colleghi, ai quali avevo lasciato nome e cognome reali. Anzi, partecipavo anch’io alla vicenda, ed ero io che trovavo il cadavere; ovviamente dopo i primi capitoli ho lasciato perdere. Ma ora che sono ormai da parecchi anni in pensione, e sento che la voglia di scrivere saggi scientifici declina decisamente, sono ritornata a quella vecchia passione e ho voluto provare. È stato molto emozionante.

Teatro della vicenda è una inedita Bologna negli ultimi anni del XVI secolo. Dico inedita perché ad esempio non sapevo che Bologna fosse allora una città di “vie d’acqua”. Ma perché hai scelto  Bologna?

Perché ci abito, e conosco abbastanza bene gli spazi, le strade, le forme di governo e l’economia della città tra Cinque e Seicento. All’epoca l’industria della seta dava da mangiare a mezza Bologna: erano attivi con vari compiti migliaia di uomini, ragazze e bambini, che lavoravano nei filatoi o in casa propria. E i filatoi utilizzavano grandi macchinari mossi per l’appunto da quelle vie d’acqua. Una di esse, anzi, il canale Fiaccalcollo, scorre tuttora sotto la cantina della casa in cui abito; quando da un buco nel muro l’ho visto correre tumultuosamente e ne ho sentito il rombo, ho deciso che doveva avere una parte importante nel racconto, e così è stato. Sapevo che nell’edificio  – che aveva allora una struttura assai diversa rispetto a quella attuale – era sito all’epoca l’ospizio di San Biagio, un ricovero per i pellegrini, e che all’angolo della strada c’era la spezieria di cui si serviva l’ospizio, e che ora, dopo più di quattro secoli, è la farmacia in cui vado a comprare le medicine. Mi è sembrato anche in questo caso, come tanti anni fa, di essere una testimone degli eventi che raccontavo. Potevo seguire passo passo i personaggi, uno per uno. Diciamo che potevo quasi vederli.

E perché il tuo investigatore è un prete?

Perché avevo deciso che la vicenda aveva il suo fulcro appunto nell’ospizio di San Biagio, e a dirigere un ospizio per i pellegrini poteva ben esserci un ecclesiastico (l’ho chiamato don Tomasso). E dato il contesto storico del 1592 in cui si svolge la storia, e quello dei precedenti decenni, che hanno visto forti tentativi di novità nel mondo della Chiesa e la loro sostanziale sconfitta, potevo facilmente dargli esperienze non lineari e una personalità complessa. Sono proprio alcuni momenti cruciali della sua storia di vita, e le situazioni che ne sono derivate, che gli consentono di arrivare alla soluzione del caso.

Non ha influito nemmeno in minima parte la suggestione di padre Brown, il mite investigatore creato da Chesterton?

No, per nulla, non ci ho affatto pensato (anche se in gioventù ho letto i racconti di Chesterton). Tra l’altro don Tomasso non è affatto mite. Si controlla molto, ma non sempre ci riesce del tutto. Secondo la concezione della medicina del tempo, ha certamente un temperamento sanguigno, e secondo me è anche un po’ collerico.

Chi ha letto i tuoi saggi ritrova qui, ma perfettamente amalgamati nella narrazione, senza nessuna pesantezza erudita, particolari curiosi del tempo. Ad esempio, i medici non toccavano i corpi, che venivano maneggiati da cerusici, cioè barbieri abilitati. Anche la nostra gestualità cambia nei secoli?

Certamente. I gesti sono legati al contesto culturale e politico corrente (infatti ho appena pubblicato un piccolo libro che si occupa proprio di questo tema). Basti pensare a un gesto di saluto fino a due anni fa assolutamente ovvio, come la stretta di mano; secondo alcuni studiosi è possibile collocarne la nascita nei Paesi Bassi di metà Seicento, come segno di solidarietà politica e poi di amicizia e di lealtà. E chissà se questo modo di salutarci sopravvivrà alla pandemia?

Possiamo sperare, noi lettori, che la vita letteraria di don Tomasso non si concluda con “Morte al filatoio”?

Lo spero anch’io. Vedremo!

Annet Henneman

NONOSTANTE. Diari dalle terre di conflitto in Medio Oriente

Prefazioni di Laura Silvia Battaglia (RAI), Stijn Postema e Moni Ovadia

Collana di GEOPOETICA (viaggi e reportage)

Pagine: 220 Prezzo: 15.00, Prospero editore

«Annet, hai incontrato e scelto vittime di ingiustizie, di diritti umani violati, di paesi in guerra. Hai deciso di farci vedere di che si tratta. Hai separato il teatro dalla sua separatezza. Hai tracciato confini irregolari senza preoccuparti delle proteste dell’arte. Molti non hanno riconosciuto quel che facevi. Hai saputo resistere e continui a farlo per non essere sopraffatta dall’indifferenza e dall’irriconoscibilità. L’intelligenza nell’arte del resistere è stata la tua dote principale, più ancora della tua tecnica artistica. Per questo ti siamo grati.» Eugenio Barba (Odin Teatret).

Diari, foto e riflessioni su ventitré anni di permanenze in territori di conflitto: Iraq, Kurdistan turco e iracheno, Egitto, Palestina, Iran, Giordania. Tutto ha avuto inizio con il voler raccontare la vita quotidiana di chi vive isolato in situazioni di guerra, occupazione, oppressione, tramite rappresentazioni che mettono l’informazione giornalistica sul palcoscenico: il cosiddetto “teatro reportage”.

Ma da queste esperienze lavorative non è nata solo la raccolta di storie di vita delle persone conosciute negli anni che qui si riporta, ma anche una serie di relazioni intime e famigliari, tenute vive dal racconto quando si è lontani e dall’appagante sensazione di “ritorno in famiglia” quando si riesce nuovamente ad abbracciarsi.

Annet Henneman (Velsen – Olanda, 1955), laureata in arte drammatica, ha fondato insieme ad Armando Punzo l’associazione Carte Blanche e La compagnia della fortezza a Volterra. Nel 1998, sempre a Volterra, ha fondato la compagnia Teatro di Nascosto (Hidden Theatre), che dal 2000 mette in scena lavori di “teatro reportage” con attori provenienti da Medio Oriente ed Europa.

Le pagine più visitate di tuttatoscanalibri nel mese di novembre 2021

Alessia Gazzola e la nuova trilogia con Costanza Macallè

Fabio Leocata “La gentilezza vola lontano”

E. Lee Masters “Antologia di Spoon River

Libreria Cortinovis a Livorno, libri rari e usati

Juan Gòmez-Jurado “Regina rossa”

Jorge Luis Borges “L’Aleph”

Costanza DiQuattro “Donnafugata”

Pia Rimini una scrittrice riscoperta

Elsa Moranre “La Storia”

Maria Pia Ammirati “Vita ordinaria di una donna di strada”

Primo Levi “Se questo è un uomo”

“Le scrittrici della notte” a cura di Loredana Lipperini

Patrick Modiano “Inchiostro simpatico”, presentazione

Jean Eyben, protagonista e voce narrante del romanzo, è ed è stato alla ricerca della giovane e misteriosa Noëlle Lefebvre, la donna scomparsa, un caso insoluto, che riecheggia dal passato nel presente, un’ indagine irrisolta dell’allora ventenne praticante detective, a metà degli anni ‘60: pochi frammenti, pochi indizi fino a venire in possesso, in modo fortuito, dell’agenda di Noëlle, ma anche qui elementi troppo scarsi; la rinuncia a continuare a cercare diventa inevitabile sebbene a distanza di tempo alcuni indizi poco chiari o poco rivelatori riappaiano e riemergono in una prospettiva diversa, tra ricordo e dimenticanza.

Il titolo è emblematico: come l’inchiostro simpatico è una scrittura coperta, così il passato riemerge coperto a tratti tra la memoria e l’oblio.

Traduzione di Emanuelle Caillat

“Per un investigatore un caso irrisolto è sfida, rimorso, tormento, fantasma. Forse per questo Jean Eyben, che da giovane ha lavorato presso l’agenzia di Hutte, custodisce ancora il fascicolo sulla scomparsa di Noëlle Lefebvre. Pochi dettagli, sbiaditi dal tempo, che riportano Jean sulle ingannevoli piste seguite nella speranza di ritrovare quella donna misteriosa. Anche a distanza di anni, Jean continua a raccogliere indizi inattesi per le strade di Parigi, tra le righe dell’agenda di Noëlle, negli abissi della memoria. Ma la chiave per scoprire la verità sembra scritta con l’inchiostro simpatico: perché si riveli, Jean dovrà cercare la formula giusta. Nei suoi ricordi”.(dal Catalogo Einaudi)

Patrick Modiano è nato nel 1945 a Boulogne-Billancourt. Tra le sue opere tradotte in italiano ricordiamo i romanzi Via delle botteghe oscure (pubblicato in Italia da Bompiani), vincitore del Prix Goncourt 1978, Dora Bruder (Guanda) e, pubblicati con Einaudi, Un pedigreeBijouNel caffè della gioventú perdutaL’orizzonteL’erba delle nottiPerché tu non ti perda nel quartiereIncidente notturnoDall’oblio piú lontanoRicordi dormientiInchiostro simpatico, la raccolta di racconti Sconosciute, la pièce Il nostro debutto nella vita. Nel 2012 gli è stato assegnato il Premio Bottari Lattes Grinzane. Nel 2014 è stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura con la seguente motivazione: «Per l’arte della memoria con la quale ha evocato il destino umano piú inafferrabile e fatto scoprire il mondo vinto sotto l’occupazione».(da Einaudi Autori)

Madeline Miller “Circe”, presentazione

La scrittrice americana Madeline Miller vincitrice dell’Orange Prize con La Canzone di Achille, torna a proporre in questo secondo romanzo una figura mitologica, Circe. Pubblicato nel 2018 anche questo secondo romanzo è stato finalista per il Women’s Prize for Fiction ed è stato tradotto in molte lingue tra le quali l’ italiano da Marinella Macrì dall’inglese americano, come si legge nel colophon dell’edizione Marsilio.

Protagonista è la ninfa Circe che si racconta: suo padre era Elios dio del sole e sua madre la bella Perseide, figlia di Oceano, anch’essa una ninfa, una divinità minore, una naiade, “guardiana di fiumi e sorgenti”:

”Crebbi in fretta. La mia prima infanzia fu questione di ore, la seconda di pochi istanti. Una zia si trattenne sperando di entrare nelle grazie di mia madre e mi diede nome Circe, sparviera per via dei miei occhi gialli e del suono insolitamente flebile del mio pianto”.

Una figura mitologica tratteggiata e indagata dall’autrice come protagonista e non più come oggetto della storia raccontata da Odisseo: eccentrica e indipendente, amante più del mondo mortale che del mondo in cui è nata, dea dalla voce umana capace di empatia, di entrare in completo contatto con l’umanità e di averne compassione:

“[…] Agli altri non è gradita la mia voce. Mi dicono che assomiglia al grido di un gabbiano. […] Non sembri un gabbiano. Hai la voce di un mortale[…] La maggior parte degli dei ha voci simili al tuono e alla roccia[…] a volte le ninfe minori nascono con voce umana. Tu sei una di loro”

“[…]Poggiando su una solida conoscenza delle fonti e su una profonda comprensione dello spirito greco, Madeline Miller fa rivivere una delle figure più conturbanti del mito e ci regala uno sguardo originale sulle grandi storie dell’antichità”.(da Marsilio Editori)

Madeline Miller è nata a Boston, ha un dottorato in lettere classiche alla Brown University; ha insegnato drammaturgia e adattamento teatrale dei testi antichi a Yale. Il suo ultimo lavoro rilegge in chiave attuale il mito di Galatea, pubblicato recentemente da Sonzogno.

Il racconto della domenica

Nel distretto di Scollam

Uno scollo provocatore e il mistero della testa scollata

Dico sempre a me stesso che nelle faccende umane non è il caso di usare il superlativo assoluto, ma solo il relativo: anche quando alcune vicende degli uomini sanno stupirti non è il caso di profondersi in giudizi perentori e illimitati, perché c’è sempre un poi e anche un dopo.

Quanto ho visto e vissuto nel territorio di Scollam non ha niente di umano; si ciancia tanto su mondi paralleli e alieni, ma li abbiamo in casa e non ce ne accorgiamo, anzi vogliamo convincerci che siano di questo mondo.

A Scollam dopo le 5 della sera e durante la stagione estiva, camminando per le strade incontri pochi o molti esseri viventi, posso definirli anche umani, perché umani sono in tutto e per tutto, con un particolare che li differenzia da tutti gli altri: hanno la testa scollata dal collo.

No, non fluttua come un palloncino sopra i loro colli, ma è proprio scollata dal resto e ciascuno la porta, si fa per dire, sotto il braccio, a destra o a sinistra. Il braccio circonda completamente la testa dell’individuo che la sorregge con la propria mano. L’effetto è in un primo momento sconcertante, poi ci si fa l’abitudine e non ci se ne accorge più.

Le bocche ti salutano e ti parlano in quella posizione, proprio come se fossero al loro posto. Lo sconcerto aumenta nuovamente quando al mattino ciascuno indossa la propria testa e va a svolgere le proprie mansioni quotidiane. Alle 5 pomeridiane, quasi un gong suonasse, le popolazioni di Scollam, senza versare una sola goccia del proprio sangue, passano la propria testa sotto il proprio braccio.

L’ho fatta tanto lunga perché ogni volta che ricordo quel che ho visto lo devo richiamare dalla memoria senza fretta altrimenti stento ancora a credere di aver visto e vissuto a Scollam ciò che ho visto e vissuto.

Se chiedete agli abitanti di Scollam come sia possibile il fenomeno, rispondono che a loro viene insegnato sin dalla culla perché se non impari bene, rischi di restare “scollolato” , come dicono nella loro lingua, per sempre ( anche questa è un’espressione abusata, non è chiaro cosa significhi, ma questa è un’altra storia che meriterebbe una digressione) intendendo non solo con la testa lontana dal collo, ma, sebbene sul collo, non del tutto “incollolata”.

In molti mi hanno spiegato, incalzati dalle mie domande, che visitatori di passaggio avevano voluto provarci, ma che non c’erano riusciti. Alla mia richiesta di ulteriori chiarimenti avevano specificato che ci si accorgeva del mancato “incollolaggio” perché, dopo aver rimesso le teste sul collo, gli scollolati si comportavano come se non avessero messo la propria testa sul proprio collo, ma la testa qualsiasi sul collo qualsiasi. Quando volli indagare più approfonditamente sulle motivazioni dello “scollolamento”, furono evasivi e si mostrarono poco propensi a risposte esaurienti. Mi dissero che era necessario, che non si poteva restare sempre incollolati, che d’estate faceva troppo caldo; insomma, mi imbandirono un sacco di scuse più che spiegazioni. Non mi rimase che stare a guardare e cercare da solo di scoprire il mistero; ma questa è un’altra storia, quella di scollo discreto e senza scollo, collo lungo e senza collo.

Scollo discreto e senza scollo, collo lungo e senza collo

La faccenda non è così semplice come potrebbe sembrare in un primo momento perché esistono vari modelli di scollo: lo scollo o, come dicono gli Scollamesi, lo scolcollo discreto, ma anche il senza scollo, ormai raro e lo scollolato sempre, molto di moda. Questo significa che non tutti gli abitanti praticano questa funzione. Alcuni solo occasionalmente, altri sempre, altri mai.

Questi ultimi non hanno mai voluto rispondere alle mie domande, limitandosi, quelle poche volte che sono riuscito a comunicare con loro, ad accennare un sorriso gentile sulle labbra, appena abbozzato, ma chiaro ed evidente, quasi una canzonatura leggera.

Più pronti a dare spiegazioni, ma senza effettive e precise risposte sono i praticanti dello scollo occasionale o discreto. L’unica cosa chiara è che non essere praticanti implica una specie di radiazione dalla comunità. Se non ho capito male o ti scolcolli o non sei ritenuto un membro a tutti gli effetti. Ecco perché molti hanno scelto di scolcollarsi sempre.

In realtà, se si appartiene ad una comunità anche secondo me occorrerebbe condividerne le leggi e le regole, ma se le leggi sono astruse, mi sono chiesto, è sempre dovuto?

Questo il vero mistero; io alla fine sono rimasto perplesso e con molte domande senza risposta.

Nella pratica giornaliera, la situazione è ancora più complessa. A distanza di anni si stanno notando delle mutazioni genetiche che preoccupano la comunità di Scollam. Molti neonati nascono col collo lungo, lungo a dismisura ed altri con il collo corto, cortissimo, quasi inesistente. I primi, sebbene deformi, sono bellissimi; i secondi, con quelle teste quasi schiacciate tra le spalle, sono solo sformati. I paragoni con il mondo della natura o dell’arte sono stati notevoli per i primi e tutti ammirati: un cigno, un modigliani, una giraffa, ma anche paragoni meno scontati come un Erketu ellisoni, il dinosauro dallo spettacolare collo, oppure donna Kayan come le donne africane dal collo inanellato.

La trasformazione quindi non è stata vissuta né dai genitori, né dagli stessi, una volta cresciuti, come un tratto da rifiutare; diverse le considerazioni per i secondi per i quali non c’è stato nemmeno il tentativo o la ricerca di esemplari di riferimento o addirittura sforzi o la ricerca di teorie forzatamente inclusive per contemplarli tra gli umani.

Si sono quindi via via ghettizzati; vivono in comunità separate e sono quasi violenti. Tutta la loro rabbia si scatena nei confronti dei colli lunghi che malauguratamente varcano i loro confini, non del tutto delimitati; li aggrediscono mordendoli sul collo, ma poi interrogati sulle molestie inflitte, non sanno spiegare questa loro manifestazione, ma adducono come unica ragione il fatto che gli aggrediti siano dei colli lunghi, e tanto basta.

I colli lunghi a loro volta si sentono sempre più dei privilegiati dalla natura e guardano quasi con disprezzo i senza collo. Le loro comunità sempre più separate sono ormai inconciliabili.

Nel mio girovagare ho sempre avuto occasione di vedere aggregazioni umane in lotta tra loro, spesso perenne e atavica e della quale si è perduta la radice. Anche le collettività di Scollam mi sembrano avviate su questo percorso senza ritorno. Insomma, lo scolcollo ha avuto alla lunga delle infauste conseguenze: sono stati generati dei mostri; anche questa è vero è un’espressione abusata e meriterebbe una digressione, ma faccio per capirsi, nel senso che insomma nessuno glieli invidia; i mostri o si invidiano o fanno paura; e poi io, dopo che ho guardato ma non ho ben capito il perché dello scolcollo, se in un primo momento avrei voluto provare, ora me ne guardo proprio bene.

Nel mio lungo girovagare, iniziato quando ero ancora molto giovane, ma questa è una storia che racconterò dopo, ho avuto la possibilità di imbattermi in misteri spesso analoghi che, quando ne racconti uno, gli altri vengono su, uno dopo l’altro come le ciliegie da un canestro.

A proposito di colla e scolla, anche i misteri sono incollati.

Da Salvina Pizzuoli Il Viaggiastorie. Racconti fantastici

Charlotte Brontë “Il sortilegio con Il trovatello”. Racconti inediti. Cura e traduzione di Francesca Rizzi.

Pubblicati per la prima volta in Italia i due racconti sono stati scritti in età giovanile, a diciassette e diciotto anni, e fanno parte della saga iniziale di Glass Tower, sviluppatasi poi nei leggendari regni di Angria, Wellingtonsland e Verdopolis, che vide i fratelli Brontë impegnati nella scrittura prima insieme, Anne Emily Charlotte e il fratello Branwell, poi i due più grandi Charlotte e Branwell e Emily insieme ad Anne, tra il 1829 e il 1839. Il trovatello racconta come Edward Sidney trovi le sue origini a Glass Tower e inizi una nuova vita, mentre Il sortilegio narra del fratello gemello del re di Zamorna, mitico personaggio di un mondo fantastico creato dalla fantasia da Charlotte Brontë.

“Amore, passione, gelosia, intrighi politici e familiari, ma anche magia e una preziosa rappresentazione delle classi sociali e della condizione dei bambini: un libro grazie al quale ripercorrere i primi, decisivi passi della grande romanziera e conoscere meglio l’incredibile mondo a cui ha saputo dar vita”.( da Edizioni Clichy)

Charlotte Brontë nasce a Thornton, nello Yorkshire, Inghilterra, il 21 aprile 1816, terza dei sei figli di Patrick Brontë, pastore protestante di origine irlandese, e Maria Branwell, insegnante in una scuola religiosa: oltre a lei ci sono Maria, Elizabeth, Patrick Branwell, Emily (che fra tutti diventerà la più celebre, grazie al suo romanzo Cime tempestose) e Anne. Orfana di madre dall’età di cinque anni, inizia la sua attività letteraria fin da giovanissima, nel 1826, insieme alle sorelle e al fratello, creando la Glass Town Saga e il regno di Angria. Nel 1847 viene dato alle stampe Jane Eyre, il suo capolavoro, con lo pseudonimo di Currer Bell, a cui seguirà poi la pubblicazione degli altri suoi romanzi: Shirley (1849) e Villette (1853). Affetta da tubercolosi, muore a Haworth il 31 marzo 1855, incinta del suo primo figlio.(da Clichy Edizioni, Autore)

Giustino Ferri “Tra le quinte del cinema. All’origine della critica cinematografica italiana” a cura di Claudio Gallo e Luca Crovi, Oligo Editore

pagine 50 – prezzo 12 euro
In libreria oggi 25 novembre

IL PRIMO ARTICOLO DI CRITICA DEDICATO AL CINEMA, APPARSO IN ITALIA NEL 1906

La prima proiezione pubblica a pagamento di una pellicola dei fratelli Lumière avvenne a Parigi il 28 dicembre del 1895. Già nel marzo dell’anno successivo i due pionieri del cinema riuscirono a organizzare delle serate a Torino, Roma e Milano. Agli italiani la loro invenzione apparve subito come una incredibile meraviglia, ma anche un mondo nel quale poter impiegare il proprio ingegno e la propria originalità. Così, nel giro di pochi anni, anche nel Belpaese sorsero sale cinematografiche e case di produzione, come la Cines (Roma, 1905), la Itala Film (Torino, 1906) e la Partenope Film (Napoli, 1907). Fu un momento particolarmente fecondo per gli sviluppi della cinematografia e quando lo scrittore Giustino Ferri siglò (nel settembre del 1906) sulle pagine de “La lettura” allegata al “Corriere della Sera” il suo testo Tra le quinte del cinema fu probabilmente il primo critico a raccontare in presa diretta lo sviluppo e le suggestioni di quell’arte visiva che tanto stava stupendo il mondo.

CLAUDIO GALLO, già bibliotecario, è docente di Storia del Fumetto presso l’Università degli Studi di Verona e direttore de “Ilcorsaronero”, rivista salgariana di letteratura popolare. Tra le sue monografie ricordiamo Emilio Salgari. La macchina dei sogni (BUR 2011, firmata insieme a Giuseppe Bonomi). Per Oligo Editore ha curato l’edizione di Robert Louis Stevenson, L’Isola del tesoroIl mio primo libro, tradotto da Luca Crovi e con la prefazione di Mino Milani.

LUCA CROVI è redattore alla Sergio Bonelli Editore, dove cura le serie del commissario Ricciardi e di Deadwood Dick. Collabora con diversi quotidiani e periodici, ed è autore della monografia Tutti i colori del giallo (2002) trasformata nell’omonima trasmissione radiofonica di Radiodue. Per Rizzoli ha pubblicato L’ombra del campione (2018) e L’ultima canzone del naviglio (2020). Per Oligo Editore ha curato i testi del volume illustrato da Paolo Barbieri Draghi, dirigibili e mongolfiereC’era una volta a Milano (2019) e ha tradotto L’Isola del tesoroIl mio primo libro di Robert Louis Stevenson (2020, a cura di Claudio Gallo).

Elizabeth Jane Howard “La ragazza giusta” presentazione

Per Fazi, che pubblica l’opera completa della Howard, nella traduzione di Manuela Francescon, La ragazza giusta fino ad ora inedito in Italia. Fu stampato per la prima volta nel 1982 con il titolo originale di Getting it right, più ampio rispetto alla traduzione in italiano: non limita infatti al solo indirizzo della ragazza giusta ma a fare la cosa giusta in genere.

Protagonista è il timido e introverso Gavin, giovane trentunenne parrucchiere, di estrazione piccolo borghese, che lavora in un salone nel centro di Londra frequentato per lo più da donne di una certa età con le quali, dopo i quattordici anni trascorsi nel salone, Gavin riesce a parlare con una certa disinvoltura, ma sarà opera dell’amico omosessuale Harry se il giovane verrà introdotto nell’ambiente mondano della città e costretto ad uscire dal guscio e dal disagio della propria esistenza fatta di casa, vive ancora con i genitori, e lavoro. Il romanzo è ricco di personaggi e ritrae una società variegata della Londra anni ‘70 con descrizioni incisive e gustose sulle clienti del salone, pennellate nelle loro caratteristiche fisiche e di comportamento. Interessante è la visione al maschile dalla cui prospettiva la scrittura si sviluppa.

“Elizabeth Jane Howard confeziona una frizzante commedia punteggiata di ironia – all’epoca dell’uscita al terzo posto nelle classifiche inglesi dopo Frederick Forsyth e Wilbur Smith –, da cui fu tratto un film girato da Randal Kleiser, il regista di Grease, con Lynn Redgrave e Helena Bonham Carter. Un nuovo, imperdibile romanzo à la Howard, finora inedito in Italia, che delizierà tutti i lettori affezionati all’autrice della saga dei Cazalet”( dal Catalogo Fazi Editore)

Elizabeth Jane Howard (Londra, 1923 – Bungay, 2014). Figlia di un ricco mercante di legname e di una ballerina del balletto russo, ebbe un’infanzia infelice a causa della depressione della madre e delle molestie subite da parte del padre. Donna bellissima e inquieta, ha vissuto al centro della vita culturale londinese della seconda metà del Novecento e ha avuto una vita privata burrascosa, costellata di una schiera di amanti e mariti, fra i quali lo scrittore Kingsley Amis. Da sempre amata dal pubblico, solo di recente Howard ha ricevuto il plauso della critica. Scrittrice prolifica, è autrice di quindici romanzi. La saga dei Cazalet è la sua opera di maggior successo. Oltre ai cinque volumi della saga, Fazi Editore ha pubblicato i romanzi Il lungo sguardoAll’ombra di JuliusCambio di rottaLe mezze verità e Perdersi.( Da Fazi Autore)

dello stesso autore:

Perdersi

Gli anni della leggerezza. La saga dei Cazalet

Giorgio Battisti e Germana Zuffanti “Fuga da Kabul. Il ritorno dei talebani in Afghanistan” Paesi Edizioni

 ‘Fuga da Kabul. Il ritorno dei Talebani in Afghanistan’, il racconto crudo di prima mano del generale di corpo d’Armata italiano Giorgio Battisti, il quale ha servito «boots on the ground» nel teatro di guerra afghano contro il terrorismo islamico. Scritto a quattro mani con la giornalista Germana Zuffanti, che da tempo si occupa di questioni sociali e delle problematiche legate all’Afghanistan.
 
Il libro, edito da Paesi Edizioni, offre uno sguardo approfondito e critico senza alcun giudizio ideologico o politicizzato sulla realtà dell’Afghanistan e della sua nuova leadership.

Partendo dai fatti, gli autori raccontano con uno stile fresco e una narrazione incalzante le ragioni del disastro militare, i fatti del 2021 e perché aspettarsi importanti novità in questo Paese indomabile e refrattario alle ingerenze internazionali.

Durante l’esperienza sul campo – ben quattro missioni in Afghanistan subito dopo l’11 settembre e fino al 2016 – il generale Battisti ha avuto modo di comprendere a fondo la realtà di questa regione chiave per la geopolitica mondiale e conoscere i suoi abitanti. Insieme con la giornalista Germana Zuffanti, ecco che si ricostruiscono anni di missioni in prima linea.
 
Alla cornice storica, gli autori affiancano un diario dettagliato delle missioni NATO, dell’importante ruolo svolto dall’Italia, del valore strategico del Paese e di come e perché non sia stato possibile sconfiggere gli studenti/guerriglieri del Corano, pur con una potenza di fuoco molto maggiore. Un libro scritto da un generale che, grazie al suo punto di osservazione privilegiato, oggi è in grado di trasferire la propria esperienza alle nuove generazioni di operatori delle forze armate.
 

Giorgio Battisti – Generale di Corpo d’Armata (Aus.), ha ricoperto diversi incarichi allo Stato Maggiore dell’Esercito. Ha comandato il Corpo d’Armata Italiano di Reazione Rapida della NATO, ha partecipato alle operazioni in Somalia (1993), in Bosnia (1997) e in Afghanistan per quattro turni, tra il 2001 e il 2016.

Germana Zuffanti –  Giornalista pubblicista, funzionario pubblico presso l’Università di Torino, si occupa da tempo di questioni sociali e delle problematiche legate all’Afghanistan. Gestisce un canale youtube e cura una rubrica su Panorama.it