Jenny Offill “Tempo variabile” consigliato da Martina Castagnoli

Con un tempismo degno di Cassandra, la casa editrice NN pubblica un libro geniale ed ironico, fotografia perfetta di questo periodo apocalittico. Non c’è una pandemia che mette in pericolo la sopravvivenza del genere umano ma nell’aria aleggia un clima da fine del mondo presagio di imminenti sciagure e di apocalisse. “ Tempo variabile” mette al centro della storia Lizzie, una bibliotecaria generosa, un po’ sperduta, che odia in egual misura ricchi e hippy, con una famiglia (normalmente) imperfetta e un fratello ingombrante, che d’improvviso viene coinvolta e costretta da un’amica a prendere il suo posto nel rispondere ad un podcast nel quale si chiedono consigli su come sopravvivere alla fine dell’umanità. Ne esce fuori un affresco di una società fatta da individui vulnerabili, ipocondriaci, egocentrici che si comportano come una mandria impazzita, nella quale Lizzie si destreggia con ironia e senso pratico senza mai perdere la propria personalità ed omologarsi al gregge. Un libro acuto, che affronta un tema serio con umorismo intelligente e caustico.

Il libro è disponibile in libreria:

Pinocchio prima edizione: la riscoperta, un articolo da Il Tirreno 4 aprile

Atmosfere cupe senza lieto fine
nel testo di Collodi uscito
sul “Giornale per i bambini”
nel 1881.
Poi i lettori lo spinsero
a continuare la storia
Ripubblicato Pinocchio
nella prima versione “noir”
Il burattino muore impiccato
Roma
«Intanto s’era levato un vento impetuoso di tramontana, che soffiando e mugghiando con rabbia, sbatacchiava qua e là il povero impiccato, facendolo dondolare screanzatamente come il battaglio di una campana che suona a festa. E quel dondolio gli cagionava acutissimi spasmi, e il nodo scorsoio, stringendosi sempre più alla gola, gli toglieva il respiro (….) – Oh babbo mio! Se tu fossi qui! – E non ebbe fiato per dir altro. Chiuse gli occhi, aprì la bocca, stirò le gambe e, dato un grande scrollone, rimase lì come intirizzito». Finiva così la storia di Pinocchio, col 15° capitolo il 27 ottobre 1881, nella prima versione pubblicata sul “Giornale per i bambini”, con il burattino che muore solo e impiccato dagli assassini per togliergli le monete d’oro. La storia aveva così tutto un altro senso, virato al noir e privo di alcuna redenzione. Altro che trasformazione in un bravo bambino, come accadrà dopo altri 18 capitoli, aggiunti sei mesi dopo, per le insistenze dei lettori e del direttore del Giornale. Il successo a quel punto fu tale e più consono alle positivistiche idee pedagogiche dell’Italia appena unificata, che è andata praticamente dimenticata quella prima versione della storia di «un pezzo di legno da catasta» che non era nemmeno divisa in capitoli, ma scritta tutta di fila. La ripropongono ora, in una bella, piccola edizione con illustrazioni gotiche di Simone Stuto e a cura di Salvatore Ferlita, le edizioni Il Palindromo di Palermo, ed è una piccola, curiosa scoperta. In realtà in quella prima versione, a mostrare tutte le perplessità che lo stesso Collodi aveva su come sarebbe stata accolta la sua storia, c’era già un avviso ben prima del finale: «Quello che accadde dopo è una storia da non potersi credere, e ve la racconterò la prossima volta» che nella riscrittura diverrà «una storia così strana» e «ve la racconterò in quest’altri capitoli», mentre proprio il primo finale non è più così conclusivo, ma a Pinocchio torna «in mente il suo povero padre e balbettò quasi moribondo». Così il nuovo XIX capitolo può cominciare dicendo: «In quel mentre che il povero Pinocchio. impiccato dagli assassini a un ramo della Quercia grande, pareva oramai più morto che vivo» ecco che compare la fatina dai capelli turchini.E tutto procede di avventura in avventura, partendo ancora con il racconto aspro del burattino incatenato a far il cane da guardia, ma poi arriva il Paese dei balocchi, la trasformazione in ciuchino, l’essere inghiottito dal pesce-cane in cui ritrova suo padre e lo libera portandolo a riva, dove incontra e non si fila il Gatto e la Volpe mal ridotti, si pacifica con la Lumaca e col Grillo parlante, e si comporta bene sino alla trasformazione, chiudendo con l’osservazione: «com’ero buffo quand’ero burattino! E come ora son contento di essere diventato un ragazzino perbene!». Tutto senza più quelle atmosfere tenebrose e inquietanti della prima parte, con notti buie dove «non ci si vedeva da qui a lì» mentre gli sbattono addosso le grandi ali di uccellacci neri, come ricorda Ferlita nella sua postfazione in cui gioca azzardando anche un parallelo curioso con Sherlock Holmes.Allora, se Giorgio Manganelli ne aveva parlato come di «un romanzo mortuario e infernale», si capisce perché Italo Calvino, studioso delle fiabe italiane, legasse questo di Collodi al romanticismo nero e fantastico, aggiungendo che «Collodi non è certo Hoffman o Poe», per notare poi però che «la casina che biancheggia nella notte con alla finestra la fanciulla come un’immagine di cera che incrocia le mani sul petto e dice – Sono tutti morti… Aspetto la bara che venga a portarmi via, a Poe sarebbe certamente piaciuta».Del resto anche uno sguardo diverso come quello di una scienziata quale Margherita Hack, ricordando la sua lettura della versione definitiva da bambina, spiegava: «C’erano pagine terrificanti, come gli assassini tutti incappucciati di nero, a cui pensavo con un pò di paura. Così ricordo che quando finalmente Pinocchio usciva sano e salvo da tutte le sue avventure e arrivava il desiderato lieto fine, provavo invece un senso di delusione, di stonatura con tutto il resto».

Hans Tuzzi “Vanagloria” recensione di Salvina Pizzuoli

Si apre con la notizia di una morte, si chiude, tra i guaiti di un cane, con una morte annunciata: non è un giallo, ma il primo romanzo di Hans Tuzzi apprezzato giallista e bibliofilo che con “Vanagloria” si realizza in modo esemplare come romanziere. Era prevedibile che la vena narrativa di chi ha fatto del proprio scrivere in giallo una produzione letteraria raffinata, si compisse in un romanzo vero e proprio.
A volte, leggendo opere narrative, capita di riscontrare in esse una perfetta consonanza al reale tanto sono precisamente tratteggiate, quasi gli assomigliassero in modo speculare. Viene allora da chiedersi quanto in un romanzo è invenzione e quanto corrisponde a situazioni già verificate o perfino anticipate, indovinate o intuite dall’autore. Ma il romanzo di Hans Tuzzi, scritto tra il 2006 e il 2010, va oltre; la società di Paneropoli, evidente richiamo a Milano, da panèra o città del formaggio come l’aveva chiamata Ugo Foscolo in modo evidentemente spregiativo, è sapientemente raffigurata, nei due anni imprecisati della prima decade del ventunesimo secolo che fanno da sfondo alle vicende, scoperchiandone il vuoto senza ipocrita cecità; è uno specchio in cui si deve finalmente guardare.
A una scrittura elegante, policroma, piena di lingue e di linguaggi, cui ci aveva abituato nelle opere precedenti, l’autore aggiunge in “Vanagloria” il pregio dell’analisi cruda e lucida di una società in degrado il cui fine è il potere per il potere e dove la cultura è merce di scambio, valore aggiunto per realizzare quel fine. Una società resa sterile e smarrita dietro velleitari e millantati ruoli elitari, alla ricerca di un fine effimero, dove tutto ha un prezzo, anche l’amore che come l’amicizia e la solidarietà perdono le loro caratteristiche e acquistano quelle di mercanzia, mentre gli intrighi e i percorsi per realizzare il profitto e la soddisfazione personale diventano le uniche prospettive.
Una variegata e fantasmagorica carrellata di personaggi del mondo che conta si presenta al lettore, spettatore della tragedia che si consuma sotto i suoi occhi, spogliata e doppia nella facciata perbenista che ne copre la dissoluzione interiore; la progenie, vuota e qualunquista, non disdegna di seguirne le orme precocemente. Tra i vanagloriosi qualcuno si salva come nella galleria delle figure femminili, sicuramente meno negative di quelle maschili. Anche la prosa sottolinea, nel suo essere corrosiva e acida, la natura degli uomini che si muovono all’interno del romanzo; un romanzo difficile, ma che si legge d’un fiato, quasi il lettore volesse conoscere il destino che lo attende come spettatore disincantato di un mondo senza eroi e senza possibilità di sopravvivenza. Un romanzo colto, denso, che non presuppone riletture nonostante la ridda di personaggi le cui vicende si intrecciano e si combinano; è un mondo piccolo quello in cui ciascuno di loro, con la propria professione e il proprio ruolo si muove.
Se si vuole intravedere un messaggio tra le righe del romanzo,  è sicuramente un raffinato messaggio, ma ci si può ravvisare anche un monito? Una società senza una cultura da tramandare è una società sterile che va solo verso una morte solitaria?
Al lettore-spettatore il compito di interpretare l’impianto immaginifico che l’autore ha saputo magistralmente costruire.
Come in “Vanagloria” anche in “Morte di un mecenate americano” Tuzzi tocca, da un punto di vista parallelo, il medesimo tema; nell’interessante biografia romanzata del magnate J.P. Morgan, è tratteggiata infatti non solo la sensibilità del protagonista ma anche lo spirito di una società: i potenti e facoltosi mettono a disposizione il loro denaro per la ricerca dell’opera d’arte, patrimonio dell’umanità oltre che personale, da tramandare e conservare; filantropi oltre che cultori. Il titolo emblematico dell’articolo comparso sul Sole 24Ore (domenica 10/2/2013) “JP Morgan il Magnifico” dello stesso Tuzzi, assegna infatti al magnate americano il ruolo di un mecenate cinquecentesco. Nella biografia fa da sfondo una società di fine Ottocento, in “Vanagloria” quella attuale, persa e deprivata del valore della conoscenza, dove invece i facoltosi orientano i propri interessi in altri campi o scelgono di legare il proprio nome a opzioni  culturali solo per l’appannaggio che possono offrire.
La cultura, intesa come bene, è sicuramente un argomento che preme molto all’autore; e come dargli torto, soprattutto in tempi come quelli che viviamo?
Già pubblicato in Esercizi di stile di Gabriele Ametrano

I classici, tuttatoscanalibri consiglia:

Albert Camus “Lo straniero”

Omaggio a Italo Calvino

Albert Camus “Il primo uomo”

Edmondo De Amicis “Amore e ginnastica”

Grazia Deledda “Canne al vento”

James Hilton “Addio, mister Chips!”

Jack London “Martin Eden”

G. Orwell “La fattoria degli animali”

George Orwell “1984”

Alessandro Manzoni “I promessi sposi”

Alfredo Panzini “Il padrone sono me!”

Jan Potocki “Viaggio nell’impero del Marocco”

Vasco Pratolini “Cronache di poveri amanti”

J.D. Salinger “Il giovane Holden”

Stevenson “Il diavolo nella bottiglia” con testo originale a fronte e le illustrazioni di Elena Salucco

Stevenson “Lo strano caso del dottor Jekill e mister Hyde” illustrato con i disegni di Mauro Moretti

Federigo Tozzi “Tre croci” 

Jules Verne “La sfinge dei ghiacci”

 

 

Ma è proprio vero che i racconti non piacciono? tuttatoscanalibri consiglia

Lucia Berlin “Sera in Paradiso”

Yu Hua “Mao Zedong è arrabbiato”

“I racconti delle donne” a cura di Annalena Benini

I racconti delle tenebre a cura di F. Genovesi

Primo Levi “Tutti i racconti”

Salvina Pizzuoli, Corti e… fantastici

Salvina Pizzuoli “Il tempo smarrito. Memorie di un’ottuagenaria”

Da Panorama Libri: Pablo Simonetti “Vite vulnerabili”

“Racconti italiani” a cura di Jhumpa Lahiri

Racconti racconti racconti: corti, con brivido, fantastici

Judith Schalanshy “Inventario di alcune cose perdute”

Salvatore Torre “Atonement. Storia di un prigioniero e degli altri”

William Trevor “La ragazza sconosciuta”

Thomas Tsalapatis “L’alba è un massacro signor Krak”