Emmanuel Carrère “Yoga” recensione di Salvina Pizzuoli

“[…] ho cominciato a ricopiare e cucire insieme gli appunti a prima vista eterogenei […] Gli appunti sullo yoga, gli appunti sulla mia depressione e sul ricovero al Sainte-Anne […] Il lavoro di cucitura è il primo che bisogna affrontare quando si monta un film. In francese si chiama “orso” […] Nessuno che sia sano di mente può credere che ne verrà fuori qualcosa di guardabile – o di leggibile se si tratta di un libro […] A poco a poco quella specie di magma comincia a prendere forma, e spesso è una forma inaspettata”

Il testo si articola in due parti, la prima quando convinto di aver raggiunto “uno stato di meraviglia e serenità”, vuole dedicare un breve saggio “arguto e accattivante” alle pratiche che esercita da anni: lo yoga, la meditazione e il tai chi; la seconda quando scopre di non essere affatto nello stato che immaginava di aver raggiunto e prosegue invece con il racconto della sua malattia. Queste a grandi linee le tematiche di base, ma non è una cronaca sterile: il testo è pieno di vita, di incontri, di ricordi, di affettività e di amore, sotto ogni punto di vista. Se la prima parte, sebbene scandita dalla prosa piana, arguta e piacevole di Carrère, lascia perplessità nel lettore che non ne conosce il seguito, è proseguendo che si comprende.

“Sono stato accecato, come Paolo sulla via di Damasco, dall’evidenza che la mia autobiografia psichiatrica e il mio saggio sullo yoga erano lo stesso libro. Lo stesso libro, perché la patologia di cui soffro è la versione squinternata, parodistica, terrificante della grande legge dell’alternanza degli opposti di cui ho così sinceramente celebrato l’armonia una cinquantina di pagine fa. Dallo yin nasce lo yang dallo yang lo yin, e il saggio è colui che si abbandona alla corrente lasciandosi trasportare dolcemente da un polo all’altro. […] E sono sicuro che questo possa essere un buon libro, un libro necessario, in cui i due poli riusciranno a convivere: l’incessante aspirazione all’unità, alla luce, all’empatia e l’opposto, potente richiamo della divisione, della chiusura in sé, della disperazione. Questo tira e molla è più o meno la storia di tutti gli uomini, solo che in me è portato all’eccesso, è patologico, ma siccome sono uno scrittore posso farne qualcosa. Devo farne qualcosa”.

Interessante l’imperativo che l’autore si pone con lo sforzo linguistico che comporta raccontare l’orrore, il dolore di una paralizzante malattia psichica, di una depressione profonda, un racconto che si fa letteratura farcito com’è di pensieri e ricordi “vagabondi”, storie, momenti di una vita che può nuovamente aprirsi a nuove possibilità

“[…] la vita è bella. Non solo bella, ma bella. E trovo generoso da parte sua, se si considerano i miei conti in sospeso, avermi dato un’altra chance […] in questo momento della mia vita sono io e so che c’è la marina di Dufy ad attendermi, so che non riuscirò a sfuggirle, ma oggi me ne infischio, oggi sono pienamente felice di essere vivo” .

“

Giulietta Fabbo “L’albero di nespole”, PAV Edizioni

Riceviamo e volentieri segnaliamo

La sinossi

L’albero di nespole racconta la storia di una famiglia in un paesino del sud Italia, che, tra devastazione sociale e decisioni imponderabili, vede caratterizzare il destino dei suoi componenti. La speranza e l’amore però, riescono ad eludere il fato e a sopravvivere nonostante le miserie umane. Un libro che ripercorre, a cavallo della II guerra mondiale, gli avvenimenti che sconvolsero l’Italia, che determinarono la ripresa del bel Paese e nel quale gli eventi bellici e il boom economico prendono forma concreta nelle vite dei protagonisti.( da PAV Edizioni)

Dal Prologo

“La campana che annunciava mezzogiorno suonava da un po’, ma Ninetto continuava a giocare in giardino. La giornata era splendida e il caldo di agosto attanagliava l’ambiente limitando i movimenti delle persone. Ninetto e i suoi amici però sembravano non farci caso: da due ore giocavano alternando le corse alle partite di calcio. A lui piaceva fare il portiere anche perché, quando tutta la squadra attaccava e i compagni erano intenti e concentrati nel lato opposto del campo, poteva dare una sbirciatina alle merende ammucchiate insieme a mo’ di palo e strappare un boccone. Fin da piccolo aveva sempre avuto una gran fame e si era sempre dovuto ingegnare per soddisfarla. La guerra era finita da un po’, l’entusiasmo piano piano era andato scemando, il benessere tanto sbandierato dagli americani si faceva attendere e i problemi di tutti i giorni continuavano, soprattutto in una piccola comunità come quella di Prata. Il padre Giuseppe, insegnante elementare, si era come tutti lasciato travolgere dalla drammaticità degli eventi bellici era andato via via incupendosi, perdendo quella allegria e quella spontaneità che avevano caratterizzato la sua giovinezza. Proprio questa freschezza d’animo avevano fatto innamorare Teresa, donna semplice e pia, di famiglia povera e genuina, che aveva visto in Giuseppe l’amore della sua vita e contemporaneamente il mezzo per un riscatto sociale. Era una settimana che Teresa non faceva altro che piangere e Ninetto non capiva il motivo di tutto questo”.

Non immaginava neanche lontanamente che da lì a qualche giorno si sarebbe imbarcato alla volta dell’America.

Spigolature dal testo

 Una nave era pronta a salpare nel porto di Napoli, e lo avrebbe ricondotto in America. La sua vita era là. La sua famiglia lo amava, ma la sua vita era in America.

 Ma ora non era più il momento di attendere o di resistere alla forza di un destino che si imponeva. Ora era il momento di VIVERE, pienamente e consapevolmente, la sua vita.

    Era il momento di smettere di accettare e di subire le decisioni e di cominciare a SCEGLIERE in che modo vivere, in che direzione andare, quali strade percorrere. In America.

«O Maria Santissima Annunziata», riprese la voce sostenuta dell’angelo azzurro, mentre le corde lentamente venivano allentate e i due angeli venivano calati nel silenzio generale fino a raggiungere la stessa altezza della statua della Madonna, «un angelo è calato», e il braccio dell’angelo azzurro si allungava verso la statua della Madonna che contemporaneamente veniva avvicinata, «e un giglio ti ha portato!», concludeva la voce azzurra mentre scoppiava l’applauso commosso di tutta la popolazione. 

Nino faceva tante domande sulla madre e sul padre negli anni durante i quali non li aveva visti e spesso, inevitabilmente, tornava a chiedersi le ragioni della sua partenza, del suo allontanamento dalla famiglia. Perché? Era la domanda che lo aveva accompagnato per interi anni soprattutto, negli anni successivi al suo sbarco. Perché? Era la domanda che ritornava in questi anni finali della sua vita, come in un percorso circolare che torna alla fine nel punto dal quale si è originato. Perché? 

Delusioni, amarezze, frustrazioni, sfiducia erano stati spesso suoi compagni di viaggio, ma la gioia, la dolcezza, l’amore erano stati sentimenti vissuti così intensamente da rendere la sua vita, in ogni caso, degna di essere vissuta e goduta.

Brevi note biografiche

GIULIETTA FABBO nasce ad Avellino il 12 gennaio 1971. È laureata in Lettere Classiche e insegna Materie Letterarie, Latino e Greco presso il Liceo Classico “Pietro Colletta” di Avellino. È sposata e ha due figli adolescenti. Appassionata di archeologia, ha pubblicato schede tecniche nel volume “NOTARCHIRICO 500.000 anni fa” a cura di M. Piperno (ed. OSANNA Venosa) e ha lavorato in qualità di archeologa preistorica presso la Soprintendenza Speciale al Museo Preistorico Etnografico Pigorini di Roma e presso l’area archeologica US Navy di Gricignano di Aversa (CE).(da PAV Edizioni)

Valeria Montaldi “Il filo di luce” presentazione

Ducato di Milano 1447. È Margherita la protagonista di una storia esemplare che ha inizio durante i festeggiamenti per la morte dell’ultimo detestato Visconti. Il lettore la seguirà fino al 1487 nella Milano degli Sforza. Margherita è un’orfana, allevata da Tebalda che la fa prostituire nonostante la giovane età, è povera, è analfabeta ma un grande coraggio e la voglia di non arrendersi la spingeranno a fuggire e la sua vita prenderà un nuovo corso: impara a leggere, scrivere e a lavorare la seta, fino a diventare maestra nell’arte di questa lavorazione e guidare una delle più importanti manifatture tessili di Milano. Un romanzo storico denso di figure femminili e realmente esistete e frutto dell’immaginario.

“Valeria Montaldi, maestra del genere, firma un romanzo storico sorprendentemente attuale, una storia di riscatto e solidarietà sul palcoscenico di una Milano sforzesca che non è mai sembrata così viva. Una città dove è possibile che anche la più umile delle popolane diventi padrona della propria vita”.( da Rizzoli Libri)

Brevi note biografiche

Valeria Montaldi ha esordito nel 2001 con Il mercante di lana, cui sono seguiti Il signore del falco, Il monaco inglese, entrambi finalisti al Premio Bancarella, Il manoscritto dell’imperatore, La ribelle e La prigioniera del silenzio, tutti disponibili in BUR, La randagia e Il pane del diavolo. I suoi romanzi sono stati pubblicati anche in Francia, Spagna, Portogallo, Germania, Grecia, Serbia, Ungheria, Brasile. Il suo sito è http://www.valeriamontaldi.it. (da Rizzoli Autori)

Marco Ghizzoni “VIOLINO. Luci e ombre di Stradivari”, Oligo Editore


Pagine 44, Euro: 12,00

 Oligo editore, Collana Piccola Biblioteca Oligo* 

Marco Ghizzoni, tra gli autori cremonesi più significativi della generazione anni ’80, offre un profilo insolito e a tratti oscuro del più grande liutaio di tutti i tempi – Antonio Stradivari – attivo a Cremona nel corso del XVIII secolo. La figura di Stradivari mantiene ancora oggi contorni sfumati e avvolti dal mistero: ad esempio, non si conoscono né il luogo né la data esatta della sua nascita, né tantomeno le cause della sua morte. I segreti intorno al grande liutaio hanno alimentato il mito con elementi inventati e leggendari, come quello inerente al presunto furto del suo cranio. Il testamento, scoperto solo nel 1999, racconta di un uomo autoritario, assai lontano dall’immagine romantica dell’artista sensibile e disinteressato, onnipresente nella vita privata degli undici figli e abilissimo negli affari, tanto da lasciare una grande eredità che – ironia della sorte – sarà la causa principale della dispersione dei suoi capolavori.

Scrive l’Autore: «ho voluto raccontare il violino, strumento principe della mia città – Cremona – e di conseguenza Antonio Stradivari, il più grande liutaio di tutti i tempi nonché figura misteriosa, enigmatica, affascinante e poco conosciuta.»

MARCO GHIZZONI è nato a Cremona, dove vive, nel 1983. Ha pubblicato romanzi con Guanda e con Tea, Per Oligo Editore ha pubblicato Il muro sottile. Dieci racconti (2020) la sua prima raccolta di racconti. Quando non scrive, lavora nel settore commerciale di una multinazionale tedesca.


*Della stessa collana: Luigi Mascheroni, Libri. Non danno la felicità (tanto meno a chi non li legge); Roberto Piumini, Teatro/Poesia; Stefano L’Occaso, L’Architetto. Breve storia di una parola dall’antichità al Rinascimento.

Marco Consentino e Domenico Dodaro “Madame Vitti” presentazione

Madame Vitti, un romanzo a quattro mani da una storia vera, di Marco Consentino e Domenico Dodaro, pubblicato da Sellerio.

Gli autori raccontano la storia di Maria Caira, di suo marito Cesare Vitti, insieme alle due sorelle e al fratello Antonio e una cugina, partiti alla fine dell’Ottocento da Atina con destinazione Parigi dove iniziano a posare per gli artisti. Ma già due anni dopo Maria fonderà l’ Académie Vitti aperta solo alle donne e con insegnati illustri, vi insegnò anche Paul Gauguin, con una particolarità: qui posano dal vero i modelli, fino ad allora era infatti possibile per le artiste studiare e riproporre il nudo maschile solo da modelli cartacei. La storica sede, situata in Montpanasse, 49 Boulevard Montparnasse Paris, il quartiere che diverrà simbolo dell’arte a livello mondiale, che vent’anni dopo sarà aperta anche agli artisti di sesso maschile, fu operativa dal 1889 fino al 1914 allo scoppio della Prima guerra mondiale, quando i Caira decideranno di rientrare in Ciociaria.

Si deve a Cesare Erario, discendente della famiglia Caira-Vitti, la fondazione del Museo ad Atina (Frosinone), aperto al pubblico dal 2013, in cui sono conservati tutti i materiali dell’Académie Vitti: schizzi e disegni di nudo, fotografie di modelli in costume, cartoline postali, quadri, foto di famiglia e d’atelier. Due anni dopo, nel 2015, i due discendenti, Erario ed Eugenio Beranger, hanno dato alle stampe “Académie Vitti, 49 Boulevard Montparnasse, Paris”, volume in cui si ricostruiva su base documentaria la storia dell’Académie, testo tra le fonti principali degli autori del romanzo.

“Madame Vitti riscopre una storia vera e dimenticata in un romanzo dalla scrittura fortemente visiva; è il racconto di una donna che ha lottato con sfrontatezza per realizzarsi, conquistando ammirazione e disprezzo, vittorie e cicatrici profonde”.( dal Catalogo Sellerio Editore)

e anche

Brevi note biografiche

Marco Consentino e Domenico Dodaro hanno scritto  Madame Vitti (2022). I due, insieme con Luigi Panella, sono autori anche del romanzo I fantasmi dell’Impero (Sellerio 2017), accolto come un caso letterario, Premio Selezione Bancarella 2018.

Walter Veltroni “La scelta”, presentazione

Roma, 19 – 26 luglio 1943, una pagina della storia recente: il bombardamento nel quartiere San Lorenzo e l’arresto di Mussolini, la fine di un’epoca segnata dalle decisioni di pochi, come sempre accade in dittatura. Una famiglia di un quartiere popolare affronta la nuova realtà con le scelte di ciascuno in un momento difficile.

Ascenzo De Dominicis, il capofamiglia, fascista convinto e sincero, usciere dell’Agenzia di stampa Stefani di cui Morgagni è il gestore, un fascista nella cui propaganda di regime ha creduto.

Cosa accade quando il mondo che ti dava fiducia e affidamento si sgretola? Come reagisce un uomo di fronte al crollo di una convinzione e del suo ruolo di capofamiglia?

E il lettore seguirà i quattro membri della famiglia, la moglie, la figlia adolescente, il figlio che si ribellerà al padre anche in modo plateale e che aderirà alle forze antifasciste.

La scelta di Ascenzo e la scelta di tutti gli altri componenti in una Roma che vede letteralmente i più “spogliarsi” degli abiti e degli intenti di adesione ad un mondo ormai alla fine per abbracciarne di nuovi.

“A San Lorenzo piovono bombe. Mentre il mondo di prima scompare, ogni membro della famiglia De Dominicis deve fare i conti con un presente che scaglia l’uno contro l’altro. In sei giorni Roma è bombardata dagli Alleati e Mussolini cade. La Storia corre veloce e mette tutti con le spalle al muro. È, in ogni casa italiana, il momento della scelta. Walter Veltroni racconta di generazioni diverse che, ieri come oggi, devono ricominciare a parlarsi. Perché solo quando i figli affrontano i padri, e i padri, almeno per un attimo, si ricordano di essere stati figli, è possibile lasciarsi il buio alle spalle, aprire porte e finestre al futuro”. (da Rizzoli Libri)

Dello stesso autore su tuttatoscanalibri: la trilogia con il commissario Buonvino

“Assassinio a Villa Borghese”

“Buonvino e il caso del bambino scomparso”

“C’è un cadavere al Bioparco”

Matteo Moca “Un’esigenza di realtà. Anna Maria Ortese e la dipendenza dal fantastico“, presentazione

Anna Maria Ortese una scrittura potente, in bilico tra reale e immaginario, una scrittrice “amata e non sempre compresa” come la definisce Loredana Lipperini nella presentazione al saggio di Matteo Moca, “Un’esigenza di realtà. Anna Maria Ortese e la dipendenza dal fantastico “ edito da LiberAria ( La Stampa 25 marzo 2022). I suoi scritti etichettati di genere “fantastico” sfuggono in vero ai confini del genere medesimo. Proprio questo indaga l’autore del saggio, questa particolare connessione tra reale e fantastico nell’opera della Ortese

“indaga la natura di questa zona intermedia tra reale e fantastico, nella convinzione che nell’opera di Ortese questa non sia una mera scelta di campo letterario, ma un tentativo di impugnare la carica politica del fantastico, unica possibile via per illuminare il buio in cui l’uomo brancola”. (dal Catalogo LiberAria Edizioni)

Come sottolinea Marta Barone nella prefazione al saggio.

Moca ripercorre la vita e gli scritti, strettamente connessi, della scrittrice insieme alle città che ne hanno occupato un posto importante: Napoli, Milano, Toledo e poi Rapallo dove, dopo la vincita del Premio Strega (1967) si ritirò insieme alla sorella e dove visse fino alla morte.

Un’autrice spesso dimenticata ma sicuramente da leggere orileggere, che occupa un posto rilevante nella storia della letteratura italiana del Novecento.

Su tuttatoscanalibri:

Anna Maria Ortese “L’Iguana”

Le pagine di tuttatoscabalibri più visitate nel mese di marzo 2022

E.Lee Masters “Antologia di Spoon River”

Sergio Fanara “La colpa e l’innocenza”

Primo Levi “Se questo è un uomo”

Hanna Lynn “Il segreto di Medusa”

La trilogia di Daniela Alibrandi

Marta Albertini “Una genealogia ritrovata”

Wilbur Smth con David Churcill “Eredità di guerra”

Alessandro Barbero “Inventare i libri”

Curiosità bibliofile

Hans Tuzzi “Ma cos’è questo nulla?”

Antonio Canova “Viaggio in Italia”

Valentina Olivastri “L’album di famiglia” recensione di Caterina Falotico 

La copertina è opera del pittore toscano Paolo Gheri

Riceviamo e volentieri segnaliamo:

IL BORGO IN UN DIVERTITO SPAESAMENTO

“Mi chiamo Edith Philippa Everard de Winton Strange. Lo so. Ho un nome che sembra una balbuzie per bocche svagate, quasi un leggero malessere capitato a uno dei trentatré trentini che entrarono in Trento tutti e trentatré trotterellando. Tuttavia, a Borgo nessuno ha mai preso sul serio questo borioso ghirigoro di sillabe. Qui, tutti mi chiamano solo e semplicemente Edi”.

Con queste parole la protagonista e io narrante dell’ultimo libro di Valentina Olivastri, L’album di famiglia, si presenta al lettore rivelando immediatamente la cifra del suo raccontare: una brillante autoironia tutta british mescolata a un’arguzia da maledetti toscani per dire di una materia ad alto potenziale emotivo e sentimentale com’è quella che tratta di memoria, identità, appartenenza comunitaria. Perché Edi è l’approssimazione dell’autrice, non proprio il suo alter ego, in quanto per metà italiana, meglio cortonese, per metà inglese, come dimostrano le sue passioni oscillanti fra il caffè e il giardinaggio. La doppia identità le consente un euforico divertito spaesamento proprio di chi non è straniera né del luogo, ma, mettiamola così, “un’inquilina con contratto senza scadenza”. Ha quarant’anni, fa la giornalista, ha un matrimonio alle spalle che non le ha tolto il gusto di interessanti avventure erotiche, quelle rigorosamente con un biglietto di andata e ritorno, per non rischiare l’irritante routine coniugale fatta di dentifrici schiacciati male e di biancheria intima disseminata qua e là come le briciole di Pollicino che conducono al talamo nuziale. E se le è venuta una crisi di mezza età, nemmeno questa ha toni drammatici, basta cambiare aria e magari lasciare Londra per un tuffo nel passato dell’infanzia toscana. Il tema delle radici assai presente in quest’opera è sottratto a ogni patetismo, quasi una bizzarria, “una voglia da soufflé mal riuscito […] di voler appartenere […] al paese della mia infanzia, della mia pigra e indolente adolescenza giallo zafferano”. Un’intelligente distanza fra vita e scrittura dà al racconto un’aria di rarefatta leggerezza che, come si vede dalle vicende narrate, non ignora l’opacità del vivere, le ombre e i misteri di cui sono fatte le vite degli uomini, non solo, ma anche i luoghi e perfino gli oggetti quotidiani come  può essere un album di fotografie. Quando Edi ne trova uno sui banchi della fiera antiquaria di Arezzo, percepisce la sua natura sfuggente e misteriosa fatta di pieni e vuoti, di spazi bianchi da colmare “tra un gruppo di famiglia e l’altro. Storie dentro una bottiglia, impigliate in chissà quali acque”.

Il tema del labirinto ricorre nei precedenti romanzi ed è non a caso legato ai luoghi di trasmissione della memoria: la biblioteca Tomasini-Renzi di Bardiano – località che come Borgo rappresenta il luogo di origine della scrittrice – in Prohibita imago (Oscar Bestsellers 2010); la parigina Fondazione Duval in La donna del labirinto ove la memoria ha il suo corrispettivo nell’oblio, fino al più umile album fotografico, in cui si materializzano il ricordo e la rimozione.

L’album in questione è un regalo destinato al suo redattore capo – ne è un appassionato collezionista – che ha offerto ad Edi una rubrica per il supplemento del weekend, il cui argomento è il cibo collegato alla grande invenzione del turismo culturale. Di qui il susseguirsi di riferimenti che strizzano l’occhio all’antropologia da un lato e all’attuale costume che enfatizza le radici identitarie (“tutti piatti popolati di dense memorie, di sapori assolati tra arcadia e mattatoio”). Anche qui una sottile ironia non disgiunta dal piacere della convivialità e dell’eros. Edi ritorna a frequentare Luca, ai tempi suo ragazzo e ora proprietario di un ristorante, ma si guarda bene da un ritorno di passione che metta a rischio una insolita e consolidata complicità. La passione, vissuta sempre con disincantata distanza, prende invece la protagonista per il bel Lorenzo approdato dalla lontana Matera a Borgo dopo la morte improvvisa dello zio, il viveur Ludovico Franceschi al centro di uno scandalo borghigiano apertosi proprio con l’apparizione del famigerato album di famiglia. A questo punto saltano certezze, dati biografici, vengono alla luce segreti inconfessabili, che rivelano la natura ambigua della famiglia e della comunità borghigiana, avvicinando il micromondo all’universale comédie humaine.

Il borgo gode di un ritorno di vita all’interno della produzione letteraria attuale e si lega alla dialettica, in ambito sociologico, fra locale e globale, crescita e decrescita, modernità e tradizione. Su questa linea si muovono scrittori come Franco Arminio, Vinicio Capossela, Mimmo Sammartino, Carmen Pellegrino, interpreti dello spirito del tempo e di una nuova coscienza che è insieme storica ed ecologica. Borgo vive in queste pagine di un’assolutezza esemplare, paradigmatica, in quanto luogo ove “la vita ha un tepore distrattamente sottile, un andamento che adesca con tripudio di aromi e di colori. L’aria ha un sapore domenicale e nessuno è ansioso di futuro”. Salvo poi a ridefinire gli spazi che intercorrono fra utopia e realtà, quando un oggetto inquietante ci interroga e ci spiazza nelle consolidate certezze.

Caterina Falotico 

Brevi note biografiche

Valentina Olivastri è nata a Cortona, vive a Oxford dove ha lavorato presso la biblioteca Bodleiana. Oltre a due romanzi ha al suo attivo varie pubblicazioni accademiche e pubblicistiche. Ha lavorato per il quotidiano britannico The Guardian. è traduttrice e ha curato gli apparati critici delle ristampe degli Oscar Mondadori

Sally Rooney “Dove sei, mondo bello”, recensione da Libri Panorama

La recensione da Libri Panorama

La sinossi

In un bar di un paesino irlandese sulle coste dell’Atlantico una giovane donna aspetta un uomo che ancora non conosce. Lei si chiama Alice e di mestiere scrive romanzi. «E ci fai dei soldi, giusto?» le chiede lui, il suo Tinder date, poco piú tardi. Si chiama Felix e con la letteratura non ha niente a che fare; per vivere sposta merci in un magazzino gelido. Il loro primo incontro è un completo flop, eppure Alice, reduce da un crollo psicologico, lo invita ad accompagnarla nel suo prossimo tour promozionale a Roma. Dei soldi Felix non dovrà preoccuparsi, ci penserà lei, con i proventi di un lavoro che giudica «moralmente e politicamente inutile», il solo che voglia fare. Frattanto a Dublino la sua amica Eileen, come lei ventinovenne, per pochi spiccioli sistema la punteggiatura di articoli non suoi per una rivista letteraria su cui un tempo ha pubblicato un unico pezzo degno di nota, e per il resto scorre le pagine social dell’uomo che l’ha lasciata e cerca di rimettere insieme i cocci di ambizioni e speranze dimezzate mentre, ai margini del suo scontento, Simon, un consulente politico bellissimo e cristianamente promiscuo, chiede di essere guardato. Con Alice Eileen condivide la sensazione che «ci troviamo nell’ultima stanza illuminata prima delle tenebre, testimoni di qualcosa». Le vivide mail che le due donne si scambiano affrontano i temi della contemporaneità minacciata, dal contrasto fra la società dei consumi e la miseria della moltitudine al crollo della civiltà nella tarda Età del bronzo, dalla perdita del senso del bello con l’avvento della plastica agli effetti corrosivi della fama sulla cultura. Ma, mescolato all’armamentario pubblico dell’impianto intellettuale millennial, si fa strada proditoriamente, quasi felicemente, l’urgenza del privato desiderio. «Ecco che nel bel mezzo di tutto, con il mondo messo com’è, l’umanità sull’orlo dell’estinzione, io mi ritrovo qui a scriverti un’altra mail a proposito di sesso e amicizia. C’è altro per cui valga la pena vivere?» domanda Alice. Ci sono i corpi, in questa dimensione, ci sono il dissacrante, anti-cliché Felix, e l’accogliente, inarrivabile Simon, c’è perfino l’illusione di una comunione vivifica che sappia sciogliere i solipsismi. «E di cosa parlano, i tuoi libri?» vuole sapere Felix da Alice al loro primo incontro. «Oh, non so, disse lei. Delle persone».( dal Catalogo Einaudi)

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“Persone normali” recensione di Maia Anna Patti di CasaLettori su Robinson La Repubblica