Anna Maria Ortese “L’Iguana” recensione di Federica Zani

Non è un caso che uno dei romanzi più celebri di Anna Maria Ortese parli di un’isola. Un’isola misteriosa, fuori dal comune, quasi esclusa da ogni contatto con la terraferma: un’immagine che si adatta bene, in fondo, anche alla personalità stessa della scrittrice, un’autodidatta vissuta per gran parte della sua carriera ai margini del mondo letterario ufficiale. Nel suo isolamento ha dato vita a libri eccentrici e affascinanti, quasi esotici nella loro diversità rispetto a gran parte della produzione coeva, ma mai chiusi o autorefenziali: Ortese, pur restando sulla sua personale isola, mantiene un dialogo continuo con i grandi temi al centro del dibattito culturale.

Il romanzo in questione è L’Iguana, pubblicato per la prima volta da Vallecchi nel 1965, e poi ristampato da Adelphi nel 1986. L’isola è quella immaginaria di Ocaňa, al largo delle coste del Portogallo. È arida e impoverita: le uniche bellezze naturali che la allietano sono i colori, perennemente cangianti, del cielo e del mare. Anche se non troverete l’isola su una mappa, il suo nome non è inventato: appartiene ad una città della Castiglia, citata nelle Coplas por la muerte de su padre del poeta medievale spagnolo Jorge Manrique:

Nella sua città di Ocaňa

venne la morte a bussare

alla porta,

dicendo: «Buon cavaliere,

lasciate il mondo fallace

e i suoi beni».

Questi pochi versi, che la Ortese utilizza per accompagnare alcuni episodi, contengono, si può dire, il nucleo essenziale del romanzo: un uomo chiamato alla prova conclusiva della vita, che deciderà il suo valore. Il “buon cavaliere” che deve affrontare la sfida è l’architetto Don Carlo Ludovico Aleardo di Grees, dei conti di Estremadura-Aleardi, conte di Milano; detto anche il Daddo. Si imbatte in Ocaňa casualmente, mentre sta facendo un viaggio nel Mediterraneo alla ricerca di isole da acquistare per trasformarle in resort di lusso. È subito preso da compassione per la sorte dei suoi abitanti: il marchese Ilario e i suoi due fratelli, i proprietari dell’isola, ormai caduti in rovina e costretti a cercare acquirenti; e soprattutto l’Iguana, la loro serva di casa, creatura enigmatica sospesa fra l’umanità e la bestialità, lucertola e serpente ma anche donna e fanciulla. Il Daddo, di indole buona e generosa, vorrebbe aiutarli, e addirittura vorrebbe portare l’Iguana via con sé. Il mistero di Ocaňa, però, non è così facile da risolvere, e l’architetto si ritrova a far parte di una surreale rappresentazione allegorica sul rapporto fra uomo e natura, fra borghesia e classi oppresse, e in ultima istanza fra Bene e Male.

L’etichetta di romanzo allegorico è sempre insidiosa: da una parte suggerisce che il testo è qualcosa di più di un romanzo “semplice”; dall’altra, può anche dar ad intendere che è qualcosa di meno, un romanzo senza trama e senza veri personaggi ma solo metafore, maschere vuote. Nel caso de L’Iguana, la fusione fra narrazione e simbolismo è realizzata senza lasciare segni di saldatura. Nella sua prosa molto particolare, a volte difficoltosa ma dotata di un’eleganza che procede proprio dal ritmo, ora posato ora incalzante, dei lunghi periodi, la Ortese crea una storia di grande intensità emotiva che è al tempo stesso una rigorosa favola filosofica.

Chi era Anna Maria Ortese

La giornalista e scrittrice nacque a Roma nel 1914. Il padre, Oreste, era funzionario di prefettura e il suo ruolo costrinse la famiglia a molti traslochi; la maggior parte dell’adolescenza Anna Maria la trascorse a Napoli, città che tornerà in molti dei suoi lavori maggiori, come Il mare non bagna Napoli e Il porto di Toledo. Il cognome di famiglia è l’italianizzazione dello spagnolo Ortez, e il sottofondo iberico sarà una costante della sua produzione. Iniziò giovanissima a collaborare con giornali e riviste, per quanto non avesse fatto studi regolari. Nel secondo dopoguerra lavorò soprattutto come giornalista, firmando articoli per L’Unità, L’Europeo, il Mondo e altre testate. Gli anni Sessanta e Settanta furono per lei segnati da difficoltà economiche e personali, ma non cessò di dedicarsi alla letteratura. Riuscì a ritrovare una certa serenità anche grazie al rapporto stretto con la casa editrice Adelphi negli anni Ottanta, che ripubblicò gran parte dei suoi lavori precedenti e le diede la possibilità di concentrarsi su nuovi romanzi. Morì a Rapallo nel 1998.

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