Emmanuel Carrère “Yoga” recensione di Salvina Pizzuoli

“[…] ho cominciato a ricopiare e cucire insieme gli appunti a prima vista eterogenei […] Gli appunti sullo yoga, gli appunti sulla mia depressione e sul ricovero al Sainte-Anne […] Il lavoro di cucitura è il primo che bisogna affrontare quando si monta un film. In francese si chiama “orso” […] Nessuno che sia sano di mente può credere che ne verrà fuori qualcosa di guardabile – o di leggibile se si tratta di un libro […] A poco a poco quella specie di magma comincia a prendere forma, e spesso è una forma inaspettata”

Il testo si articola in due parti, la prima quando convinto di aver raggiunto “uno stato di meraviglia e serenità”, vuole dedicare un breve saggio “arguto e accattivante” alle pratiche che esercita da anni: lo yoga, la meditazione e il tai chi; la seconda quando scopre di non essere affatto nello stato che immaginava di aver raggiunto e prosegue invece con il racconto della sua malattia. Queste a grandi linee le tematiche di base, ma non è una cronaca sterile: il testo è pieno di vita, di incontri, di ricordi, di affettività e di amore, sotto ogni punto di vista. Se la prima parte, sebbene scandita dalla prosa piana, arguta e piacevole di Carrère, lascia perplessità nel lettore che non ne conosce il seguito, è proseguendo che si comprende.

“Sono stato accecato, come Paolo sulla via di Damasco, dall’evidenza che la mia autobiografia psichiatrica e il mio saggio sullo yoga erano lo stesso libro. Lo stesso libro, perché la patologia di cui soffro è la versione squinternata, parodistica, terrificante della grande legge dell’alternanza degli opposti di cui ho così sinceramente celebrato l’armonia una cinquantina di pagine fa. Dallo yin nasce lo yang dallo yang lo yin, e il saggio è colui che si abbandona alla corrente lasciandosi trasportare dolcemente da un polo all’altro. […] E sono sicuro che questo possa essere un buon libro, un libro necessario, in cui i due poli riusciranno a convivere: l’incessante aspirazione all’unità, alla luce, all’empatia e l’opposto, potente richiamo della divisione, della chiusura in sé, della disperazione. Questo tira e molla è più o meno la storia di tutti gli uomini, solo che in me è portato all’eccesso, è patologico, ma siccome sono uno scrittore posso farne qualcosa. Devo farne qualcosa”.

Interessante l’imperativo che l’autore si pone con lo sforzo linguistico che comporta raccontare l’orrore, il dolore di una paralizzante malattia psichica, di una depressione profonda, un racconto che si fa letteratura farcito com’è di pensieri e ricordi “vagabondi”, storie, momenti di una vita che può nuovamente aprirsi a nuove possibilità

“[…] la vita è bella. Non solo bella, ma bella. E trovo generoso da parte sua, se si considerano i miei conti in sospeso, avermi dato un’altra chance […] in questo momento della mia vita sono io e so che c’è la marina di Dufy ad attendermi, so che non riuscirò a sfuggirle, ma oggi me ne infischio, oggi sono pienamente felice di essere vivo” .

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