Le pagine di tuttatoscanalibri più visitate nel mese di gennaio 2022

Alessia Gazzola e la nuova trilogia con Costanza Macallé

Primo Levi “Se questo è un uomo”

Un romanzo ispira un cammino

E. Lee Masters “Antologia di Spoon River”

Hans Tuzzi intervista Ottavia Niccoli autrice del giallo storico “Morte al filatoio”

Isaku Yanaihara “I miei giorni con Giacometti”

Sergio Givone “Tra terra e cielo. La vera storia della cupola di Brunelleschi”

Paolo Cognetti “La felicità del lupo”

Peter Cameron “Quella sera dorata”

Hannah Lynn “Il segreto della Medusa. Tutta un’altra storia”

Cees Nooteboom “Venezia, il leone, la città e l’acqua”

Curiosità bibliofile: i caratteri tipografici

Madeline Miller “Circe”, presentazione

La scrittrice americana Madeline Miller vincitrice dell’Orange Prize con La Canzone di Achille, torna a proporre in questo secondo romanzo una figura mitologica, Circe. Pubblicato nel 2018 anche questo secondo romanzo è stato finalista per il Women’s Prize for Fiction ed è stato tradotto in molte lingue tra le quali l’ italiano da Marinella Macrì dall’inglese americano, come si legge nel colophon dell’edizione Marsilio.

Protagonista è la ninfa Circe che si racconta: suo padre era Elios dio del sole e sua madre la bella Perseide, figlia di Oceano, anch’essa una ninfa, una divinità minore, una naiade, “guardiana di fiumi e sorgenti”:

”Crebbi in fretta. La mia prima infanzia fu questione di ore, la seconda di pochi istanti. Una zia si trattenne sperando di entrare nelle grazie di mia madre e mi diede nome Circe, sparviera per via dei miei occhi gialli e del suono insolitamente flebile del mio pianto”.

Una figura mitologica tratteggiata e indagata dall’autrice come protagonista e non più come oggetto della storia raccontata da Odisseo: eccentrica e indipendente, amante più del mondo mortale che del mondo in cui è nata, dea dalla voce umana capace di empatia, di entrare in completo contatto con l’umanità e di averne compassione:

“[…] Agli altri non è gradita la mia voce. Mi dicono che assomiglia al grido di un gabbiano. […] Non sembri un gabbiano. Hai la voce di un mortale[…] La maggior parte degli dei ha voci simili al tuono e alla roccia[…] a volte le ninfe minori nascono con voce umana. Tu sei una di loro”

“[…]Poggiando su una solida conoscenza delle fonti e su una profonda comprensione dello spirito greco, Madeline Miller fa rivivere una delle figure più conturbanti del mito e ci regala uno sguardo originale sulle grandi storie dell’antichità”.(da Marsilio Editori)

Madeline Miller è nata a Boston, ha un dottorato in lettere classiche alla Brown University; ha insegnato drammaturgia e adattamento teatrale dei testi antichi a Yale. Il suo ultimo lavoro rilegge in chiave attuale il mito di Galatea, pubblicato recentemente da Sonzogno.

Il racconto della domenica

Nel distretto di Scollam

Uno scollo provocatore e il mistero della testa scollata

Dico sempre a me stesso che nelle faccende umane non è il caso di usare il superlativo assoluto, ma solo il relativo: anche quando alcune vicende degli uomini sanno stupirti non è il caso di profondersi in giudizi perentori e illimitati, perché c’è sempre un poi e anche un dopo.

Quanto ho visto e vissuto nel territorio di Scollam non ha niente di umano; si ciancia tanto su mondi paralleli e alieni, ma li abbiamo in casa e non ce ne accorgiamo, anzi vogliamo convincerci che siano di questo mondo.

A Scollam dopo le 5 della sera e durante la stagione estiva, camminando per le strade incontri pochi o molti esseri viventi, posso definirli anche umani, perché umani sono in tutto e per tutto, con un particolare che li differenzia da tutti gli altri: hanno la testa scollata dal collo.

No, non fluttua come un palloncino sopra i loro colli, ma è proprio scollata dal resto e ciascuno la porta, si fa per dire, sotto il braccio, a destra o a sinistra. Il braccio circonda completamente la testa dell’individuo che la sorregge con la propria mano. L’effetto è in un primo momento sconcertante, poi ci si fa l’abitudine e non ci se ne accorge più.

Le bocche ti salutano e ti parlano in quella posizione, proprio come se fossero al loro posto. Lo sconcerto aumenta nuovamente quando al mattino ciascuno indossa la propria testa e va a svolgere le proprie mansioni quotidiane. Alle 5 pomeridiane, quasi un gong suonasse, le popolazioni di Scollam, senza versare una sola goccia del proprio sangue, passano la propria testa sotto il proprio braccio.

L’ho fatta tanto lunga perché ogni volta che ricordo quel che ho visto lo devo richiamare dalla memoria senza fretta altrimenti stento ancora a credere di aver visto e vissuto a Scollam ciò che ho visto e vissuto.

Se chiedete agli abitanti di Scollam come sia possibile il fenomeno, rispondono che a loro viene insegnato sin dalla culla perché se non impari bene, rischi di restare “scollolato” , come dicono nella loro lingua, per sempre ( anche questa è un’espressione abusata, non è chiaro cosa significhi, ma questa è un’altra storia che meriterebbe una digressione) intendendo non solo con la testa lontana dal collo, ma, sebbene sul collo, non del tutto “incollolata”.

In molti mi hanno spiegato, incalzati dalle mie domande, che visitatori di passaggio avevano voluto provarci, ma che non c’erano riusciti. Alla mia richiesta di ulteriori chiarimenti avevano specificato che ci si accorgeva del mancato “incollolaggio” perché, dopo aver rimesso le teste sul collo, gli scollolati si comportavano come se non avessero messo la propria testa sul proprio collo, ma la testa qualsiasi sul collo qualsiasi. Quando volli indagare più approfonditamente sulle motivazioni dello “scollolamento”, furono evasivi e si mostrarono poco propensi a risposte esaurienti. Mi dissero che era necessario, che non si poteva restare sempre incollolati, che d’estate faceva troppo caldo; insomma, mi imbandirono un sacco di scuse più che spiegazioni. Non mi rimase che stare a guardare e cercare da solo di scoprire il mistero; ma questa è un’altra storia, quella di scollo discreto e senza scollo, collo lungo e senza collo.

Scollo discreto e senza scollo, collo lungo e senza collo

La faccenda non è così semplice come potrebbe sembrare in un primo momento perché esistono vari modelli di scollo: lo scollo o, come dicono gli Scollamesi, lo scolcollo discreto, ma anche il senza scollo, ormai raro e lo scollolato sempre, molto di moda. Questo significa che non tutti gli abitanti praticano questa funzione. Alcuni solo occasionalmente, altri sempre, altri mai.

Questi ultimi non hanno mai voluto rispondere alle mie domande, limitandosi, quelle poche volte che sono riuscito a comunicare con loro, ad accennare un sorriso gentile sulle labbra, appena abbozzato, ma chiaro ed evidente, quasi una canzonatura leggera.

Più pronti a dare spiegazioni, ma senza effettive e precise risposte sono i praticanti dello scollo occasionale o discreto. L’unica cosa chiara è che non essere praticanti implica una specie di radiazione dalla comunità. Se non ho capito male o ti scolcolli o non sei ritenuto un membro a tutti gli effetti. Ecco perché molti hanno scelto di scolcollarsi sempre.

In realtà, se si appartiene ad una comunità anche secondo me occorrerebbe condividerne le leggi e le regole, ma se le leggi sono astruse, mi sono chiesto, è sempre dovuto?

Questo il vero mistero; io alla fine sono rimasto perplesso e con molte domande senza risposta.

Nella pratica giornaliera, la situazione è ancora più complessa. A distanza di anni si stanno notando delle mutazioni genetiche che preoccupano la comunità di Scollam. Molti neonati nascono col collo lungo, lungo a dismisura ed altri con il collo corto, cortissimo, quasi inesistente. I primi, sebbene deformi, sono bellissimi; i secondi, con quelle teste quasi schiacciate tra le spalle, sono solo sformati. I paragoni con il mondo della natura o dell’arte sono stati notevoli per i primi e tutti ammirati: un cigno, un modigliani, una giraffa, ma anche paragoni meno scontati come un Erketu ellisoni, il dinosauro dallo spettacolare collo, oppure donna Kayan come le donne africane dal collo inanellato.

La trasformazione quindi non è stata vissuta né dai genitori, né dagli stessi, una volta cresciuti, come un tratto da rifiutare; diverse le considerazioni per i secondi per i quali non c’è stato nemmeno il tentativo o la ricerca di esemplari di riferimento o addirittura sforzi o la ricerca di teorie forzatamente inclusive per contemplarli tra gli umani.

Si sono quindi via via ghettizzati; vivono in comunità separate e sono quasi violenti. Tutta la loro rabbia si scatena nei confronti dei colli lunghi che malauguratamente varcano i loro confini, non del tutto delimitati; li aggrediscono mordendoli sul collo, ma poi interrogati sulle molestie inflitte, non sanno spiegare questa loro manifestazione, ma adducono come unica ragione il fatto che gli aggrediti siano dei colli lunghi, e tanto basta.

I colli lunghi a loro volta si sentono sempre più dei privilegiati dalla natura e guardano quasi con disprezzo i senza collo. Le loro comunità sempre più separate sono ormai inconciliabili.

Nel mio girovagare ho sempre avuto occasione di vedere aggregazioni umane in lotta tra loro, spesso perenne e atavica e della quale si è perduta la radice. Anche le collettività di Scollam mi sembrano avviate su questo percorso senza ritorno. Insomma, lo scolcollo ha avuto alla lunga delle infauste conseguenze: sono stati generati dei mostri; anche questa è vero è un’espressione abusata e meriterebbe una digressione, ma faccio per capirsi, nel senso che insomma nessuno glieli invidia; i mostri o si invidiano o fanno paura; e poi io, dopo che ho guardato ma non ho ben capito il perché dello scolcollo, se in un primo momento avrei voluto provare, ora me ne guardo proprio bene.

Nel mio lungo girovagare, iniziato quando ero ancora molto giovane, ma questa è una storia che racconterò dopo, ho avuto la possibilità di imbattermi in misteri spesso analoghi che, quando ne racconti uno, gli altri vengono su, uno dopo l’altro come le ciliegie da un canestro.

A proposito di colla e scolla, anche i misteri sono incollati.

Da Salvina Pizzuoli Il Viaggiastorie. Racconti fantastici

André Aciman “Mariana”, presentazione

Lo spunto per il suo ultimo romanzo nasce durante la lettura di Lettere di una monaca portoghese: cinque lettere di una giovane religiosa portoghese, Mariana, sedotta e abbandonata da un ufficiale francese tornato poi in Francia, come precisa lo stesso Autore (tuttolibri La Stampa 9 ottobre 2021) presentandolo:

“ Il candore della sofferenza di Mariana, l’eleganza e il tatto nella sua decisione di epurare la propria prosa da ogni possibile amarezza e l’irresistibile grazia della sua saggezza quando si abbandona alla supplica pur sapendo sia invano, mi conquistarono. Ne ammiravo il talento e la disincantata abilità nell’analizzare il proprio amante e, in ultima istanza, se stessa.”

Decide così di scrivere una versione moderna della storia di Mariana ambientata, nell’originale, nel XVII secolo: Mariana è una giovane dottoranda che, dalla provincia americana, si reca in Italia per un semestre di studio all’Accademia d’arte dove incontra Itamar pittore, bello e gran seduttore del quale si accende di passione sebbene consapevole dei rischi. Presto infatti, sbolliti gli ardori, l’atteggiamento di lui cambierà precipitando la protagonista nel dolore e in una nuova solitudine “Finito l’amore, ci si ritrova sempre soli. E forse è proprio questo l’aspetto che volevo si cogliesse nella mia versione del racconto di Mariana”

Nel testo, organizzato come una lettera mai spedita, la protagonista descrive il ricordo della sua relazione, la disperazione, l’ossessione, il desiderio e il pentimento per i vani tentativi di riaprirla.

“André Aciman, cantore odierno dell’attrazione, si è ispirato a Lettere di una monaca portoghese, il libro-scandalo pubblicato sotto pseudonimo che per il realismo e l’audacia nel raccontare la passione amorosa, alla fine del XVII secolo segnò una vera svolta letteraria. Ci consegna così, riportandola all’oggi, la storia di un amore totale, un acuto romanzo psicologico contrassegnato da un eros spietato, inesorabile, che inganna e ferisce, ma a cui è impossibile resistere”.( da Libri Guanda)

Brevi note biografiche

André Acimaninsegna letteratura comparata alla City University di New York e vive con la famiglia a Manhattan. Guanda ha pubblicato nel 2008 il suo romanzo d’esordio, Chiamami col tuo nome, da cui è stato tratto nel 2018 il fortunatissimo film diretto da Luca Guadagnino e i cui protagonisti tornano nel romanzo del 2019, ­Cercami. Sempre per Guanda sono usciti inoltre Notti biancheHarvard Square, ­Variazioni su un tema originale; il memoir Ultima notte ad Alessandria e la raccolta di saggi Città d’ombra. ( da Guanda Autori)

dello stesso autore su tuttatoscanalibri:

L’ultima estate

Chiamami con il tuo nome e Cercami

Simonetta Agnello Hornby “Punto pieno” presentazione

Terzo romanzo della saga della Famiglia Sorci, blasonati palermitani, come in Caffè amaro e Piano nobile. In questo terzo volume la storia ha inizio nel 1955 con la morte improvvisa del barone Andrea Sorci e si concluderà con il delitto Falcone nel 1992,

Molti i personaggi che si muovono sullo sfondo della nuova pagina di storia nata dal secondo conflitto mondiale che vede sorgere speranze ma anche la mafia riprendere il posto occupato e molto più potente di prima tra collusione, privilegi corruzione politica, prepotenze e imbrogli: Vallo, il figlio illegittimo del barone, e le sue connivenze e le sue scelte d’amore, Rico il nipote del barone Andrea e la moglie di lui Rita Sala, le tre zie, le tre sagge, alle quali si lega il titolo del romanzo stesso, hanno infatti dato vita, nella sagrestia della chiesa dei Santi Scalzi, al Circolo del Punto Pieno nome di un preciso tipo di ricamo e ricamano dai corredini, alle tovaglie, e lenzuola e asciugamani, riunendo varie donne, di diversa estrazione sociale, che cucendo chiacchierano, si confrontano, incorrendo nell’ostilità di chi vede un “pericolo” in queste riunioni al femminile:

“Dalla nobildonna alla monaca di casa, alla prostituta, in quel “tripudio febbrile delle dita” si dà forma a una sorta di adunanza femminile dove si discute, si commenta, ci si consola, si offre una speranza di cambiamento e si rammendano traumi sociali e famigliari. È una nuova sorellanza basata su una “separazione dal mondo fuori che solo le donne, quando sono insieme, riescono a creare e a difendere”.( da Feltrinelli Editore)

E la saga continua…

Dello stesso autore su tuttatoscanalibri:

Simonetta Agnello Hornby e Maria Rosario Lazzati “La cucina del buon gusto”

Simonetta Agnello Hornby “Piano nobile” presentazione

Due presentazioni in breve: Donna Freitas “Le nove vite di Rose Napolitano” e Jodi Picoult “Il libro delle due vie”

Due romanzi che hanno in comune una medesima impostazione narrativa, anche se sviluppo diverso: quella del cosa sarebbe accaduto se … Si tratta di Donna Freitas e Jodi Picoult, due autrici americane, la prima con Le nove vite di Rose Napolitano e la seconda con Il libro delle due vie.

Entrambi in prima persona si differenziano nel proseguo ma entrambi hanno come protagoniste due figure femminili di fronte ad una scelta importante:

nel primo nove continuazioni e altrettanti finali diversi per la protagonista , originati tutti dal medesimo litigio nato il 15 agosto 2006 tra Luke, il marito fotografo, e Rose la moglie, sociologa che non desidera, come aveva ampiamente manifestato, avere figli per seguire la propria carriera mentre Luke, che prima aveva accolto la sua scelta, ha mutato parere. E così è Rose che cercherà soluzioni, nove scelte, per risolvere il pesante dissidio, nove modi diversi di vivere la propria vita, nove realtà alternative.

[…]“nove affascinanti ipotesi di donna. Tutte possibili, ognuna il frutto di una scelta da cui non si può più tornare indietro. Romanzo commovente e provocatorio sulle tante facce dell’amore, Le nove vite di Rose Napolitano è anche un atto di coraggio che esplora, con onestà disarmante, i misteri della maternità, del tradimento e della rinascita. È un viaggio intelligente e pieno di emozione alla scoperta di cosa significhi aprirsi, con rabbia o con fiducia, al cambiamento”. (da Rizzoli libri)

Il Libro delle Due Vie di Jodi Picoult si apre con un incidente aereo, nel quale è coinvolta proprio la protagonista, Dawn. Sopravvissuta all’atterraggio di emergenza si trova davanti due possibilità: riprendere la sua vita di Boston, con il marito Brian e la figlia Meret oppure volare a Il Cairo. È qui che ha studiato, conosciuto Wyatt, dove ha sognato di affermarsi come egittologa e completare la sua ricerca sul Libro delle due vie, il tutto rimasto interrotto dalla malattia della madre e dalla scelta di tornare. Nel romanzo non solo realtà alternative da esplorare, non due vite, ma una sola, una precedente e l’altra successiva, in un inatteso coup de théâtre per sottolineare quanto siano proprio le scelte a segnare l’unica vita che abbiamo.


[…]“Delineando una storia avvolgente in cui si respira il fascino misterioso dell’Egitto mentre ci si lascia catturare da una sottile esplorazione della psicologia femminile, Jodi Picoult torna in grande stile: Il Libro delle Due Vie è un commovente romanzo sull’amore e sulla morte, ma soprattutto sulle scelte che cambiano per sempre le nostre vite”.(da Fazi Editore)

Costanza DiQuattro “Giuditta e il monsù” presentazione

Nell’ultimo romanzo della DiQuattro ancora la Sicilia protagonista e il mondo aristocratico di Ibla tra Ottocento e Novecento. Si apre nel 1884 e si chiude con l’inizio della Prima Guerra Mondiale. Ancora una famiglia illustre e il contorno di quella carovana di personaggi minori che la costellano. Un mondo, come afferma l’autrice in una recente intervista, di personaggi che ruota attorno ai protagonisti che riesce proprio per questo motivo a dare “la reale dimensione di dove ci troviamo, delle abitudini del luogo, del periodo storico” un po’ alla Verga che nei Malavoglia ricostruisce un universo umano variegato dando uno spessore corale al suo romanzo, ribadisce la DiQuattro.

Prende spunto da una storia raccontata e poi ovviamente romanzata dall’autrice ma partendo da quanto sentito: un amore difficile e sfortunato tra una giovane nobile, Giuditta, e il monsù della famiglia, Fortunato.

Ma chi è il monsù? È il “signore” della cucina, lo chef si direbbe oggi, un rappresentante della schiera dei cuochi arrivati in Sicilia dalla Francia durante il regno borbonico quando si diffuse la consuetudine di avere, nelle famiglie blasonate, cuochi francesi ( per saperne di più ) il termine deriverebbe dal monsieur francese, sicilianizzato.

A proposito della lingua anche in questo romanzo compaiono molti termini del siciliano della zona che, come tutti i dialetti ha le sue caratteristiche e le sue terminologie.

“Ibla, 1884. A Palazzo Chiaramonte, una notte di maggio porta con sé due nascite anziché una soltanto. Fortunato, abbandonato davanti al portone, e Giuditta, l’ultima fimmina di quattro sorelle. Figlia del marchese Romualdo, tutto silenzi, assenze e donne che non si contano più, e di sua moglie Ottavia,

Dopo Donnafugata, Costanza DiQuattro invita a sfogliare un nuovo album di famiglia, fatto di segreti inconfessabili, redenzioni agrodolci, e tanta, infinita dolcezza”.( da Libri Baldini e Castoldi)

e anche

Brevi note biografiche

DiQuattro Costanza

Costanza DiQuattro (Ragusa, 1986), laureata in Lettere moderne all’Università di Catania, dal 2008 si occupa attivamente del Teatro Donnafugata, teatro di famiglia restituito alla fruizione del pubblico dopo sei anni di restauri, e nel 2010 ne assume la Direzione artistica con la sorella Vicky, dando inizio a importanti collaborazioni artistiche con prestigiosi teatri nazionali e compagnie teatrali di fama. Parallelamente alle stagioni di prosa, di musica classica e di teatro per bambini, coadiuvata da uno staff tutto al femminile, si apre alla organizzazione di festival e
mostre. Ha collaborato con «Il Foglio» e poi con alcune testate online siciliane. Il suo campo di scrittura spazia dalla critica sociale al costume, dal mondo della cultura a quello più strettamente legato al teatro. da Baldini e Costoli Autori)

Della stessa autrice su tuttatoscanalibri:

“Donnafugata”

“La mia casa di Montalbano”

Un racconto per il fine settimana

BIP-BIP una storia vecchia

Potremmo iniziare con “Tanto tempo fa”, per quanto è vecchia questa storia, ma non importa il periodo in cui si è svolta, se non è più attuale intendo dire, la voglio raccontare lo stesso, perché a me è piaciuta. Non è necessario ambientarla, né collocarla precisamente in un arco temporale, potremmo dire che è avvenuta in una città senza nome e in un lasso di tempo imprecisato.

BIP-BIP era il nomignolo con il quale era stato simpaticamente battezzato il nuovo cervello elettronico installato negli uffici della grande fabbrica.

Tutti avevano aspettato con ansia il suo arrivo e la sua sistemazione nei vecchi locali, non solo perché aveva portato un po’ di trambusto nel tran-tran quotidiano, ma la presenza del cervellone dava anche lustro e prometteva di snellire il lavoro.

Con grande ammirazione e deferenza avevano seguito le operazioni dei tecnici che con il loro camice bianco incutevano reverenziale timore, quasi come il medico al paziente che attende una diagnosi assolutoria.

Quel camice era simbolo di scienza, perfezione, ma anche di prodigio; spesso avviene infatti che tutto ciò che è eccezionale, nel senso che non si verifica tutti i giorni, ci sembri figlio di un portento.

Quando le operazioni furono terminate, BIP-BIP entrò in funzione: con regolarità, precisione instancabile, per giorni e giorni furono collocati nella sua memoria infallibile dati, termini, calcoli, operazioni. Imperturbabile, sembrava non dar segno né di stanchezza, né di saturazione, né di soddisfazione; l’unico tangibile segno della sua presenza e attività era contrassegnata da quel ronzio, costante, strascicato e monotono che gli aveva meritato il nomignolo.

L’impiegato che per mesi aveva seguito i corsi di formazione e specializzazione all’uso del calcolatore si chiamava Biagio Arrigoni.

Il signor Arrigoni era un ometto piccolo di statura, con una pancetta arrogante che si imponeva, sprezzante di ogni minimo senso dell’opportunità, tra bottone e bottone della camicia non disdegnando di straripare anche attraverso altri spazi.

Ma era il suo viso paffuto e quell’aria arguta, che traspariva dietro le spesse lenti degli occhiali, a conferirgli un aspetto giovanile e scanzonato nonostante l’età non più giovanissima.

Solo, senza famiglia e senza impegni si era dedicato anima e corpo allo studio dell’informatica che era divenuta amore e disperazione a un tempo.

L’incontro tra i due segnò per Biagio un vero e profondo cambiamento: poteva riversare tutta la sua dedizione e conoscenza su quel gioiello di perfezione informatizzata rappresentato da BIP-BIP.

Non gli sembrò quindi strano scoprire, con il passare del tempo, di nutrire sentimenti nei confronti di quella che a molti, dall’esterno, poteva apparire solo una macchina.

Gli parlava, si complimentava, restava interdetto dalla velocità di esecuzione o dalla risposta o dai rifiuti a proseguire o eseguire il comando se questo fosse stato registrato come errato. Lo colpiva soprattutto che non vi fossero mai inesattezze, ma solo risposte razionali alla mancanza di dati o di comandi inadeguati a concludere o proseguire le operazioni richieste.

Si era spesso divertito a prenderlo in castagna, come spesso rammentava a se stesso ripercorrendo le operazioni della giornata; macché, BIP-BIP non aveva mai un’esitazione, un cedimento.

Questo sodalizio stava però per concludersi tragicamente.

Un giorno Biagio scoprì una risposta erronea, di un errore banale e macroscopico; sembrava tirata a caso, come fanno spesso gli alunni sorpresi impreparati e sprovvisti del coraggio di ammetterlo.

Provò e riprovò, ma le risposte erano sempre diverse e via via più stravaganti.

Ricontrollò allora il programma, ripercorse tutte le operazioni di apertura e avvio, cercò nelle proprie fasi di svolgimento le eventuali sviste; nulla.

Fu a quel punto che avvilito e sempre più turbato cominciò a chiedersi se per caso non fosse stato contagiato da qualche malattia dei calcolatori.

Come una madre amorosa cominciò allora ad ascoltarlo, osservarlo, accudirlo e sostenerlo circondandolo di cure sollecite ed eccessive, quasi a sfogare l’inquietudine che si stava impossessando di tutto il suo essere.

Glielo avrebbero portato via? Lo avrebbero sostituito con uno funzionante? Era ancora in garanzia; che fare?

Mentire, tacere.

Quando però le pratiche cominciarono a restare inevase e il lavoro cominciò ad accumularsi troppo, fu per necessità costretto a denunciare il cattivo funzionamento del computer.

Il processo di revisione fu subito approntato e un tecnico della ditta costruttrice venne espressamente e sollecitamente a visionare tutti gli apparati: BIP-BIP venne letteralmente spogliato, sezionato e quindi ricomposto.

Il signor Biagio Arrigoni non si era allontanato mai e aveva seguito con trepidazione tutte le fasi di revisione e atteso con angoscia la diagnosi.

-Caro il mio signor Arrigoni – furono le testuali parole del tecnico al termine delle accurate indagini- la macchina funziona perfettamente!

Sollievo, grande sollievo, seguito subito dopo da una terribile ansia: e allora gli errori a cosa potevano essere attribuiti?

Il suo dilemma inespresso trovò risposta pochi giorni dopo: Biagio Arrigoni venne sostituito da un operatore mandato espressamente dalla Ditta per accertare il buon funzionamento della macchina, in attesa di un nuovo impiegato addetto.

Era accaduto ciò che da Biagio non era stato affatto previsto; la notizia lo scosse a tal punto che se ne ammalò e fu costretto a casa.

Durante i primi due giorni la sua assenza non fu molto notata anche perché BIP-BIP aveva ripreso a funzionare egregiamente, smaltendo l’accumulo precedente.

Fu al terzo giorno che accadde qualcosa di inaspettato.

I segnali di stranezze iniziarono con acuti stridii, seguiti da schermate intere di Error in tutti i caratteri in dotazione, procedendo quindi con la stampa di pagine e pagine, il tutto in modo automatico e imprevisto.

Furono gli stessi tecnici a scusarsi con Biagio Arrigoni chiamandolo a casa e comunicandogli che la macchina sarebbe stata sostituita al più presto. Biagio fu cortese e premuroso e chiese ragguagli precisissimi sui tempi della sostituzione; un chiaro progetto si era fatto strada nella sua mente.

Con il cuore in tumulto e il cervello in fermento, lucidissimo, elaborò un piano degno di un professionista.

Fu così che quella sera Biagio armato di guanti e di una grande borsa si introdusse con fare disinvolto nella stanza dove BIP-BIP era già pronto e inscatolato per la sostituzione.

Nessuno aveva fatto domande; non era anomalo che gli impiegati facessero gli straordinari.

Più difficoltoso fu trasportare i vari pezzi che componevano il computer, ma i viaggi erano stati ben concertati: la luce accesa in ufficio, viveri vari sul tavolo, luce accesa nei bagni, auto parcheggiata in posizione strategica e ben mimetizzata.

Anche nella sua nuova camera in pensione era tutto pronto.

Il salvataggio di Bip-Bip era avvenuto senza problemi ed era stata evitata una possibile rottamazione. Al progetto Biagio aveva dedicato tutto se stesso, incurante dei rischi e delle conseguenze. Non si era soffermato neppure a domandarsi se valesse la pena di buttare via tanti anni di lavoro e di carriera ineccepibile; lo aveva fatto e basta, spinto da una forza che non credeva di possedere.

Ancora oggi Biagio e BIP-BIP sono insieme, vivono nella casa in campagna che fu dei genitori di lui. Biagio gli racconta il variare dei paesaggi che mutevoli si susseguono davanti alla sua finestra nel mutare delle stagioni: i cipressi maschi svettanti e sottili e le femmine più paciose e piene che punteggiano ondeggianti i crinali dei colli e si stagliano nello sfondo a occuparlo tutto, le terre arate, nere di pioggia o grigie e polverose sotto i cieli d’estate, gli steli del grano verdeggianti e le gialle spighe pesanti, il volo pigro di uccelli e le fughe di stormi nei cieli neri d’autunno.

BIP-BIP continua con le sue stranezze; non c’è un grosso nesso tra le parole e i pensieri dell’uno e le stampe e le videate dell’altro, ma nessuno dei due se ne lagna.(da Corti e… fantastici di Salvina Pizzuoli)

Le pagine di tuttatoscanalibri più visitate nel mese di settembre 2021

Alessia Gazzola e la nuova trilogia con Costanza macallè

Juan Gómez-Jurado “Regina Rossa” 

Jorge Luis Borges “L’Aleph”

Fabio Federici “Il pigiama rosa”

E. Lee Masters “Antologia di Spoon River”

Flora Fusarelli “Le deboli”

Pia Rimini una scrittrice riscoperta

Djali Amadou Amal “Le impazienti”

Percival Everett “Telefono”

Hjörleifur Hjartarson, Rán Flygenring, Giorgio Vasta “Fuglar. Inventario non convenzionale degli uccelli d’Islanda”

Gianrico Carofiglio “Testimone inconsaoevole”

Roberto Piumini “Il piegatore di lenzuoli”

Guido Magenta “Il mondo su rotaia.” Gaspari Editore

Il racconto di quanto è avvenuto nel mondo sulle rotaie dei treni, dei tram, delle metropolitane, dagli inizi, con i sistemi ferroviari governati dall’alta tecnologia

Il libro definitivo su tutti i mezzi che scorrono su rotaia

Presentazione di Maurizio Gentile

“Questo volume completa il tema iniziato con i due precedenti libri intitolati I grandi eventi storici e I protagonisti degli episodi di cronaca raccontando non solo di treni, ma anche ponti storici, tram, metropolitane, funicolari, cremagliera e su ghiaccio in tutto il mondo.

Il libro su una delle più importanti realizzazioni umane, illustrato e narrato in tutti i suoi particolari (da Gaspari Editore)”.

Una carrellata di storie, correlate da illustrazioni, su tutto ciò che è avvenuto sulle rotaie in tutto il mondo a partire dagli inizi con la locomotiva di George Stephenson, fino a oggi con i sistemi ferroviari governati dall’alta tecnologia: tram, metropolitane, tram a vapore, ferrovie funicolari, a cremagliera, a monorotaia, impiantate su ghiaccio, ecc. Il tutto inserito nel contesto storico perfettamente documentato. Il libro ha inoltre alcune appendici con approfondimenti tecnici. Sono riprodotte anche due serie d’epoca delle Figurine Liebig, che hanno avuto una irripetibile diffusione in tutta l’Europa dal 1875 al 2000.

Guido Magenta, ingegnere specializzato in trasporti, è tra i maggiori studiosi dei trasporti su rotaia e tiene lezioni didattiche e universitarie al Politecnico di Milano.

Maurizio Gentile Presidente del CIFI (Collegio Ingegneri Ferroviari Italiani)

Pagine: 120 Prezzo: € 29,00 Formato: 21 x 29, ill. a colori e b.n.
In libreria il 30 settembre

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