Olga Tokarczuk premio Nobel per la Letteratura, articolo da La Stampa di Laura Quercioli Mincer con uno stralcio da “I vagabondi”

 

per la Letteratura 2018

Olga Tokarczuk, la scrittura che attraversa infiniti confini

di Laura Quercioli Mincer

Le hanno comunicato del Nobel mentre attraversava in macchina la Germania dove si trova per un giro di conferenze, Olga Tokarczuk, e ha detto al quotidiano polacco Gazeta Wyborcza: «Quando l’ho saputo mi sono dovuta fermare. Ancora non riesco a crederci. Sono felice che insieme a me il Nobel lo abbia ricevuto Peter Handke, che stimo enormemente. È meraviglioso che l’Accademia di Svezia abbia dato risalto alla letteratura dell’Europa Centrale. Sono felice che ancora riusciamo a resistere». E a pochi giorni dalle elezioni politiche di domenica nel suo Paese, la scrittrice polacca 57enne ha aggiunto che vuole dedicare questo riconoscimento a tutti i suoi concittadini affinché «votino a favore della democrazia». Nel 1966, in una situazione, è vero, solo vagamente paragonabile, il Nobel era stato assegnato ex aequo a due scrittori, una tedesca e un polacco, la tedesca Nelly Sachs e il romanziere Joseph Agnon. Agnon, poi israeliano, era nato in Polonia, allora (nel 1888) nella zona di occupazione austriaca, e aveva esordito in patria (che lascerà nel 1924) scrivendo in yiddish, la lingua semi leggendaria degli ebrei dell’Europa dell’Est. La stessa lingua con la quel vinse il Nobel nel 1978 Isaac Bashevis Singer, un altro polacco sui generis. E, se vogliamo, anche la lingua di Tokarczuk è un polacco sui generis, tanto è raffinata, densa di riferimenti letterari e culturali, piena di citazioni e incantesimi. Forse è così la lingua di ogni grande scrittore?

«Enciclopedica passione»

In Italia, dal 2006 al 2018, sono stati pubblicati cinque suoi volumi (Che Guevara e altri racconti, ed. Forum; Guida il tuo carro sulle ossa dei morti, Nottetempo – da questo romanzo, una sorta di giallo ecologico, è stato tratto nel 2017 un bel film di Agnieszka Holland; Casa di giorno casa di notte, Fahrenheit 451; Nella quiete del tempo, Nottetempo; il libro per bambini L’anima smarrita, TopiPittori), ma nel nostro Paese una certa fama le arriva solo quest’anno con I vagabondi, sulla scia del Booker Prize inglese e grazie al maggior pubblico offerto da una casa editrice di grande rilevanza come Bompiani. La sua è, così nella motivazione del Nobel, «un’immaginazione narrativa che con enciclopedica passione rappresenta l’attraversamento dei confini come forma di vita». Sono molti, infiniti i confini che Olga Tokarczuk supera nella sua scrittura. I confini del genere e dell’identità individuale e sessuale (in Che Guevara), quelli tra natura e umano, tra crimine e giustizia (in Guida il tuo carro), tra realtà tangibile e mito, tra Oriente e Occidente, tra polacchi e tedeschi (Casa di giorno, Nella quiete del tempo). Per arrivare ai confini anche fisici e geografici de I vagabondi, un testo che ha più volte definito «a costellazione» ovvero senza un centro, senza una gerarchia, e dove si narra di passaggi, di cambiamenti, di trasformazioni, di barriere superate.

Vicende rimosse

Enormi confini vengono superati anche nel suo opus magnum, I libri di Jakob, del 2014 (in pubblicazione anche questo per Bompiani nel 2021), l’improbabile e terribile storia del falso Messia di Podolia Jakub Frank (1726-1791; in Podolia era nato anche Agnon e da qui si origina la famiglia della scrittrice), le cui vicende, benché generalmente rimosse dalla memoria collettiva di entrambi i popoli, hanno segnato in maniera profonda e forse indelebile l’autopercezione dei polacchi e degli ebrei polacchi, e il peculiare aspetto dell’antisemitismo in questo Paese. In oltre 900 pagine l’autrice si attiene con «metodica follia», come ha scritto  Przemyslaw Czaplinski, alla documentazione storica. Il risultato è una riscrittura totalmente innovativa della storia polacca prima delle spartizioni della fine del ‘700. Quello che ne emerge è un Paese dove (come oggi?) «la libertà religiosa e l’odio religioso si incontrano sullo stesso piano». Il senso di questa impresa era stato riassunto da Tokarczuk in un’intervista televisiva che le aveva provocato numerose minacce di morte nonché quella, da parte del partito attualmente al governo, di revocarle la cittadinanza onoraria della cittadina della Slesia dove abita. Quello che dobbiamo fare, ha detto Tokarczuk, e la sua indicazione può in sostanza valere per tutti i Paesi europei, è «non nascondere le cose terribili che abbiamo fatto come colonizzatori, come oppressori delle minoranze, assassini di ebrei. Dobbiamo essere in grado di dirci tutto. Solo in questo modo potremo rinascere».

Quei bambini di Anna belli e immersi nell’alcol

I Vagabondi è l’ultimo libro di Olga Tokarczuk tradotto  in Italia quest’anno, per Bompiani. Vincitore del Man Booker Prize internazionale 2018, è un romanzo di frammenti che ci conduce attraverso le esistenze fluide di uomini e donne fuori dall’ordinario.

Ne diamo uno stralcio

Olga Tokarczuk

Il padre lascerà l’attività a suo fratello Hendrik, ritratto in un quadro dipinto tredici anni dopo il primo e che Anna vede tutti i giorni scendendo al piano di sotto. In esso suo padre è già un uomo maturo e indossa una parrucca; questa volta la sua mano armata di forbici chirurgiche è sollevata sul corpo aperto di un neonato. Le pareti addominali sono già ben divaricate e mostrano l’ordine interno. Ad Anna ricorda la sua amata bambola con il visino pallido di porcellana e il busto irregolare riempito di segatura.
Non si è mai sposata, e se ne è fatta una ragione; così può occuparsi del padre. Non avrà bambini oltre a quelli belli e pallidi immersi nell’alcol.
Le è dispiaciuto che sua sorella Rachel si sia sposata: lavorava con lei per la preparazione dei campioni. Rachel, tuttavia, era sempre stata attirata più dall’arte che dalla scienza. Non aveva mai voluto bagnarsi le mani nella formalina e si sentiva svenire all’odore del sangue. Ornava quindi con motivi floreali i barattoli in cui si conservavano i preparati. Aveva inventato anche delle composizioni di ossa, soprattutto quelle più piccole, alle quali poi aveva dato dei titoli di fantasia. Ma si era trasferita all’Aia con il marito e Anna era rimasta sola, perché i fratelli non contano.
Anna passa il dito sulla superficie di una mensola di legno e ci lascia una traccia. Presto verrà lavata dagli stracci delle ragazze ubbidienti. Le dispiace molto di aver perso la collezione alla quale ha dedicato tutta la vita. (Trad. Barbara Delfino)

Olga Tokarczuk

Annunci

Elena Ferrante, l’incipit del nuovo romanzo, articolo di Simonetta Fiori da La Repubblica Cultura 10 settembre

In libreria dal 7 novembre

di Simonetta Fiori

Bastano poche righe per allertare le redazioni culturali italiane, e forse non solo le nostre. Un comunicato scarno della casa editrice e/o, subito rilanciato dalle agenzie di stampa. Il 7 novembre uscirà il nuovo romanzo di Elena Ferrante. Del libro al momento si conoscono solo le prime dieci righe, il resto è avvolto nell’oscurità più nera, ma in fondo non c’è da sorprendersi: sulla negazione Ferrante ha fondato parte della sua fascinazione, a cominciare dall’identità misteriosa più volte supposta ma mai dichiarata.

E allora in assenza di autrice e in assenza di romanzo, potremo sono affidarci alle congetture, a cominciare dagli indizi contenuti nell’incipit. Il primo tema in cui ci si imbatte è tipicamente ferrantiano, quello dell’abbandono e del rifiuto, questa volta da parte di un padre nei confronti della figlia, che è anche l’io narrante: «Due anni prima di andarsene di casa mio padre disse a mia madre che ero molto brutta». Uno strappo violento, reso turpe e inaccettabile da quel rifiuto del corpo filiale che il padre pronunciò «sottovoce», ci dice l’autrice, «nell’appartamento che, appena sposati, i miei genitori avevano acquistato al Rione Alto, in cima a San Giacomo dei Capri». Quindi siamo ancora a Napoli, nella geografia sentimentale che fa da sfondo all’intera opera di Ferrante, dall’Amore molesto alla quadrilogia dell’Amica geniale, ma in un quartiere sideralmente distante dal turbolento rione Luzzatti dove è ambientato il ciclo di Lila e Lenù: insediamento di piccola e media borghesia che i napoletani doc associano alla toponomastica di Domenico Starnone in Via Gemito, ma forse è solo una suggestione maligna. «Tutto è rimasto fermo», continua la scrittrice. «Io invece sono scivolata via e continuo a scivolare anche adesso, dentro queste righe che vogliono darmi una storia mentre in effetti non sono niente, niente di mio, niente che sia davvero cominciato o sia davvero arrivato a compimento». E anche nello sperdimento di chi scrive è facile ritrovare il tema della scrittura non sempre capace di dare forma alla ferocia della vita.

Qui però le congetture si arrestano, dal momento che la narrazione potrebbe subire un’inversione imprevedibile. Né valgono le analogie con i romanzi precedenti. I giorni dell’abbandono, uscito quasi vent’anni fa, mostra una prossimità di temi – là è il racconto di una moglie lasciata dal marito, qui di una figlia – ma una notevole distanza nello stile, che nel nuovo romanzo appare più vicino al perturbante e disordinato succedersi dei pensieri dell’amica geniale. Il numero delle pagine, oltre trecento, restituisce una misura narrativa che si dispone tra i romanzi iniziali e la fluviale quadrilogia. Ma niente esclude un legame con l’epopea precedente.

Inutile tentare di saperne di più nella redazione romana di e/o, dove il libro è stato letto da pochissimi editor. Naturalmente viene negata qualsiasi strategia di marketing, alla maniera di Margaret Atwood con il giochino della blindatura del seguito de Il racconto dell’ancella. Ora che non vi sia un progetto promozionale ben congegnato è da escludere: il pieno dei media è inversamente proporzionale al vuoto e alla sottrazione creati intorno a un’opera. Ma è plausibile che Ferrante sia davvero in ritardo con la consegna delle bozze definitive, avendo l’abitudine di leggere e correggere fino alla fine. L’unico dato incontestabile è che non pubblicava più testi narrativi dal 2014, data dell’uscita di Storia della bambina perduta, ultimo volume del ciclo. Ma questo non significa che in questi cinque anni non si sia dedicata alla scrittura romanzesca, senza però mai convincersi a dare alle stampe il suo lavoro.

Non deve essere facile muoversi liberamente in ambito creativo sotto una pressione mediatica che ha pochi precedenti. Ferrante non colpisce solo al cuore di milioni di lettori e soprattutto lettrici, ma è parte rilevante del business editoriale. I suoi libri stanno costantemente in classifica da 500 settimane, più o meno da dieci anni. Il suo sguardo implacabile ha sedotto critici americani dal sopracciglio altero. E attraverso la sua vicenda si può leggere anche la storia culturale di un paese: nati probabilmente da un supporto letterario alto, ma mossi da un’intenzione popolare dissimulata dietro lo pseudonimo, i suoi racconti hanno raggiunto una platea internazionale inimmaginabile. Ora non ci resta che attendere il prosieguo d’una storia che ha tratti di unicità.

L’incipit:

“Due anni prima di andarsene di casa mio padre disse a mia madre che ero molto brutta. La frase fu pronunciata sottovoce, nell’appartamento che, appena sposati, i miei genitori avevano acquistato al Rione Alto, in cima a San Giacomo dei Capri. Tutto – gli spazi di Napoli, la luce blu di un febbraio gelido, quelle parole – è rimasto fermo. Io invece sono scivolata via e continuo a scivolare anche adesso, dentro queste righe che vogliono darmi una storia mentre in effetti non sono niente, niente di mio, niente che sia davvero cominciato o sia davvero arrivato a compimento: solo un garbuglio che nessuno, nemmeno chi in questo momento sta scrivendo, sa se contiene il filo giusto di un racconto o è soltanto un dolore arruffato, senza redenzione…“.

XXXVIII edizione del Premio Letterario Boccaccio, i finalisti. Articolo di Grabriele Rizza da Il Tirreno del 3 settembre

Il premio
“Boccaccio”, a Certaldo
sipario sui grandi nomi
della letteratura italiana
di GABRIELE RIZZA
«Il Premio letterario Giovanni Boccaccio è cresciuto fino al punto di essere diventato un’eccellenza della cultura toscana e un’espressione forte dell’identità locale che è capace di superare i confini regionali e nazionali». Si presenta così, come ha sottolineato il presidente del consiglio regionale Eugenio Giani, l’iniziativa che i prossimi 13 e 14 settembre festeggia a Certaldo la sua trentottesima edizione. La giuria ha individuato quest’anno i nomi di Luigi Guarnieri per la narrativa italiana, André Aciman per la letteratura straniera e Barbara Stefanelli per il giornalismo. Guarnieri, già vincitore all’esordio nel 2000 del Bagutta opera prima con «L’atlante criminale. Vita scriteriata di Cesare Lombroso»”, è salito recentemente alla ribalta con “Il sosia di Hitler” (Mondadori) e “Forsennatamente Mr Foscolo” (La nave di Teseo). Aciman, romanziere e saggista, docente di letteratura comparata alla City University di New York, ha acquisito notorietà in Italia grazie al film “Chiamami col tuo nome” di Luca Guadagnino, tratto dal suo romanzo omonimo pubblicato in Italia nel 2008 da Guanda, con cui James Ivory nel 2018 ha conquistato l’Oscar per la migliore sceneggiatura non originale (il film sarà proiettato venerdì alle 21, ospite il montatore Walter Fasano). Barbara Stefanelli, dal 2009 vice direttore del Corriere della Serta, è attualmente alla guida del settimanale “Sette”. La cerimonia di premiazione si svolgerà sabato 14 a partire dalle 16,30 presso il Teatro Boccaccio, conduce la giornalista Rai Adriana Pannitteri con Lucia Poli che leggerà brani dalle opere dei vincitori più una novella del “padrone di casa”. Sabato si apre in mattinata a Palazzo Pretorio con l’incontro “Un filo rosso che parte da Boccaccio e arriva sino a Foscolo e Leopardi”, al quale interverranno fra gli altri Luigi Guarnieri e Davide Rondoni. —

Michele Pantaleone “Il sasso in bocca” recensione di Attilio Bolzoni da La Repubblica Cultura

 


Torna “Il sasso in bocca” di Pantaleone il libro che svelò la mafia agli italiani

 

di Attilio Bolzoni

Un libro sta per festeggiare il suo cinquantesimo anno ma sembra scritto ieri l’altro. Perché dentro le sue pagine c’è un sapere che va molto in profondità, intelligenza e intuizioni già mezzo secolo fa avevano spazzato via luoghi comuni e banalità su mafia e mafiosi, è un documento che racconta come Cosa Nostra aveva appena conquistato la Sicilia e si stava preparando ad assaltare l’Italia. Un best seller degli anni Settanta tradotto in 28 lingue (c’è pure una versione russa in braille per non vedenti), in questi giorni è tornato in libreria con un vestito nuovo ma con la stessa forza di quando in tempi piuttosto lontani nessuno voleva parlare e scrivere della mafia (e così a volte è ancora oggi) per quello che è. Potere, potere puro.

…continua a leggere l’articolo di Attilio Bolzoni

Alice Munro “Nemico, amico, amante…”, Einaudi Super ET, 2014

Alice Munro, nata nel 1931 a Wingham, in Canada, è autrice di numerose raccolte di racconti come in Nemico, amico, amante…, che ne comprende nove a partire da Nemico, amico, amante che apre la raccolta   e le dà il titolo. In Italia è stata tradotta a partire dagli anni ’90 e i suoi scritti sono stati pubblicati da Einaudi. La sua intera opera consta al momento di tredici raccolte di racconti e un romanzo Lives of Girl and Women, “‘La vita delle ragazze e delle donne’, pubblicato per la prima volta in Canada nel 1971. Nel 2013 ha ricevuto il  Nobel per la letteratura perché “maestra del racconto breve contemporaneo”.

Per saperne di più: Alice Munro su mangialibri

Dalla Quarta di copertina:

Nove racconti perfetti: la musica del quotidiano, il gioco smorzato dei sentimenti e delle allusioni. […] La scrittura della Munro è aperta, lussureggiante, fatta di accadimenti e particolari necessari. Il paesaggio canadese, la natura selvaggia del Nord Ovest partecipano alle emozioni dei personaggi, integrano la loro storia, determinano le loro decisioni.

I temi indagano i legami familiari, il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, la quotidianità, vicende apparentemente normali, di cui discopre i lati oscuri e denuda i moventi psicologici, dove il tempo dell’azione e le parole giocano un ruolo essenziale. Nelle sue storie non lineari possono emergere all’improvviso verità o memorie “nascoste” tra le pieghe narrative o nel tempo della memoria dei protagonisti, tanto che, come scrive Fabrizio Coscia in “Alice Munro, cara vita ti scrivo”, portando ad esempio il racconto “Ortiche”, l’azione del racconto “viene spostata avanti e indietro” ed ha “un duplice scopo: quello di dilatare e potenziare i limiti intrinseci del genere racconto, assomigliandolo quanto più possibile al romanzo. Le digressioni, e il loro rapporto cronologico con l’azione del romanzo, svolgono un ruolo di fondamentale importanza, in quanto manipolano il tempo, lo dilatano, e lo riflettono nell’interiorità dei personaggi”.

 

S.P.

Jhumpa Lahiri “Dove mi trovo” recensione di Flavia Piccinni da Il Tirreno del 13 maggio

Jhumpa Lahiri e frammenti di donne a Roma

di Flavia Piccinni

Si apre con un pensiero di Italo Svevo («È il mutamento stesso che m’agita come il liquido in un vaso che scosso s’intorbida») l’ultimo libro – il primo scritto in italiano – della scrittrice di origine bengalese Jhumpa Lahiri, “Dove mi trovo” (Guanda, pp. 164). Cresciuta negli Stati Uniti e adesso a Londra – a seguito di una lunga parentesi romana – Lahiri è nota per “L’interprete dei malanni” e “In altre parole”, ed è già vincitrice del Premio Pulitzer e del PEN. Adesso accompagna il lettore in un romanzo sospeso, teso come la scrittura che ne scandisce il tempo, in cui una donna cerca di trovare il suo profilo che non sia semplice ombra, e si interroga sui ritmi e gli obblighi della vita. Lo fa in una Roma che è sole sbiadito, ragazze che cercano la loro indipendenza, incontri rarefatti che sopravvivono sospesi; lo fa, Lahiri, ambientando tutto in una Roma che è provincia, periferia di un mondo dove tutto s’affastella, e dove in estate ogni luogo si spopola, e la città «deperisce come una persona anziana». E questa viene svelata in 46 attimi di quotidianità, in una solitudine atavica e struggente, una punzecchiatura dolente all’animo che si confronta con mutamenti istantanei. Ciò che avviene, insomma, quando si è fermi e allo stesso tempo altrove. Sono dettagli di vite altrui, dipinti con delicatezza. Non sono mere fotografie della realtà, ma frammenti di donne che amano, di sconosciute, di amiche che si confessano. Paura, rassicurazione e bellezza convivono in un libro che procede per sottrazione – nella scrittura, nello sguardo, nella vita – e che si focalizza su un’analisi impietosa, eppure struggente, della vita. —

Leggi anche la recensione di Michele Lauro da Panorama Libri

Dello stesso autore:

Jhumpa Lahiri “Racconti italiani”