Gianni Bonini “Paesaggi mediterranei. Dove la geografia provoca la storia”, Edizioni Samizdat, presentazione

Prefazione di Stefania Craxi

To be men not destroyers, l’invito finale dei Cantos chiude icasticamente il XX secolo. Noi non possiamo non farlo nostro e, se è vero che la geografia provoca la storia, tornare ad immergerci nel Mediterraneo, il crocevia liquido che ha sedimentato la nostra civiltà e tornare a studiare i classici proprio quando la cibernetica sembra renderli obsoleti insieme alle nostre aspirazioni alla giustizia sociale (dalla Quarta di copertina)

Paesaggi mediterranei, così come si legge nella Nota dell’autore in apertura al volume, raccoglie nella Prima Parte gli scritti principali pubblicati negli ultimi tre anni, apparsi su riviste come articoli, interviste e saggi brevi di geopolitica scritti tra il 2019 e il 2021; nella Seconda dialoghi con Lorenzo Somigli e altri scritti comparsi tra il 2020 e il 2021

Scrive Gianni Bonini, manager energetico e appassionato cultore di geopolitica, esponendo le proprie motivazioni a riunire gli scritti che compongono il volume:

Il libro prende avvio dall’assunto fatto proprio da Cyprian Broodbank al capitolo secondo della sua insuperabile summa sul Mediterraneo – Il Mediterraneo, Piccola Biblioteca Einaudi, 2015.

“Esistono posti”, ha scritto il poeta Iosif  Brodskij, “la cui osservazione sulla mappa si unisce momentaneamente con la Provvidenza. Posti dove la storia è ineluttabile […] posti dove la geografia provoca la storia.” Il Mediterraneo, prosegue l’archeologo britannico, è pieno di simili luoghi e, pur volendo evitare le semplificazioni deterministiche e riconoscere che la cultura rielabora gli spazi fisici, è evidente che nel corso del tempo questi hanno tendenzialmente incoraggiato o scoraggiato determinate tipologie di attività e decisioni nei popoli vicini.

Così la Storia e la Geopolitica che si intrecciano nei saggi e nelle interviste diventano racconti e narrazioni che vanno oltre la contingenza degli eventi e scavano nelle esistenze dei popoli che si incontrano sullo sfondo, principalmente della prepotente centralità assunta dall’area MENA – Middle East and North Africa – a partire per lo meno dall’Ottocento, dall’apertura del Canale di Suez, ma Napoleone in Egitto non ci andò per capriccio, e poi dalla dissoluzione dell’Impero Ottomano e dalla sostituzione del carbone con la nafta nella Royal Navy.

Mediterranean First non è soltanto l’imperativo strategico di Churchill nel secondo conflitto mondiale, riassume bene ancora oggi l’importanza del vecchio mare nostrum nel quadro di una globalizzazione che si va rattrappendo, il suo essere un formidabile crocevia di scambi commerciali, vitali per la nostra penisola e per buona parte dell’Europa, non solo quella latina, fuoco di un quadrante euro-asiatico che lo storico Franco Cardini ha definito per primo icasticamente “Mediterraneo allargato”, in piena convulsione in Ucraina e sotto crescenti stress da regime change come prolungamento o deriva, se preferite, delle Primavere Arabe.

Il libro si presenta quindi come un’occasione di riflessione civile di respiro che ricerca le radici di un’identità comune e di un meticciato culturale, come il Cardinale Angelo Scola ha chiamato il melting pot di etnie e di culture alla base della koinè mediterranea, che vuole superare il pessimismo attuale dato dall’instabilità endemica nelle sue vicende che non ha mai tuttavia interrotto quel dialogo e quella contaminazione che sono il sale della sua storia. 

Dello stesso autore su tuttatoscanalibri

“Il Mediterraneo nuovo”


Nicola Guarino “Tutto qui”, Graphe.it

Una raccolta di racconti dedicata alla complessità delle vite umane in un Sud senza tempo. I protagonisti sono uomini e donne insoddisfatti, statici, che vivono vite modeste, sono poco decisi sulle loro scelte o provano rimorso per quelle già compiute e rimpianto per quelle rimandate

Una raccolta dinamica, appassionante, divertente in alcuni passaggi e malinconica in altri, che oscilla tra l’assurdo di Dino Buzzati e il realismo di Anna Maria Ortese.

Graphe.it

Pag. 256, 15,90 euro

Gli otto racconti che compongono questa raccolta restituiscono un profilo di eleganza alla narrativa contemporanea. Devono questo privilegio a una scrittura pulitaimpeccabile nella scelta delle parole e capace di dipingere scenari e sensazioni in pochi essenziali tratti.

Al centro della vicenda, spesso un individuo soltanto: i suoi gesti quotidiani, il suo stare e fare che prendono uguale e giusto tempo nella narrazione, all’interno della quale si dipanano le sfumature personali, i fatti, i non detti e i significati che le cose assumono per ciascuno, viste dall’interno, e per gli altri che vi partecipano da fuori. E gli spazi: un Sud senza tempo che ci sembra di conoscere da sempre, racchiuso nel dettaglio di una ringhiera di ferro o nei gessi dei soffitti che appaiono «come dune di sale» agli occhi del protagonista. Come se tutta la vita fosse fare due passi nel quartiere, un calcio al pallone, affacciarsi al terrazzino a veder scorrere la propria storia, compresa la sua fine.

È una giornata bianca, talmente luccicante di sole e così spessa di caldo che vorrei essere nudo. È solo un desiderio, lo fossi brucerei come queste foglie che cadono e io non so perché, sarebbe bello che fosse autunno e invece la strada è vuota, pigra, molle e soprattutto abbagliata da un sole che non si vede. Mi guardo intorno, ma tra i palazzi anni Cinquanta della mia cittadina non riesco a trovarlo, eppure c’è e si muove. So che fa un caldo pazzesco, ma non sudo, non sudo mai. Mi slaccio il bottone della camicia sotto al collo, ma non per necessità: per un attimo mi ha preso la vergogna di sembrare bizzarro, così abbottonato con questi umidi trentasei gradi, percepiti quaranta, in quest’ora sbagliata così prossima al mezzodì. Abbottonato lo sono, anche se ora ho liberato il collo. Lo sono, così introverso, schivo.

NICOLA GUARINO, nasce ad Avellino, ultimo di una famiglia numerosa, nel 1958. La famiglia si trasferisce ben presto a Napoli e qui compie gli studi classici e, in seguito, si laurea in Giurisprudenza alla Federico II. Negli anni del liceo collabora con l’Unità Paese Sera e poi, per mantenersi durante gli studi universitari, lavora all’ippodromo di Agnano. Diventato avvocato, ha fatto parte del Consiglio nazionale di Legambiente. Appassionato di cinema ha curato diverse rassegne e festival sia a Napoli che a Parigi, città in cui vive dal 2004 e in cui insegna lingua italiana all’Università della Sorbona e a Créteil Paris 12. È tra i fondatori della testata online Altritaliani.net.

Francesco Bianchi “Il coraggio dei vinti”, presentazione

Armando Curcio Editore

Se mi chiede perché ho scritto il libro rispondo che la memoria è
importante e ricordare ancora di più. Mi vorrei riallacciare al
pensiero di Liliana Segre, per il giorno della memoria di questo anno,
in cui ha detto  che fra qualche anno non saranno più presenti, nei
libri di storia, le poche righe che attualmente ci sono riguardo la
Shoah. Sacrosanta verità.
Le poche righe riguardo i deportati italiani infatti, prigionieri
politici e internati militari italiani, non ci sono già più eppure si
tratta di migliaia di prigionieri che solo per la decisione di non
piegarsi al regime nazi-fascista hanno pagato, spesso con la vita,
questa scelta. Giusto quindi ricordare anche questo importante
capitolo della resistenza del nostro paese.

Francesco Bianchi

La sinossi

In un podere fiorentino nel periodo della seconda guerra mondiale una famiglia di mezzadri fatica a portare avanti i ritmi delle colture; due dei tre figli dei contadini, Oliviero e Giovanni, prestano infatti il servizio militare.
Anche Elio, il figlio più piccolo, riceve la chiamata alle armi dalla Repubblica Sociale ma decide di non arruolarsi.
Tra fughe, diserzioni e carcere, due fratelli si ritroveranno in un campo di prigionia in Germania mentre il terzo, Giovanni, continua a lavorare forzosamente per i tedeschi. Proprio Giovanni, durante uno dei suoi servizi, si accorge che due deportati sono i suoi fratelli. L’arrivo degli Alleati rappresenta una svolta importante ma il rientro a casa dei superstiti risulta più duro del previsto. Un romanzo che oltre a trattare un periodo storico particolarmente cruento ricorda anche gli argomenti degli eccidi più spietati ed alcuni importanti episodi della resistenza italiana.

Alcuni stralci

Dopo aver ricevuto un passaggio sul camion di un contadino che da Napoli rientrava a Roma, i tre giovani iniziano così la salita di Monte Mario, partenza della Via Francigena a quanto ricorda Terzo. Non si tratta di una vera scalata di montagna, ma la salita è comunque piuttosto ripida e tortuosa e i tre hanno subito il fiato corto.

«Arrivati in vetta troveremo il sentiero» dice Terzo con il fiatone che aumenta passo dopo passo. Si aggiusta continuamente il berretto,
infastidito dal sudore che gli cola dalle tempie e dal forte vento, nonostante la giornata soleggiata.

«Lo spero» commenta Oliviero con un filo di voce, sudato fradicio anche lui.

«Speriamo piuttosto di non fare brutti incontri» conclude Libero.

(dal RIENTRO per LA VIA FRANCIGENA di OLIVIERO: uno dei protagonisti che sarà poi deportato nel campo di prigionia tedesco insieme a suo fratello ELIO)

«Firenze è stata una città esempio, come Napoli. La resistenza ne ha ripulito gran parte dai tedeschi prima dell’arrivo delle forze Alleate; farlo non è stato indolore, però. Ci sono state molte vittime, hanno dovuto seppellire i morti perfino nei giardini e negli orti perché i cimiteri erano pieni.»

«I tedeschi hanno minato e fatto saltare cinque dei sei ponti, dividendo Oltrarno dal resto della città; solo il Ponte Vecchio è rimasto intatto, dicono per volere di Hitler che ha preferito salvaguardare la civiltà. Credo invece che se l’avessero fatto saltare con le case costruite sopra, i detriti avrebbero comunque consentito il passaggio.»

Il giovane si ferma per fare un lungo respiro, poi continua: «Molta gente è scappata nella parte sud dell’Arno e si è nascosta a Palazzo
Pitti. Non c’è stata acqua e luce per giorni. I tedeschi hanno applicato un rigidissimo coprifuoco: se trovavano fuori qualcuno, lo
uccidevano all’istante.»

(dalla RESISTENZA di FIRENZE (racconto di un nuovo deportato nel campo di prigionia di Lauter agli altri deportati tra cui ELIO ed OLIVIERO).

FRANCESCO BIANCHI, classe 1976, fiorentino di nascita e pratese di adozione, ha una formazione tecnico-amministrativa e lavora per un’azienda del settore informazioni. Amante della lettura e della scrittura, ha avuto collaborazioni con testate giornalistiche su temi prettamente economico settoriali. Con il suo libro d’esordio è entrato nella decina finalista della III Edizione – Premio Clara Sereni – sezione inediti con il titolo provvisorio “LA GUERRA E IL PODERE”. Il titolo è stato successivamente modificato per scelte editoriali nell’attuale “IL CORAGGIO DEI VINTI”.

La Quarta di copertina

Carlo Rovelli “Buchi bianchi. Dentro l’orizzonte”, presentazione di Salvina Pizzuoli

“Non lo so se l’idea che i buchi neri finiscano la loro lunga vita trasformandosi in buchi bianchi sia giusta. È il fenomeno che ho studiato in questi ultimi anni. Coinvolge la natura quantistica del tempo e dello spazio, la coesistenza di prospettive diverse, e la ragione della differenza fra passato e futuro. Esplorare questa idea è un’avventura ancora in corso. Ve la racconto come in un bollettino dal fronte. Cosa sono esattamente i buchi neri, che pullulano nell’universo. Cosa sono i buchi bianchi, i loro elusivi fratelli minori. E le domande che mi inseguono da sempre: come facciamo a capire quello che non abbiamo mai visto? Perché vogliamo sempre andare a vedere un po’ più in là…?” Carlo Rovelli (dal Catalogo Adelphi Editore)

Chi come me è digiuno di conoscenze nel settore si accosta con titubanza a un testo di fisica, con curiosità, con l’idea comunque di non trarne grande profitto. Non è stato così. Non solo l’autore è chiarissimo, usa termini accessibili, analogie e raffigurazioni, ma ora so cosa è un buco nero e come è fatto, perché è possibile l’esistenza di un buco bianco, e mi sono accostata ad un concetto incredibile, lo spazio tempo quantistico, passando per la gravità…  E non solo.

Questo breve scritto, ma denso di dati e riflessioni, ha recato anche una scoperta, attesa, devo dire, intuitivamente c’ero approdata, dell’unità del sapere e della metodologia dell’imparare e del conoscere, per nulla lontana da quella che dovremmo utilizzare per aprire quelle che io chiamo le finestre della mente. Non per diventare scienziati, ma per vivere meglio e al meglio dentro la realtà delle cose. Ma procediamo.

Di seguito alcuni  stralci illuminanti a tale proposito:

“Abbiamo capito che la terra è rotonda (due millenni fa); abbiamo capito che si muove (mezzo millennio fa). A prima vista sono idee assurde. La terra appare piatta e immobile. Per digerire simili idee, la difficoltà non è stata l’idea nuova: è stata liberarsi da una vecchia credenza che sembrava ovvia; metterla in dubbio sembrava inconcepibile. Siamo sempre convinti che le nostre intuizioni naturali siano giuste: è questo che ci impedisce di imparare.

La difficoltà quindi non è imparare, è disimparare”

“[…] vedere con la mente”

“L’Occidente ha saputo usare efficacemente la creatività del pensiero analogico, per costruire concetti nuovi a ogni generazione, fino a lasciare in eredità all’odierna civiltà globale la magnificenza del pensiero scientifico. Ma è l’Oriente che ha riconosciuto prima e con più chiarezza che il pensiero cresce per analogie, non per sillogismi. La logica dell’argomentazione basata sulle analogie è analizzata già dalla scuola moista, e implicita in uno dei più grandi libri dell’umanità, quel testo straordinario che è lo Zhuangzi. Il pensiero scientifico fa buon uso della rigidità logica e matematica, ma questa è solo una delle due gambe che l’hanno portato al successo: l’altra è la creatività liberata dall’evoluzione continua della sua struttura concettuale, e questa si nutre di analogie e ricombinazioni”.

“È la capacità di cambiare l’organizzazione dei nostri pensieri che ci permette salti in avanti”.

Non nascondo le difficoltà a seguire la seconda parte, ma ciò non toglie che possa rileggerlo tutte le volte che vorrò: il bello di ogni libro, quello che ti dà subito e quello che scopri ad una seconda, terza rilettura. L’autore ha inoltre un merito: correlare letteratura e scienza, che come commistione non è un procedere da poco, e la notevole dote di avvicinare anche chi non ne sa nulla o poco e soprattutto di riuscirci

“quando scrivo ho in mente due lettori. uno non sa nulla di fisica: cerco di comunicargli il fascino di questa ricerca. l’altro sa tutto: cerco di offrire prospettive nuove”.

Brevi note biografiche

Rovelli Carlo – Fisico e saggista italiano (n. Verona 1956). Dopo essersi laureato in fisica presso l’Università di Bologna, ha svolto il dottorato  all’Università di Padova. Ha lavorato anche nelle Università di Roma e di Pittsburgh, e attualmente è ordinario di fisica teorica all’Università di Aix-Marseille. I suoi studi vertono soprattutto sulla gravità quantistica, R. ha introdotto la Teoria della gravitazione quantistica a loop. Si è anche occupato di storia e filosofia della scienza con il libro Che cos’è la scienza. La rivoluzione di Anassimandro (2011). Tra le sue altre opere: Che cos’è il tempo? Che cos’è lo spazio? (2010), La realtà non è come ci appare. La struttura elementare delle cose (2014), Sette brevi lezioni di Fisica (2014), L’ordine del tempo (2017), la raccolta di articoli Ci sono luoghi al mondo dove più che le regole è importante la gentilezza (2018), Helgoland (2020), Relatività generale (2021) e Buchi bianchi (2023). R. collabora con la Repubblica e il supplemento culturale de Il Sole 24 ore. ( da Enciclopedia Treccani)

Le pagine di tuttatoscanalibri più visitate a febbraio 2023

Ferrazzi “Premonizioni. Punti di contatto tra umano e divino

Cassar Scalia “Il Re del gelato”

Candiani “Questo immenso non sapere”

Curiosità bibliofile: i caratteri tipografici

Tuzzi “Curiosissimi fatti di cronaca criminale”

Viviani “Dimenticato sul prato”

Naspini “Villa del seminario”

Bussola “Mezzamela”

Ochi “Raccontami una storia”

Calvino “Le città invisibili”

Viola “Voltare pagina. Dieci libri per sopravvivere all’amore”

Niccolò Ammaniti “La vita intima”, presentazione

“Maria Cristina Palma ha una vita all’apparenza perfetta, è bella, ricca, famosa, il mondo gira intorno a lei. Poi, un giorno, riceve sul cellulare un video che cambia tutto. Nel suo passato c’è un segreto con cui non ha fatto i conti. Come un moderno alienista Niccolò Ammaniti disseziona la mente di una donna, ne esplora le paure, le ossessioni, i desideri inconfessabili in un romanzo che unisce spericolata fantasia, realismo psicologico, senso del tragico e incanto del paradosso”.(dal Catalogo Einaudi)

Ammaniti torna al romanzo dopo otto anni soffermandosi sul tema dell’apparire, sull’immagine di sé all’esterno e il contrasto che può esserci tra il dentro e quel fuori. Lo intitola infatti “La vita intima” e affida quest’analisi alla protagonista, Maria Cristina Palma, ex modella e moglie del presidente del Consiglio italiano.

Al tema dell’ossessione per l’immagine pubblica di sé, si affiancano altre tematiche che presentano il nostro quotidiano preso nella filosofia dei social, tra sospetto e paranoia, tra superficialità e consenso, quest’ultimo troppo veloce e poco indagato, concesso agli amministratori pubblici e ad una politica vuota di ideali.

La protagonista è un personaggio pubblico e la sua bellezza più che un vantaggio diventa un ostacolo. In una recente intervista (La Repubblica, 17 gennaio, di Annalisa Cuzzocrea) lo scrittore dichiara che da tempo era interessato al fatto che donne così diventino quotidianamente bersaglio di ingiurie o complimenti esagerati e che gli interessava “quel che si cela dietro tanta perfezione”. Un compito affidato alla protagonista che più degli altri è esposta al meccanismo del controllo di come si è percepiti dagli altri, anche se è ormai presente nella vita di tutti: ne indaga quindi e ne evidenzia il contrasto tra come si presenta in pubblico, come viene immaginata e pensata, e ciò che effettivamente si agita nel suo mondo interiore cosa crede e sente, mondo interiore che si libera lentamente e la cui svolta viene data dal filmato hot che le arriva sul cellulare; un filmato che potrebbe, se divulgato, distruggere la sua immagine: un inferno, una minaccia. Un romanzo che indaga la nostra società, i suoi aspetti malati, il nostro interno compresso o dimenticato.

Dello steso autore su tuttatoscanalibri:

Branchie

I top 3 a cura di Maurizio Amore

Shirley Jackson “Un giorno come un altro”, presentazione di Salvina Pizzuoli

Il cinquanta per cento della mia esistenza è dedicato a lavare e vestire i bambini, a cucinare, a lavare piatti e vestiti […] dopo che ho messo tutti a letto, mi giro verso la mia macchina da scrivere e provo a… bè, a creare ancora una volta qualcosa di concreto […] Per tutto il tempo mi racconto storie […] uno scrittore scrive sempre, vede tutto attraverso una foschia sottile di parole, e adatta piccole descrizioni veloci a tutto ciò che vede (dalla biografia dell’autrice di Mason Currey)

I racconti proposti da Adelphi nella traduzione di Simona Vinci e pubblicati per la prima volta in italiano, sono testi brevi editati dall’autrice su varie riviste statunitensi tra il 1943 e e il 1968.

Colpiscono per le tematiche che affrontano, lontane dalle situazioni terrificanti dei romanzi che l’hanno resa famosa (L’incubo di Hill HouseLa lotteria e Abbiamo sempre vissuto nel castello).

Prevale un’ ironia sottile e amara che permea il quotidiano delle vite dei tanti e vari protagonisti e soprattutto protagoniste; presenta vicende apparentemente semplici di vite stereotipate, una quotidianità e una normalità inquiete negli accadimenti e nelle contraddizioni degli individui che popolano la società americana degli anni Cinquanta, vite in cui si insinua il magico e il soprannaturale quasi facesse parte del tutto, della naturalità delle cose.

Ma in fondo alla lettura nessuna vita ha accesso a quella serenità che pare cercare e a volte trovare come in Magia di famiglia o ne La moneta dei desideri. Resta un dubbio, spesso palesato, come nel racconto che dà il nome a tutta la raccolta Un giorno come un altro con le noccioline in cui Mr Johnson è un uomo che gira per New York per un’intera giornata, compiendo buone azioni senza alcun tornaconto ma che tornato a casa trova la propria moglie che per tutto il giorno ha svolto un compito esattamente opposto e con la quale l’indomani si scambierà il ruolo!

“Nessuno meglio di Shirley Jackson conosce «il male incontrollato» che si cela sotto la più linda e ordinata delle superfici. E solo lei sa mescolare assurdo, comico e spaventevole – avvelenata mistura –, portandoli alle estreme conseguenze con un’economia del dettato e un’acutezza del dettaglio del tutto inconfondibili” (dal Catalogo Adelphi)

Brevi note biografiche

Shirley Jackson (1916 – 1965) scrittrice e giornalista statunitense divenne nota per il romanzo La Lotteria (1948) e per L’incubo di Hill Hause (1959).

per saperne di più sulle opere:

Il Libraio

mangialibri

Le pagine di tuttatoscanalibri più lette nel mese di novembre 2022

Massimo Santini – Luca Santini “Il mio cuore elettrico”

Virginia Ciaravolo “D’improvviso si è spenta la luce. Storie di stupri, lacrime e sangue”

Alda Merini “Ogni volta che ti vedo fiorire”, poesie inedite

Livia Manera “Il segreto di Amrit Kaur

Alessia Gazzola “La costanza è un’eccezione”

Hermann Hesse “Il canto degli alberi”

Albert Camus “Il primo uomo”

Alberto Moravia “La noia”

Andrea Kerbaker “La vita segreta dei libri fantasma”

Paola Capriolo “La grande Eulalia”

Harriet Beecher Stowe “Natale nel Nuovo Mondo” Graphe.it Edizioni

Traduzione di Fabiana Errico

Pagine 80. 12,90 euro

Graphe.it edizioni

La penna cui dobbiamo La capanna dello zio Tom era impugnata da una donna fortemente votata alle cause sociali: prima di tutto quella antischiavista, per la quale Harriet Beecher Stowe è appunto nota, ma anche quella animalista e, non ultima, quella femminista. I suoi scritti minori valgono l’attenzione del lettore moderno: non solo rivelano una qualità letteraria fuori dal comune, ma consentono di intravedere l’esperienza autobiografica della scrittrice, cui si intrecciano il sentimento religioso che ne caratterizza il pensiero e l’ancora più intenso senso di comunità. 

Questo volume raccoglie tre racconti, tutti a tema natalizio, inediti in Italia.

HARRIET BEECHER STOWE (1811-1896), figlia, sorella e moglie di pastori evangelici, è l’autrice del celeberrimo romanzo La capanna dello zio Tom che, descrivendo la crudeltà dei proprietari terrieri schiavisti nei confronti della popolazione afroamericana, rivestì un ruolo rilevante nella lotta che portò all’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti d’America a metà Ottocento. Scrisse anche altri romanzi, molto letti all’epoca, e diversi racconti. Tra le altre cose, portò avanti battaglie per favorire la protezione degli animali anche a livello legale e sostenne il vegetarianismo.

Tennessee Williams “La gatta sul tetto che scotta”

curato e tradotto da Paolo Bertinetti

Quasi vent’anni dopo, Williams ritornò sul testo della Gatta, scrivendo la versione definitiva del terzo atto, che è un incrocio tra le due precedenti.[…]è evidente che Willians non ebbe dubbi sul fatto che quest’ultima versione, che andò in scena per la prima volta nel 1974 […] è l’unica che pienamente risponde, a conclusione di ripensamenti e revisioni, alle scelte di scrittura drammatica e al significato ultimo che Williams volle dare al suo dramma. La versione davvero definitiva, che è quella che presentiamo qui (dall’introduzione di Paolo Bertinetti)

Come si evince dall’Introduzione del curatore e traduttore, il dramma teatrale rappresentato per la prima volta il 24 marzo 1955 per la regia di Elia Kazan, ebbe due versioni del terzo atto che si discostavano molto da quella del 1974: il testo del 1955 era il risultato di revisioni richieste dal regista Elia Kazan che ottenne un grande successo di pubblico e pertanto venne pubblicato.

L’autore volle allora presentare anche le due versioni del terzo atto: la  Broadway Version, quella andata in scena; l’altra, Cat Number One, la versione originale prima degli interventi promossi dal regista. Sempre sull’onda del successo, nel 1958 fu prodotta la trasposizione cinematografica con un magnifico Paul Newman nella parte del protagonista Brick e un’incantevole Liz Taylor nel ruolo di Maggie, “la gatta”, trasposizione che all’autore non piacque, basata sulla Broadway Version, dove però il tema scomodo e coraggioso che il dramma proponeva fu accantonato. Tra i temi portanti, allora rifiutato e ancora oggi irrisolto, l’omosessualità e l’omofobia, e come quest’ultima possa condurre un individuo, vittima di pregiudizi, a scelte estreme. Interessante da parte dell’autore la scelta di non far comparire direttamente in scena l’omosessuale, ma rendendolo “presente” attraverso il racconto che alcuni personaggi fanno di lui.

Un’opera ancora attuale, tutta da rileggere, in questa revisione conclusiva voluta dall’autore.

“La versione del 1974 è stata considerata dall’autore quella a tutti gli effetti definitiva, l’unica che rispondeva pienamente alle sue scelte di scrittura drammatica. Possiamo così leggere per intero lo scontro verbale tra Brick e il padre che ha il suo climax proprio sul tema dell’omosessualità (ma il padre, splendido personaggio, è assai più tollerante di quanto Brick, e il lettore, si aspettino). Possiamo così comprendere come si articola più esattamente il tema della falsità, che è il tema fondamentale del testo, per non dire assoluto: il dilemma tra vivere nell’ipocrisia o autodistruggersi per evitare di farlo”.( dal Catalogo Libri Einaudi)

e anche

Brevi note biografiche

Tennessee Williams (Columbus 1911 – New York 1983) è stato uno dei piú grandi drammaturghi del XX secolo, sia per via del riconoscimento critico sia per l’enorme successo di pubblico. Einaudi ha in catalogo: Oltre a Un tram che si chiama DesiderioI «blues»Lo zoo di vetroLa rosa tatuata e La gatta sul tetto che scotta (da Einaudi Autori)