Niccolò Ammaniti “Branchie” recensione di Letizia Tripodi

Le opinioni dei lettori

Se si ha voglia di immergersi in un viaggio ai confini dell’inverosimile, dove niente o quasi segue il filo della logica, Branchie di Niccolò Ammaniti è di sicuro il libro adatto. Magari da lettori ci lasciamo attirare da quest’opera dopo essere passati per uno dei più grandi successi dello scrittore, Io non ho paura, e ci aspettiamo di ritrovare tra le righe un’altra storia che per quanto crudele e dolorosa, si attiene alla realtà.
In partenza
Branchie ha tutte le premesse per svilupparsi come un libro del genere: si apre con Marco, un ragazzo ventenne malato di cancro che, stanco di starsene con le mani in mano a condurre la vita piatta e monotona che gli permetterebbe di allungare per un po’ i suoi giorni e annoiato dalla sua stessa esistenza, decide di partire per l’India al fine di esaudire la richiesta, un po’ bizzarra, di un’anziana sconosciuta. Nonostante quest’ultimo dettaglio però, fin qui non sembrerebbero esserci particolari stranezze e con grande probabilità ci staremo preparando a seguire il giovane protagonista in questo tentativo di riappropriarsi un po’ della vita, seguendolo in quello che ci immaginiamo essere il suo ultimo grande viaggio. In realtà però da questo punto partiranno alcune tra le cose più assurde ed impensabili, il romanzo perderà ogni legame con il reale e seguiremo le vicende talvolta stupiti, altre volte incuriositi, ci chiederemo come sia stato possibile finire in questo mix di aspetti surreali e per certi versi anche demenziali. Nel racconto stranezza si aggiunge a stranezza e quando penseremo di aver raggiunto l’apice dell’assurdità della storia, ecco che un elemento ancora più assurdo ci farà spalancare gli occhi o sorridere dallo stupore.
Ammaniti, che all’epoca della scrittura del libro stava finendo i suoi studi universitari e, come lui stesso ricorda, passava gran parte della giornata chiuso nel laboratorio della facoltà, è consapevole di quanto i fatti narrati siano irreali, ma per lui questo non è affatto un problema, tanto che non cerca di “aggiustare” la storia secondo dei canoni realistici, ma anzi ne aumenta sempre più il carattere paradossale. È come se l’ispirazione gli fosse nata da un sogno tormentato: infatti così come in un sogno si susseguono in continuo immagini sconnesse, allo stesso modo lo scrittore ha unito alcuni tra i fatti più improbabili costruendo l’impalcatura di questo romanzo.
Tale carattere surreale ce lo porteremo dietro fino alle ultime pagine del libro e anche la conclusione stessa lascerà spazio a dubbi e interrogativi, sembra quasi un finale aperto che permette al lettore di dare un proprio senso alla storia, secondo quelle che sono le proprie interpretazioni. Questi tratti irrealistici, ad ogni modo, non nuoceranno al romanzo, con la sua scrittura scorrevole Ammaniti ci terrà incollati al libro, curiosi di scoprire cosa succederà pagina dopo pagina.

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