Giovanni Nucci “Roma. I miti e gli eroi”, presentazione

Per giovani lettori dagli otto anni

Roma è un tessuto di storie, e questo libro ce le racconta tutte: la fuga di Enea dalle rovine Troiane, Venere e Marte, il cuore spezzato della regina Didone, il coraggio di Rea Silvia e la spietatezza di Amulio, Vertumno, Flora e il dio Fauno, Romolo e Remo e il destino deciso dal volo degli avvoltoi. Un intreccio senza tempo che ci racconta chi eravamo e chi siamo, un viaggio fra realtà e mito che ci porta a un’unica data, il 21 aprile753 a.C., la nascita della più grande città del mondo.(da Salani Editore)

Dal Prologo

“Suo padre gli ha sempre detto che una luce così non c’è in nessun’altra città del mondo. A Ottavio viene da pensare che quelle costruzioni sono lì da quasi tremila anni, ma che intanto gli alberi intorno sono cresciuti, poi sono morti, si sono seccati e nel frattempo ne sono cresciuti degli altri. Che intanto le nuvole sono passate, ha piovuto ed è tornato il sereno chissà quante volte, ma quella luce è rimasta sempre la stessa. Questo Ottavio lo sa, la stessa che vedeva Romolo mentre tracciava il solco per fondare la sua città”.

“Ottavio sta lì, fermo con la sua bicicletta a guardare il cielo di Roma, e prova a pensare a quante cose sono successe nel frattempo. Cose belle e cose brutte, vittorie e sconfitte, giornate piene di gioia e altre piene di tristezza, la pace e la guerra”

“Ecco, Ottavio ora lo sa, che prima di tutto il resto c’erano questi due ragazzi, che duemilasettecento anni fa, guardando quello stesso cielo, avevano deciso che proprio lì avrebbero fondato la più grande città del mondo”.

Dal lungo viaggio di Enea alla conquista dI Alba Longa, tra mito, leggenda e storia, Giovanni Nucci racconta Roma ai giovani lettori, non una città come le altre, ma un “tessuto di storie”

Giovanni Nucci è nato a Roma nel 1969. Oltre a essere scrittore e poeta, si occupa da sempre di editoria. Ora è direttore editoriale della casa editrice Italosvevo di Trieste. Ha collaborato alle pagine del lunedì del quotidiano «L’Unità», dedicate all’editoria per bambini e ragazzi, con «La Stampa» di Torino e il Domenicale del «Sole 24 ore». È autore per Salani di Ulisse. Il mare color del vino, arrivato dal 2013 alla settima ristampa.(da Salani Autori)

Dello stesso autore su tuttatoscanalibri

Gli dei alle sei.

Lorenzo Barrabino “A cavallo delle due cordigliere”, presentazione

Dialoghi Edizioni

Nella prima metà dell’Ottocento, tra i monti e le vallate che separano il Mancolle dalla Tircuria, si svolgono le vicende di Arcom.

Abbandonato dal padre e orfano di madre, trascorre i primi anni con la nonna e, in seguito alla scomparsa di quest’ultima, viene preso in consegna da Don Ernesto, parroco del borgo. Questi lo affida prima a mastro Attilio e poi, dopo la prematura dipartita dell’uomo, alla corte del Conte Paloroli di Guarnito Burgus. Proprio nel castello il fanciullo si forma e diventa uomo, soprattutto grazie alla dedizione del ragionier Camillo che, notatane la vivace intelligenza, decide di prenderlo sotto la sua ala. Arcom diviene ben presto l’aiutante del cerimoniere Serafino. Iniziano così le sue avventure, che lo porteranno a esplorare nuove terre, a visitare piccoli paesini e una grande città, a stringere amicizia con una temibile banda di fuorilegge e persino a incontrare l’amore.

L’AUTORE

Lorenzo Barrabino è nato a Voghera (PV) nel 1985. Laureato in Geologia presso l’Università degli Studi di Pavia, attualmente lavora come geotecnico in un laboratorio di prove materiali milanese. A cavallo delle due cordigliere è la sua prima pubblicazione, ispirata ai luoghi in cui ha vissuto l’infanzia e l’adolescenza tra val Borbera e val Curone.

Dal capitolo 1: Un breve stralcio dalla descrizione che introduce all’ambiente, ai luoghi ed alla società contadina, sfondo alla storia narrata

Là dove la catena montuosa dell’Ilpa, curvando in un susseguirsi di creste e selle, si piega a congiungersi a quella dei Pennacchini, fiumi e torrenti dalle acque cristalline, nel corso dei tempi, attraversando arenarie e conglomerati, avevano scavato e modellato, con la cura minuziosa che solo la natura sa porre nelle sue opere, lussureggianti vallate bordate da verdi colline, che in seguito erano state dolcemente accudite e coltivate dalla sapienza contadina. Il sole faceva capolino ogni mattina e nel suo percorso giornaliero irradiava differentemente per tempo ed intensità ciascuna delle valli a seconda dell’orientamento cardinale di quelle, così che la vegetazione, sensibile ad ogni minimo cambiamento delle caratteristiche dell’ambiente a cui deve adattarsi, variava ad ogni scostamento. Si passava da zone boscose a latifoglie sui fianchi delle colline, dove prosperavano castagni, noccioli, roveri e cerri, carpini e robinie ed anche frassini, a ad altre in cui, salendo progressivamente di quota, le suddette essenze venivano sostituite da faggi, abeti rossi e bianchi, larici e betulle. Lungo tutta la fascia collinare quei boschi finivano per essere, più o meno frequentemente, intervallati da formazioni marnose dette calanchi. Aree spoglie, nei quali le rocce affioranti, finemente fratturate a scaglie e periodicamente dilavate ad opera degli agenti atmosferici, complice la pendenza dei ripidi fianchi, non fornivano sufficiente agio ai vegetali che avrebbero voluto conquistarli. Solo alcuni tipi di abeti riuscivano ad attecchire su quella inospitale superfice, attenuandone la colorazione grigiastra predominante miscelandovi un po’ di verde scuro, cui si aggiungeva il vivido giallo dei fiori di ginestra che, raccolti a giunchi, riuscivanoanch’essi ad aggrapparsi all’instabile substrato sfidando, impavidi, la forza di gravità. Le restanti zone risultavano pervase dalla macchia mediterranea, che diffondeva nell’aria dell’intera regione deliziosi profumi aromatici, mutevoli in base alle stagioni ed ai periodi di fioritura.[…]

Gerlando Fabio Sorrentino “La benda al cuore”, presentazione

PAV Edizioni

È il racconto, romanzato, degli ultimi tre giorni di vita e della misteriosa morte di un personaggio realmente esistito, il Maresciallo Ugo Cavallero (1880-1943), capo di stato maggiore generale delle Forze Armate Italiane durante la Seconda Guerra Mondiale (1940-1943), trovato morto la mattina del 14 settembre 1943 nel giardino di un albergo di Frascati (RM), con un colpo di pistola alla testa.
A prima vista un suicidio, salvo il piccolo particolare che Cavallero era notoriamente mancino mentre il colpo mortale era penetrato dal lato destro del cranio.
Gli storici dibattono ancora se si sia suicidato, se sia stato ucciso dai tedeschi dopo avere rifiutato la proposta germanica di porsi a capo del ricostituendo esercito fascista nel nord Italia, alleato dei nazisti, o se sia stato ucciso dai fascisti per vendetta a seguito di un presunto tradimento nei confronti di Mussolini.

dalla sinossi da PAV Edizioni

L’autore ci conduce attraverso gli ultimi tre giorni di vita del generale, raccontando gli eventi che portarono alla sua tragica scomparsa, avvenuta nel settembre del 1943: si trattò di un suicidio oppure di un omicidio ordito dai tedeschi o dai fascisti? La morte di Cavallero è solo uno dei tanti elementi che compongono questo romanzo. Vi è presente anche una drammatica e dettagliata ricostruzione delle convulse giornate che seguirono l’armistizio dell’8 settembre 1943. Una pagina della storia italiana caratterizzata da una grande confusione, dalle atrocità e deportazioni perpetrate dai tedeschi e dalle devastazioni causate dalle Forze Alleate.

e anche

Brevi note biografiche

Originario di Agrigento ma abruzzese d’adozione, Gerlando Fabio Sorrentino ha consolidato la sua presenza nel panorama letterario italiano con una carriera variegata che spazia dal romanzo alla poesia, ricevendo significativi riconoscimenti, tra cui una segnalazione sul Venerdì di Repubblica da parte del giornalista Corrado Augias, distinguendosi per la sua capacità di unire la meticolosità della ricerca storica alla profondità dell’analisi psicologica. Sorrentino continua il suo percorso di esplorazione dei meandri più oscuri della storia italiana, offrendo un’opera matura e articolata e trovando in “La Benda al Cuore” uno dei suoi apici espressivi.

Dello stesso autore su tuttatoscanalibri

Le ultime voci

Chiara Ricci “Anna Magnani. Racconto d’attrice”, Graphe.it

Graphe.it

In libreria dal 26 agosto

Più che una biografia, questo libro è un’analisi intuitiva, critica e psico-emotiva di Anna Magnani. L’autrice mette il proprio rigoroso approccio di ricerca al servizio di un racconto non convenzionale. Superfluo e improduttivo, infatti, sarebbe stato ripercorrere meccanicamente nomi, date, luoghi, titoli (che pure ci sono): si guarda qui alla storia dell’attrice attraverso una prospettiva inedita che permette uno sguardo diretto e nuovo. Il legame fra la Magnani e il teatro – la «migliore scuola» che le fece «spuntare le ali» – è intimo, più viscerale forse di quello con il cinema: è lì che la magnifica attrice riceve il suo primo vero applauso, il primo “brava”, l’inizio di un nutrimento tanto atteso per uno spirito così difficile da “sfamare”. 

Questa sarà la chiave di lettura dalla quale guardare a tutta la carriera dell’attrice romana. Uno sguardo diretto, nuovo e per certi versi inedito su Nannarella, come era affettuosamente chiamata: il legame tra Anna Magnani e il teatro è, infatti, la principale chiave di lettura dalla quale guardare tutta la sua brillante carriera.

«Quello che mi atterrisce è di sparire da un momento all’altro, improvvisamente, senza sapere chi era veramente la Magnani o, meglio, chi era la piccola Anna. Ma lo so chi era. Una piccola bugiarda che viveva nel sogno per non dover affrontare la realtà. Senza madre, senza padre, mi sono trasformata in formica. Ho recitato la parte dell’aggressiva, ma non lo ero. Di qui le mie collere. Ho recitato la parte della pavida quando invece ero un leone. Di qui le mie collere. Ho recitato la parte della coraggiosa quando invece ero un agnello. Di qui, ancora, le mie collere. Povera pazza! Se oggi dovessi morire, sappiate che muoio ricca perché ho capito tutto questo. Sappiate che le mie collere erano solo rivolte contro di me. Ho anche capito che non ero nata attrice. Avevo solo deciso di diventarlo nella culla, tra una lacrima di troppo e una carezza in meno. Per tutta la vita ho urlato con tutta me stessa per quella lacrima, ho implorato quella carezza… Ma io non so nemmeno se lo sono, un’attrice…

Cosa vuol dire essere un’attrice? Io una sera sono in un modo, una sera sono in un altro. Un’attrice dovrebbe essere tutte le sere uguale. Ma io non so giudicarmi. Confesso francamente che se mi chiedessero di dare un’opinione su me stessa, non la saprei dare. La lascerei dare agli altri.

Non mi curo mai di quello che sembro, di come gli altri mi vedono. Sono così come la mia vita, le mie esperienze, le mie delusioni, le mie gioie e le mie infelicità mi hanno fatta. Lo sono senza riserve e senza ipocrisie. Donna io, credo di avere dei pregi. Adesso mi faccio un po’ di complimenti. Sono profondamente umana e, anche se non si vede, sento di avere molta poesia dentro, sono molto leale, molto. Basta, no? Pare che basti

Scrive l’Autrice «“Anna Magnani. Racconto d’attrice” nasce dal mio desiderio di rendere omaggio al talento e alla forza di una donna che ha saputo fare della sua essenza e delle sue fragilità una pura energia vitale. Questo libro, forse più egoisticamente, vuole essere anche il coronamento di un sogno che mi accompagna sin da bambina: quello di «dedicare qualcosa di mio» a questa meravigliosa creatura divenuta attrice che, strano a dirsi, affianca la mia vita sin da quando ho memoria. Credo di poter definire il mio rapporto con Anna Magnani assai insolito».

CHIARA RICCI è laureata in DAMS. Ha conseguito con lode la Laurea Magistrale in “Cinema, televisione e produzione multimediale” presso l’Università degli Studi “Roma Tre” che le conferisce la nomina di “Cultore della materia Storia del cinema e di filmologia”. Autrice di saggi di inchiesta e monografici dedicati a figure chiave del cinema e del teatro italiano. È Presidente dell’Associazione Culturale “Piazza Navona”, creatrice della Rubrica online “Piazza Navona”(www.riccichiara.com), ideatrice e organizzatrice del Premio Letterario Nazionale EquiLibri. Tiene lezioni e conferenze dedicate alla Storia del cinema e del teatro.

Luigi Irdi “La parabola dell’anguilla. Una nuova inchiesta di Sara Malerba”, presentazione

Una indagine più insistente lascia emergere nuove possibili piste. Sullo sfondo appare la storia di una antica miniera di blenda, responsabile dell’avvelenamento del torrente che scorre vicino al convento del XII secolo in contrada Fiumarola. Decisivi saranno l’esperienza di strada del maresciallo Berardi, la passione per l’aritmetica dell’appuntato Cantatore e una manovra di controinformazione escogitata da Sara per costringere il colpevole a venire allo scoperto.( dal Catalogo Nutrimenti Editore)

Terzo romanzo di Irdi dopo Operazione Athena e Il nero sta bene su tutto:  protagonista ancora Sara Malerba la pubblico ministero presso la Procura della Repubblica di Torre Piccola, una cittadina immaginaria nel litorale laziale, non lontana da Roma. Due i casi che la impegneranno: la morte di una suora, suor Sofonisba, da dieci anni nel convento del XII secolo in contrada Fiumarola, giovane e molto impegnata nel sociale e per di più laureata in ingegneria idraulica, tanto da essere ulteriormente benemerita volendo depurare le acque di un torrente inquinato dagli scarti di un’antica miniera e ideando un sistema di irrigazione nel vecchio aranceto consentendo così la ripresa di un’attività redditizia per il convento attraverso il commercio di marmellate. Il suo cadavere è stato rinvenuto in una discarica sommerso dai rifiuti. Le prime analisi però attribuirebbero il decesso a cause naturali.

L’altro caso è quello dell’ingenua Dalia innamorata di un uomo aggressivo e manesco, relazione  che fa temere alla giovane pm una conclusione violenta, questi gli ingredienti principali che, insieme ad altri, completano e movimentano il quadro: Francesca Paganelli, una biologa al lavoro per depurare il territorio dagli inquinanti  dovuti alla vecchia miniera, attività che aveva visto l’impegno anche di Sofonisba, le suore dell’antico convento, un’anguilla e un gatto; se il coinvolgimento relativamente all’anguilla nasce da  una trovata di suor Brigitta, quello del gatto della pm, Poker, vedrà il suo valido contributo all’inchiesta

Luigi Irdi romano, ha lavorato per oltre 40 anni nei giornali (Corriere della SeraL’EuropeoNational Geographic Magazine, Il Venerdì di Repubblica). Ha scritto romanzi, saggi, canzonette. Con Nutrimenti ha pubblicato Operazione Athena (2020), esordio della PM Sara Malerba, Il nero sta bene su tutto (2021).

Leaf Arbuthnot “Due tazze di tè a Swinburne Road”, presentazione

Perché a volte, quando la solitudine ci sembra inaffrontabile, anche solo preparare insieme una torta ci può scaldare il cuore e farci tornare il sorriso.
Leaf Arbuthnot, con una narrazione delicata, ci regala un romanzo che parla di solitudine e di mancanze ma anche della forza di un’amicizia speciale ( da HarperCollins)

Ada è rimasta da poco vedova e il vuoto lasciato dal compagno di una vita pare incolmabile. Nasce da qui l’idea di proporsi come “nonna in affitto”. L’autrice in una recente intervista  (Brunella Schisa, Il Venerdì 11 agosto 2023) chiarisce che l’idea è nata da una cronaca di anni addietro pubblicata sul New Yorker in cui i giapponesi si propongono in affitto come nonne, fidanzati, amiche o amici. L’altra figura femminile è la dottoranda venticinquenne Eliza, un’altra anima solitaria con alle spalle una famiglia disastrata e un amore finito malamente. Vive nella stessa strada di Oxford in cui vive Ada che ha tappezzato la città con i suoi volantini in cui si propone in affitto.

Due solitudini s’incontrano e colmano vicendevolmente i loro vuoti con lunghe chiacchierate in giardino, tazze di tè e letture di Primo Levi, autore che, dichiara l’autrice nell’intervista, le è entrato nel cuore alla prima parola letta.

Brevi note biografiche

Leaf Arbuthnot (1992) è giornalista freelance ed editor

Fabio Gambaro “Lo Scoiattolo sulla Senna. L’avventura di Calvino a Parigi”, presentazione

Tra il 1967 e il 1980, Italo Calvino si rifugia a Parigi, luogo di esilio e di creazione letteraria. È la stagione del Maggio francese e di Sartre, poi di Queneau, Perec e Barthes. È l’ultima grande stagione culturale europea.(da Feltrinelli Editore)

Gambaro ricostruisce il periodo parigino dello scrittore, un periodo proficuo e pieno di incontri che determineranno scritti estremamente innovativi come Le città invisibili o l’ancora più d’avanguardia Se una notte d’inverno un viaggiatore.

Nel centenario della nascita di Calvino, Gambaro ci restituisce un periodo poco indagato della vita di uno dei principali autori contemporanei: Calvino si era trasferito a Parigi nel 1967 e vi rimane molto più dei cinque che aveva in un primo momento previsto. Una Parigi pulsante lo accoglieva in un periodo felice per la cultura francese: era infatti la capitale della Nouvelle Vague, dello strutturalismo, della psicoanalisi, ed è lì che Calvino costruirà legami con il gruppo dell’OULIPO di cui facevano parte Raymond Queneau e Georges Perec e Roland Barthes, e a cui aderirà egli stesso e soprattutto imprimendo alla propria opera un’evoluzione fondamentale. Lo Scoiattolo sulla Senna racconta un periodo della biografia di Calvino, lo Scoiattolo appunto, nomignolo che Pavese gli aveva affettuosamente attribuito sulle pagine dell’Unità, ma va oltre legandolo intensamente a quello scorcio letterario di cui Parigi fu capitale.

Fabio Gambaro vive da oltre trent’anni in Francia, dove lavora come giornalista culturale, consulente editoriale e organizzatore di eventi. Ha guidato per quattro anni l’Istituto italiano di cultura di Parigi e attualmente dirige Italissimo, il primo “Festival di letteratura e cultura italiane” nella capitale francese. Autore di diversi saggi, per Feltrinelli ha pubblicato, con Daniel Pennac, L’amico scrittore (2015) e Lo scoiattolo sulla Senna. L’avventura di Calvino a Parigi (2023).(da Feltrinelli Editore)

Su tuttatoscanalibri

Omaggio a Italo Calvino nel centenario della nascita dello scrittore.

Maurizio de Giovanni “Sorelle. Una storia di Sara”, presentazione

[…] Sara dovrà scavare dentro tutto ciò che sa di lei. Tornare alle indagini di ieri, collegarle a quelle di oggi. Ma dovrà soprattutto schiudere lo scrigno dei ricordi, anche i più minuti, all’apparenza insignificanti, che ognuno di noi cela a propria insaputa in fondo al cuore. Lì in mezzo, Mora potrebbe indovinare la pista giusta, a cui arriverebbe – in uno slancio dell’anima – soltanto una sorella.(da Rizzoli Libri)

Sesto romanzo della serie dedicata a Sara Morozzi, detta Mora: tra presente e passato, le pagine si muovono negli anni Ottanta e Novanta quando le due protagoniste, Sara e Teresa, lavoravano assieme, collaboratrici ma certamente anche amiche, diverse anche nei colori e nel comportamento: Bionda,  bella e impulsiva Teresa; Mora, la posata e razionale Sara.

“Diverse come il giorno e la notte, lei e Bionda sono amiche, colleghe, rivali. Più ancora: sorelle” si legge nella sinossi.

Il nuovo caso le vede protagoniste nuovamente, la prima, capo dell’Unità segreta dei Servizi, sicuramente rapita, e la seconda, ex agente in pensione, alla sua ricerca. È lei che ha capito infatti dalla mancata risposta ad un messaggio che l’amica è in pericolo e per soccorrerla dovrà indagare su quanto il suo e il loro passato le potrà rivelare. In questa difficile indagine sarà coadiuvata da una squadra anche di ex come Andrea Catapano, l’anziano e non vedente, ma che sa vedere chiaramente i pericoli,  l’ex agente con cui le due hanno condiviso le esperienze più significative, ma anche l’acume della fotoreporter Viola, nuora di Sara, e dell’ispettore Pardo con l’inseparabile cane Boris. Una corsa contro il tempo alla ricerca di quelle prove che Bionda potrebbe ancora detenere e che potrebbero incastrare chi l’ha rapita e tiene prigioniera in attesa di eliminarla, ma che possono diventare merce di scambio per salvarla.

Dello stesso autore su tuttatoscanalibri

“Il metodo del coccodrillo”

“Gli occhi di Sara”

“Un volo per Sara”

“Caminito. Un aprile del commissario Ricciardi”

Cassar Scalia, De Cataldo, De Giovanni “Tre passi per un delitto”

Stefania Spanò “Nannina”, presentazione

“Per le femmine tutte le cose sono più difficili. Devi imparare a difenderti. Tu devi sempre tenere il coraggio di parlare, Stephanie». E se lo dice lei deve essere così. Del resto sua nonna è Nannina de Gennaro, detta Nannina la Cuntastroppole, la cantastorie”.(da Libri Garzanti)

Nannina è la cuntastroppole nella realtà come nel romanzo che ha due protagoniste, la nonna e la nipote Stephanie, la voce narrante. In un mondo che si perde perché, come scrive la stessa autrice, “quel mestiere che non esiste più e che, così com’era, proprio non può più esistere, perché quel senso di comunità, in cui l’io e il noi si confondono, è sparito assieme alla generazione di mia nonna. È nella fatica di questo passaggio del testimone che nasce il mio romanzo”[…] (da Il Libraio, di Stefania Spanò)

È ambientato a Secondigliano il romanzo d’esordio della Spanò quando Stephanie ha dieci anni e non può andare a giocare fuori all’aperto perché è una femmina, così legge sul balcone e studia perché da quanto le ha detto la nonna che vive due piani più in basso le parole sono la sua unica difesa contro il mondo. Le storie e le parole anche in un mondo cambiato saranno sempre efficaci: a Stephanie continuare la tradizione, riprendere la voce di Nannina, e portare le “stroppole” tra nuovi ascoltatori, e cercare quel riscatto di ragazza attraverso le storie e le parole, come aveva fatto Nannina in tempi lontani, conquistandosi un posto in prima fila, lei una semplice cuntastroppole.

Brevi note biografiche

Stefania Spanò è cantastorie, interprete Lis e insegnante di sostegno nella scuola secondaria di primo grado. Conduce da anni laboratori di teatro, scrittura creativa, comunicazione empatica e poesia visiva nelle periferie turbolente dell’hinterland napoletano, nel resto d’Italia e all’estero. Come cantastorie porta in giro i cunti della tradizione di famiglia e quelli scritti da lei. Sogna di fare il giro del mondo con i suoi scugnizzi e tornare a Secondigliano con antidoti e pozioni esotiche di disobbedienza civile. Questo è il suo primo romanzo.(da Garzanti Autori)

La Quarta di Copertina

Aldo Bondi “Compagni di umanità – Dietrich Bonhoeffer e Antonio Gramsci” recensione di Luisa Gianassi

Edizioni Helicon

Terminata la lettura del libro “Dietrich Bonhoffer e Antonio Gramsci Compagni di umanità” di Aldo Bondi, posso rispondere alla domanda: perché leggere questo saggio di 500 pagine?

Perché Bondi ci propone l’esempio di due uomini che in tempi bui e difficili si sono nutriti di umanità e non hanno perso la fiducia nell’uomo. Hanno sopportato le dure condizioni carcerarie e la loro mente, che il regime nazista e quello fascista volevano distruggere, non ha smesso di funzionare grazie alla forza d’animo sostenuta dalla cultura, dall’etica e dalla fede. Fede che Bonhoffer aveva in Dio e Gramsci nel progresso dell’umanità. Alla fine della lettura si avverte una forza e un coraggio che riempie di speranza, una speranza che è importante trasmettere alle nuove generazioni.

Nel libro A. Bondi mette a confronto gli scritti carcerari di Dietrich Bonhoffer e Antonio Gramsci e attraverso l’analisi di alcune parole chiave crea fra loro un dialogo virtuale, trovandone i punti di incontro. Entrambi, anche se fisicamente provati dall’esperienza carceraria, mantengono lucide le loro menti, vivono pienamente la loro esistenza anche da reclusi, sviluppando le proprie idee in maniera inedita. Sono entrambi intellettuali, uomini di azione e di fede, anche se diverse sono le loro condizioni carcerarie e diverse le situazioni nelle quali operano. Bonhoffer è un teologo luterano tedesco, Gramsci è il segretario del partito comunista italiano, ma si incontrano nell’idea della sacralità della politica, per la quale sono stati disposti a sacrificare l’esistenza. Bisogna ricordare che Gramsci, per la sua condizione di prigionia non conoscerà mai il suo secondo figlio e vedrà pochissimo il primo. Per entrambi la politica investe il settore etico ed è strettamente legata alla situazione storica. Li accumuna la convinzione che il pensiero deve trasformarsi in azione politica. Il politico non può pensare di stare in mezzo agli uomini senza interessarsi di quello che accade loro. Gramsci scrive alla moglie Giulia: “per fare politica bisogna amare l’uomo”.

Questi due uomini pensano che l’azione politica debba avere grande attenzione per le generazioni future. Bonhoffer afferma che è necessario porsi “la domanda ultima” e cioè non pensare a cavarsela eroicamente nella contingenza presente, ma riflettere sulle conseguenze che l’azione avrà sulla vita della generazioni future e conclude che solo da questa “ domanda storicamente responsabile possono nascere soluzioni feconde, anche se provvisoriamente molto mortificanti. Allo stesso modo Gramsci con l’espressione “spirito statale” indica la responsabilità di essere solidali con la generazione precedente e quella futura e precisamente: ”con gli uomini che oggi sono vecchissimi e che rappresentano il passato che ancora vive fra noi e con i bambini, le generazioni nascenti e crescenti di cui siamo responsabili”. Per entrambi, nella politica, la cultura ha un ruolo fondamentale. Per Gramsci significa autodisciplina intellettuale (padroneggiare le proprie competenze) e autonomia morale (capacità di scegliere per trasformare la società). Anche per Bonhoffer la cultura è fondamentare per sviluppare libertà interiore ed essere veri uomini. Per entrambi la formazione culturale deve dare una salda interiorità, e capacità critica, che significa anche mettere in discussione la propria opinione. Non avere il rispetto ortodosso per i padri fondatori. Marx e Lutero non sono idoli e non vanno letti prendendoli alla lettera. Bisogna cogliere il nucleo dinamico del pensiero e dell’azione per applicarla nel contesto storico nel quale si vive. Entrambi compiono una evoluzione del loro pensiero. In Gramsci questa evoluzione risente dell’esperienza della costruzione della società sovietica, dovendo fare il bilancio dello stalinismo, anche se in modo velato per non dare adito al regime fascista, che lo controllava, di essere utilizzato in senso anticomunista. Bonhoffer approderà al “cristianesimo inconsapevole”, arrivando a dire che la Chiesa, anche quella Confessante della quale faceva parte e che si era opposta al nazismo, doveva tacere e fare solo opere di giustizia.

Nel libro Bondi, oltre a sottolineare la forza di questi due uomini, che pur storicamente vinti fanno emergere i pensieri più alti del novecento, evidenzia la solitudine politica che questi due uomini si trovano a vivere. Proprio per la loro capacità critica e libertà interiore si trovano ad essere emarginati l’uno dalla chiesa e l’altro dal partito, ma si trovano ad essere compagni di umanità, perché come scrive Aldo Bondi nell’introduzione “non credo si tratti di casualità se proprio nei momenti più bui della storia sono fioriti esempi straordinari di umanità, testimoni luminosi come Bonhoffer e Gramsci, capaci di immergersi fino in fondo nell’humanum e mantenere inalterata fa fede nelle possibilità di riscatto e trasformazione degli uomini”

Aldo Bondi (Firenze, 1946) ha insegnato a lungo nella scuola secondaria, in particolare, negli ultimi 23 anni, Storia e Filosofia nei Licei occupandosi, tra l’altro, di sperimentazione didattica. Ha curato alcune pubblicazioni dell’IRRSAE Toscana e ha scritto diversi capitoli della Storia del pensiero umano di E. Balducci (3 voll. Firenze, 1986). Ha curato il volume a più voci, Esperienza religiosa e passione civile in Luciano Martini, Firenze, 2013, e collaborato al libro (G. Sani a cura di) Padre Balducci. Fede e religione nella società della tecnica, Arcidosso, 2018, nonché a due cataloghi (Gianni e Pierino. La scuola di Lettera a una professoressa e Costituzione e Resistenza. Un percorso sul Sentiero di Barbiana) prodotti dalla Fondazione Don Lorenzo Milani rispettivamente nel 2019 e nel 2021. Altri suoi scritti, su argomenti storici e filosofici, sono stati pubblicati su riviste, volumi miscellanei e atti di convegno. È autore di due libri: Tra Gramsci e Teilhard. Politica e fede in Alberto Scandone (1942–1972), Roma, 2012 e Quando il futuro governava il presente, Trapani, 2016.( da Edizioni Helicon, Autori)