Questo particolare volume scritto da Franco Cardini, Professore Emerito dell’Istituto italiano di Scienze umane, è un po’ narrativa, un po’ libro di cucina, con ricette sperimentate dall’autore stesso, e un po’ Storia, quella con la S maiuscola; sì perché come scrive in Invito alla lettura che apre la raccolta “Nessuna di queste “storie” è propriamente e totalmente fedele alla Storia: quasi tutte sono, in differente misura, un insieme di “vero storico” […] e di libera immaginazione, tuttavia attenta quantomeno al verosimile”, ma corredate in fondo a ciascuna da Note che ne evidenziano la base propriamente storica, aiutando il lettore più esigente a distinguere tra quest’ultima e l’invenzione; le Note inoltre sono corredate di indicazioni sulle fonti. Come anticipato si tratta infatti di un racconto originale, piacevole, pieno di curiosità proprio perché da storico le va “a scovare tra le pieghe della grande storia”. E non solo è corredato da Note, ma anche di tre Intermezzi semieruditi, sulle castagne, sul caffè e sui tartufi. I personaggi che accompagneranno il lettore in questa curiosa e simpatica carrellata storico-culinaria sono tra i più conosciuti, partendo da San Francesco, il Gran Khan, passando per Balzac e lo stesso imperatore Napoleone, il cui racconto dà poi il titolo a tutta la raccolta. Gran parte della nostra vita ruota attorno al cibo – scrive in Invito alla lettura – ne poetiamo, ne dipingiamo, lo traduciamo in suoni e in canti[…] ci ammaliamo per il cibo, guariamo grazie a lui o nonostante lui e, nonostante quanto documentato nelle pagine del suo testo, non si definisce affatto un gourmet, ma di essere guidato dalla pervicace natura di un contadino toscano che gli fa prediligere cibi semplici.
Il percorso autobiografico della scrittrice cilena si apre con un’affermazione: “Non esagero quando dico che sono femminista dai tempi dell’asilo” a cui aggiunge precisando, di credere che all’origine della sua ribellione all’autorità maschile ci fosse stata la situazione della madre Panchita abbandonata dal marito, tornata quindi a vivere in famiglia, assoggettata al padre e ai fratelli: era piccola, ma soffriva nel vederla così giovane e bella non solo sottomessa ma anche tarpare le ali al proprio talento.
Un’altra certezza a cui sono giunta con la terapia, all’età di cinquant’anni, è che sicuramente la mancanza di un padre nella mia infanzia deve aver contribuito a fare di me una ribelle.
Come il non aver accettato la figura del patrigno, lo zio Ramon, come lei lo chiamava, un uomo che avrebbe imparato a stimare molto tempo dopo, quando divenne madre. Ma non solo passato nelle pagine della Allende: figure di donne, la sua amica Olga e la sua agente letteraria, le sue lotte per l’emancipazione femminile, una lotta lunga e non ancora terminata, i suoi trascorsi sentimentali e professionali, i suoi dolori e la sua terza età, vissuta da donna che si porta addosso il retaggio del passato di cui non è riuscita a liberarsi totalmente.
Con leggerezza e ironia, Isabel Allende rievoca momenti del passato e indugia sul presente per raccontarci le ragioni del suo femminismo. L’autrice parte dalle origini, dalla sua infanzia e adolescenza passate nella cornice di una rigida struttura patriarcale. L’istinto di ribellione è una sorta di reazione naturale al maschilismo imperante che genera in lei l’attitudine che negli anni l’ha portata a schierarsi sempre con i deboli, gli emarginati e tutte le donne che ancora lottano per l’emancipazione. Isabel ci racconta le tappe del suo cammino, a partire dal raggiungimento dell’indipendenza economica, le relazioni tra sessi, la sua biografia sentimentale e professionale. E poi la terza età, ciò che significa per lei, donna pienamente liberata e convinta che i modelli imposti portino a una forma di pregiudizio contro la vecchiaia non dissimile dagli atteggiamenti sessisti e razzisti.
Brevi note biografiche
Isabel Allende è nata a Lima, in Perù, nel 1942, ma è vissuta in Cile fino al 1973 lavorando come giornalista. Dopo il golpe di Pinochet si è stabilita in Venezuela e, successivamente, negli Stati Uniti. Il suo primo romanzo, La casa degli spiriti del 1982 (Feltrinelli, 1983).
I libri dedicati alla cucina o che indagano attorno ai piatti e alle pietanze sono davvero tantissimi, corredati di ricette non vogliono essere solo ricettari, ma presentare il proprio punto di vista sul cibo, questo incredibile elemento vitale che ci impegna e continua a impegnarci anche se, come afferma l’autrice, Simonetta Agnello Hornby, il rapporto con il cibo e con il cucinare è davvero cambiato.
La cucina del buon gusto non vuole solo essere un percorso della memoria che indugia e si sofferma sui piatti tradizionali rinnovellando un’infanzia ed una giovinezza in luoghi lontani da quelli in cui le autrici sono poi vissute, vuole essere una riflessione sul cibo, nell’attuale quotidianità dominata da tanta fretta e in cui per necessità il fast food predomina, e sul valore del cucinare per sé e per gli altri: per far questo molti capitoli presentano come introduzione stralci dalle pagine tratte da Anthelme Brillat-Savarin “Fisiologia del gusto”, un autore francese, scritte nel lontano 1825, in cui alterna a riflessioni sui cinque sensi, anche descrizioni, aneddoti, digressioni filosofiche e di costume, insieme a notazioni scientifiche, indagando il mondo del cibo sotto l’aspetto sociale; compito che implicitamente l’ autrice affida al proprio testo scritto a quattro mani con Maria Rosario Lazzati:
Cucinare è il legame benefico con la natura attraverso la scelta e la preparazione degli ingredienti. La consapevolezza di quello che si cucina, del perché lo si cucina e per chi, dà godimento e appaga i sensi[…]Cucinare ci fa sentire umani […] Cucinare è il piacere di prendersi cura dei propri cari […] cucinare le ricette di casa è sentirsi vicini alla propria famiglia e parte della sua storia. Chi vive lontano dal paese d’origine prova un senso d’appartenenza quando condivide un piatto casalingo con la famiglia o con gli amici, ma anche se lo consuma da solo. Cucinare distrae e placa l’ansia.
E non mancano ricordi e riferimenti a quanto si va affermando, a momenti simpatici, a descrizioni di ambienti, all’arte di apparecchiare e ricette ed eventi che intrattengono piacevolmente il lettore. E, soprattutto, questo testo sa di abbracci, calore, affettività, sa di famiglia, fa Natale, quello di una volta e che ci manca molto!
“Brillat-Savarin è stato per noi una scoperta recente. Avevamo già deciso di scrivere un libro di cucina per esprimere la profonda gioia che ci dà il cucinare e il grande conforto che ne abbiamo tratto vivendo all’estero. Volevamo celebrare la gastronomia e i piaceri dei sensi che si incontrano nel preparare il cibo, nel servirlo e nel mangiarlo. Cucinato, condiviso, consumato da soli, regalato; occasione d’incontro, simbolo di appartenenza a gruppi e a religioni, nutrimento del corpo e della psiche, il cibo è potentissimo antidoto contro l’isolamento e la tristezza. Rosario […]all’estero, cucinava per mantenere la propria identità […]Molte alunne della sua scuola di cucina londinese frequentano i corsi da anni, perché hanno imparato che cucinare aiuta a stare meglio. Simonetta, cuoca per tradizione familiare e per necessità, ha sperimentato attraverso le vicissitudini della vita il valore catartico della cucina. Per lei, la cucina e la tavola, oltre a essere elementi fondamentali dell’esistenza, costituiscono un trionfo dei sensi, della bellezza e dell’ospitalità.”
Brevi note biografiche
Simonetta Agnello Hornby, palermitana, laureata in giurisprudenza, vive da tempo a Londra. Ha esercitato la professione di avvocato aprendo a Brixton lo studio legale “Hornby&Levy” specializzato in diritto di famiglia e minori. Nel 2002 esordisce con La Mennulara cui seguono La zia Marchesa, del 2004, La monaca, del 2010 e Caffè amaro, del 2016.
Maria Rosario Lazzati, milanese, con La cucina del buon gusto (con Simonetta Agnello Hornby; Feltrinelli, 2013) racconta la sua esperienza culinaria, sia in famiglia sia come insegnante di cucina.
Addio, trentatré brevi poesie – un costante ritmo di tre quartine chiuse da un solitario verso finale come un accordo sospeso – quasi a evocare i canti di un’umana commedia che costantemente si ripete, un cammino nelle selve oscure dell’esistenza verso un inevitabile distacco. (da Iperborea)
Ritorna, a poca distanza dal romanzo “Io sono castigo”, l’affascinante Manrico Spinori della Rocca, sostituto procuratore, il “contino”, amante della musica lirica, affiancato dalla sua squadra al femminile dovrà affrontare un nuovo caso: la scomparsa di Ademaro Proietti durante un’escursione a Ponza e ritorno sul suo motor yacht, il Chiwi; probabilmente, denuncia la famiglia, è caduto in acqua, presumibilmente dopo aver bevuto molto mentre i tre figli e il genero Brian dormivano.
Ma quando il mare restituirà il corpo dell’uomo con i segni di una forte botta alla nuca, la situazione cambia aspetto confermando i primi dubbi sorti nella mente del Pm: non più una scomparsa bensì un possibile omicidio anche se la famiglia insiste a chiamarlo un disgraziato incidente. Ma è con un nuovo cadavere che le indagini prenderanno la giusta piega.
Donal Cameron un ragazzino di 11 anni, orfano di entrambe i genitori, vive con la nonna, cuoca in un ranch nel Montana. I problemi di salute della donna costringeranno il giovane Donal a compiere un viaggio dal Montana al Wisconsin, per raggiungere gli zii Kitty ed Herman, che non conosce. È il 16 giugno del 1951 quando il giovane intraprende il lungo viaggio su una di quelle corriere della Greyhound Line, che attraversano tutti gli Stati Uniti. La nuova vita però si rivelerà difficile e così Donal, questa volta non più da solo ma in compagnia dello zio Herman, che approfitterà per andare alla scoperta dell’amato West, ripartirà, incontrando personaggi d’ogni sorta che appunterà sul libro delle dediche, dove raccoglie pensieri in rima delle persone che incontra, personaggi umili, umani, calorosi, tristi e felici, in un’America dai paesaggi sconfinati. Un viaggio che sarà un percorso di formazione in cui l’autore Doig rivisita e racconta, attraverso i ricordi della sua infanzia, l’America attraverso occhi di bambino. Questo romanzo è l’ultimo scritto prima della morte e rivela mirabilmente l’età dei sogni e delle scoperte nel percorso di crescita per diventare “grandi”
Brevi note biografiche
Ivan Doig (1939-2015) ha ambientato gran parte dei suoi romanzi nel Montana, dove era nato. Più volte premiato per i suoi romanzi, è stato anche finalista al National Book Award con il memoir This House of Sky. Nutrimenti ha pubblicato anche Il racconto del barista nel 2018.
Altro elemento fondamentale per la diffusione del libro fu l’invenzione dei caratteri tipografici ed il passaggio dal libro manoscritto all’Ars artificialiter scribendi e precisamente alla scrittura affidata alle macchine, la scrittura artificiale. Un passaggio epocale che potremmo paragonare a quello di due secoli fa, dalla fine dell’Ottocento anche se non mancarono tentativi molto antecedenti, dall’uso cioè della “macchina da scrivere” a quella digitale, alla fine del secolo scorso.
Un passaggio, il primo, che vide la scrittura artificiale cercare in ogni modo di assomigliare alla scrittura a mano, per non discostarsi troppo dal prodotto ottenuto manualmente. Eppure molti disdegnarono le nuove realizzazioni in serie e, per una buona decina d’anni, bibliofili e ceti colti preferirono il libro manoscritto a quello a stampa.
C’è un nome che tutti conosciamo che lega la nascita dei caratteri detti tipografici o mobili alla scrittura artificiale: siamo nel 1446 quando Johannes Gutemberg, orefice di Magonza, formò i primi caratteri su astine di legno; ma in effetti si tratta di un’attribuzione perché poco si sa con certezza sulla nascita dei caratteri tipografici. In collaborazione con Schoeffer, che si può definire un proto tipografo, inventarono il compositoio, strumento in cui si dispongono i caratteri, e la forma di stampa dei caratteri mobili, detti tipi, non più in legno ma in piombo e introdussero il torchio a stampa derivandolo da quello per il vino, invenzioni che si diffusero ben presto da Magonza in tutta Europa.
Ma soffermiamoci sulle varie fasi che caratterizzavano la complessa creazione della pagina a stampa, curiosando su punzoni, matrici, inchiostri e sui diversi caratteri che ancora oggi conosciamo con i loro antichi identificativi ad esempio di Corsivo, Bodoni, Garamond.
Da sinistra a destra: il punzone, la matrice, la forma, il carattere tipografico
Il punzone è un piccolo parallelepipedo di metallo duro con un’estremità profilata a tronco di piramide con in rilievo e al rovescio un carattere tipografico sia esso lettera, numero o segno di punteggiatura. Ottenuti i punzoni veniva creata la matrice battendo il punzone su dei blocchetti di rame per lasciare su essi impressa la forma del carattere che doveva avere la stessa profondità sulla tutta matrice e pertanto veniva “giustificata”. A questo punto si procedeva alla creazione del carattere tipografico, utilizzando uno stampo particolare, detto forma. La forma era composta da due elementi a L che venivano uniti per formare un contenitore dentro il quale veniva versata la lega metallica costituita prevalentemente, anche se in proporzioni variabili, da piombo, stagno e l’antimonio.
Ma l’operazione non era di certo completata: occorreva montare i caratteri nel compositoio per costruire la riga di stampa. Un’operazione di incredibile precisione e di industriosa capacità.
Da non dimenticare che un altro elemento fondamentale era l’inchiostro che gli studiosi attribuiscono ancora alla capacità creativa di Gutemberg: un inchiostro a base oleosa migliore rispetto a quelli la cui base era ad acqua. E in ultima fase la torchiatura per imprimere i caratteri sul foglio ed ottenere la pagina.
Non ci resta che ringraziare Gutemberg o chi per lui o insieme a lui ha permesso alle generazioni successive di usufruire di questo strumento che è la stampa i cui continui aggiornamenti e miglioramenti hanno permesso di creare libri a basso costo e quindi a grande diffusione!
Iniziale ornata fusa dalle prime matrici del Garamond, 1531
Un ultimo scorcio di curiosità sulle denominazioni di alcuni caratteri, sono tantissimi, tra i più diffusi e che ancora oggi utilizziamo:
Aldino: impiegato nelle edizioni veneziane di Manuzio. Un carattere piccolo, stretto, inclinato e legato che portò ad economizzare lo spazio della pagina e quindi la carta.
Corsivo: è il carattere che ha tutte le parti dell’occhio della lettera inclinate da destra a sinistra. Il suo nome deriva dalla scrittura della Cancelleria romana (cursivetus seu cancellarios). Viene chiamato anche italico ed è usato essenzialmente per evidenziare le citazioni; i primi ad usarlo a questo scopo furono i Froben, tipografi di Basilea nel primo ventennio del XVI secolo.
Bodoni: carattere dall’occhio rotondo e marcato. Prende il nome dal suo compositore Giovanbattista Bodoni tipografo ed editore a Parma
Carattere grafico Bodoni
Garamond: carattere disegnato e fuso nel Cinquecento da Claude Garamond ed è tra i più apprezzati caratteri nella storia della stampa con molte rielaborazioni nel Novecento
Gotico: particolarmente usato in Germania e fu il primo ad essere introdotto con la stampa a caratteri mobili e rifioritura nel periodo romantico; si rifà alla scrittura dei manoscritti medievali
Carattere grafico Gotico
Elzeviro: con occhio molto piccolo e sottile. Venne disegnato nel XVII secolo da Christoffel Van Dick per le edizioni in piccolo formato degli Elzevier, librai e stampatori olandesi.