Giancarlo De Cataldo “Quasi per caso” recensione di Filippo Ceccarelli da La Repubblica Cultura 16 novembre

IL NOIR STORICO DI GIANCARLO DE CATALDO
O Roma o morte
Mazzini e Ciceruacchio, donne rivoluzionarie e inviati sabaudi: così lo scrittore rende omaggio (con delitto) alla Repubblica del 1849
di Filippo Ceccarelli
Il giallo è un gioco a incastri, ma quando è ambientato nel passato remoto la tonalità inesorabilmente trascolora verso il romanzo storico; e il Risorgimento, quanto a passioni e intrighi, cannonate e coltelli, è tutto da riscoprire.
Quasi per caso (Mondadori) s’intitola il noir capitolino che Giancarlo De Cataldo, in vena appunto di sorprendenti riscoperte, ha situato nei giorni tumultuosi della Repubblica romana. A muovere il racconto un preteso incidente di caccia, ma ciò che ne deriva va ben oltre ciò che il grande e coevo Giuseppe Gioachino Belli sintetizza nella perenne coppia di forze — «er priffe» e «er pelo», rispettivamente i soldi e le corna — che movimentano la vita, anche se non sempre il destino dei popoli.
Il protagonista è un ufficiale sabaudo, già investigatore di successo, spedito a Roma da Cavour e dal giovane re Vittorio Emanuele per una delicata missione per così dire sentimentale. Una volta nella città eterna, si trova tuttavia immerso in una realtà che ai suoi occhi di piemontese risulta peggio che incomprensibile, paralizzante: aristocratici volgari e retrivi, mogli angelicate buone a rimpinguare patrimoni in disfacimento, infidi amministratori dagli occhi dolci, poliziotti fatalisti, ladruncoli di lingua lunga, più un medico problem solver così acuto da apparire un negromante.
Ma la figura centrale e meno scontata, che non a caso collega
l’affaire galante al particolare clima e in definitiva alla grande storia, è l’amante dell’ufficiale – investigatore, un’attrice, ma anche dottoressa, comunque infervorata di proto-femminismo e passione civile, una fervida seguace mazziniana piombata a Roma per vivere in prima linea gli ideali e le emozioni di quello straordinario laboratorio politico. Tutto si consuma tra fumi d’incenso e fiaccolate sovversive intorno alla Pasqua del 1849. Pio IX è scappato a Gaeta e appena due mesi prima è nata la Repubblica. «Illuminata da un sole gagliardo — scrive De Cataldo — Roma viveva l’elettrica era della rivoluzione». Cesare Pascarella in Storia nostra (appena ripubblicato da Castelvecchi a cura di Marcello Teodonio) così la mette in versi: «Che giornate! Che roba! Che momenti!/ Roma, l’Italia, er monno se vedeva/ che traballava su li fonnamenti,/ e la vita, la vita ch’era morta/ rinasceva da capo, e te pareva/ che rinascesse er monno un’antra vorta ».
Fine del potere temporale, addio alla censura, abolito il dazio sul macinato, primi scavi archeologici ai fori, apertura dei giardini del Quirinale, le campane delle chiese fuse per costruire armi e munizioni, una mobilitazione che arrivò a trasformare le prostitute in infermiere perché a parte un po’ il Regno Sabaudo, la Repubblica era isolata e gli zuavi francesi del generale Oudinot, con i primissimi fucili automatici, erano ormai alle porte.
L’autore di Romanzo criminale e Suburra si è certamente documentato e descrive il triumviro “Pippo”, soprannome di battaglia di Mazzini, firmare lasciapassare e scambiarsi messaggi con Cavour via piccione viaggiatore, ma anche, provetto musicologo, che suona la chitarra a Palazzo Spada o fa entrare gli uccellini nella sua stanza alla Consulta; s’incontrano Goffredo Mameli, Luciano Manara, Carlo Pisacane, Cristina di Belgioioso; ai protagonisti presta la carrozza Angelo Brunetti, detto “Ciceruacchio”, che dei patrioti romani è il più generoso e risoluto; sullo sfondo Garibaldi, che in estate si batterà come un leone, anche se invano. Nelle pieghe della trama fanno la loro comparsa le scoperte dell’epoca, il telegrafo, la fotografia.
E un po’ fa pensare che in quella medesima vicenda storica, quasi mezzo secolo prima di De Cataldo, abbia ambientato un giallo anche Giulio Andreotti: Ore 13: il ministro deve morire
(Rizzoli, 1974, con pregiata prefazione di Arturo Carlo Jemolo), più esattamente un legal thriller sulla congiura che portò all’assassinio dell’ultimo ministro di Pio IX, Pellegrino Rossi (forse per mano del figlio di Ciceruacchio). A rileggerlo, il più papalino dei politici della Prima Repubblica appare disincantato, se non scettico, rispetto alla Repubblica romana; mentre De Cataldo ci tiene a salvarne le preveggenti virtù democratiche, a partire dalla Costituzione, che escludeva la pena di morte.
Fra “Dio e popolo”, che fu il motto di quell’esperienza, si inserisce qui e là l’amore, ma pure il diavolo, non di rado impegnato ai fornelli. Il colpevole infine è scoperto; ma il gioco a incastri, storico o non storico che sia, lascia insoluto un bel dilemma sull’origine e il sereno godimento della carbonara.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.