Sebastiano Vassalli “La notte della cometa” recensione di Salvina Pizzuoli

Un buon libro, un bel libro. La notte della cometa di Sebastiano Vassalli è entrambe le cose. Si legge come un romanzo biografico, ma è di più, racconta un uomo, un poeta, il poeta “pazzo” di Marradi: Dino Campana.

Se ne scorre il breve e travagliato percorso sulla Terra, da mortale angariato da un destino che sa di Fato, tra quanti lo crebbero nel loro ambito familiare e quanti lo conobbero fuori, nel paese o nei dintorni, nel mondo, tra compagni di lettere, incompreso e diverso.

Dolore e rabbia accompagnano il lettore che s’ immerge nella vicenda, in quello che è il risultato di un lavoro di ricerca, lungo, accurato e che, in nome di questa conoscenza approfondita e perseguita con amore per la verità alla scoperta di un uomo, dà a Vassalli la piena consapevolezza di raccontare la storia di un’anima bella e martoriata. Anche chi non avesse mai avuto la possibilità o la voglia di accostarsi all’opera di questo poeta, apprezzato e riconosciuto solo post mortem, lo potrebbe incontrare e scoprire tra le pagine di questo romanzo.

E le notizie documentate si alternano alle citazioni dagli scritti di Campana, come ulteriore testimonianza o come interpretazione di episodi nei quali essa manca o vi si leggono e spiegano momenti della vita del poeta e ne seguono il calvario: la scelta della famiglia di internarlo a Imola dopo il compimento della maggiore età, allora fissata a 21 anni: le reazioni terribili di Dino alla degenza e la decisione del padre di riportarlo a casa, nonostante il parere negativo della madre, fino alla partenza per l’Argentina dove il poeta visse di ingaggi temporanei, ma lontano dalla famiglia di emigrati marradesi che avrebbe dovuto accoglierlo, secondo gli accordi epistolari intrapresi dal padre di Dino.

E non mancano anche le rivelazioni scaturite da indagini e diagnosi a posteriori, come quella che Dino Campana potesse essere stato affetto da sifilide, come i medici, interpellati da Vassalli ebbero a concordare in base alle sintomatologie e ai dati sulla malattia di Campana, “sifilide nervosa”:

Di questa forma di sifilide vengo a sapere, scrive Vassalli, che si manifesta più o meno con i sintomi della meningite e che nella pratica manicomiale è stata considerata fino agli anni Trenta e Quaranta, una qualunque “demenza” da curarsi con l’elettricità, le percosse, i letti di contenzione, la segregazione coatta.

E il calvario continua con l’internamento a San Salvi, dove non viene diagnosticato come malato di mente quindi dimesso. Ma il paese, dove Dino torna volentieri legato com’è a quel paesaggio a quei cieli a quella campagna, ormai lo ha bollato come “matto” mentre, al contrario, i rapporti familiari, caratterizzati da sempre da un forte attrito e dal desiderio di allontanarlo dalle pareti domestiche, soprattutto quelli tra madre e figlio, migliorano, e madre e figlio si affrontano comme deux ennemis rompus et qui laissent tomber leur armes (dai Canti Orfici tra il 1910 – 13) come scrive Vassalli citandoli.

E ne segue un periodo più sereno della vita di Campana in cui liberato dalle richieste familiari può dare disegno ai suoi sogni iniziando a scrivere e sistemare quando appuntato in tempi precedenti e, soprattutto, decidendo di essere e volendo essere poeta.

Anche per questa decisione non mancheranno le sofferenze, le privazioni, il padre non gli pagherà più nulla avendo riabbandonato gli studi di Chimica, gli incontri pesanti con l’intellighenzia fiorentina: “Le traversie di Campana, scrive Vassalli, coi letterati fiorentini iniziarono nell’ottobre del 1913, dopo che lui ha ordinato e trascritto in bella copia “su carta da minestra” le poesie e le prose messe assieme nel corso di dieci anni, e solo ha lasciato in sospeso il titolo: che sulla sinistra del frontespizio è “Il più lungo giorno” , mentre sulla destra è “E come puro spirito verso il ponte”.

I Canti Orfici, il cui titolo deriva dalla lettura di Campana di un’opera di Schuré, verranno stampati a Marradi a spese dell’autore che, lasciato ancora una volta solo, a parte pochi, scriverà all’amico Bandini spedendogli il manoscritto “Esso testimonia qualche cosa in mio favore, forse testimonia che io non ho meritato la mia sorte”.

Difficile riassumere o indicare le pagine salienti di questo lavoro di Vassalli che accompagna il lettore fino all’ultimo Natale, da uomo libero, prima di essere internato definitivamente in manicomio, di Campana nel 1918, attraversando l’incontro passionale con Sibilla Aleramo (pseudonimo di Rina Faccio) e la comparsa di attacchi sempre più violenti che lo sconvolgono con terribili emicranie e straniamenti.

È internato quando Vallecchi ristampa i Canti Orfici. Anche in questo caso ne soffrirà. Dopo aver cercato invano qualcuno che li pubblicasse, ora che è fuori dal mondo, li scopre editati con censure arbitrarie e con l’inserimento di versi che sono fuori contesto e chiederà quindi al fratello di cercare il manoscritto originale, quello stampato a Marradi, perché il testo, quello vero, non vada perduto.

È un libro che va letto e forse anche riletto, perché è denso, pieno di dettagli e di citazioni che alla prima lettura potrebbero sfuggire al lettore preso com’è a scoprire la vita di un uomo e la storia di un poeta, anche se la materia viene trattata per capitoli brevi e incisivi, dedicati a un tema specifico.

Dino Campana, poeta, nato a Marradi nel 1885 e morto al mondo nel 1918, si spegne nel 1932 a Castel Pulci.

Scrivo novelle poetiche e poesie; nessuno mi vuole stampare e io ho bisogno di essere stampato: per provarmi che esisto, per scrivere ancora ho bisogno di essere stampato.[…]Non sono ambizioso ma penso che dopo essere stato sbattuto per il mondo, dopo essermi fatto lacerare dalla vita, la mia parola che nonostante sale ha il diritto di essere ascoltata (Lettera a Prezzolini, 6 gennaio 1914).

Non resta che rileggere i Canti Orfici dopo aver letto Vassalli o leggerli dopo aver incontrato Campana tra le righe de La notte della cometa.

Salvina Pizzuoli