Toshikazu Kawaguchi “Finché il caffè è caldo” recensione di Salvina Pizzuoli

Quattro incontri, quattro storie, un’unica ambientazione: un’antica caffetteria singolare e esclusiva, con pochi posti a sedere di cui uno particolare su cui ci si accomoda rispettando regole stringenti e restrittive, una sedia comunque ambita, e spesso occupata, da chi sente l’urgenza, o l’ha sentita, di lenire in qualche modo i palpiti del cuore, le ansie, i dolori, ricordando scelte sbagliate, possibilità e occasioni non valutate e sfuggite. Tra le regole una è fondamentale: non lasciare per alcuna ragione che il caffè si freddi, perché se ciò accadesse le conseguenze sarebbero terribili, si rischia di diventare “fantasmi”.

Quattro storie raccontate con mano felice e spirito esotico, con quel tocco di magico che non guasta in un romanzo che acquieta, apre alla speranza, come solo le buone favole sanno fare; come in tutte le favole l’eroe protagonista dovrà superare una serie di prove per scoprire se stesso e scegliere o saper attendere il proprio futuro o semplicemente superare le proprie difficoltà o valutare con giusto mezzo le occasioni perdute; tra le righe si può leggere anche una morale: la vita, come un caffè, va gustata a piccoli sorsi, cogliendone gli attimi senza i rimpianti che appartengono al passato e non si possono modificare mentre è il presente ancora tutto da giocare e mettere a buon frutto “serve solo cuore”.

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