Cees Nooteboom “Venezia, il leone, la città e l’acqua” presentazione

Tradotto da Fulvio Ferrari per la casa editrice Iperborea.

Lo scrittore e poeta olandese ha trascorso ogni anno, e per cinquant’anni, un periodo più o meno lungo nella città lagunare, risiedendo in sestieri sempre diversi, ma anche in albergo o in appartamenti prestati da amici o tramite airbnb, il portale online che mette in contatto chi cerca un alloggio o una camera per brevi periodi, tanto che conosce e si muove in città e tra le calli con l’esperienza di un veneziano anche se, nonostante la pratica accumulata, non gli capiti di perdersi, come a Venezia può accadere.

Un libro diario o guida in cui racconta dei suoi autori preferiti Tiepolo, Tintoretto e Canaletto tra i pittori, ma anche dei dogi e dei letterati, dei naviganti, dei pescatori, dei commercianti e dei pirati, raccontando anche dei veneziani di oggi, i pochi rimasti, poco più che cinquantamila perché

«Questa è sempre stata una città per forestieri. Il gioco consiste nel far durare un secondo di più l’incertezza, nell’essere veneziano per un microsecondo, prima che abbia luogo l’inevitabile smascheramento. Loro da un lato vivono di noi, dall’altro si sentono minacciati dalla nostra massa e la sera abbandonano la città come una nave che affonda. Ma come fai a spiegargli che non fai parte della massa?» Dopo oltre cinquant’anni di periodici soggiorni a Venezia, Cees Nooteboom offre alla sua città del cuore il proprio tributo di narratore che ha fatto del viaggio una forma di vita”.[…]

Un vagabondaggio letterario, storico e filosofico dedicato a Venezia. Un sogno di palazzi e chiese, di potere e denaro, dominio e declino, un paradiso di bellezza.( da Iperborea)

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Brevi note biografiche

Autore di romanzi, poesie, saggi e libri di viaggio, è ritenuto «una delle voci più alte nel coro degli autori contemporanei» (The New York Times), tradotto in più di trenta paesi e insignito di numerosi premi letterari, paragonato dalla critica a Borges, Calvino e Nabokov. Nato all’Aia ed eterno viaggiatore, si è rivelato a soli ventidue anni con Philip e gli altri e ha raggiunto il successo internazionale con romanzi come Rituali e Il canto dell’essere e dell’apparire. Tra le ultime sue opere pubblicate da Iperborea, Avevo mille vite e ne ho preso una sola, Tumbas, Cerchi infiniti, 533. Il libro dei giorni e Addio. ( da Iperborea autore)

Su tuttatoscanalibri dello stesso autore:

“L’occhio del monaco“

“533 il libro dei giorni“

“Addio“

Paul Stamets “Funghi fantastici” presentazione

I funghi questi fantastici e misteriosi abitanti di un terzo regno, a metà come sono tra quello animale e quello vegetale.

Oltre ad essere una prelibatezza sulle nostre tavole, sono ancora gli sconosciuti abitanti di un mondo nascosto, una fitta rete di cellule allungate e filamentose, il micelio, la parte del substrato del terreno che costituisce il corpo di quello che noi chiamiamo impropriamente fungo: il corpo nascosto è il micelio e il fungo ne è la parte fruttifera ma non sono due entità separabili.

Un mondo tutto da scoprire e dalle potenzialità notevoli: “hanno la capacità di ripristinare gli ecosistemi danneggiati, possono scomporre sostanze chimiche dannose, neutralizzare tossine e sono già oggi impiegati per affrontare sversamenti di petrolio e contrastare l’estinzione delle api.
Ma non finisce qui: solo da poco in Occidente abbiamo cominciato ad apprezzare le loro incredibili capacità medicinali e curative – il loro effetto sul nostro sistema immunitario è ricco di promesse, e sono sempre più utilizzati per curare le malattie del corpo e della mente” ( da Piano B Edizioni).

Ad esempio le proprietà terapeutiche della psilocibina (il principio attivo dei “funghi magici”) per il trattamento di forme depressive, l’alcolismo o i disturbi ossessivo compulsivi.

Il volume a cura di Paul Stamets è una raccolta di saggi che indagano questo regno; pubblicato di recente in Italia è tradotto da Simona Moretti per Piano B Edizioni

“Paul Stamets, il più importante e apprezzato micologo del mondo, ha riunito in questo volume alcune delle personalità più influenti nel campo della micologia, dell’arte, dell’ecologia, della medicina e della ricerca scientifica per illustrare e diffondere le impressionanti capacità di queste creature fantastiche”. (da PianoB Edizioni)

George Sand “Racconti di una nonna”, per i giovani lettori, presentazione

Curatore: Monica Bedana
Traduttore: Silvia Casillo, Noemi Eva Cotterchio e Manuela Serra
Illustratore: Vendi Vernić

Scritti per le nipotine Aurore e Gabrielle negli ultimi anni della sua vita, tra il 1872 e il 1876, nella campagna di Nohant, in Francia nel territorio del Berry, regione della Loira, dove era tornata a vivere. George Sand era il nom de plume di Amandine-Lucie-Aurore Dupin, nata a Parigi nel 1804.

Sette racconti in cui sono protagonisti fate, giganti, statue che prendono vita, castelli abbandonati, fiori che bisbigliano ma che solo un orecchio attento tipico di una bambina curiosa può captare.

In questo mondo soprannaturale regna una fata speciale che ripara tutto e ridà vita a quanto è andato distrutto: è la Natura. E c’è anche “Miquel Miquelon che sogna di sconfiggere un perfido gigante usurpatore; Marguerite che si chiede se dare retta a un cigno o alla regina delle rane”.(da marcos y marcos libri)

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Brevi note biografiche

[…]Amandine-Lucie-Aurore Dupin cresce a Nohant, in piena campagna, con la nonna, che le trasmette la passione della lettura e le offre un’educazione non convenzionale. A diciotto anni si sposa, ma nel 1831 abbandona il marito e si trasferisce con i figli a Parigi, dove si dedica alla scrittura e collabora con «Le Figaro». Indiana è il suo primo romanzo, pubblicato con lo pseudonimo di George Sand. Suscita scandalo per i contenuti sovversivi, la porta alla fama e la consacra come simbolo dell’emancipazione femminile nei salotti parigini. Scrittrice instancabile e intraprendente, fonda due periodici di ispirazione socialista e partecipa ai moti del 1848. Delusa dalle derive violente e dispotiche del movimento rivoluzionario, torna a Nohant, per dedicarsi a quella che viene ritenuta la sua produzione letteraria più riuscita. Racconti di una nonna appartiene a questo periodo particolarmente felice. […] Muore a Nohant nel 1876.

HANS TUZZI INTERVISTA OTTAVIA NICCOLI autrice del giallo storico “Morte al filatoio” edito da Vallecchi Firenze, in libreria il 9 dicembre

IL LIBRO

La copertina è di Lisa Vassalle

“Un thriller che è un meraviglioso spaccato della Bologna di fine Cinquecento.”

Bologna, 9 novembre 1592: don Tomasso, che dirige l’ospizio di San Biagio, viene coinvolto mentre è al Tribunale del Torrone in una denuncia per diffamazione voluta da Violante, una donna che un libello anonimo accusa di aver avvelenato il marito. Il notaio Martini, inquirente amico del prete, gli chiede in via non ufficiale di prendere informazioni da don Lucio, il sacerdote che ha proceduto al funerale e che for se è stato anche l’amante della donna. Nel frattempo, don Tomasso apprende da due ragazzini rifugiatisi all’ospizio, Ettore e Gian Andrea, che il primo ha appena visto il cadavere di una giovane donna nei sotterranei del filatoio di tal Righi. Il corpo, gettato nel canale, verrà infatti ritrovato di lì a poco. La morta risulta essere una lavorante del Righi, Caterina Pancaldi, e l’esame autoptico dichiara che ha perso da poco la verginità. Partono quindi tre processi: quello per il libello, quello per avvelenamento del marito di Violante e quello per “la putta” trovata nel canale. Mentre si svolgono gli interrogatori, don Tomasso aiutato da Gian Andrea prosegue nella ricerca di ipotesi e indizi per incastrare l’omicida. (da Vallecchi Firenze)

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Brevi note biografiche

Ottavia Niccoli, già docente alle Università di Bologna e Trento, è autrice di saggi su Rinascimento e Riforma editi da Einaudi e Laterza, noti e tradotti a livello internazionale. Questo è il suo esordio come romanziera (da Vallecchi Autore)

L’INTERVISTA di Hans Tuzzi a Ottavia Niccoli

Tu nasci come storica della Riforma e delle sue ripercussioni nella vita italiana del Cinquecento. Intrinseca di Carlo Ginzburg, attenta alla scuola delle Annales, ora esordisci nel genere giallo. Come mai?

Amo moltissimo leggere i polizieschi, che trovo emozionanti (almeno i  migliori), pieni di situazioni variegate, di colpi di scena, ricchi di tocchi ironici e di tracce di vita quotidiana (di nuovo: almeno i migliori), e che quindi non mi annoiano (quasi) mai. Trovo poi che sono anche confortanti, in quanto  di solito finiscono bene, nel senso che la giustizia trionfa e c’è una soluzione che è riconosciuta come VERA. Mentre questo nella vita accade di rado, perché il dubbio, l’incertezza, la delusione sono sempre presenti. Così anche in passato (qualche decennio fa) avevo iniziato un giallo che si svolgeva nel dipartimento in cui all’epoca insegnavo. Sia la vittima che l’assassino che l’investigatore erano miei colleghi, ai quali avevo lasciato nome e cognome reali. Anzi, partecipavo anch’io alla vicenda, ed ero io che trovavo il cadavere; ovviamente dopo i primi capitoli ho lasciato perdere. Ma ora che sono ormai da parecchi anni in pensione, e sento che la voglia di scrivere saggi scientifici declina decisamente, sono ritornata a quella vecchia passione e ho voluto provare. È stato molto emozionante.

Teatro della vicenda è una inedita Bologna negli ultimi anni del XVI secolo. Dico inedita perché ad esempio non sapevo che Bologna fosse allora una città di “vie d’acqua”. Ma perché hai scelto  Bologna?

Perché ci abito, e conosco abbastanza bene gli spazi, le strade, le forme di governo e l’economia della città tra Cinque e Seicento. All’epoca l’industria della seta dava da mangiare a mezza Bologna: erano attivi con vari compiti migliaia di uomini, ragazze e bambini, che lavoravano nei filatoi o in casa propria. E i filatoi utilizzavano grandi macchinari mossi per l’appunto da quelle vie d’acqua. Una di esse, anzi, il canale Fiaccalcollo, scorre tuttora sotto la cantina della casa in cui abito; quando da un buco nel muro l’ho visto correre tumultuosamente e ne ho sentito il rombo, ho deciso che doveva avere una parte importante nel racconto, e così è stato. Sapevo che nell’edificio  – che aveva allora una struttura assai diversa rispetto a quella attuale – era sito all’epoca l’ospizio di San Biagio, un ricovero per i pellegrini, e che all’angolo della strada c’era la spezieria di cui si serviva l’ospizio, e che ora, dopo più di quattro secoli, è la farmacia in cui vado a comprare le medicine. Mi è sembrato anche in questo caso, come tanti anni fa, di essere una testimone degli eventi che raccontavo. Potevo seguire passo passo i personaggi, uno per uno. Diciamo che potevo quasi vederli.

E perché il tuo investigatore è un prete?

Perché avevo deciso che la vicenda aveva il suo fulcro appunto nell’ospizio di San Biagio, e a dirigere un ospizio per i pellegrini poteva ben esserci un ecclesiastico (l’ho chiamato don Tomasso). E dato il contesto storico del 1592 in cui si svolge la storia, e quello dei precedenti decenni, che hanno visto forti tentativi di novità nel mondo della Chiesa e la loro sostanziale sconfitta, potevo facilmente dargli esperienze non lineari e una personalità complessa. Sono proprio alcuni momenti cruciali della sua storia di vita, e le situazioni che ne sono derivate, che gli consentono di arrivare alla soluzione del caso.

Non ha influito nemmeno in minima parte la suggestione di padre Brown, il mite investigatore creato da Chesterton?

No, per nulla, non ci ho affatto pensato (anche se in gioventù ho letto i racconti di Chesterton). Tra l’altro don Tomasso non è affatto mite. Si controlla molto, ma non sempre ci riesce del tutto. Secondo la concezione della medicina del tempo, ha certamente un temperamento sanguigno, e secondo me è anche un po’ collerico.

Chi ha letto i tuoi saggi ritrova qui, ma perfettamente amalgamati nella narrazione, senza nessuna pesantezza erudita, particolari curiosi del tempo. Ad esempio, i medici non toccavano i corpi, che venivano maneggiati da cerusici, cioè barbieri abilitati. Anche la nostra gestualità cambia nei secoli?

Certamente. I gesti sono legati al contesto culturale e politico corrente (infatti ho appena pubblicato un piccolo libro che si occupa proprio di questo tema). Basti pensare a un gesto di saluto fino a due anni fa assolutamente ovvio, come la stretta di mano; secondo alcuni studiosi è possibile collocarne la nascita nei Paesi Bassi di metà Seicento, come segno di solidarietà politica e poi di amicizia e di lealtà. E chissà se questo modo di salutarci sopravvivrà alla pandemia?

Possiamo sperare, noi lettori, che la vita letteraria di don Tomasso non si concluda con “Morte al filatoio”?

Lo spero anch’io. Vedremo!

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la recensione di Salvina Pizzuoli

Annet Henneman

NONOSTANTE. Diari dalle terre di conflitto in Medio Oriente

Prefazioni di Laura Silvia Battaglia (RAI), Stijn Postema e Moni Ovadia

Collana di GEOPOETICA (viaggi e reportage)

Pagine: 220 Prezzo: 15.00, Prospero editore

«Annet, hai incontrato e scelto vittime di ingiustizie, di diritti umani violati, di paesi in guerra. Hai deciso di farci vedere di che si tratta. Hai separato il teatro dalla sua separatezza. Hai tracciato confini irregolari senza preoccuparti delle proteste dell’arte. Molti non hanno riconosciuto quel che facevi. Hai saputo resistere e continui a farlo per non essere sopraffatta dall’indifferenza e dall’irriconoscibilità. L’intelligenza nell’arte del resistere è stata la tua dote principale, più ancora della tua tecnica artistica. Per questo ti siamo grati.» Eugenio Barba (Odin Teatret).

Diari, foto e riflessioni su ventitré anni di permanenze in territori di conflitto: Iraq, Kurdistan turco e iracheno, Egitto, Palestina, Iran, Giordania. Tutto ha avuto inizio con il voler raccontare la vita quotidiana di chi vive isolato in situazioni di guerra, occupazione, oppressione, tramite rappresentazioni che mettono l’informazione giornalistica sul palcoscenico: il cosiddetto “teatro reportage”.

Ma da queste esperienze lavorative non è nata solo la raccolta di storie di vita delle persone conosciute negli anni che qui si riporta, ma anche una serie di relazioni intime e famigliari, tenute vive dal racconto quando si è lontani e dall’appagante sensazione di “ritorno in famiglia” quando si riesce nuovamente ad abbracciarsi.

Annet Henneman (Velsen – Olanda, 1955), laureata in arte drammatica, ha fondato insieme ad Armando Punzo l’associazione Carte Blanche e La compagnia della fortezza a Volterra. Nel 1998, sempre a Volterra, ha fondato la compagnia Teatro di Nascosto (Hidden Theatre), che dal 2000 mette in scena lavori di “teatro reportage” con attori provenienti da Medio Oriente ed Europa.

Le pagine più visitate di tuttatoscanalibri nel mese di novembre 2021

Alessia Gazzola e la nuova trilogia con Costanza Macallè

Fabio Leocata “La gentilezza vola lontano”

E. Lee Masters “Antologia di Spoon River“

Libreria Cortinovis a Livorno, libri rari e usati

Juan Gòmez-Jurado “Regina rossa”

Jorge Luis Borges “L’Aleph”

Costanza DiQuattro “Donnafugata”

Pia Rimini una scrittrice riscoperta

Elsa Moranre “La Storia”

Maria Pia Ammirati “Vita ordinaria di una donna di strada”

Primo Levi “Se questo è un uomo”

“Le scrittrici della notte” a cura di Loredana Lipperini

Patrick Modiano “Inchiostro simpatico”, presentazione

Jean Eyben, protagonista e voce narrante del romanzo, è ed è stato alla ricerca della giovane e misteriosa Noëlle Lefebvre, la donna scomparsa, un caso insoluto, che riecheggia dal passato nel presente, un’ indagine irrisolta dell’allora ventenne praticante detective, a metà degli anni ‘60: pochi frammenti, pochi indizi fino a venire in possesso, in modo fortuito, dell’agenda di Noëlle, ma anche qui elementi troppo scarsi; la rinuncia a continuare a cercare diventa inevitabile sebbene a distanza di tempo alcuni indizi poco chiari o poco rivelatori riappaiano e riemergono in una prospettiva diversa, tra ricordo e dimenticanza.

Il titolo è emblematico: come l’inchiostro simpatico è una scrittura coperta, così il passato riemerge coperto a tratti tra la memoria e l’oblio.

Traduzione di Emanuelle Caillat

“Per un investigatore un caso irrisolto è sfida, rimorso, tormento, fantasma. Forse per questo Jean Eyben, che da giovane ha lavorato presso l’agenzia di Hutte, custodisce ancora il fascicolo sulla scomparsa di Noëlle Lefebvre. Pochi dettagli, sbiaditi dal tempo, che riportano Jean sulle ingannevoli piste seguite nella speranza di ritrovare quella donna misteriosa. Anche a distanza di anni, Jean continua a raccogliere indizi inattesi per le strade di Parigi, tra le righe dell’agenda di Noëlle, negli abissi della memoria. Ma la chiave per scoprire la verità sembra scritta con l’inchiostro simpatico: perché si riveli, Jean dovrà cercare la formula giusta. Nei suoi ricordi”.(dal Catalogo Einaudi)

Patrick Modiano è nato nel 1945 a Boulogne-Billancourt. Tra le sue opere tradotte in italiano ricordiamo i romanzi Via delle botteghe oscure (pubblicato in Italia da Bompiani), vincitore del Prix Goncourt 1978, Dora Bruder (Guanda) e, pubblicati con Einaudi, Un pedigree, Bijou, Nel caffè della gioventú perduta, L’orizzonte, L’erba delle notti, Perché tu non ti perda nel quartiere, Incidente notturno, Dall’oblio piú lontano, Ricordi dormienti, Inchiostro simpatico, la raccolta di racconti Sconosciute, la pièce Il nostro debutto nella vita. Nel 2012 gli è stato assegnato il Premio Bottari Lattes Grinzane. Nel 2014 è stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura con la seguente motivazione: «Per l’arte della memoria con la quale ha evocato il destino umano piú inafferrabile e fatto scoprire il mondo vinto sotto l’occupazione».(da Einaudi Autori)

Madeline Miller “Circe”, presentazione

La scrittrice americana Madeline Miller vincitrice dell’Orange Prize con La Canzone di Achille, torna a proporre in questo secondo romanzo una figura mitologica, Circe. Pubblicato nel 2018 anche questo secondo romanzo è stato finalista per il Women’s Prize for Fiction ed è stato tradotto in molte lingue tra le quali l’ italiano da Marinella Macrì dall’inglese americano, come si legge nel colophon dell’edizione Marsilio.

Protagonista è la ninfa Circe che si racconta: suo padre era Elios dio del sole e sua madre la bella Perseide, figlia di Oceano, anch’essa una ninfa, una divinità minore, una naiade, “guardiana di fiumi e sorgenti”:

”Crebbi in fretta. La mia prima infanzia fu questione di ore, la seconda di pochi istanti. Una zia si trattenne sperando di entrare nelle grazie di mia madre e mi diede nome Circe, sparviera per via dei miei occhi gialli e del suono insolitamente flebile del mio pianto”.

Una figura mitologica tratteggiata e indagata dall’autrice come protagonista e non più come oggetto della storia raccontata da Odisseo: eccentrica e indipendente, amante più del mondo mortale che del mondo in cui è nata, dea dalla voce umana capace di empatia, di entrare in completo contatto con l’umanità e di averne compassione:

“[…] Agli altri non è gradita la mia voce. Mi dicono che assomiglia al grido di un gabbiano. […] Non sembri un gabbiano. Hai la voce di un mortale[…] La maggior parte degli dei ha voci simili al tuono e alla roccia[…] a volte le ninfe minori nascono con voce umana. Tu sei una di loro”

“[…]Poggiando su una solida conoscenza delle fonti e su una profonda comprensione dello spirito greco, Madeline Miller fa rivivere una delle figure più conturbanti del mito e ci regala uno sguardo originale sulle grandi storie dell’antichità”.(da Marsilio Editori)

Madeline Miller è nata a Boston, ha un dottorato in lettere classiche alla Brown University; ha insegnato drammaturgia e adattamento teatrale dei testi antichi a Yale. Il suo ultimo lavoro rilegge in chiave attuale il mito di Galatea, pubblicato recentemente da Sonzogno.

Il racconto della domenica

Nel distretto di Scollam

Uno scollo provocatore e il mistero della testa scollata

Dico sempre a me stesso che nelle faccende umane non è il caso di usare il superlativo assoluto, ma solo il relativo: anche quando alcune vicende degli uomini sanno stupirti non è il caso di profondersi in giudizi perentori e illimitati, perché c’è sempre un poi e anche un dopo.

Quanto ho visto e vissuto nel territorio di Scollam non ha niente di umano; si ciancia tanto su mondi paralleli e alieni, ma li abbiamo in casa e non ce ne accorgiamo, anzi vogliamo convincerci che siano di questo mondo.

A Scollam dopo le 5 della sera e durante la stagione estiva, camminando per le strade incontri pochi o molti esseri viventi, posso definirli anche umani, perché umani sono in tutto e per tutto, con un particolare che li differenzia da tutti gli altri: hanno la testa scollata dal collo.

No, non fluttua come un palloncino sopra i loro colli, ma è proprio scollata dal resto e ciascuno la porta, si fa per dire, sotto il braccio, a destra o a sinistra. Il braccio circonda completamente la testa dell’individuo che la sorregge con la propria mano. L’effetto è in un primo momento sconcertante, poi ci si fa l’abitudine e non ci se ne accorge più.

Le bocche ti salutano e ti parlano in quella posizione, proprio come se fossero al loro posto. Lo sconcerto aumenta nuovamente quando al mattino ciascuno indossa la propria testa e va a svolgere le proprie mansioni quotidiane. Alle 5 pomeridiane, quasi un gong suonasse, le popolazioni di Scollam, senza versare una sola goccia del proprio sangue, passano la propria testa sotto il proprio braccio.

L’ho fatta tanto lunga perché ogni volta che ricordo quel che ho visto lo devo richiamare dalla memoria senza fretta altrimenti stento ancora a credere di aver visto e vissuto a Scollam ciò che ho visto e vissuto.

Se chiedete agli abitanti di Scollam come sia possibile il fenomeno, rispondono che a loro viene insegnato sin dalla culla perché se non impari bene, rischi di restare “scollolato” , come dicono nella loro lingua, per sempre ( anche questa è un’espressione abusata, non è chiaro cosa significhi, ma questa è un’altra storia che meriterebbe una digressione) intendendo non solo con la testa lontana dal collo, ma, sebbene sul collo, non del tutto “incollolata”.

In molti mi hanno spiegato, incalzati dalle mie domande, che visitatori di passaggio avevano voluto provarci, ma che non c’erano riusciti. Alla mia richiesta di ulteriori chiarimenti avevano specificato che ci si accorgeva del mancato “incollolaggio” perché, dopo aver rimesso le teste sul collo, gli scollolati si comportavano come se non avessero messo la propria testa sul proprio collo, ma la testa qualsiasi sul collo qualsiasi. Quando volli indagare più approfonditamente sulle motivazioni dello “scollolamento”, furono evasivi e si mostrarono poco propensi a risposte esaurienti. Mi dissero che era necessario, che non si poteva restare sempre incollolati, che d’estate faceva troppo caldo; insomma, mi imbandirono un sacco di scuse più che spiegazioni. Non mi rimase che stare a guardare e cercare da solo di scoprire il mistero; ma questa è un’altra storia, quella di scollo discreto e senza scollo, collo lungo e senza collo.

Scollo discreto e senza scollo, collo lungo e senza collo

La faccenda non è così semplice come potrebbe sembrare in un primo momento perché esistono vari modelli di scollo: lo scollo o, come dicono gli Scollamesi, lo scolcollo discreto, ma anche il senza scollo, ormai raro e lo scollolato sempre, molto di moda. Questo significa che non tutti gli abitanti praticano questa funzione. Alcuni solo occasionalmente, altri sempre, altri mai.

Questi ultimi non hanno mai voluto rispondere alle mie domande, limitandosi, quelle poche volte che sono riuscito a comunicare con loro, ad accennare un sorriso gentile sulle labbra, appena abbozzato, ma chiaro ed evidente, quasi una canzonatura leggera.

Più pronti a dare spiegazioni, ma senza effettive e precise risposte sono i praticanti dello scollo occasionale o discreto. L’unica cosa chiara è che non essere praticanti implica una specie di radiazione dalla comunità. Se non ho capito male o ti scolcolli o non sei ritenuto un membro a tutti gli effetti. Ecco perché molti hanno scelto di scolcollarsi sempre.

In realtà, se si appartiene ad una comunità anche secondo me occorrerebbe condividerne le leggi e le regole, ma se le leggi sono astruse, mi sono chiesto, è sempre dovuto?

Questo il vero mistero; io alla fine sono rimasto perplesso e con molte domande senza risposta.

Nella pratica giornaliera, la situazione è ancora più complessa. A distanza di anni si stanno notando delle mutazioni genetiche che preoccupano la comunità di Scollam. Molti neonati nascono col collo lungo, lungo a dismisura ed altri con il collo corto, cortissimo, quasi inesistente. I primi, sebbene deformi, sono bellissimi; i secondi, con quelle teste quasi schiacciate tra le spalle, sono solo sformati. I paragoni con il mondo della natura o dell’arte sono stati notevoli per i primi e tutti ammirati: un cigno, un modigliani, una giraffa, ma anche paragoni meno scontati come un Erketu ellisoni, il dinosauro dallo spettacolare collo, oppure donna Kayan come le donne africane dal collo inanellato.

La trasformazione quindi non è stata vissuta né dai genitori, né dagli stessi, una volta cresciuti, come un tratto da rifiutare; diverse le considerazioni per i secondi per i quali non c’è stato nemmeno il tentativo o la ricerca di esemplari di riferimento o addirittura sforzi o la ricerca di teorie forzatamente inclusive per contemplarli tra gli umani.

Si sono quindi via via ghettizzati; vivono in comunità separate e sono quasi violenti. Tutta la loro rabbia si scatena nei confronti dei colli lunghi che malauguratamente varcano i loro confini, non del tutto delimitati; li aggrediscono mordendoli sul collo, ma poi interrogati sulle molestie inflitte, non sanno spiegare questa loro manifestazione, ma adducono come unica ragione il fatto che gli aggrediti siano dei colli lunghi, e tanto basta.

I colli lunghi a loro volta si sentono sempre più dei privilegiati dalla natura e guardano quasi con disprezzo i senza collo. Le loro comunità sempre più separate sono ormai inconciliabili.

Nel mio girovagare ho sempre avuto occasione di vedere aggregazioni umane in lotta tra loro, spesso perenne e atavica e della quale si è perduta la radice. Anche le collettività di Scollam mi sembrano avviate su questo percorso senza ritorno. Insomma, lo scolcollo ha avuto alla lunga delle infauste conseguenze: sono stati generati dei mostri; anche questa è vero è un’espressione abusata e meriterebbe una digressione, ma faccio per capirsi, nel senso che insomma nessuno glieli invidia; i mostri o si invidiano o fanno paura; e poi io, dopo che ho guardato ma non ho ben capito il perché dello scolcollo, se in un primo momento avrei voluto provare, ora me ne guardo proprio bene.

Nel mio lungo girovagare, iniziato quando ero ancora molto giovane, ma questa è una storia che racconterò dopo, ho avuto la possibilità di imbattermi in misteri spesso analoghi che, quando ne racconti uno, gli altri vengono su, uno dopo l’altro come le ciliegie da un canestro.

A proposito di colla e scolla, anche i misteri sono incollati.

Da Salvina Pizzuoli Il Viaggiastorie. Racconti fantastici

Charlotte Brontë “Il sortilegio con Il trovatello”. Racconti inediti. Cura e traduzione di Francesca Rizzi.

Pubblicati per la prima volta in Italia i due racconti sono stati scritti in età giovanile, a diciassette e diciotto anni, e fanno parte della saga iniziale di Glass Tower, sviluppatasi poi nei leggendari regni di Angria, Wellingtonsland e Verdopolis, che vide i fratelli Brontë impegnati nella scrittura prima insieme, Anne Emily Charlotte e il fratello Branwell, poi i due più grandi Charlotte e Branwell e Emily insieme ad Anne, tra il 1829 e il 1839. Il trovatello racconta come Edward Sidney trovi le sue origini a Glass Tower e inizi una nuova vita, mentre Il sortilegio narra del fratello gemello del re di Zamorna, mitico personaggio di un mondo fantastico creato dalla fantasia da Charlotte Brontë.

“Amore, passione, gelosia, intrighi politici e familiari, ma anche magia e una preziosa rappresentazione delle classi sociali e della condizione dei bambini: un libro grazie al quale ripercorrere i primi, decisivi passi della grande romanziera e conoscere meglio l’incredibile mondo a cui ha saputo dar vita”.( da Edizioni Clichy)

Charlotte Brontë nasce a Thornton, nello Yorkshire, Inghilterra, il 21 aprile 1816, terza dei sei figli di Patrick Brontë, pastore protestante di origine irlandese, e Maria Branwell, insegnante in una scuola religiosa: oltre a lei ci sono Maria, Elizabeth, Patrick Branwell, Emily (che fra tutti diventerà la più celebre, grazie al suo romanzo Cime tempestose) e Anne. Orfana di madre dall’età di cinque anni, inizia la sua attività letteraria fin da giovanissima, nel 1826, insieme alle sorelle e al fratello, creando la Glass Town Saga e il regno di Angria. Nel 1847 viene dato alle stampe Jane Eyre, il suo capolavoro, con lo pseudonimo di Currer Bell, a cui seguirà poi la pubblicazione degli altri suoi romanzi: Shirley (1849) e Villette (1853). Affetta da tubercolosi, muore a Haworth il 31 marzo 1855, incinta del suo primo figlio.(da Clichy Edizioni, Autore)