Omaggio a Javier Marías (1951 – 2022)

Ha iniziato a scrivere romanzi a diciannove anni con I territori del lupo e con Un cuore così bianco del 1992 è entrato tra gli scrittori più letti e più tradotti (quaranta traduzioni e oltre due milioni di copie vendute); gli ultimi due, Berta Isla (la presentazione su tuttatoscanalibri) e Tomás Nevinson, il secondo seguito dell’altro: perché “Marías — che usava solo una «bussola» e non aveva già in testa il destino dei suoi personaggi mentre iniziava a scrivere — era «curioso di sapere», proprio come noi, che «fine avesse fatto» il marito della protagonista del suo penultimo romanzo” così scrive Paolo Legri ( Il Corriere 12 settembre ’22)

Il suo ultimo romanzo

Ma cos’è la “bussola”?

Un autore, spiega Lepri, che costruiva un rapporto particolare con i propri personaggi.

In un recente incontro, virtuale, con Claudio Magris, in occasione del premio von Rezzori i due scrittori si sono scambiati pareri e riflessioni sulla letteratura e sulla creatività; è qui che Marías esplicita il suo metodo: Ci sono tanti scrittori – dice – che hanno già deciso esattamente cosa succederà a ogni personaggio. Io invece, scrivo con una bussola. Non è che non sappia esattamente dove voglio andare: voglio andare verso il nord, e questo me lo permette la bussola, ma non conosco davvero la strada che percorrerò. E allora comincio e poi faccio una cosa assurda: non cambio mai nulla dei miei romanzi. Se nella prima versione a pagina 20 ho detto qualcosa e poi mi rendo conto a pagina 200 che mi conveniva dirne un’altra, invece di cambiare come fanno quasi tutti gli scrittori, mi attengo a quello che è scritto, come si attiene uno a quello che ha vissuto: mi governo per lo stesso principio di conoscenza che regola e governa la vita.

Autore di quattordici romanzi e di molte traduzioni e degli articoli settimanali scritti per El País, come ogni scrittore annoverava tra i testi quello cui era particolarmente legato: Tutte le anime, ambientato a Oxford, dove aveva insegnato, anche Vite scritte, (su tuttatoscanalibri la recensione) brevi ritratti di scrittori, ma riteneva Il tuo volto domani il suo libro migliore.

Autore anche di un’interessante raccolta di racconti Tutti i racconti , (la presentazione su tuttatoscanalibri) trenta in totale, organizzati dallo stesso autore in “accettati” e “accettabili”.

Una simpatica curiosità: Marías era re di Redonda con il nome di Xavier I dal 1997. La piccola isola delle Antille esiste nella realtà ma nell’immaginario era diventata il regno delle Lettere da dove il re, dall’alto della sua carica, conferiva titoli: tra i beneficiari Francis Ford Coppola, Alice Munro ma anche Claudio Magris, dal 2003 duca di “Segunda Mano” e Paolo Lepri, cittadino onorario.

Omaggio a

Leonardo Sciascia

“[…] non ballò mai, non diede mai un calcio a un pallone, non guidò un’auto, non mise piede su una barca da diporto, non fece un bagno di mare. Ma sapeva leggere, quest’uomo, i segni del tempo ( o forse era condannato a farlo): ecco il suo precoce prestigio, la sua fama di “profeta”[…] è stato soprattutto uno scrittore. Capace con la sua sapienza narrativa, di restituire il primato alla letteratura: come unica forma di verità possibile. Con i suoi romanzi e racconti, con le sue “riscritture”, Sciascia ha detto più cose dell’Italia e degli i italiani che non biblioteche di saggi messi insieme. (da Matteo Collura “Il maestro di Regalpetra. Vita e opere di Leonardo Sciascia”)

Leonardo Sciascia (1921 – 1989), siciliano, era nato l’8 gennaio 1921 a Racalmuto, un grosso borgo tra Agrigento e Caltanissetta con un’economia basata sull’estrazione dello zolfo e del sale. Dopo aver conseguito il diploma magistrale lavora prima come impiegato e successivamente come maestro elementare. Da questa esperienza nasceranno Le parrocchie di Regalpetra (Bari 1956) che, come egli stesso ebbe a segnalare, segnarono l’inizio della sua attività di scrittore. Il suo esordio letterario avvenne nel 1961 con il romanzo Il giorno della civetta una storia di mafia che denunciava, in base alla sua convinzione sul compito dello scrittore, un male proprio della realtà siciliana. Ed è fino alla fine degli anni ‘60 che questo diviene tema privilegiato di Sciascia, un tema poco affrontato allora in letteratura e anche poco conosciuto e indagato. Seguirono A ciascuno il suo del 1966, Il contesto, del 1971, Todo modo nel 1974 e Una storia semplice del 1989. Nel 1967 lasciò l’insegnamento e si trasferì a Palermo collaborando con Il Corriere della Sera. È con Il contesto (1971) che la denuncia dei mali della società si allarga a livello nazionale dove, toccando i temi del potere e della giustizia, denunciava connivenze tra associazioni criminali e istituzioni e ogni forma di autoritarismo, denuncia che trova il suo apice con il romanzo Todo modo (Torino 1974): attraverso la struttura del giallo, traccia un’immagine impietosa del sistema politico italiano e del potere democristiano. Accanto alla scrittura narrativa anche quella di saggista, attività e interesse iniziato già prima del suo esordio in campo narrativo con collaborazioni a quotidiani e riviste letterarie di ogni parte d’Italia, dopo una prima fase (1944-51) limitata ai soli periodici siciliani, sui quali continuò a scrivere, come su L’ora quotidiano di Palermo, con assiduità.

Copertine di vecchie edizioni Einaudi

e anche :

su mangialibri le recensioni ai romanzi

su consigli.it la presentazione di alcuni romanzi

Matteo Collura “Il maestro di Regalpetra. Vita e opere di Leonardo Sciascia”

e per Sciascia saggista:

Opere a cura di Paolo Squillacioti, Adelphi

E anche

Omaggio a:

Elsa Morante

Italo Calvino

Curzio Malaparte

Raffaele La Capria

Hans Tuzzi e l’ultimo Melis

Luis Sepulveda

Luis Zafon

Alberto Moravia

Omaggio a

Hans Tuzzi e l’ultimo Melis: Ma cos’è questo nulla?

di Alberto Genovese

Primo verrebbe il titolo, ma perché non ci si smarrisca nelle tante ragioni della primazia che le assegna il recensore, occorre il preambolo di una storia. Che è questa. Norberto Melis, disilluso questore in pensione (e qui il “nulla” del titolo diviene metafora crepuscolare di un uomo che vive la sua solitaria scepsi, come pure di un personaggio che si congeda dai lettori: «… avrebbe voluto aggiungere: io non ho più sogni, ho solo incubi»), accetta con qualche riluttanza un incarico ufficioso. Si tratta di scoprire chi ha strangolato, molti anni prima, una giovane donna di modesta estrazione sociale. Nonostante diligenti indagini, l’autore del delitto rimase ignoto e il fascicolo processuale venne archiviato. L’esigenza di giustizia è meno nobile di quel che sembra, di italico contorcimento, piuttosto. Otto anni prima, infatti, ai tempi dell’omicidio, i sospetti si addensarono su un giovane studioso, divenuto nel frattempo economista di fama, vicino al principale partito d’opposizione e ideale ministro in pectore. Scovare il colpevole varrebbe ad affrancare il futuro ministro da quella macula e a facilitare la nascita di un nuovo governo. Per questo Melis dovrà agire sotto copertura, esibire una falsa identità (però non cambierà le sue iniziali: da Norberto Melis a Nereo Mani), rapportare all’eminenza (grigia e forse onesta) che lo ha ingaggiato. Sarà per tutti un giornalista che vuol scrivere un libro su quel delitto di cui nessuno vorrebbe più sentire parlare. Però, in fondo, il suo ruolo non muta più di tanto: è pur sempre un’indagine, compiuta per un senso del dovere che non abbandona il questurino sull’orlo della misantropia («noi vivi no, noi dobbiamo punire la colpa per vivere nella certezza del diritto»). Alla fine il colpevole verrà consegnato nelle mani del lettore («perché il mondo è imperfetto e per nostra fortuna anche i farabutti e gli psicopatici compiono errori»). La data del pregresso omicidio è una mollica di sciarada che l’autore fa cadere dalle pagine: 1986, sei febbraio. Nel 1986 si conclude il processo ad Autonomia Operaia, inizia il maxi-processo a Palermo, Berlusconi compra il Milan. Dove il principio e dove la fine? Di chi e di che cosa? E poi: quel 6 febbraio è il giorno in cui la chiesa cattolica ricorda un santo Melis, vescovo di Ardagh. Melis, appunto… (E se invece non fosse uno di quei lampi di buonumore e di criptiche facezie, non estranei allo stile di Hans Tuzzi? Beh, allora, con una possibilità su 365… ci sono più cose in cielo e terra eccetera). Importa molto il teatro dell’indagine e del delitto: Bressanigo, paese immaginario di un nordest reale, metonimia del degrado morale di un’intera nazione, che preferisce non dire e non sapere, disposta al delitto pur di sigillare i suoi segreti. Proscenio di una tragica mutazione antropologica e sociale. E già il Nulla ci tallona…

Primo viene il tiolo. Ma cos’è questo nulla? Anche se Hans Tuzzi non è nuovo ad apostrofi seduttivi, un titolo siffatto risuona singolare per un romanzo poliziesco. Se non si conoscesse la bibliografia dell’autore e se la copertina fosse muta di immagini, lo si potrebbe equivocare per un testo di filosofia. Quel Ma, insignificante studiatissimo monosillabo, conferisce al titolo una questua interrogante, un’invocazione, un tarlo della mente. Se i destinatari della domanda sono i filosofi, chiunque la ponga si trova a mal partito. Già ai primordi della filosofia Parmenide mise in chiaro (si fa per dire) il busillis con quel suo perfido e icastico “L’essere è, il non essere non è”, che a noi liceali sembrava una panzana tautologica. Fu invece un big bang il cui rumore di fondo, nei secoli avvenire, non si è attenuato, e di testo in testo, ha turbato il sonno ai giganti del pensiero. (Le filosofie orientali sono invece – come dire? – più liberali verso il Nulla, ci convivono civilmente da millenni.)

Ma Hans Tuzzi, come tutti i romanzieri, non scrive le sue storie con intenti noetici. La filosofia è logos, discorso; la letteratura è narrazione, vicenda. Poi però, filosofia e letteratura, diversi per ambito ed espressione, condividono l’indeterminatezza del contenuto: “discorso” su cosa? “narrazione” di che? E si capisce: l’umano, che è l’argomento che li sostanzia entrambi, è per sua natura così vasto e molteplice che né della filosofia né della narrativa (e quindi del romanzo, con buona pace dei critici necrofori e millenaristi) si intravede una fine. Fra tutte le forme di riflessione sulla condizione umana, nessuna come la letteratura ha un così stretto legame con la vita. L’Essere del romanzo è l’essere che ”sta nella vita”.

Uscito da un insondabile principio (che è cosa di filosofi), la narrazione è della vita scolio ed esegesi, invenzione e profezia, la sua mimesi e tutti i suoi possibili altrove. Epos immenso, riluttante (va sempre ricordato, e mai abbastanza!) a qualsiasi norma ed estetica che non sia la segreta compiutezza del singolo libro. Se dunque la letteratura è vicenda, come potrebbe torcere il viso di fronte al più inquietante aspetto “dell’esistere nel tempo”: il Nulla, lui, l’Avversario di tutte le forme della consistenza? E infatti la letteratura non se ne è mai astenuta, anche suo malgrado, anche senza averne coscienza, persino a volere il contrario: arte fatta di tempo – “il narrato” – è costretta fra gli estremi di quel segmento: ciò che nasce (C’era una volta…) e ciò che non ci sarà più (Fine).

Dunque prima viene il titolo. Incipit temerario, Ma cos’è questo nulla? accetta di farne argomento di narrazione, con un duplice rischio: l’esplicitazione ambiziosa della quaestio – che obbligherebbe l’autore a teorizzare, che è altra cosa dal raccontare – e la forma inospitale del romanzo, che non può ambire a traguardi ontologici. L’apparente antinomia narratologica, suggerita dal nulla filosofante del titolo, si dissolve e si risolve nella lettura: il Nulla è la terra guasta di una ricca provincia, spossata da un benessere molle, furiosa ancora di appetiti ma senza più desideri. Una sorta di IT unghiuto sale invisibile dalle caditoie, avvolge e inaridisce le coscienze, le conduce allo smarrimento dei valori della civiltà. È il tramonto del mos maiorum: il senso civico, il rispetto delle leggi, la rettitudine e quant’altro tiene salda una comunità, la fa humanitas, e conferisce alla vita quel minimo sindacale di senso che ne possiamo ricavare. Tutto questo vacilla, e Hans Tuzzi dà a questo sgretolarsi (“lo svilirsi della grammatica della civiltà”) l’attributo di “nulla”, che dunque non è il nulla dei filosofi, non è un concetto, bensì un’apostrofe di politica civiltà.

Il giallo si snoda lungo due piani: l’uno, tradizionale, che esige un colpevole (e in questi tempi di confusa trasformazione si sarebbe tentati di spiegare la rinascita e il successo del romanzo poliziesco con l’urgenza del ripristino di un ordine delle cose, sia pure libresco, momentaneo e circonstanziato); l’altro, di più ineffabile natura, va alla ricerca di un mandante occulto. E affinché questo secondo piano di narrazione non sfugga al lettore, l’autore gli fornisce alcuni indizi “dichiarativi” su quale sia la sostanza del suo romanzo. Ognuno di essi coglie del Nulla, fra i tanti possibili, un aspetto e un’intonazione.

Così Melis – l’investigatore colto e riflessivo che si è conquistato un pubblico raffinato e di letture trasversali nel corso di sedici titoli e diciotto inchieste – riassume con eloquente brevità l’impressione che ricava dal primo colloquio che dà inizio alla sua ultima indagine:

«… società perbenista e carnale, formale e volgare, una società che (…) annullava la vita. E cos’è, questo nulla? Denaro, e successo, e potere. Nulla, a ben vedere, nulla».

È la vanitas vanitatum di Qohelet, vanitas che declinata nel tempo di una società crapulona degrada l’umano desiderio ad appetito animale, rompe gli argini della riflessione critica su sé stessa e trasforma la polis in uno sregolato insieme di egoismi. Senza un fine. Ineleganza, vacuità, null’altro. Elementi già delineati in Vanagloria, del 2012 (il primo romanzo non poliziesco dell’autore, a cui è seguito, nel 2020, Nessuno rivede Itaca), ambientato, ricorda bene chi l’ha letto, in una Milano distopica, affresco espressionista e dolente dei tic edonistici. Questo sorriso mesto dinanzi alla dissoluzione del paese è un motivo ricorrente nella narrativa di Hans Tuzzi, anche nei suoi romanzi polizieschi. Sempre, infatti, in ciascuno di essi – e qui più che altrove – si trova un improvviso incedere a passi tardi e lenti sulle rovine civili. Questo sentimento di offesa e di rimpianto, diventa in Ma cos’è questo nulla il recondito compimento di un personale manifesto letterario sul suo scrivere libri: cos’è e che fare di questo presente che ha gettato nella polvere la nobiltà, reale e romanzesca, di molti valori (la dignità dell’agire, il compimento del dovere, l’integrità morale, l’onore dei giusti, l’educazione alla bellezza…) che hanno fondato la civiltà dell’Occidente e giustificato la stessa letteratura? Ci è compagno in questa considerazione un eminente personaggio del libro, che mentre si trova sulla scala mobile di una metropolitana (un luogo vale l’altro) così va ragionando fra sé:

«Che cosa resta, all’uomo?» si chiese. E ricordò: quello, sì, era il titolo scelto da Dumas per l’ultimo capitolo del Visconte di Bragelonne, la fine dell’epopea. Recitò le parole immortali: «L’onore, la forza e il coraggio erano morti. Solo l’astuzia era sopravvissuta».

Ci perdonerà l’autore, che ama le divagazioni, la licenza a questo punto, di una glossa. Il recensore se ne assume la responsabilità, ma chiama a correo Hans Tuzzi, inconsapevole istigatore. È la crisi della civiltà, intesa come ethos socio-culturale, che conduce al Nulla, o era insito nell’uomo un Nulla più radicale che non poteva non avere come esito ultimo che la fine della finzione romanzesca dell’alto sentire? È certo che la letteratura intima all’umano più domande di quanto non vorrebbe porsene. L’inquietudine della riflessione è il prezzo del riscatto dalla vanità dei giorni. E tuttavia: è possibile che oltre a questo la letteratura abbia creato – tempo per tempo, in mormorato dissidio con quel tempo – un mondo ideale di tenace inesistenza, mondo abitato dai Fedeli di Amori e Cortesie, e da quanti altri sentimenti e nobili intenti vi siano in un romanzo, che nel romanzo vincono quand’anche perdono? Ed è possibile che un modello di regole sognate e di princìpi vagheggiati, pur assunto nell’anima come consapevole illusione di realtà, sia diventato, quel modello, una società sommersa, minoritaria ma testimone, che ha temperato per secoli (quanti? quali?) rozzezza e disonori? Sì, può essere. Anzi è avvenuto. Sin quando i tempi non sono stati avversi, i libri hanno formato gli spiriti, i loro personaggi sono stati guide morali. Gli stessi romanzi andavano componendo uno dopo l’altro un’ideale, rispetto al quale noi andavamo comparando il più e il meno di ciò che noi eravamo e potevamo essere. Ora, poiché la vera arte nasconde l’arte (ars est celare artem), questi sentimenti sono trascorsi in silenzio dentro di noi, il tempo di un breve fremito che non desse modo di ragionare su causa ed effetto. E dunque, se la letteratura ha avuto come fonte la vita, la comunità dei lettori ha fatto della vita il teatro della letteratura, invertendo il processo di imitazione. E oggi? L’avvento di un’umanità sconfinata e inafferrabile, senza volti a cui chiedere conto, travolta dall’agire insonne, ormai posseduta dall’Avere famelico, sordastra ad ogni richiamo responsabile (“Dov’è, o uomo, la tua fraterna sostanza, l’Essere?” – “Non lo so. Sono forse io il custode dell’Essere?”), ha eradicato la condizione di un agire secondo mimesi romanzesca. Sarebbe allora questa, adesso, la morte del romanzo? Ci tocca dunque rinsavire come Don Chisciotte? Fin dove e fino a quando letteratura e realtà si sono contese la mente dell’uomo?

Ma ritorniamo al Nulla che assume, per bocca di un personaggio femminile dal passato gaudente e generoso (Marina Pinotti, detta Gradiva o anche Tetta Bumbum: sulla giocosità tuzziana ci torneremo), i contorni di un nichilismo esistenzialista:

«Oltre questa cosa che chiamiamo vita, e che rendiamo un nulla. Che cos’è questa vita? Che cos’è questo nulla?».

C’è poi nel libro un singolare personaggio al quale l’autore, per bocca di Melis, tributa la stima della compostezza, e quindi lo sottende come antitesi al deserto delle qualità, sia pure con qualche fremito faustiano.

«…era vecchio. Ma dritto e saldo, e bello di una bellezza perversa, e in pace… emanava una forza e un fascino, una particolare bellezza e una silenziosa autorità ch’egli raramente aveva avuto modo di percepire in un altro essere umano».

È Beniamino Bratti, fondatore e carismatico conduttore di una setta di “rinascita” di cui faceva parte la vittima. Un ottimo candidato al ruolo di strangolatore, o piuttosto, come gli piace raffigurarsi, una guida benefica

«per l’insoddisfatta tristezza di quelle anime irrisolte, arrestatesi a mezzo nel loro sviluppo, incapaci di creare qualcosa eppure desiderose di farlo, velleitarie deboli e irrequiete».

È il personaggio a cui Tuzzi dà ampia parola. Verbo sincretista, misto di non dozzinali conoscenze, declinate tuttavia in una saggezza più che altro oleografica, di fragile noesi, nella cornice di una certa nobiltà di espressione. L’autore sta sull’uscio del suo personaggio, appare e scompare, gli presta (e poi se la riprende) la sua consumata eleganza calligrafica, il che rende il guru a riposo pencolante fra verità e contraffazione (i più affezionati lettori di Tuzzi si ricorderanno del tema portante di La morte segue i Magi), fra l’”esserci” e “il farci”, cifra di molta letteratura. Ed è proprio il Bratti che sta scrivendo un libro sul Nulla (che quindi replica al livello di finzione ciò che l’autore va scrivendo nel suo libro). È a lui che tocca un breve monologo dichiarativo sull’argomento. Un assolo sincretistico, quanto basta per non essere filosofico e anti-narrativo, e dunque credibile nell’intaglio del personaggio.

«Un libro sul Nulla, il mondo delle cose che potrebbero essere e non sono. O, più esattamente, sul concetto di Vuoto. Pensi al concetto di vuoto nel buddhismo: il sunya non è il nostro nulla, ma lo spazio carico di possibilità al fondo dell’essere eterno e immutabile oltre le mutevoli apparenze del mondo fluttuante, e, del resto, pensi ad architettura musica danza canto: il vuoto, il nulla è l’indispensabile atto di sospensione che accompagna il movimento, il flusso. È necessario al tutto. Tutto inizia col Nulla e si conclude nel Nulla. Cosa vi è di più intangibile del Nulla?».

È una sorta di mise en abyme, un reciproco rispecchiarsi: dell’Autore sul Personaggio, che a sua volta rimanda le sue parole all’Autore, e dall’Autore al titolo stesso del romanzo.

Che il Nulla sia la spina creativa di questo poliziesco lo attesta pure il ricorso all’anafora

«Anche l’edificio in sé non aveva nulla della villa veneta: nulla di palladiano, nulla di rinascimentale, nulla di settecentesco. Nulla di socievole e mondano.»

«… si era raddrizzato, e aveva spento la lampada.

«Nulla?»

«Nulla».

(…)

Melis aveva riacquistato equilibrio. Ma la bocca era

arida.

«Quanto le devo?»

«Nulla».

«Ma, dottore…»

«Nulla. Lei non mi deve nulla.»

come pure il riaffiorare sparsamente del sostantivo-eponimo

«Finì il suo gin, contemplò il nulla»

«(…) annegava il ricordo di un’infanzia senza sorrisi nel trasparente nulla dell’alcol»

e la citazione – un bel colpo d’archivio! – di versi d’una poesia di Luciano Erba, che sembra essere stata commissionata da Tuzzi in previsione del suo futuro libro:

«Pietà, non altro, per quei morti viventi/che illuse vana speme d’avvenire./Dal nulla al nulla passaron per il nulla…».

E se è romanzescamente vero che «la tranquilla città di provincia (la Bressanigo di Tuzzi) si trovava sospesa fra luce e tenebra, delitto e giustizia, scienza e culti esoterici», Melis si chiede, in un intercalare che vale un’epigrafe, figlia d’altronde del titolo, «Cos’è questo nulla che abita coloro che scelgono sempre la tenebra?». (Essendo uno scrittore di vaste e onnivore curiosità, che contagiano e deliziano i suoi lettori e sono il segno più riconoscibile della sua originalità compositiva, è probabile che l’autore abbia letto l’epistola De nihilo et tenebris di Fredegiso di Tours, e ne faccia sibillino riferimento.)

Primo viene il titolo, che non poteva essere diverso: sinossi minima di questo romanzo con delitto sul quale aleggia una tristezza che potremmo definire conclusiva, per l’irredimibile disillusione sullo stato presente dei costumi e sul futuro dei valori del vivere rettamente. Del resto, una lettura non frettolosa di tutto il ciclo di Melis sembrava preparare questa epifania. Un giallo dopo l’altro, s’udiva montare un coro greco di lamenti per le brutture e le volgarità dei tempi, lungo quell’arco storicamente significativo della politica italiana che va dal 1978 (l’anno del rapimento di Aldo Moro, inizio del declino dell’utopia sanguinaria del “colpire il cuore dello Stato” – utopia, dacché uno Stato, creatura complessa, non ha un cuore, semmai un grande ventre) al 1994 (nascita di Forza Italia e primo governo Berlusconi), Scilla e Cariddi della nostra democrazia, la notte della Repubblica e l’alba del Nulla. E inframezzate alle inchieste di Melis, i romanzi Vanagloria (la crisi valoriale in una Milano camuffata, cinica e trimalcionesca) e Nessuno rivede Itaca (il tema della memoria senza un futuro). Il colpo di pistola che “frantuma l’universo” e risuona nella tenebra del Nulla chiude l’ultima inchiesta di Melis e porta a compimento la poetica di Hans Tuzzi. Spetterà ai lettori, in un finale aperto, rispondere alla domanda:

“Cos’è questo nulla che abita coloro che scelgono sempre la tenebra?”.

Se Ma cos’è questo nulla rappresenta dunque un’ulteriore tessera – l’ultima in seno all’epopea investigativa di Melis – della poetica che si è andata componendo nel tempo, lo stile di Hans Tuzzi si è invece palesato sin dai suoi primi titoli per alcuni caratteri di costante originalità. Uno di questi è la divagazione colta, ma lo si potrebbe pure definire vagabondaggio enciclopedico o conversazione brillante. Se non si trova una locuzione adeguata è perché il ricorso agli inserti oltre testuali come seduzione affabulativa non ha precedenti nel romanzo italiano contemporaneo, a prescindere dal genere. Nel corso della narrazione (i gialli “melisiani”, ma anche i due romanzi di cui si è detto) l’autore, o per bocca dei suoi personaggi o come voce fuori campo, imbandisce al lettore brevi conviti che sembrano interrompore la linea della narrazione, ma a ben vedere allargano per cerchi concentrici il “luogo narrativo”; come ad esempio il Bratti che nel suo monologo sul nulla ci porta sino al sunya buddista; o la citazione della poesia di Luciano Erba. Talvolta il punto di fuga si spinge ancora più lontano, sino a disancorarsi dalla storia narrata: qui troviamo, fra i molti, Kafka, Canetti, Dumas, inserti di titoli, ricordi di melodie, richiami musicali, marche di pipe e di abbigliamento…Nella penna di un dilettante questo insieme diverrebbe un caotico bazar, una ingovernabile falange di notizie colte, se non provvedesse ad armonizzare il tutto un passo narrativo di ineffabile ritmo. Di questo esercizio di dotta flânerie fra le gallerie del sapere è difficile dire gli ascendenti o ravvisarne le ragioni. L’effetto ci è noto (noto soprattutto alla non esigua schiera di lettori che si è guadagnato), l’intento sembra più un istinto divertito del mestiere che una tecnica calcolata. (In una recente intervista Tuzzi parla di “prendere all’amo il lettore”, ma l’impressione è che egli prenda all’amo sé stesso, che si delizi, si diverta innanzitutto egli stesso, e proietti poi sul consenso dei suoi lettori l’effetto che egli “patisce” per primo). Prendiamo nota di questa solitaria originalità compositiva, a cui sommiamo ciò che più propriamente si definisce lo stile e il linguaggio (a trovarla poi, in via teorica, questa linea di demarcazione, dato che l’uno elemento trapassa nell’altro e viceversa), ora apollineo ora contaminato dal vernacolo cialtronesco («Figghi di bottana cu mugghieri bottana chi jittano la spazzatura recitava il cartello…». Soprattutto nei suoi polizieschi (un po’ meno nei due romanzi a cui accennavamo), e in specie in quelli ultimi della serie di Melis, Tuzzi fa un uso (un buon uso, a nostro avviso) del dialetto, che gli serve per “posare a terra” il racconto. Nel bel mezzo di un procedere elegante, ecco di colpo la frase prosaica che non ti aspetti, l’espressione gergale e nazional-popolare, perché certe altezze del linguaggio non divengano ieratiche e la parola non si irrigidisca nella ripetizione inclita e compiaciuta. Stile e linguaggio perseguono deliberatamente la commistione fra l’eleganza delle descrizioni e delle cogitazioni (“Qua e là, grandi lanterne in pietra di foggia orientale, uccelli dai lievi colori e tutto sembrava intriso d’acqua, come se la verde miccia delle piante essudasse in trasparente vita…”) con il plebeo e cialtronesco concionare (“Ma lo sa che qui un anno al Festival Musicale venne il balletto della Giamaica e i ballerini maschi, l’ultima sera, eran così spremuti da non stare in piedi? Tutte, se li erano passati: tutte, dalla moglie del sindaco in giù. E si mormora che anche qualche irreprensibile marito si sia fatto una rumba, ’a rumba d’i scugnizzi. Scugnizzi neri neri, però, e come li hanno munti”). E non mancano esempi di prosa elegiaca, come questi lacerti:

“Ebbe la netta sensazione di cogliere in lei lo stesso cheto sguardo tollerante e lontano di chi appartiene alla stirpe dei perseguitati e da altezze sulle quali risplendono costellazioni a noi ignote guarda al mondo come a una malattia. Quella donna aveva ormai scelto il pianeta dei naufraghi.”

“…e lì, nella penombra della chiesa deserta, fra il luccichio degli ori e delle candele, gli sembrò quasi di risentire la voce di lei, lieve, come uno svolare di vento e di foglie d’autunno…”

Qui si coglie quel dolore raccolto e intimo che soffia come uno zufolo mesto fra le fessure delle pagine. Perché dunque meravigliarci di questo titolo (ad esso ritorniamo) che denuncia il Nulla come la sola possibile palingenesi dell’umano? E perché meravigliarci se poi il Tuzzi elegiaco si concede, per contrasto, trasgressive incursioni nell’eros? È sin troppo consueta questa componente nell’opera complessiva di Hans Tuzzi perché non la si consideri meritevole di un’ipotesi interpretativa. L’apparente contraddizione fra i due registri (elegia-corporalità), che in qualche modo, per istinto compositivo, nascostamente si richiamano e si conciliano, andrebbe a nostro avviso letta come lapsus terragno di irrisione e contrappasso, rispetto al limite ultimo segnato dal dissolvimento (ancora il Nulla!). Il più delle volte fatto gioco e parodia, l’eros nell’opera di Tuzzi è uno sberleffo che svela – in absentia eper antitesi – uno struggimento esistenziale dinnanzi al silenzio del significato e alla convinzione di un cielo inabitato. Allora la corporalità, luogo dell’impermanenza e della caduta della trascendenza, diventa il luogo narrativo della rivolta, ora espressa con toni grotteschi e grossolani

“Quanto a sorgenti, invece, quelle della nuova cassiera erano tutt’altro che invisibili. Malighetti le studiò con occhio esperto, quelle poppe prosperose: un po’ po’ di poppe. E, certo, una volta incinta, le sorgenti carsiche della maternità avrebbero fornito a quel ben di Dio alimento da aprirci una latteria. Proprio il tipo che piaceva a lui, piccola e… “

ora con ricorso al repertorio libertino

“Mémoires de J. Casanova de Seingalt, precisava. In prima pagina, la seduzione di una religiosa a Venezia nel 1754:

“ «Ci divertimmo a mangiare le ostriche scambiandole quando già le avevamo in bocca. Lei mi presentava sulla sua lingua la sua nello stesso istante in cui io le imboccavo la mia. Non esiste gioco più lascivo, più voluttuoso tra due innamorati. È anche comico e il comico non guasta poiché le risa son fatte soltanto per gli esseri felici. Per puro caso, un’ostrica che stavo per metterle in bocca sdrucciolò fuori dal guscio e le cadde sul seno. Fece il gesto di raccoglierla con le dita, ma io glielo impedii, reclamando il diritto di sbottonarle il corpetto per raccoglierla con le labbra nel fondo in cui era caduta» “.

L’epopea di Melis, dal Maestro della testa sfondata sino a quest’ultima indagine da pensionato, si snoda nel ventennio più convulso ed enigmatico della storia italiana, con epigoni insaziati che deambulano ancora tra noi. In questa sorta di commedia umana, folta dei più disparati personaggi, Tuzzi non ha mai mancato di depositare in ognuno dei suoi gialli, per non tacere della “Paneropoli” di Vanagloria, indizi del suo orientamento politico. Stavolta è lo stesso investigatore Melis, sotto le mentite spoglie del giornalista Nereo Mani, ad esporre la sua idea della civiltà politica.

[Bratti] «Lei ha convinzioni politiche, signor Mani?»

«Vorrei saper essere come Mario Pannunzio diceva di sé: progressista in politica, conservatore in economia e reazionario nel costume, a cominciare da come ci si veste e si sta a tavola. Esistono paesi dove le convenzioni sociali sono più radicate della moralità. In Italia, invece, l’una e le altre sono così poco sentite.»

Il ritratto politico della società che Nereo Mani (alias Norberto Melis, alias Tuzzi, alias il cittadino italiano Adriano Bon) auspica non può essere più chiaro e più sfuggente di questo. Già il condizionale vorrei si riferisce a una condizione non soddisfatta: per il non “saper essere” (requisito soggettivo) o perché non è più tempo (requisito oggettivo)? Vorrei ma non posso, perché non mi riconosco del tutto in quel modello o perché quel modello è adesso improponibile? Nei romanzi polizieschi, e non, Hans Tuzzi si sofferma volentieri con meticolosa accuratezza, quasi professionale, da competente giornalista di moda, sulla descrizione dell’abbigliamento dei personaggi; e si intuisce come da questo sguardo occhiuto, dall’approvazione o meno del gusto, traspaia un giudizio sulla adeguatezza alla forma. Il diavolo resta il diavolo, ma almeno veste Prada. Un paese ben governato, sembra dire l’autore, discende per li rami sino alla compostezza e alle buone maniere dei cittadini, immagine di una nazione civile, effetti ultimi di una buona politica. La “reazione” che auspica Tuzzi è aforistica, e come tale sulfurea, incontinente, parossistica dinnanzi alla deriva antropologica in cui vede scivolare il paese, di cui Brassanigo è l’allegoria. Anche il conservatorismo in cui si riconoscerebbe, citando Pannunzio, è peraltro smentito nelle prime pagine del giallo dallo stesso Melis:

«Come disse quel feroce conservatore che fu Franz-Josef Strauss, ma avrebbe potuto dirlo quel feroce conservatore che fu Charles De Gaulle, ancor più lapidario e tagliente, o il più feroce e tagliente di tutti, Winston Churchill: i dieci comandamenti contengono 279 parole, la Dichiarazione americana d’Indipendenza 300 e le disposizioni della Comunità Europea sull’importazione di caramelle esattamente 25 911. Davvero fu questo il sogno dei padri fondatori, una lobby di privilegi e guarentigie? Del resto, viviamo in una società così stolta che per compiere un atto politicamente corretto rinuncia a un atto d’amore».

In un suo precedente libro l’autore, citando un pensiero di Gustav Mahler, fa dire a un personaggio che “La tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri”. Ecco, a non voler cogliere le molte sfumature del suo pensiero politico e assegnargli etichette improprie, questa è la parafrasi più efficace dell’ancien régime di Tuzzi.

È stato detto che uno scrittore scrive sempre lo stesso romanzo, ovvero che la sua opera è riconoscibile per la ricorrenza di un contenuto (“qualcosa del mondo”) e di una forma (cioè il modo, la lingua, lo stile) con cui quel qualcosa viene raccontato. Ma poiché un libro non sarà mai uguale all’altro, questo “stesso scrivere” è una ripetizione nella differenza, cioè la cifra ontologica del “sempre medesimo” e “sempre diverso”. Un esempio indiscutibile della verità di questo assunto è il Simenon romanziere. Per quanto è possibile farlo con l’occasione di un solo libro, abbiamo cercato in questa recensione di cogliere la linea di continuità che corre lungo l’opera di Hans Tuzzi, quell’ostinato “qualcosa del mondo” – l’essenza del sentimento, l’esatta inclinazione dello sguardo – narrato secondo uno stile riconoscibile dalla varietà dei registri e dalla loro olografa alchimia. Ma, essendo appunto la recensione di un solo libro, chi non conosce l’autore dovrà accordarci la fiducia di aver letto i libri che hanno preceduto Ma cos’è questo nulla? I lettori abituali di questo originale scrittore non stenteranno a crederlo. Alcuni di loro saranno in disaccordo con il recensore per quegli aspetti in cui l’ermeneutica del testo apparisse forzata. A maggior ragione ciò vale per il nostro autore, il quale, avendo pubblicamente dichiarato conclusa con questo libro la saga del questore Melis, ha inverato a nostro beneficio la massima filosofica secondo cui tutto deve avere una fine perché abbia un senso. Vale anche per i libri.

Alberto Genovese

Su tuttatoscanalibri a questo link, “Tutto Tuzzi”

Omaggio a Italo Calvino

“Combinando in una sola parola i due aggettivi cosmico e comico ho cercato di mettere insieme varie cose che mi stanno a cuore”

“Il mio moltiplicare le maschere, gli stili, gli atteggiamenti verso il mondo è un cercare di inseguire la molteplicità della vita”.

(Italo Calvino)

La trilogia: I nostri antenati

Il cavaliere inesistente

Il visconte dimezzato

Il barone rampante

I viaggi fantastici

Le città invisibili

Le cosmicomiche

Il romanzo infinito

“Se una notte d’inverno un viaggiatore”

e anche

Nella presentazione di Primo Levi “Storie naturali”

Omaggio a Italo Calvino a cura di Maurizio Amore. Un’ampia carrellata tra le opere di Calvino

Omaggio a

“Curzio Malaparte, vita e morte di un capitano di sventure”, di Diletta Pizzicori

Immaginiamo un ragazzino imberbe e bellissimo, vividi occhi neri e capelli luccicanti di brillantina. La divisa militare lo fa sembrare più giovane dei suoi sedici anni, ma lo sguardo è quello di un condottiero: determinato, impavido. Appartiene a qualcuno che ha lasciato la scuola, che è scappato di casa per raggiungere Ventimiglia e quindi la Francia. Qualcuno che si è unito alla Legione Straniera per combattere una guerra che già si preannuncia epica. La Grande Guerra.

Malaparte giovane ufficiale (Foto originale)

Immaginiamoci che quel ragazzo cresca, diventi un indiavolato combattente, quindi un ufficiale del Regio Esercito Italiano e arrivi a comandare un plotone d’assalto a soli diciannove anni. Immaginiamolo lottare, uccidere, restare ferito da una bomba a gas. Immaginiamo, ora, che la salute dei suoi polmoni sia per sempre compromessa a soli vent’anni tanto da essere riconosciuto invalido.

Eppure era qualcuno che aveva profondamente creduto nella guerra, che aveva combattuto per un ideale; adesso, invece, non crede più a niente. Adesso è soltanto arrabbiato, disilluso, cova dentro di sé un furore e un desiderio di rivalsa che non hanno confini.

Sa ciò che vuole e, tra non molto, scoprirà anche come ottenerlo.

Quel giovane scriverà un pamphlet con un titolo al tritolo che gli procurerà molte grane, e poi continuerà a far chiasso per essere notato finché per lui non si presenterà un’occasione d’oro: partecipare a una vera rivoluzione.

Si getterà nella mischia ai tempi della Marcia su Roma, scriverà libri, articoli e manifesti e avrà una sfavillante carriera di giornalista, di scrittore. Ma che dico, sfavillante, meglio eclatante.

Qualcosa scricchiola, però. Lui, che viene da Prato, che si sente toscano fin dentro al midollo, anche se il padre è sassone e la madre lombarda, deve fare i conti con un nome che di italiano ha ben poco: Kurt Erich Suckert. E lui che ha tanto duramente lottato per l’Italia, viene quasi scambiato per uno straniero, e della peggior specie.

La lastra al mausoleo sul monte Le Coste detto Spazzavento che ripota l’orgoglio nel sentirsi pratese

Cambierà, dunque, anche le sue generalità, e non così, tanto per fare, ma con un regio decreto del ’29, smettendo di essere un individuo anonimo, per diventare a tutti gli effetti un mito in tutto il mondo. Da un uomo di trentuno anni, che ha fatto una guerra, innumerevoli duelli, che ha fame di vita, di successo, e di donne, ecco che nascerà Curzio Malaparte.

La sua vita è, di per sé, un romanzo; uno di quelli pieni di colpi di scena, con parecchie avventure, molti cambi di rotta, molto poco romanticismo. Un romanzo che racchiude in sé molte trame e colori: il giallo del processo Matteotti, il nero di un’altra guerra, il rosso di una visione politica differente.

Un romanzo, insomma, controverso, del più controverso – e geniale – intellettuale del Novecento.

Io Malaparte non l’ho mai conosciuto di persona, e ci mancherebbe. Sono nata 33 anni dopo quel 19 luglio 1957, quando lo scrittore si spense dopo una lunga agonia nella clinica Sanatrix di Roma.

Dico lunga agonia, perché furono quattro mesi di interesse mediatico eccezionale per i tempi. Da quando Malaparte era rientrato in Italia dal suo ultimo viaggio in Cina, gravemente ammalato – anche se nessuno usava volentieri la parola “cancro” -, la stampa gli si era gettata addosso come tanti avvoltoi su una carcassa.

Mai, prima di allora, si era visto una folla di giornalisti attendere all’aeroporto uno scrittore, assiepare la sala di aspetto di una clinica, tormentare le infermiere per sapere cosa avesse mangiato, cosa avesse detto. Erano cose che accadevano alle star del cinema, quelle.

Andò avanti così, finché lo scrittore esalò l’ultimo respiro, circondato dai familiari, dopo che una fila lunghissima di personalità politiche e intellettuali si era avvicendata al suo capezzale – senza mancare, ovviamente, di farsi immortalare dai fotografi.

Da quarant’anni teneva in scacco l’opinione pubblica, battibeccava tra le righe dei suoi innumerevoli articoli, scriveva libri che erano stilettate all’addome, non c’era quasi nessuno in Europa – ma anche in Asia e in America – che non sapesse chi fosse Curzio Malaparte e di cosa fosse capace. E ora, di colpo, le luci della ribalta si spegnevano su di lui. L’oblio.

Ho conosciuto Malaparte quando su di lui era già calato il buio. Pure a Prato, la sua città, restano oggi poche tracce di questo intellettuale, coi capelli sempre lucidi di brillantina, che non sorrideva quasi mai nelle foto, sempre impegnato a dimostrare una seria, quasi rabbiosa, concentrazione.

Il mausoleo sul monte Le Coste detto Spazzavento,

Sì, c’è una scuola a lui intitolata, sì, c’è il mausoleo sul monte Le Coste detto Spazzavento, sì, c’è una targa presso la casa dov’è nato, il 9 giugno 1898. Ma quanti lo ricordano davvero?

Mi sono approcciata alla lettura con diffidenza, qualche anno fa, quando lavoravo alla stesura del mio romanzo d’esordio, che sarebbe uscito nel 2021.

Cominciai, dunque, da un suo cavallo di battaglia, Maledetti Toscani, un libercolo uscito nel ’56, che ebbe un incredibile successo. E, devo ammettere, non mi piacque per niente, a parte qualche passaggio qua e là. Leggendolo ebbi come l’impressione che l’autore girasse intorno a un luogo comune, dividendolo in pezzettini sempre più piccoli, senza ricavarne granché.

Così non pensai più a Malaparte; bocciato, archiviato per sempre, pensavo. Fino a qualche mese fa.

Quando ho cominciato davvero a leggere le opere di Curzio Malaparte, l’ho fatto prendendo in mano le sue raccolte di racconti: Donna come me, Sangue, Fughe di prigione. Così, finalmente, ho compreso il successo che quest’uomo aveva avuto, tutte le donne che gli erano morte ai piedi, la casa che si era fatto costruire su uno sperone di roccia a Capri; attraverso pagine profonde, ora cupe, ora luminose, tanto introspettive da essere struggenti, e tanto assurdamente fantastiche da non poter essere che vere.

I dubbi di un’intera generazione, la ricerca delle proprie radici, un rapporto difficile coi propri genitori: c’è tutto in quei racconti e ammetto che, senza proprio aspettarmelo, anche io ho trovato là dentro un po’ di me.

Sono passata poi al divertente e altrettanto assurdo Avventure di un capitano di sventure, praticamente introvabile se non ai mercatini dell’usato. Viva Caporetto! La rivolta dei santi maledetti, idem con patatine.

Ho sfogliato con piacere Due anni di battibecco, raccolta di tutti i suoi articoli apparsi su la rivista “Tempo”. Divertenti, cinici, pietosi; assolutamente esilaranti.

Ho letto i celeberrimi La pelle e Kaputt, i due grandi romanzi che lo hanno consacrato, che io non avevo mai letto. Non solo: non li avevo mai visto inseriti in alcuna antologia scolastica dedicata alla Seconda Guerra Mondiale.

In quelle pagine ho ritrovato il suo celebre gusto della provocazione, e mi sono quasi stupita a capirlo, a sposarlo in pieno. Perché, mi chiedo, non si propone ai liceali anche una lettura di Malaparte? Io credo che i giovani lettori troverebbero in lui una penna polemica e dissacrante, ma così a portata di mano. Un modo efficace, allettante oserei dire, per avvicinarsi alla lettura del Novecento.

Perché è davvero difficile non restare folgorati dalla sua scrittura. Persino in Mammamarcia e Io, in Russia e in Cina, entrambi libri postumi, acerbi nella forma, perché non finiti, eppure compiuti nella sostanza, si respira quello stesso cinismo, quella stessa pietà, che è come un filo sottile che lega tutte le opere di Malaparte.

Ecco come si misura la cifra di un grande scrittore: dalla capacità di suscitare forti emozioni anche con la frase più breve, più lapidaria. Si ride e si piange, ci si indigna e ci si trova ad annuire col capo.

Ed è questo, credo, l’intento di Malaparte, il senso di tutte le sue opere: provocare una reazione, suscitare un’emozione. Bella o brutta che sia, verità o bugia, all’autore non importa. Sta al lettore giudicare, lui racconta e basta. Del resto è ciò che dichiarò durante un’intervista:

«Io credo che la funzione dello scrittore sia quella di essere testimone e confessore del proprio popolo e del proprio tempo. Se la gente non vuole che lo scrittore racconti quello che ha visto, la gente non deve fare quello che lo scrittore racconta.»