Italo Calvino la trilogia “I nostri antenati”: “Il visconte dimezzato”

Tre romanzi composti tra il 1952 e il 1959, rispettivamente “Il visconte dimezzato”, “Il barone rampante” e “Il cavaliere inesistente” furono poi riuniti sotto il titolo complessivo “I nostri antenati”.

Il primo in ordine di tempo fu “Il visconte dimezzato” che lo stesso Calvino definì “divertente”, come si legge in una sua risposta ad uno studente che lo interrogava, ben trent’anni dopo, sul romanzo medesimo (Intervista con gli studenti di Pesaro dell’11 maggio 1983):

“Quando ho cominciato a scrivere Il visconte dimezzato, volevo soprattutto scrivere una storia divertente per divertire me stesso, e possibilmente per divertire gli altri; avevo questa immagine di un uomo tagliato in due ed ho pensato che questo tema dell’uomo tagliato in due, dell’uomo dimezzato fosse un tema significativo, avesse un significato contemporaneo: tutti ci sentiamo in qualche modo incompleti, tutti realizziamo una parte di noi stessi e non l’altra. Per fare questo ho cercato di mettere su una storia che stesse in piedi, che avesse una simmetria, un ritmo nello stesso tempo da racconto di avventura ma anche quasi da balletto. Il modo per differenziare le due metà mi è sembrato che quella di farne una cattiva e l’altra buona fosse quella che creasse il massimo contrasto. Era tutta una costruzione narrativa basata sui contrasti: […] che al posto del visconte intero torni al paese un visconte a metà che è molto crudele […] che poi si scoprisse un visconte buono […] che queste due metà fossero egualmente insopportabili, la buona e la cattiva, creava un effetto comico”.

La prima edizione del 1952 fu pubblicata nella collana «I gettoni» di Einaudi, diretta da Elio Vittorini.

La recensione su Mangialibri

Come inizia:

“C’era una guerra contro i turchi. Il visconte Medardo di Terralba, mio zio, cavalcava per la pianura di Boemia diretto all’accampamento dei cristiani. Lo seguiva uno scudiero a nome Curzio. Le cicogne volavano basse, in bianchi stormi traversando l’aria opaca e ferma.

– Perché tante cicogne? – chiese Medardo a Curzio, – dove volano? Mio zio era nuovo arrivato, essendosi arruolato appena allora, per compiacere certi duchi nostri vicini impegnati in quella guerra. S’era munito d’un cavallo e d’uno scudiero all’ultimo castello in mano cristiana, e andava a presentarsi al quartiere imperiale.

– Volano ai campi di battaglia, – disse lo scudiero, tetro. – Ci accompagneranno per tutta la strada.

Il visconte Medardo aveva appreso che in quei paesi il volo delle cicogne è segno di fortuna; e voleva mostrarsi lieto di vederle. Ma si sentiva suo malgrado, inquieto.

– Cosa mai può richiamare i trampolieri sui campi di battaglia, Curzio? chiese.

– Anch’essi mangiano carne umana, ormai, – rispose lo scudiero, – da quando la carestia ha inaridito le campagne e la siccità ha seccato i fiumi. Dove ci son cadaveri, le cicogne e i fenicotteri e le gru hanno sostituto i corvi e gli avvoltoi.

Mio zio era allora nella prima giovinezza: l’età in cui i sentimenti stanno tutti in uno slancio confuso, non distinti ancora in male e in bene; l’età in cui ogni nuova esperienza, anche macabra e inumana, è tutta trepida e calda d’amore per la vita.

– E i corvi? E gli avvoltoi? – chiese. – E gli altri uccelli rapaci? dove sono andati? – Era pallido, ma i suoi occhi scintillavano.

Lo scudiero era un soldato nerastro, baffuto, che non alzava mai lo sguardo.

– A furia di mangiare i morti di peste, la peste ha preso anche loro, – e indicò con la lancia certi neri cespugli, che a uno sguardo più attento si rivelavano non di frasche, ma di penne e stecchite zampe di rapace”.

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