Continua a leggere la recensione di Maria Anna Patti

Pachet indaga sulla vita di suo padre e scopre se stesso
di Flavia Piccinni
Se amate lo scrittore parigino Emmanuel Carrère – autore di alcuni fra i più bei libri degli ultimi anni, da “L’avversario” a “Limonov” – con grande probabilità Pierre Pachet, parigino a sua volta, professore universitario di filosofia greca e letteratura francese, critico, intellettuale e giornalista, sarà per voi un’eccellente scoperta. Di Pachet, scomparso nel 2016 all’età di 79 anni, adesso la casa editrice romana L’Orma, che ha il grande pregio di pubblicare la straordinaria Annie Ernaux, propone un libro denso e sottile, “Autobiografia di mio padre” (pp. 155, EUR 18).Si tratta di un curioso memoir esile e struggente, che accompagna il lettore nella vita del padre di Pachet: un uomo non troppo alto, dalle labbra sottili, con un viso gradevole ma senza sorriso; un uomo dall’infanzia trascorsa in un piccolo paese nella grande Russia, che si trasferisce adolescente a Odessa per studiare, e dunque prosegue fino in Francia, a Vichy, dove diventerà medico. Un uomo apparentemente qualsiasi, se non fosse per la malattia che ne accartoccia i pensieri, per quel matrimonio in cui si è imbarcato con la profonda convinzione che gli esseri umani vivano nella loro solitudine per sempre, e poi, i figli; dunque, l’ossessione, o la speranza, di cercare sempre negli altri qualcosa di sé.La lezione della grande scrittrice americana Gertrude Stein è qui confermata: raccontare delle vite altrui non è cosa semplice, ma diventa a volte necessario. Se la Stein si occupò con dovizia di particolari della sua compagna Alice, Pachet lo fa con un talento raro e corrosivo indagando i meandri dell’esistenza del padre, scovandone le miserie e i dubbi, interrogandosi sulla sua vita per poi cercare qualcosa di sé – del se stesso bambino, giovanotto e finanche anziano – nelle giornate di un genitore taciturno e misterioso, nelle pieghe di un’esistenza scandita dal giudizio e dunque inesorabilmente dalla scoperta.
“L’invenzione occasionale” è una raccolta di più di cinquanta testi brevi scritti dall’autrice nel corso del 2018 per una rubrica settimanale di The Guardian che ha riscosso un grande successo; tra i temi: l’autocensura, il primo amore, l’amicizia fra donne, il potere patriarcale. Le illustrazioni sono di Andrea Ucini.
Le pagine più visitate nel mese di maggio

Dalla Quarta di copertina:
Quando appare nel 1937, fu accolto come una rivelazione. La critica rifiutò di credere che fosse l’opera prima di una trentenne. Simone de Beauvoir elogiò pubblicamente la Bourdouxhe. Ed è stato questo romanzo, da allora sempre ristampato, ad assicurarle una fama che il tempo non scalfisce, così come non ha mutato in nulla il fascino di questa crudele storia d’amore.
Il romanzo è ambientato in una modesta abitazione nella periferia di una città industriale del Nord Europa e indaga, con una prosa incisiva ed efficace, i moti dell’animo della protagonista, Elisa, legata da un amore esclusivo e pervicace a Gilles, il marito, un operaio che lavora agli altiforni nei sobborghi di Liegi, anche se nel romanzo la località resta anonima. Com’è giusto che sia perché la storia di Elisa e Gilles è una storia senza tempo e senza luogo, la storia di un rapporto coniugale che, vissuto attraverso gli occhi della protagonista, è “perfetto”, fino a quando il cuore di Gilles si accende di passione per un’altra donna, la giovane cognata, sensuale e frivola. Da questo momento la tragedia nel cuore di Elise si consuma nel silenzio, un silenzio tanto dolorosamente grande, quanto il suo amore. “Donna priva d’astuzia e di orgoglio, aliena dalle elucubrazioni filosofiche, Elisa non si domanda se al mondo c’è posto per un cuore come il suo” così scrive l’autrice, quando il suo amore diviene perverso, diventa sofferenza e completa dedizione a Gilles, nell’annullamento di sé, aspettando che Gilles guarisca. Una storia che si riassume volendo in poche righe, ma che investe il lettore catturato non solo emotivamente ma anche dalla struttura della trama che riecheggia quelle classiche, dal binomio di amore e morte, dalle domande che emergono sull’amore e sull’eros. Considerato un piccolo capolavoro, merita di essere letto.
Chi è Madeleine Bourdouxhe
Scrittrice belga nacque a Liegi nel 1906. Nel 1943, scrisse un secondo romanzo A la recherche de Marie, e un racconto, Sous le pont Mirabeau. Si è spenta all’età di 96 anni. Ma è con La famme de Gilles che la sua fama resta immutata nel tempo al punto che nel 2004 ne fu tratto un film con la regia di Fonteyne, presentato alla Mostra del cinema di Venezia.
Come inizia
«Le cinque… Tra poco sarà a casa…» Pensa Elise, e basta l’idea a farla piombare nell’inerzia più totale.[…] Ogni giorno è così. Quando mancano pochi minuti all’arrivo di Gilles, Élisa è ridotta a un corpo privo di forze, tutto dolcezza e languore – pura attesa».
Salvina Pizzuoli

Continua a leggere su Consigli.it le presentazioni di Maurizio Amore ai romanzi dell’autore
e anche:
La recensione dal blog La Lettrice assorta
In questo volume, edito da Edida, sono raccolte poesie scelte tra le molte pubblicate nel corso degli ultimi anni nelle pagine di prosaepoesia.net dal 2014 al 2018.
Ci proponiamo di presentare uno spaccato della poesia di oggi, quella che per forma compositiva e per le tematiche trattate restituisce vividi frammenti della società attuale.
Chi è poeta?
Chi sa ascoltare ed esprimere il proprio mondo interiore come moto dell’animo e come riverbero di quello fuori da sé, in modo semplice, spontaneo e intuitivo, come sosteneva Montale ne “I limoni” e in “Non chiederci la parola” o lo stesso Corazzini in “Desolazione del povero poeta sentimentale”.
La poesia è un’arte speciale che sa scuotere o risvegliare sentimenti sopiti, riflessioni e sorrisi amari e commozioni che placano perché commuovono e soprattutto comunica nell’immediatezza, proprio come una rappresentazione figurativa della quale si coglie l’insieme con un unico sguardo.
Cosa canta il poeta di oggi?
I temi che gli Autori hanno sentito il bisogno di esprimere, nella configurazione grafica prescelta, nella musicalità voluta, nella preferenza lessicale accordata al proprio messaggio spontaneo e diretto, sono stati raggruppati sotto quattro temi che ci sono sembrati pertinenti a designarne il contenuto: “Forme d’amore”, “Donne”, “Panorami”, “Pensieri”, “Riverberi” e abbiamo voluto riconoscere ai versi inseriti in ciascun gruppo il compito privilegiato di rispondere alla domanda.
Salvina Pizzuoli
Autori
Camellini Capitani Ermini Flussi Cattani Gabbia Gianassi Guidoni Habouss Montella Miselli Rana Roggio Savelli Tenaglia Villa Zella
Il disegno di copertina è di Cristina Conticelli
Dello stesso Progetto per la prosa:
Racconti racconti racconti. Corti, con brivido, fantastici.
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Jhumpa Lahiri e frammenti di donne a Roma
di Flavia Piccinni
Si apre con un pensiero di Italo Svevo («È il mutamento stesso che m’agita come il liquido in un vaso che scosso s’intorbida») l’ultimo libro – il primo scritto in italiano – della scrittrice di origine bengalese Jhumpa Lahiri, “Dove mi trovo” (Guanda, pp. 164). Cresciuta negli Stati Uniti e adesso a Londra – a seguito di una lunga parentesi romana – Lahiri è nota per “L’interprete dei malanni” e “In altre parole”, ed è già vincitrice del Premio Pulitzer e del PEN. Adesso accompagna il lettore in un romanzo sospeso, teso come la scrittura che ne scandisce il tempo, in cui una donna cerca di trovare il suo profilo che non sia semplice ombra, e si interroga sui ritmi e gli obblighi della vita. Lo fa in una Roma che è sole sbiadito, ragazze che cercano la loro indipendenza, incontri rarefatti che sopravvivono sospesi; lo fa, Lahiri, ambientando tutto in una Roma che è provincia, periferia di un mondo dove tutto s’affastella, e dove in estate ogni luogo si spopola, e la città «deperisce come una persona anziana». E questa viene svelata in 46 attimi di quotidianità, in una solitudine atavica e struggente, una punzecchiatura dolente all’animo che si confronta con mutamenti istantanei. Ciò che avviene, insomma, quando si è fermi e allo stesso tempo altrove. Sono dettagli di vite altrui, dipinti con delicatezza. Non sono mere fotografie della realtà, ma frammenti di donne che amano, di sconosciute, di amiche che si confessano. Paura, rassicurazione e bellezza convivono in un libro che procede per sottrazione – nella scrittura, nello sguardo, nella vita – e che si focalizza su un’analisi impietosa, eppure struggente, della vita. —
Leggi anche la recensione di Michele Lauro da Panorama Libri
Dello stesso autore:

Un commissario, Riccardo Rosco, è protagonista delle pagine di Daniela Alibrandi che portano il titolo I delitti negati, un’espressione che, oltre al titolo, compare tre volte nel romanzo, lasciando aperta al lettore, soprattutto all’inizio, una duplice interpretazione delle maglie investigative che si andranno via via dipanando.
Un personaggio, quello del commissario che l’autrice tratteggia delineandone, nel corso degli avvenimenti e situazioni, la travagliata personalità: solo al termine il lettore conoscerà i suoi caratteri fisici, poche anche le volte in cui viene indicato con il nome proprio: è schivo, taciturno con una caparbia volontà e capacità di seguire una pista, quella giusta. La sua vita è il suo lavoro, ma solo fino al penultimo caso durante il quale un’ingenuità professionale lo fa destinare ad altra sede. Solo lì, nella distanza, scorge finalmente quanto spazio egli abbia negato a se stesso e alla propria vita di relazione: la moglie, la famiglia, gli stessi collaboratori, la sua squadra che, in questa nuova situazione, sente vicini e ai quali si scopre legato affettivamente.
Troppo preso e forse troppo presuntuoso, ha accolto nella propria vita solo ciò che potesse mettere in luce il suo acume di investigatore, fino a spingersi oltre e mettere a repentaglio anche la propria incolumità. Ma nella distanza, nel cambiamento totale, senza che la sua perspicacia si spenga, sa ritrovare se stesso e i valori dimenticati.
Uomo e commissario, individuo e segugio: caratteristiche che non possono essere separate dalla vicenda perché il nostro protagonista sa indagare e venire a capo di un’intrigata e sordida storia dove Roma e la Città del Vaticano sono protagoniste, ciascuna con la propria bellezza e grandiosità, a volte anche mostruosa, a volte sprezzante e altezzosa, in un contesto storico preciso, gli anni ‘80, quando la risoluzione dei casi si affidava esclusivamente all’ingegno degli investigatori.
E la vicenda scorre in una forma piana e schietta, tra i molti personaggi, i paesaggi e gli ambienti, in questo romanzo ricco di descrizioni e di scorci filtrati dal sentire di chi li guarda e li vive:
Roma, d’estate, d’autunno, di primavera e adesso d’inverno, Roma l’antica, l’infinita, l’impareggiabile. Storia immensa e odore acre di legna bruciata, l’umido del fiume misto al marcio delle foglie cadute dai platani. Un elisir che invadeva le sue vene come un bicchierino di cognac bevuto di mattina.
La cupola di San Pietro sulla destra, maestosa e immensa, brillava in quel momento, colpita dai raggi del sole invernale, che iniziava la sua discesa verso il gelido tramonto. Di fronte le Mura Vaticane, il confine sicuro, il baluardo che assicurava alle anime, anche alle più oscure, la difesa di una cortina impenetrabile.
E, non per ultima, una voce fuori campo.
Compare spesso al termine di vari capitoli con un preciso distacco anche grafico dal testo principale: parole dolorose di peccati e di fede, di volontà di giustizia terrena. Di chi sono?
Salvina Pizzuoli
Dello stesso autore gli altri due della trilogia :
e sempre su tuttatoscanalibri
Daniela Alibrandi, Quelle strane ragazze
Daniela Alibrandi, Nessun segno sulla neve
Daniela Alibrandi “Una morte sola non basta”