Halldora Thoroddsen “Doppio vetro” recensione di Lidia Ravera da tuttolibri La Stampa

Ho 75 anni e ginocchia malmesse
ma ti amerò con leggerezza

Un’anziana vedova nel centro di Reykjavik viene corteggiata da un chirurgo in pensione la sua esistenza tranquilla e protetta dal doppio vetro delle finestre subisce una scossa

di Lidia Ravera

Osserva il bambino nella sabbiera del parco giochi di fronte. Lo vede riempire un secchiello di sabbia, controlla dalle spalle i movimenti goffi. Metà di ogni palettata finisce fuori. Contempla il rituale che diventa incredibilmente nitido. Non aveva mai goduto di una vista così limpida e precisa. Il doppio vetro della finestra del soggiorno si scompone in molecole davanti ai suoi occhi. L’esperienza non le arriva più di riverbero. Lei è l’esperienza. Si fonde con il mondo che sta fuori. Diventa i movimenti goffi del bambino, la sabbia, la paletta. Diventa ogni altra cosa nello stesso momento. È compiuta. È tutto. È».
Questo è un piccolo saggio di ciò che vede, dalla finestra da cui si affaccia, nel chiuso del suo appartamentino di Lindargata, nel centro di Reykjavik, «lei». Il doppio vetro la difende dalla confusione della vita attiva, quel rincorrersi fra generazioni alla conquista di una modernità che sposta continuamente il suo orizzonte. Il doppio vetro le consente di non farsi invadere dal frastuono e, nel silenzio conquistato, di percepire , con una nitidezza straordinaria, gli impercettibili movimenti del creato

Cose e persone.
Ascolta scorrere il tempo, lei, la protagonista settantottenne di Doppio vetro, di Halldora Thoroddsen, edizioni Iperborea, e pensa. Pensa come altri parlano, con una foga quasi incontinente. E’ perché ha smesso di vivere?
Al contrario, è nel pieno di una fioritura imprevista: dopo la morte di un marito molto amato anche se un po’ «semplice», (uno di quegli uomini «felici nelle belle giornate» che «non riflettono mai su quello  che provano») ha incontrato Sverrir, chirurgo in pensione, capace di ronzare attorno alla sua casa come un adolescente sperando di vederla uscire.
Essere di nuovo al centro dell’interesse di un’altra persona, la eccita e la innamora. Arrossisce e palpita come una ragazza, ma  non perde un’oncia del suo implacabile acume. «L’amore fra persone anziane non è un amore coniugale sano, che ambisce a riempire la terra… l’immaginazione stessa rifugge dall’idea di due vecchi rugosi e rinsecchiti che se la spassano con l’aiuto dei lubrificanti». Ma il problema fondamentale sono gli eredi, che vedono ridursi, come conseguenza innaturale di una tardiva vita da coppia, il gruzzolo che dovrebbe garantire all’anziano la doverosa «continuità dei propri geni» e a loro la possibilità di godersela.
Lei decide di fregarsene e, poco per volta, cede alla delicata insistenza di Sverrir. Andranno a vivere insieme, ma in un appartamento che fa capo ad una casa di riposo. Anche Sverrir è un uomo semplice. Ottimista, ma realista.
«Quanti anni hai?», gli chiede lei. Lui risponde così: «Settantacinque. Ti faccio il quadro completo: ci sento piuttosto bene, tranne che in mezzo alla folla. E gli occhi mi rendono ancora un servizio accettabile. Ho le ginocchia messe male». Lei lo annusa con voluttà, anche se ha quasi perso l’olfatto, le piacciono «i suoi forti denti giallastri».
Insieme stanno bene «Ridacchiano del loro  decadimento fisico, si compensano a vicenda perché i rispettivi bastioni difensivi hanno falle in punti diversi». L’amore fra anziani ha un sacco di vantaggi: è esente da competizione, è armonioso e ben ritmato, perché sia lui che lei hanno molto vissuto e hanno imparato come si fa. Insieme, lei e Sverrir, vogliono installarsi nel paese delle meraviglie dell’età avanzata, «da cui viene sradicata ogni smania e tutto procede con ponderatezza». In attesa dell’assegnazione dell’appartamento nella casa di riposo, iniziano a convivere. Lui dorme sempre di più, ma non ne fanno una dramma. Però poi, una mattina, lei si alza presto, per andare dal parrucchiere (l’amore alza sempre il tasso di civetteria) e quando torna, lui se ne è andato. No, non se ne è andato per disamore, come succede nelle età forti, semplicemente non si è svegliato. E non si sveglierà mai più.
Il dolore, quando hai molto vissuto, veste i panni di una vecchia conoscenza. Lo descrivi, cerchi di distanziarlo. E alla fine lo accetti, come un convitato di pietra, che ha deciso di sedere alla tua tavola. La lucidità non ti abbandona neanche quando vorresti. La vita ha, di fatto, la struttura  della tragedia, anche l’eroe perde sempre, pensa Halldòra Thoroddsen, e lo scrive con la stessa delicata ferocia con cui racconta amori e morti, piccole bugie (mai notato che gli anziani si vantano spesso della loro buona salute?) e grandi verità. Implacabile e aggraziata. Come in un viaggio al termine della notte, sereno. Pacificato. 

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