Jhumpa Lahiri “Dove mi trovo” recensione di Flavia Piccinni da Il Tirreno del 13 maggio

Jhumpa Lahiri e frammenti di donne a Roma

di Flavia Piccinni

Si apre con un pensiero di Italo Svevo («È il mutamento stesso che m’agita come il liquido in un vaso che scosso s’intorbida») l’ultimo libro – il primo scritto in italiano – della scrittrice di origine bengalese Jhumpa Lahiri, “Dove mi trovo” (Guanda, pp. 164). Cresciuta negli Stati Uniti e adesso a Londra – a seguito di una lunga parentesi romana – Lahiri è nota per “L’interprete dei malanni” e “In altre parole”, ed è già vincitrice del Premio Pulitzer e del PEN. Adesso accompagna il lettore in un romanzo sospeso, teso come la scrittura che ne scandisce il tempo, in cui una donna cerca di trovare il suo profilo che non sia semplice ombra, e si interroga sui ritmi e gli obblighi della vita. Lo fa in una Roma che è sole sbiadito, ragazze che cercano la loro indipendenza, incontri rarefatti che sopravvivono sospesi; lo fa, Lahiri, ambientando tutto in una Roma che è provincia, periferia di un mondo dove tutto s’affastella, e dove in estate ogni luogo si spopola, e la città «deperisce come una persona anziana». E questa viene svelata in 46 attimi di quotidianità, in una solitudine atavica e struggente, una punzecchiatura dolente all’animo che si confronta con mutamenti istantanei. Ciò che avviene, insomma, quando si è fermi e allo stesso tempo altrove. Sono dettagli di vite altrui, dipinti con delicatezza. Non sono mere fotografie della realtà, ma frammenti di donne che amano, di sconosciute, di amiche che si confessano. Paura, rassicurazione e bellezza convivono in un libro che procede per sottrazione – nella scrittura, nello sguardo, nella vita – e che si focalizza su un’analisi impietosa, eppure struggente, della vita. —

Leggi anche la recensione di Michele Lauro da Panorama Libri

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Jhumpa Lahiri “Racconti italiani”

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