Diego De Silva con I valori che contano (avrei preferito non scoprirli ) torna a raccontarci dell’avvocato Vincenzo Malinconico alle prese con nuove vicende che caratterizzano la sua esistenza di precario della vita, separato due figli una nuova compagna, precarietà e avversità che affronta restando come ai margini delle situazioni in cui incappa, riuscendo a guardare da lontano alle varie avventure/disavventure del vivere quotidiano, a smorzarne i toni e a trovare una nota ironica in ciascuna. Il nuovo romanzo si apre con una scena che rasenta il comico se non fosse la reazione ad una situazione disgraziata: una giovane donna si presenta alla sua porta in totale déshabillé e gli chiede asilo per sfuggire ad una retata dei carabinieri nell’appartamento licenzioso dello stesso stabile in cui vive Malinconico. Ma saranno gli avvenimenti successivi a dare senso al titolo: la scoperta di una grave patologia che lo riguarda. È così che insieme a Vincenzo il lettore viene coinvolto in quell’atteggiamento umanissimo che si scatena nel momento in cui le incognite e le ansie della malattia portano a riflettere sui valori che contano. Chi ha già seguito le vicissitudini di Malinconico da Non avevo capito niente, ritroverà certamente in questo nuovo caso gli ingredienti dei precedenti cui l’autore ha scelto di soffermarsi anche su momenti di sofferenza e di commozione del protagonista.
[…] il romanzo in cui Malinconico – avvocato di gemito, più che di grido – oltre a patrocinare la fuggiasca in mutande (che poi scopriremo essere figlia del sindaco, con una serie di complicazioni piuttosto vertiginose), dovrà affrontare la malattia che lo travolgerà all’improvviso, obbligandolo a familiarizzare con medici e terapie e scatenandogli un’iperproduzione di filosofeggiamenti gratuiti – addirittura sensati, direbbe chi va a cena con lui – sul valore della pena di vivere. Un vortice di pensieri da cui uscirà, al solito, semi-guarito, semi-vincente e semi-felice, ricomponendo intorno a sé quell’assetto ordinariamente precario che fa di lui, con tutti i suoi difetti e le sue inettitudini, una persona che sa farsi voler bene, pur essendo (o forse proprio perché è) un uomo cosí cosí.







Yokomizo Seishi (1902 – 1981), uno dei massimi esponenti del noir nipponico, ritorna in libreria per Sellerio con “La locanda del gatto nero” un romanzo ambientato a Tokio negli anni del dopoguerra. Ritroviamo l’ispettore Kindaichi Kōsuke, personaggio trasandato balbuziente ma dall’intuito infallibile, il cui esordio avviene ne “Il detective Kindaichi”, opera uscita a puntate nel 1946 e pubblicata in Italia sempre da Sellerio nel 2019. Se in quest’ultimo abbiamo un delitto a “porte chiuse” ne “La locanda del gatto nero” si tratta di un delitto “senza volto” accompagnato dal tema della doppia personalità, tematiche che risentono degli influssi letterari occidentali derivati all’autore dalle letture di Edgar Allan Poe, Oscar Wilde, Robert Louis Stevenson e da Arthur Conan Doyle.
Dal Risvolto:
In questo terzo romanzo della Scalia ritroviamo la protagonista Giovanna Guarrasi detta Vanina, vicequestore, ora alla Mobile di Catania. Il caso da risolvere è legato all’omicidio di un personaggio che già dai primi dati e dalle voci che circolano si presenta poco raccomandabile: è un cubano americano con cittadinanza italiana e residenza in Svizzera, ucciso nel parcheggio dell’aeroporto. Un caso complicato adatto a Vanina che, come si legge nella presentazione nel sito di Giulio Einaudi Editore, “solo un caso molto complesso può distogliere, anche se per poco, dalla caccia ai propri fantasmi e riportarla in azione”, e il caso sarà un intrigo internazionale. E il vicequestore di fantasmi nell’armadio ne ha parecchi: il padre ispettore ucciso davanti ai suoi occhi quando era ancora adolescente, i tanti che hanno perso la vita per adempiere al proprio dovere e i latitanti cui non smette di dare la caccia.
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