Michail Bulgakov “Il Maestro e Margherita”

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Dalla Quarta di copertina ( edizione Einaudi 1970)

Michail Bulgakov (1891 – 1940) è al centro del più clamoroso “caso letterario” di questi anni. Rimasto inedito sino al 1967, Il Maestro e Margherita ha rivelato uno scrittore degno della grande tradizione del romanzo russo.

A Mosca, negli anni trenta, giunge Satana in persona, sotto le spoglie di un esperto di magia nera, e accende una girandola di tragicomici imprevisti, con cui Bulgakov si prende una esilarante vendetta postuma sulle “anime morte” del suo tempo.

Filosofico e fantastico, lirico e bilioso, il romanzo intreccia su diversi piani narrativi una complessa tematica. Come ha scritto Montale, “un miracolo che ognuno deve salutare con commozione”

Dalla nota bibliografica di Silvia Dai Pra’

Su mangialibri la recensione di Ilaria Giannini

 

come inizia

LIBRO PRIMO CAPITOLO PRIMO

Non parlare mai con sconosciuti

Nell’ora di un caldo tramonto primaverile apparvero presso gli stagni Patriaršie due persone. Il primo – sulla quarantina con un completo grigio estivo – era di bassa statura, scuro di carnagione, ben nutrito, calvo; teneva in mano una dignitosa lobbietta, e il suo volto, rasato con cura, era adorno di un paio di occhiali smisurati con una montatura nera di corno. Il secondo – un giovanotto dalle spalle larghe, coi capelli rossicci arruffati e un berretto a quadri buttato sulla nuca – indossava una camicia scozzese, pantaloni bianchi spiegazzati e un paio di mocassini neri. Il primo altri non era che Michail Aleksandroviè Berlioz, direttore di una rivista letteraria e presidente di una delle piú importanti associazioni letterarie moscovite, denominata per brevità MASSOLIT ; il suo giovane accompagnatore era il poeta Ivan Nikolaevič Ponyrëv, che scriveva sotto lo pseudonimo Bezdomnyj .Giunti all’ombra dei tigli che cominciavano allora a verdeggiare, gli scrittori si precipitarono per prima cosa verso un chiosco dipinto a colori vivaci, che portava la scritta «Birra e bibite». Ma conviene rilevare la prima stranezza di quella spaventosa serata di maggio. Non solo presso il chiosco, ma in tutto il viale, parallelo alla via Malaja Bronnaja, non c’era anima viva. In un’ora in cui sembrava mancasse la forza di respirare, quando il sole che aveva arroventato Mosca sprofondava oltre la circonvallazione Sadovoe in una secca bruma, nessuno era venuto sotto l’ombra dei tigli, nessuno sedeva sulle panchine, deserto era il viale.

– Mi dia dell’acqua minerale, – disse Berlioz.

– Non ce n’è, – rispose la donna del chiosco e, chi sa perché, prese un’aria offesa.

– Ha della birra? – chiese con voce rauca Bezdomnyj.

– La devono portare stasera, – rispose la donna.

– Che cos’ha? – chiese Berlioz. – Succo d’albicocca, ma non è fresco, – disse la donna.

– Ce lo dia lo stesso!…

Il succo formò un’abbondante schiuma gialla, e nell’aria si diffuse un odore di bottega di barbiere. Toltasi la sete, i letterati, presi da un improvviso singhiozzo, pagarono e si sedettero su una panchina di fronte allo stagno, voltando le spalle alla Bronnaja. Qui successe una seconda stranezza, che riguardava soltanto Berlioz. A un tratto egli smise di singhiozzare il suo cuore diede un forte battito, per un attimo non si sentí più, poi riprese, ma trafitto da un ago spuntato. Inoltre, Berlioz fu preso da un terrore immotivato, ma così potente che gli venne voglia di correre via senza voltarsi dagli stagni Patriaršie. Si guardò in giro angosciato, non comprendendo che cosa avesse potuto spaventarlo tanto.

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