Carlo Emilio Gadda “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”

Dal 1934 al secondo dopoguerra Gadda  scrisse le sue opere maggiori tra le quali il “Pasticciaccio” apparso in un primo momento in “Letteratura” la rivista letteraria fondata, nel 1937, e diretta da Bonsanti (numeri 26, 27, 28, 29, 31, 1946-47). Il “Pasticciaccio” fu scritto a Firenze nel ricordo di lontani soggiorni romani. Dopo Milano, dove nacque nel 1893, Firenze fu una città importante nella vita artistica dello scrittore, dove soggiornò dal 1940 al 1950, perché non solo fu la sede delle sue più importanti esperienze letterarie, ma anche il crogiolo di intensi rapporti umani: Bonsanti, Montale, Saba, De Robertis, Contini, per citare alcuni tra gli intellettuali del periodo che vi conobbe e con i quali instaurò rapporti di amicizia. Fu Livio Garzanti ad offrirgli la possibilità di stampare in volume il “Pasticciaccio” che venne pubblicato nel 1957, un giallo ambientato nei primi anni del fascismo e nel quale è evidente l’ innovazione narrativa che stravolge i canoni tradizionali delle strutture  romanzesche insieme ad  una sperimentazione linguistica che fonde lingua, forme dialettali e gergali: lombardismi, romaneschismi (soprattutto nel “Pasticciaccio”) e fiorentinismi si accompagnano a neo formazioni personali, onomatopee, ma anche latinismi, arcaismi, forme latine e parole straniere, un “pasticciaccio” linguistico in cui si riflette, secondo Calvino, una visione del mondo:

Su mangialibri la recensione di Lorenzo Strisciullo

Come inizia

Tutti oramai lo chiamavano don Ciccio. Era il dottor Francesco Ingravallo comandato alla mobile: uno dei più giovani e, non si sa perché, invidiati funzionari della sezione investigativa: ubiquo ai casi, onnipresente sugli affari tenebrosi. Di statura media, piuttosto rotondo della persona, o forse un po’ tozzo, di capelli neri e folti e cresputi che gli venivan fuori dalla metà della fronte quasi a riparargli i due bernoccoli metafisici dal bel sole d’Italia, aveva un’aria un po’ assonnata, un’andatura greve e dinoccolata, un fare un po’ tonto come di persona che combatte con una laboriosa digestione: vestito come il magro onorario statale gli permetteva di vestirsi, e con una o due macchioline d’olio sul bavero, quasi impercettibili però, quasi un ricordo della collina molisana. Una certa praticaccia del mondo, del nostro mondo detto “latino”, benché giovine (trentacinquenne), doveva di certo avercela: una certa conoscenza degli uomini: e anche delle donne. La sua padrona di casa lo venerava, a non dire adorava: in ragione di e nonostante quell’arruffio strano d’ogni trillo e d’ogni busta gialla imprevista, e di chiamate notturne e d’ore senza pace, che formavano il tormentato contesto del di lui tempo. Non ha orario, non ha orario! Ieri mi è tornato che faceva giorno! Era, per lei, lo statale distintissimo lungamente sognato, preceduto da cinque A sulla inserzione del “Messaggero”, evocato, pompato fuori dall’assortimento infinito degli statali con quell’esca della “bella assolata affittasi” e non ostante la perentoria intimazione in chiusura: “Escluse donne” : che nel gergo delle inserzioni del “Messaggero” offre, com’è. noto, una duplice possibilità d’interpretazione. E poi era riuscito a far chiudere un occhio alla questura su quella ridicola storia dell’ammenda… sì, della multa per la mancata richiesta della licenza di locazione… che se la dividevano a metà, la multa, tra governatorato e questura. “Una signora come me! Vedova del commendatore Antonini! Che si può dire che tutta Roma lo conosceva: e quanti lo conoscevano, lo portavano tutti in parma de mano, non dico perché fosse mio marito, bon’anima! E mo me prendono per un’affittacamere! Io affittacamere? Madonna santa, piuttosto me butto a fiume”.

Vai all’articolo del Corriere sui nuovi ritrovamenti e la nuova edizione Adelphi a cura di Giorgio Pinotti

 

 

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