Cristina Cassar Scalia “Delitto di benvenuto”, nei commenti di Mar

Einaudi

Con l’ultimo romanzo “Delitto di benvenuto ” Cristina Cassar Scalia  abbandona ( o lascia temporaneamente?) la mitica Vanina per proporre al lettore un protagonista molto diverso: il commissario Scipione Macchiavelli. 

L’ambientazione è sempre siciliana, ma dalla convulsa Catania, la Scalia ci porta nella molto più lenta e provinciale Noto. E questa “lentezza” caratterizza un po’ tutta la narrazione; mancano, rispetto ai romanzi precedenti, quelle dinamiche frizzanti che coinvolgevano il lettore; manca o fa sentire la sua assenza la briosa vitalità di Vanina, compreso quel suo sano e accattivante amore per il cibo “buono”.
L’incedere del nuovo romanzo e del suo protagonista è un po’ lento e sonnacchioso, con un maggiore guizzo e dinamismo nelle battute finali.
Insomma un personaggio quello di Scipione tutto da costruire e da costruirsi. La scrittura sempre eccellente della scrittrice fa sì che il lettore prosegua nella lettura, anche forse nella speranza di ritrovare un po’ delle dinamiche narrative precedenti e quella intrigante vitalità, personale e professionale, a cui era stato abituato dalla protagonista Vanina.

“Delitto di benvenuto” : la presentazione di Salvina Pizzuoli

Cristina Cassar Scalia “Delitto di benvenuto”, presentazione di Salvina Pizzuoli

Einaudi

Noto, Natale 1964, un nuovo commissario, Scipione Macchiavelli romano, e un nuovo protagonista, dal nome impegnativo, come quello dei suoi fratelli che paiono tutti “usciti da un libro di storia dell’Impero Romano”,  per una tradizione di famiglia cui il padre, Cesare, manco a dirlo, tiene molto.
 Arriva a Noto a Natale, dal commissariato “Via Veneto” di Roma che ha diretto negli ultimi quattro anni: un trasferimento di cui sa le motivazioni, una comunicazione scritta a cui è costretto a rassegnarsi.
Effetto di una condotta che gli ha fruttato un soprannome, il Paparazzo, legato a quella Via Veneto, a pochi passi dal suo commissariato, di cui è “assiduo frequentatore” attratto dalla dolce vita romana “celebrata dal cinema e dai rotocalchi”.

Questi gli ingredienti relativi al protagonista e personaggio principale del nuovo romanzo della Scalia. L’ambientazione e la scelta datata non sono certo casuali: siamo nella “Provincia babba” che significa “ingenua, priva di malizia” senza organizzazioni mafiose. “Un’ingiuria che in questo caso diventa un complimento”; ma in questa provincia sonnolenta, come recita il titolo “Delitto di benvenuto”, il nuovo commissario, subito dopo il lungo viaggio da Roma, si trova a dover dirimere una strana matassa di fatti, spesso complicati o chiariti dalle voci e dai pettegolezzi,  le cui notizie “nel giro di due ore” riescono a  circolare per il paese, che sa tutto di tutti, del presente e del passato, e sui quali costruisce ipotesi e conseguenze. Un paese accogliente dove prima la scomparsa del direttore della banca Trinacria e poi la scoperta del suo cadavere stanno turbando le festività natalizie.
Ma non è solo, nell’inchiesta Macchiavelli potrà contare sulla presenza e l’apporto di due funzionari locali, il maresciallo Calogero Catalano e il brigadiere Francesco Mantuso nonché sull’intuito di un’affascinante farmacista, e sul compagno di studi, ora giudice giovane e stimato a Siracusa, Giuseppe Santamaria “amico leale dal primo giorno del primo anno alla facoltà di Giurisprudenza, che avevano frequentato all’università La Sapienza. Insieme a Primo Valentini, anche lui collega di studi, era uno dei piú cari amici del commissario”.
Un bel quadro della vita di provincia siciliana negli anni ’60, con i suoi valori atavici ancora imperturbati e Noto con i suoi palazzi, la sua nobiltà fatta di principesse e notabili, provincia chiacchierona e bellissima, regina del barocco con le sue chiese e le sue architetture.
Un nuovo protagonista che sa di esordio in una nuova serie? Dalla lettura così parrebbe…
Un nuovo personaggio, da conoscere più a fondo e a cui affezionarsi, come con Vanina che tanto spazio ha occupato nei gialli della Scalia e nel cuore dei lettori.

Cristina Cassar Scalia “Delitto di benvenuto”, nei commenti di Mar

della stessa autrice su tuttatoscanalibri

Sabbia nera

La logica della Lampara

Il talento del cappellano

L’uomo del porto

La salita dei saponari

La carrozza della santa

Il Re del gelato

La banda dei carusi

Il castagno dei cento cavalli

Scalia, De Cataldo, De Giovanni, Tre passi per un delitto

Le stanze dello scirocco

Anna Mallamo “Col buio me la vedo io”, presentazione

[…]«Amen, amen, – le ho detto. – Tanto lo sappiamo dove va: dassupra», avevo concluso mentre lui spariva in mezzo alla gente e allo scirocco.
L’avevo detto in dialetto per schifo e prepotenza. Ci era vietato parlare in dialetto, i nostri genitori non volevano, che per loro era la lingua dei poveri e dei paesani e noi eravamo nuovi e cittadini, però a noi piaceva, era la lingua dei grandi, gliela spiavamo sulla bocca, ce la pigliavamo di nascosto e la usavamo come i grandi: per colpirci, o per nascondere le cose, come fanno loro.” (da Col buio me la vedo io)

“Ed è anche un libro sulla giustizia e sul Sud lontanissimo da tutti i clichés: quando usa il dialetto (sempre con parsimonia) non è mai per un effetto di colore ma per cercare a tentoni l’unico senso possibile. Perché il dialetto si può usare «per schermare o per chiarire, è la lingua dei grandi, funziona in tutti e due i modi».”(dal Catalogo Einaudi)

La protagonista, Lucia, ha sedici anni, vive a Reggio Calabria. Sono gli anni ottanta, i primi anni Ottanta, e la città,  appena uscita dalla guerra di ‘ndrangheta, è travagliata da scontri tra il Fronte della Gioventù e il collettivo studentesco ed è percorsa da una violenza diffusa.
Anche Lucia ne resta vittima: la nonna omonima è morta da pochi mesi e la zia amatissima è morta assassinata. È per questo, per capire il perché che rapisce il figlio del boss dell’Aspromonte, Rosario, di cui la sua migliore amica, Beatrice, si è innamorata e vuole tenerlo lontano anche da lei. Nonostante il rapimento la sua vita di studentessa liceale si svolge normalmente.
Un romanzo che sa di Sud dove è ambientato e visto da “dentro”, attraverso le sue figure femminili, forti, combattive che come Lucia lottano  e si scontrano e sperano nella verità. Un romanzo di formazione, dove la voce narrante è di un’adolescente che parla  in prima persona usando a volte il “dialetto”, dove luci ed ombre, bene e male, buio e luce sono come il titolo da leggere in chiave: la natura doppia delle cose, delle realtà che ci circondano, tra  il “mondo di sotto”, il buio e la reclusione, e il “mondo di sopra”, quello della luce e della libertà.

Anna Mallamo, strettese, ovvero calabrese di Reggio emigrata a Messina e in continuo andirivieni sullo Stretto, è giornalista, dirige le pagine di Cultura e spettacoli della «Gazzetta del Sud» e gestisce un blog sull’«Huffington Post». Per «l’Unità» ha tenuto una rubrica settimanale che raccontava le gesta semiserie, ma profondamente politiche, di un condominio di anziane donne calabresi. È autrice di Lezioni di tango (Città del Sole 2010), sul mondo del tango e i suoi protagonisti, e suoi racconti sono apparsi in diverse antologie e riviste. Per Einaudi ha pubblicato Col buio me la vedo io (2025).(da Einaudi Autori)

Maurizio de Giovanni “Volver. Ritorno per il commissario Ricciardi”, presentazione

È il luglio del 1940, l’Italia è in guerra. Ricciardi – preoccupato per la figlia Marta e per i suoceri, in grave pericolo a causa delle origini ebraiche – ha ormai trasferito la famiglia a Fortino, il paese dove è nato. Lí, nei luoghi dell’infanzia, sperava di avere un po’ di quiete. Invece,[…] , tra le montagne del Cilento il commissario è messo faccia a faccia con un passato che avrebbe voluto scordare. Per lui, e non solo per lui, è arrivato il momento di regolare i conti con la propria storia.( da Einaudi Libri)

Volver, un altro nome di tango, come Soledad  e Caminito che lo hanno preceduto.
Non casuale la scelta di un titolo che è il nome di un ballo e di  un testo che ne accompagna la musica
Nell’immaginario collettivo il tango è un ballo particolare, un cammino, di un danzatore con la sua compagna, una coppia che per trovare sintonia deve in primis essere in sintonia con se stesto e con il partner, ma è anche abbraccio, sostegno, non sentirsi soli, ma accompagnati per resistere alle intemperie della vita, è nostalgia, è incontro.
Volver conclude il ciclo con il commissario Ricciardi, così racconta lo stesso De Giovanni in un bellissimo articolo (Ricciardi, ecco perché ti dico addio comparso sul  Corriere della Sera il 23 Nov 2024) non solo una “spiegazioe”, un perché, ma ricco di riflessioni d’autore di cui mi piace riportare solo alcuni pezzi che mi hanno colpito per le rivelazioni che contengono relative al rapporto che si crea  tra  scrittore e personaggio.

“Alle porte dell’uscita di questo romanzo, Volver, mi ritrovo a interrogarmi su Ricciardi e su me stesso: e scopro di avere più risposte che domande, sfogliando le istantanee, che il cuore più che la mente mi restituisce, di questi vent’anni in cui tutti e due siamo profondamente cambiati, ognuno nel suo tempo e ognuno nel suo mondo, legati da questo filo stretto e fortissimo che ci unisce ma che ci mantiene lontani. Io Ricciardi, sapete, lo guardo vivere da una finestra, come un vicino di casa di cui si sanno molte cose ma che non si è mai formalmente presentato. E adesso che questa finestra sta per chiudersi, almeno su quella fetta della sua esistenza che ho finora raccontato, posso chiedermi che cosa siamo stati l’uno per l’altro. E che strada tortuosa e accidentata abbiamo percorso, per arrivare fin qui”.

E ancora

“Storia dopo storia siamo rimasti insieme, e ogni tanto l’ho incontrato nei posti meno prevedibili, pronto a raccontarmi un altro pezzo di storia. Come si fa tra amici, che non si vedono da un po’ e poi si aggiornano su quello che è successo, ed è come se non si fossero mai allontanati di un millimetro.Tra noi però c’è sempre stato un accordo: avrei smesso di raccontare di lui nell’imminenza della guerra. Per la verità, venendo meno al patto, avevo provato a fermarmi prima, quando per lui era il 1934 e per me il 2021, con la morte della moglie e la nascita della sua bambina; credevo che fosse uno snodo insuperabile, e che l’immediato futuro gli avrebbe riservato solo dolore. Se vuoi bene a qualcuno non ti va di osservarne la sofferenza, e per poterne raccontare dovevo vedere”.

Ambientato nel luglio del 1940, in un’Italia segnata dalla guerra, il romanzo intreccia, come sa fare perfettamente De Giovanni,  le inquietudini del personaggio Ricciardi con il dramma collettivo. Se Ricciardi torna nelle sue tenute di Fortino, nel Cilento, a Napoli sono rimasti i due compagni di sempre, il medico legale in pensione Bruno Modo e il brigadiere Raffaele Maione, prossimo anch’egli al pensionamento. Tanti e riconosciuti i molti protagonisti:  il primo candidato ad eseguire l’attentato che si progetta ai danni di  un funzionario tedesco di passaggio in città, mentre sulle note del tango di Carlos Gardel, “Volver”, torna cercando forse un’ultima speranza la donna da Buenos Aires; la piccola  Marta, che ha ereditato gli stessi “doni” e tormenti del padre, gli sarà di aiuto per scoprire la verità su un’antica storia. Marta, che “sente” la voce della vecchia Filumena sorda e muta, la cui rivelazione servirà per riannodare i fili di un remoto fattaccio; e tra i protaginisti certamente Napoli, non solo sfondo a tante vite.

Non si può non essere coinvolti, Ricciardi è un personaggio nella cui vita siamo entrati e lo abbiamo serguito per molto tempo, è un protagonista travagliato ma che sa comunque procedere dentro la propria vita non con rassegnazione, ma con costante coraggio: di certo non facile da amare, ma so che mi mancherà non trascorregli ancora accanto .

dello stasso autore su tuttatoscanalibri

Il metodo del coccodrillo

Gli occhi di Sara

Tre passi per un delitto (con Scalia e De Cataldo)

Un volo per Sara

Caminito. Un aprile del commissario Ricciardi

Sorelle. Una storia di Sara

Soledad. Un dicembre del commissario Ricciardi

Pioggia. Per i Bastardi di Pizzofalcone

Due romanzi sull’amore coniugale: uno scoppia, l’altro resiste.

Diego De Silva I titoli di coda di una vita insieme


Fosco e Alice si sono amati tanto. E tra poco, senza sapere bene perché, si diranno addio. Per questo, nel vortice di parole piú o meno giuste o piú o meno sbagliate, abbracci notturni, porte sbattute, avvocati nuovi di zecca e antiche recriminazioni, decidono di raccontare la loro storia a modo loro. Con ostinazione, dolore e persino ironia: tutto quello che nei documenti legali non potrà mai trovare spazio.( dal Catalogo Einaidi)

Alice è un’oncologa, Fosco uno scrittore, sono sposati da molti anni ed  hanno un figlio adulto che studia in un’ altra città.
Se “L’amore non è una storia, ma due” due sono le voci che la raccontano.
Se lui sarebbe rimasto con lei anche da infelice, Alice  è arrabbiata, detesta i silenzi, la volontà di fuga dal confronto, persino quella di lui di comprendere e quindi perdonare.

Diego De Silva è nato a Napoli nel 1964. Presso Einaudi ha pubblicato Certi bambini (2001, 2014 e 2021. Premio selezione Campiello, da cui è stato tratto il film diretto dai fratelli Frazzi), La donna di scorta (2001), Voglio guardare (2002, 2008 e 2017), Da un’altra carne (2004 e 2009), Non avevo capito niente (2007 e 2010, Premio Napoli, finalista al premio Strega), Mia suocera beve (2010 e 2012), Sono contrario alle emozioni (2011 e 2013), Mancarsi (2013), la trilogia Arrangiati, Malinconico (2013), che riunisce in un unico volume Non avevo capito niente, Sono contrario alle emozioni, Mia suocera beveTerapia di coppia per amanti (2015 e 2017, da cui è stato tratto il film diretto da A. M. Federici), Divorziare con stile (2017 e 2019), Superficie (2018), I valori che contano (avrei preferito non scoprirli) (2020 e 2022), Le minime di Malinconico (2021), Sono felice, dove ho sbagliato? (2022 e 2023) e I titoli di coda di una vita insieme (2024). Dai romanzi che hanno per protagonista Vincenzo Malinconico è stata tratta la serie tv prodotta e trasmessa da Rai 1. Suoi racconti sono apparsi nelle antologie DisertoriCriminiCrimini italianiQuesto terribile intricato mondoScena padre Giochi criminali e Figuracce.

Se De Silva racconta un amore finito Francois Begaudeau, scrittore francese, narra l’amore semplice, così come recita il titolo L’amore è una cosa semplice; la storia di Jeanne e Jacques in una piccola città di provincia agli inizi degli anni Settanta. La storia di una coppia “banale”, sottolinea Fabio Gambaro nella premessa alla sua intervista all’autore, che s’incontra a vent’anni e resta insieme tutta la vita. Ma forse no.

Francois Begaudeau “L’amore è una cosa semplice”

«Ci sono cose che più ne sai più sono misteriose»: questo dice Jacques Moreau delle api negli alveari di suo nipote. E lo stesso potrebbe dire dell’amore che da una vita intera lo lega a Jeanne, perché starsi accanto, farlo per decenni, è qualcosa che si impara ogni giorno e che non si finisce di comprendere mai. Dagli anni Settanta a oggi, dall’adolescenza alla vecchiaia, l’esistenza di questa coppia comune scorre davanti ai nostri occhi, scandita dai piccoli grandi momenti che qualcuno potrebbe chiamare ‘abitudine’, altri ‘magia del quotidiano’. Il primo bacio, il matrimonio, la crescita di un figlio, la malattia, l’interdipendenza, le liti su quale programma televisivo guardare il sabato sera: è l’amore come viene vissuto dalla maggior parte delle persone, senza eventi clamorosi, ma con pazienza e magari un pizzico di ironia. Ambizioso e preciso come un film d’autore, questo breve romanzo che ha incantato la Francia punta all’essenziale e non spreca neppure una parola. Rinunciando alle distorsioni romantiche o a offrire ricette valide per tutti, Bégaudeau racconta con assoluta concretezza la costruzione quotidiana di una relazione che, passo dopo passo, inciampo dopo inciampo, resiste al tempo (.da Salani LIbri)

François Bégaudeau (Luçon, 1971) è giornalista, scrittore e sceneggiatore. Ha collaborato con i Cahiers du cinéma e scritto di cinema per varie altre testate. Esordisce nella narrativa nel 2003. Il suo terzo romanzo, La classe (2006), è stato prima un successo in libreria, con oltre 200.000 copie vendute, e poi al cinema, con la Palma d’Oro al Festival di Cannes nel 2008. Il presente romanzo, uscito nel 2023, è stato applaudito dalla critica e dal pubblico come uno dei casi letterari più interessanti degli ultimi anni.

Paolo Malaguti “Fumana”, presentazione

Paolo Malaguti ci racconta una storia antica eppure ancora vicina. Un mondo perduto tra il fiume e la pianura, tra la pesca e la magia contadina, al centro del quale c’è un personaggio femminile tenace, alle prese con le aspettative di una società chiusa, a tratti meschina, e il desiderio di essere sé stessa.

Una storia piena di tenerezza sui legami e sulla trasmissione dei talenti, sull’accettazione del proprio destino ma anche sulla tenacia nel cercare la propria strada.(dal Catalogo Einaudi)

Nebbia fitta, questo il significato del suo nome, fumana nel dialetto della bassa padana dove la protagonista è nata nel 1882, a Voltascirocco, subito orfana di madre che muore di parto e orfana di un padre che forse è partito per cercare fortuna lontano da quella terra dove la miseria, come la nebbia, è di casa.

Sarà nonno Petrolio ad occuparsi di lei che da grandicella affiderà a Lena, la strigossa del paese, ovvero una segnatrice, una guaritrice, dalla quale Fumana apprenderà l’arte. Fumana scoprirà  così la sua vocazione.

“Una vicenda di formazione sulla scoperta di sé e del proprio posto in un mondo in rapido cambiamento, sull’amore e sui limiti della conoscenza, sulla diversità (e sull’ostilità che spesso essa produce), sulla violenza di genere e su quella operata dall’uomo sull’ambiente. E sulla volontà di fare del bene contro il pregiudizio e la maldicenza, perché, dice Lena alla sua protetta, il malocchio tutti possono farlo, «basta essere cattivi il giusto», ma loro due hanno il dono di levarlo, «e questa cosa qui mica sanno farla in tanti».
A un mondo ancestrale, regolato dal tempo ciclico della natura, si oppone l’avanzare inquietante del progresso, simboleggiato dalle mostruose idrovore”, così scrive Marzia Fontana nella sua recensione (dal Corriere 8 settembre 2024)

Paolo Malaguti è nato a Monselice (Padova) nel 1978. Con l’editrice Santi Quaranta ha pubblicato Sul Grappa dopo la vittoria (2009; Einaudi 2024), Sillabario veneto (2011), I mercanti di stampe proibite (2013). Con La reliquia di Costantinopoli (Neri Pozza 2015) ha partecipato al Premio Strega. Ha scritto inoltre Nuovo sillabario veneto (BEAT 2016), Prima dell’alba (Neri Pozza 2017), Lungo la Pedemontana (Marsilio 2018) e L’ultimo carnevale (Solferino 2019). Per Einaudi ha pubblicato Se l’acqua ride (2020 e 2023, Premio Latisana per il Nord-Est ex aequo, Premio Biella Letteratura e Industria, selezione Premio Campiello), Il Moro della cima (2022 e 2024, Premio Mario Rigoni Stern per la Letteratura Multilingue delle Alpi, Premio Monte Caio e Premio Vallombrosa), Piero fa la Merica (2023, Premio Acqui Storia, Premio internazionale Alessandro Manzoni), Fumana (2024) e Sul Grappa dopo la vittoria (2024).

Matteo Bussola “La neve in fondo al mare”, presentazione di Salvina Pizzuoli

– Scoprire la profondità della tristezza di un figlio, a neanche sedici anni, è come trovare qualcosa in un posto in cui non te lo saresti mai aspettato. In cui proprio non dovrebbe esserci.
– Che vuoi dire?
– Tipo, non so. Come trovare la neve in fondo al mare.
(dal Catalogo Einaudi)

In questo  suo ultimo romanzo Bussola indaga uno dei nodi del nostro tempo: genitori e adolescenza. Se quello di genitore è sempre stato un mestiere difficile, oggi lo è ancora di più, troppe le “voci” che partecipano alla formazione dei nostri giovani e spesso in contraddizione tra loro. Si potrebbe pensare che più voci possano contribuire e alleggerirne la crescita guardandola da tanti punti di vista, ma non è così. Bussola centra il problema facendo della voce narrante quella di un padre all’interno di una struttura ospedaliera che si pone domande di fronte ad una situazione sconvolgente e inattesa

Per raccontare questa storia dovrei partire dall’inizio. Se solo sapessi quale scegliere fra i tanti.
Magari, prima di soffermarmi sugli eventi che ci hanno portato fino a qui, potrei provare a dire due parole su di me. Una specie di breve ritratto. Anche per ricordarmi chi sono, in questo posto in cui è facile sentirsi ridotto a una singola funzione.[…]
Mi chiamo Caetano Bernardi e ho quarantanove anni. Sono un ingegnere, un marito, il papà di un adolescente e di due bambine.[…]
Il mio lavoro è capire come fare affinché le cose stiano in piedi.
Entrare nel gioco di spinte e controspinte, calcolare le sollecitazioni sopportabili da una struttura, il suo carico massimo sostenibile. […]Il carico massimo sostenibile cambia a seconda del materiale che consideri. A parità di spessore, un solaio in laterocemento porta quattrocento chilogrammi al metro quadro, uno in calcestruzzo armato seicento e passa, un solaio in legno ne tiene la metà, ma in compenso è piú elastico.
Funziona cosí anche con le persone, la vita è una gara di resistenza alle deformazioni e agli urti.
Non tutti vi reagiscono allo stesso modo. Ma il vero problema è che, quando si tratta di persone, non esistono regole matematiche universalmente valide. Ognuno di noi è un impasto unico che c’entra solo in minima parte con la biologia, e ha a che fare principalmente con la propria storia, con il periodo in cui si vive, con la maniera in cui si riesce ad adattarsi oppure a ribellarsi allo sguardo degli altri. L’umano è un materiale che muta le caratteristiche meccaniche nel tempo, attraverso crepe o fenditure spesso difficili da scorgere, a volte addirittura sotterranee. Per vederle servono occhi attenti, desiderio di conoscere, capacità di mettersi in discussione e nessuna soluzione pronto uso.
Ecco perché Tommy e io siamo qui.

E più avanti precisa

La perdita di peso, da tre anni all’incirca, è la punizione ossessiva che nostro figlio si infligge.
Gli psichiatri, in reparto, mi hanno detto che è l’unica maniera che gli fa sembrare di mantenere il controllo sul suo corpo, dunque sulla sua vita. Ecco perché è una patologia sempre piú diffusa, anche fra gli adolescenti maschi.
– Farsi del male è un modo per avere un controllo? – ho chiesto la prima volta che siamo stati in questo posto.
– Farci del male è la prima forma di controllo che abbiamo tutti, – mi ha risposto il dottore.

In una recente recensione (La Stampa 7 giugno 2024) Francesco Zani scrive ambientando il raccontato ed enucleando il tema

La nave in fondo al mare è un libro che non ha luogo – la scenografia è minimale, fatta tutta di camere d’ospedale vissute con le luci bianche accecanti e di rumori di macchinette del caffè automatiche annacquate di malinconia – ma sopravvive dentro a uno spazio senza confini, quello tra il padre Caetano e il figlio Tommaso ricoverato perché soffre di anoressia nervosa”.

E a conclusione una notazione interessante

“Nella struttura orizzontale della narrazione se ne nasconde anche una verticale, brevi capitoli d’infanzia scritti con la nota del tu, una seconda persona delicata e sognante, un appello, una lettera, un lungo diario che ci ricorda Io resto qui di Marco Balzano per l’atmosfera e il senso nostalgico di perdita. Una perdita in questo caso non materiale ma simbolica con Bussola che lotta e si sbraccia contro lo scorrere del tempo nel punto di vista di un padre che si guarda indietro e si accorge che ormai Tommy è diventato grande e soffre di qualcosa di imparabile anche con tutto l’amore del mondo. Sarebbe stato bello ce ne fossero stati ancora di più di questi squarci nel passato, dai colori pastello e l’anima vintage, come mettere dentro un videoregistratore qualche vecchio vhs delle vacanze estive degli anni Novanta”.

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Il rosmarino non capisce l’inverno

Mezzamela. La bellezza di amarsi alla pari

Un buon posto in cui fermarsi

Mariolina Venezia “Ecchecavolo. Il mondo secondo Imma Tataranni”, presentazione

In questa raccolta di leggi immaginarie, decreti e piccoli editti, architettati mentre fa la fila alla posta o risolve un caso, la Piemme piú chiacchierata di tutto il Centro Sud esprime la sua visione del mondo. Non com’è, naturalmente, ma come dovrebbe essere. Almeno secondo lei. (dal Catalogo Einaudi)

Chi volesse godere appieno delle “leggi” elaborate da Immacolata Tataranni, detta Imma, per migliorare i rapporti umani e fare “giustizia” degli importuni e di coloro che non essendo consapevoli, anche per una falsa risposta degli altri al loro comportamento, vi si ostinano, occorrerebbe avesse già letto almeno uno dei romanzi o visionato alcuni episodi su Rai1 che hanno per protagonista il Sostituto Procuratore Tataranni che opera a Matera, avesse quindi presenti i suoi collaboratori, la sua famiglia, la sua visione del mondo… che emerge imperiosa e diretta dai suoi comportamenti; dovranno altrimenti accontentarsi, si fa per dire, di un ritratto quanto mai illuminante sui meriti ma anche sul “brutto carattere” della protagonista e dei coprotagonisti, scampolo minuto di una più ampia umanità, di una fotografia dissacrante, ironicamente pungente, mirata a far emergere aspetti e comportamenti spesso consolidati o accettati passivamente nella nostra vita associata a cui la Tataranni invece si ribella facendo anche autocritica e confezionando leggi ad hoc.

Una lettura piacevole, di un’ironia concreta che sa stuzzicare, divertire sanzionando luoghi comuni e comportamenti gratuiti con una scrittura incisiva, rapida, immediata.

“I colleghi che si sentono in dovere di fare i simpatici a tutti i costi, le suocere impiccione, i tuttologi dell’ultimo minuto. Quelli che non si regolano durante il pranzo della domenica e quelli che chiedono «ti è piaciuto?» dopo aver fatto l’amore: nel suo mondo ideale Imma Tataranni non fa sconti a nessuno. Neanche a se stessa”.(dal Catalogo Einaudi)

e anche

Brevi note biografiche

Mariolina Venezia è nata a Matera e vive a Roma, dove lavora per cinema, teatro e televisione. Con Einaudi ha pubblicato Mille anni che sto qui, vincitore del Premio Campiello 2007. Sempre per Einaudi ha pubblicato in seguito le indagini di Imma Tataranni: Come piante tra i sassi (2009, 2018 e 2021), Maltempo (2013, 2018 e 2021), Rione Serra Venerdì (2018 e 2021), Via del Riscatto (2019 e 2021) e Ecchecavolo (2021). Da questi gialli è stata tratta la serie televisiva in onda su Rai 1 Imma Tataranni – Sostituto procuratore, arrivata alla seconda stagione con uno straordinario successo di pubblico.(da Einaudi Autori)

Cristina Cassar Scalia “La logica della lampara” recensione di Salvina Pizzuoli

La pesca con la lampara ha una sua logica precisa. Si accende la luce, non si fa rumore, si sta fermi il più possibile e nel frattempo si armano le reti. Prima o poi anche i pesci meglio nascosti vengono a galla. A quel punto non possono scapparti più.

Vanina pensò che era l’immagine perfetta per descrivere quel caso.

(da Einaudi Catalogo)

Secondo romanzo, in ordine di pubblicazione che per me è una ricostruzione a ritroso, avendo incontrato la protagonista, Vanina Guarrasi vicequestore, nei romanzi successivi; sebbene ciascuno a sé stante e non implichi la necessità di una lettura seriale, mi è piaciuto ripercorre dall’inizio e entrare anche cronologicamente nel mondo di Vanina che mi ha coinvolto ancora insieme agli altri protagonisti, amici ritrovati. Sì, questo apprezzo della scrittura della Scalia, ha saputo tessere e inventare, caratterizzandolo di normalità, il microcosmo in cui si muove la vicequestore, scandito dalla vita lavorativa, la quotidianità, la città e i suoi ritmi, la famiglia, gli amici, i colleghi, i collaboratori e i capi.

È piacevole partecipare alla vita dei protagonisti, osservandoli dall’esterno e vivendo insieme a loro, ovviamente con distacco, anche quando, come in questo caso, la trama relativa è particolarmente intricata e piena di colpi di scena: una giovane avvocatessa scompare. Le indagini nate da segnalazioni anonime portano la squadra a contatto con il mondo del “potere sbagliato”, ma la trama si complica quando la giovane considerata, in base alle indagini, presumibilmente assassinata, pare da altri indizi ritornare in vita quasi fosse stata architettata una messa in scena che vuole colpire, per strade inusitate, personaggi “intoccabili”, tra vendette e omertà. E ancora una volta entriamo nella vita sentimentale della protagonista per scoprire che l’amore e il rapporto da lei allontanato ormai da tempo, ritorna imperioso per farle comprendere quanto sia difficile conciliare mente e cuore. Una protagonista spigolosa, diretta, intuitiva, irremovibile, sebbene le indagini potrebbero metterla di fronte a rischi, e buongustaia, al punto da dimenticare la linea per un buon piatto, un toccasana anche nei momenti difficili per non dimenticare il gusto della vita.

della stessa autrice su tuttatoscanalibri:

Sabbia nera

La salita dei saponari

L’uomo del porto

Il talento del cappellano

Scalia, De Cataldo, De Giovanni, Tre passi per un delitto

Cristina Cassar Scalia “Sabbia nera”, recensione di Salvina Pizzuoli

Testarda, scontrosa, tormentata dalla morte del padre e dalla fine di una relazione difficile; appassionata di vecchi film e amante della buona tavola: il vicequestore Vanina Guarrasi è semplicemente formidabile.

Romanzo vincitore del Premio Sciascia Racalmare 2019 (dal Catalogo Einaudi)

Giovanna Guarrasi, detta Vanina, vicequestore alla Mobile di Catania, fa il suo esordio nel 2018 in Sabbia nera di Cristina Cassar Scalia. E da allora un seguito di casi e di indagini: mi è piaciuto allora incontrarla a ritroso tra le pagine di questo ponderoso poliziesco, così come si è presentata ai lettori per la prima volta, dentro un caso anche stavolta complesso con l’aggravante di essersi svolto ben cinquant’anni prima. Anche nell’esordio la vicequestore non si smentisce, acuta, intuitiva, irrefrenabile per raggiungere quanto prima quel traguardo che agogna con tutta se stessa: assicurare il colpevole alla giustizia.

Non solo un poliziesco, come ormai spesso accade ai romanzi del genere, non solo un caso, non solo un artefice, ma tanti protagonisti ciascuno ben pennellato e riconoscibile negli incontri futuri: il vecchio Patané in pensione ma ancora pieno di sacro fervore, Adriano Calì medico legale e appassionato come Vanina di vecchi film, la giovane e bella Marta, la vicina di casa, la disponibile e ottima cuoca Bettina, Catania con la sua Montagna e le sue strade piene di traffico e la sua cucina dove un posto di rilievo occupano i dolci e le dolcezze impareggiabili, e non per ultima la lingua, le parole particolari del dialetto catanese e la costruzione della frase secondo un’impostazione antica, tipica di una tradizione culturale mediterranea di cui la Sicilia è stata culla e non solo terra di conquista. Ma non mancano gli amori, quelli veri e non dimenticati, da cui fuggire, come ha fatto Vanina che non vuole più soffrire. E quell’atmosfera di mistero e di magia che aleggia, sotteso ad una Terra che il magico ce l’ha nelle viscere.

Un caso complesso apre la serie in una Catania annerita dalla cenere vulcanica della sua Montagna. Un cadavere mummificato viene casualmente trovato in un’ala di una vecchia villa abbandonata dal 1959: una donna, non riconoscibile, la cui storia per essere ricostruita necessita dei ricordi dei superstiti. Casualità fortuite e acume le due forze che porteranno il vicequestore a dipanare una complicata matassa di sordide storie di avidità e di passione, fino a risalire, insieme a Patané, al luogo dove tutto sembra aver avuto inizio: il vecchio bordello “il Valentino” tra colpi di scena e finale inatteso.

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Scalia, De Cataldo, De Giovanni, Tre passi per un delitto