Alberto Riva “Ultima estate a Roccamare”, presentazione di Salvina Pizzuoli

Ultima estate a Roccamare è la storia di un risveglio al sole, un viaggio nella creazione letteraria; un omaggio a un luogo bellissimo, a chi l’ha dipinto, a chi vi è approdato e a chi di lí è salpato.(da Neri PozzaLibro)

Alberto Riva racconta con  “dialoghi a distanza” e una patina di nostalgia, o forse l’ho confusa con la mia, senza abbandonarvisi, un periodo e un luogo che vide scrittori, artisti, critici, in quella pineta toscana, voluta da Ximenes nella seconda metà del ‘700, lungo il litorale tra la Punta delle Rocchette e Castiglione della Pescaia; paesaggisticamente spettacolare, anche nella sua storia passata, da lago Prile e acquitrino alla bonifica, luogo speciale di incontro, scambio e scrittura: Roccamare

In effetti, un certo alone di mistero si diffonde da quella grande ombra, da quella cattedrale vegetale, verdastra e nera, antica, silenziosa, magnifica. Una volta dentro, un labirinto di corridoi le cui pareti sono di pittospori, mirti, ginepri, corbezzoli, lauri, saggine, rosmarini. È il tripudio della macchia mediterranea, a cui l’inverno non riesce a rubare il profumo e il colore, la vivacità di un armonioso disordine, di una vita linfatica che non si spegne mai, che resiste – rabbrividisce ma resiste.

È propio vero, quando lessi Palomar riconobbi Roccamare, dove la natura dominante è riflessione, ebbi la netta sensazione di un luogo conosciuto e che a maggior ragione mi aveva colpito nelle parole e nelle dissertazioni di un grande scrittore.

«Qualche anno dopo, Calvino venne a trovarli e lo convinsero a comprare un lotto pure lui. All’Einaudi, mio papà e Calvino avevano avuto la scrivania uno di fronte all’altro, l’amicizia veniva da lontano. Italo era un taciturno, con un umorismo quasi stupefacente; quando apriva bocca diceva delle cose fulminanti che non ti aspettavi. Questa era una delle cose che lo accomunava a papà, perché Italo era una persona molto riservata, ma estremamente ironica, di grande intelligenza e sensibilità. Se si pensa a Palomar… Un libro che gli è venuto dalla pineta, il merlo, le onde…»

Così riporta Riva i ricordi nelle parole di Carlotta Fruttero, la figlia di Carlo.

Proprio lì Calvino stava componendo il suo lascito a mio avviso più speciale,  quelle Lezioni americane, sei, la sesta non l’avrebbe terminata, che lui aveva intitolato Six Memos for the Next Millennium, ma rinominate da Citati, titolo con cui saranno editate successivamente, sì perché Calvino morirà proprio in quel settembre dell’85.

Ma non solo Calvino popola le pagine di Riva, che ne è un po’ il fil rouge, ma anche una miriade di personaggi, un  universo culturale al completo, a partire da Rosetta Loy, e pieno di figure correlate; leggerle significa “ritrovare le tracce di una stagione indimenticabile fatta di amicizie struggenti e segrete corrispondenze: Federico Fellini, Mario Tobino, Milan Kundera, Carlo Cassola, Georges Simenon, Nico Orengo, Cesare Garboli, Fruttero & Lucentini e tanti altri. Dialoghi a distanza tra letteratura, cinema, pittura, musica e le voci di chi ancora ricorda, di chi c’era, di chi ci è passato, di chi ha amato e non dimentica”.

“avremmo potuto benissimo immaginare un futuro senza il socialismo e la psicanalisi, ma non senza «l’ascesa irresistibile dei luoghi comuni, i quali, iscritti nei computer, diffusi dai mass media, rischiano di diventare in breve tempo una forza che schiaccerà ogni pensiero originale»”

E mi fermo qui, dopo aver riportato questa citazione da Kundera. Ma mi piace aggiungere: un libro da non perdere e non solo per i nostalgici, come me, ma perché è una carrellata emozionante di personaggi, protagonisti, figure di creativi indimenticabile e datata, dove non mancano curiosità e aneddoti, tutti da scoprire e che mi ha letteralmente catturata e commossa. Lo rileggerò, in un altro momento, più in là, dopo aver sedimentato un po’: grazie Alberto Riva.

Alberto Riva (1970) è scrittore e giornalista. Tra le sue opere, Seguire i pappagalli fino alla fine (2008), Sete (2011), Il samba di Scarlatti (2015). Presso Neri Pozza è apparso anche Il maestro e l’infanta (2021). (da Neri Pozza Libro)

Beppe Mecconi “I proverbi della signorina Celide”, Töpffer edizioni

Prefazione di Francesco De Nicola, nota di Giuseppe Conte

Con disegni in bianco e nero dell’autore

Töpffer edizioni

Trovare le origini di un proverbio è come trovare le origini di un mito. Bisogna essere buoni raccontatori di storie, e saper scavare nel passato più favoloso e lontano. In questo libro Beppe Mecconi parte da un dato realistico: una Celide cinquantaseienne, che vive a San Terenzo – Liguria di Levante – che legge Pinocchio e Buzzati, e che incontra festosamente la gente del luogo nell’euforia della libertà ritrovata, siamo nel 1946. Celide conosce la ambiguità contraddittoria dei proverbi, simile a quella delle nostre vite. E ne indaga le fonti quasi smascherandoli, mostrandone la aleatorietà, spesso appesa al filo di una vocale o di una consonante difforme. La fantasia di Mecconi, che i lettori ben conoscono, si sfrena nei racconti e nelle illustrazioni, evocative e a tratti esilaranti. Il lettore partecipa felice a questi giochi di parole che sono anche giochi, salti, balli dell’immaginazione. E alla fine ringrazia Beppe Mecconi per tanta aerea felice grazia inventiva. (Giuseppe Conte)

C’era una volta […] nell’immediato secondo dopoguerra l’abitudine a riunirsi in dieci, venti persone nella casa di un vicino e di ascoltarlo mentre raccontava qualcosa: una storia vera o inventata. E intanto, mentre il racconto andava avanti c’era chi si commuoveva o si metteva a ridere, chi parteggiava per un personaggio e chi lo detestava e intanto qualcuno sbocconcellava o bevucchiava qualcosa; e così, intorno alla metà del secolo scorso, si passavano piacevolmente le serate insieme, ascoltato un bravo affabulatore e con il piacere di incontrarsi. […] Ora, a quel tempo che sembra lontano secoli segnato dal piacere di comunicare e di passare insieme le serate ci riconduce Beppe Mecconi, che ci porta nella cucina di una casa colorata del suggestivo borgo di San Terenzo, affacciato nel Golfo dei Poeti tra Lerici e La Spezia, e qui, stupiti e affascinati, ascoltiamo la signorina (di mezz’età) Celide. Senza dubbio questa donna ha grandi doti di affabulatrice, tanto che chi ascolta viene del tutto coinvolto dalle sue parole e non sa trattenere le sue reazioni mentre segue il racconto fantasioso e bizzarro della nascita dei più noti proverbi. La storia dei proverbi è però solo un abile pretesto per inventare racconti incredibili che mescolano le realtà più certe con le fantasie più favolose per dar vita a imprevedibili racconti [… ] E così, col pretesto di raccontare le vere e misconosciute origini di noti proverbi, Beppe Mecconi, per bocca della vivace signorina Celide, intrattiene il lettore con le più fantasiose trovate narrative, esposte con arguzia e linguaggio diretto e coinvolgente, che fanno di questo libriccino una lettura amena e inconsueta che ha anche il merito di riportarci ad un tempo  in cui la socialità era davvero il piacere indispensabile di trascorrere insieme ad altre dieci, venti persone – uomini e donne, adulti e ragazzi – una bella serata lasciando correre la fantasia…(dall’introduzione di Francesco De Nicola)

Beppe Mecconi è nato e vive nel Golfo dei Poeti. Pittore, scrittore, illustratore di libri per l’infanzia, sceneggiatore, autore e direttore di film-documentari, regista di teatro e recital musicali. Per 12 anni Presidente e Responsabile culturale del Museo paleontologico nel Castello di Lerici. Collabora con Projeto Libertade, ONG che si occupa dei disagi dell’infanzia nella favela di Vila Vintèm a Rio de Janeiro. Ha ricevuto dall’UNICEF il diploma ufficiale del Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia. Recentemente è stato insignito del titolo di Cavaliere della Repubblica italiana per meriti culturali e artistici. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo per  Gammarò Trabastìa – Cent’anni di gente comune, 2017; Il manoscritto di Laneghè, 2020. Per Töpffer edizioni: Il polpo campanaro, (2018); La notte che mio nonno pescò Babbo Natale, (2018).  

Marco Balzano “Café Royal”, presentazione

Milano, via Marghera, una zona elegante, ai tempi della pandemia, e un café, il Royal, un piccolo universo umano che Balzano racconta dedicandolo a diciotto “tipi” che compaiono direttamente o coinvolti in storie di altri.

Racconti brevi, storie di ordinaria normalità, la condizione umana ritratta nella realtà che ci circonda e nel tempo attuale.

Federico è un medico di base disilluso, che durante la seconda ondata della pandemia vorrebbe solo del tempo per sé; Serena combatte con il trascorrere degli anni e per non pensarci esce con le amiche a mangiare il sushi, mentre sua figlia Noemi diventa ogni giorno piú bella, cinica e indipendente; Giuliano è un prete che sogna di tornare a fare il missionario in Africa; Ahmed è a Milano di passaggio e coglie l’occasione per provare a riallacciare i rapporti con Barbara… Un filo invisibile li lega l’uno all’altro e li rende protagonisti o semplici comparse della commedia umana che ogni giorno va in scena al Café Royal.( dal Catalogo Einaudi)

Dopo la raccolta di poesie Nature umane dove cerca sotto le apparenze, dove il dettaglio è concreto e viene interrogato, anche in Cafè Royal l’autore indaga, dietro gli avvenimenti, vite umane di età diverse, tristi e liete, raccontate in prima persona dai protagonisti o in terza dentro le storie degli altri, ma anche attraverso testi di missive o di  email.

Marco Balzano (1978) è nato a Milano nel 1978. Per Sellerio ha pubblicato i romanzi: Il figlio del figlio (Premio Corrado Alvaro Opera prima, Einaudi 2022), Pronti a tutte le partenze (Premio Flaiano) e L’ultimo arrivato (Premio Campiello). Per Einaudi ha pubblicato Resto qui (2018 e 2020) che ha vinto – tra gli altri – il Premio Elba, il Premio Bagutta, il Premio Mario Rigoni Stern, e che è stato finalista al Premio Strega e in Francia ha conseguito il Prix Méditerranée. Per Einaudi ha inoltre pubblicato Le parole sono importanti (2019), Quando tornerò (Premio per la Cultura Mediterranea; 2021 e 2022), Nature umane (2022) e Café Royal (2023). Presso Feltrinelli sono usciti Cosa c’entra la felicità? (2022) e Ti ricordi, papà? (2023, con illustrazioni di Riccardo Guasco). È tradotto in più di trenta Paesi.(da Einaudi Autori)

Matteo Bussola “Un buon posto in cui fermarsi”, presentazione

«Che la vita non è una montagna da scalare, un treno da non perdere, un obiettivo da centrare, ma è una piccola stanza da arredare con cura. Non è una cima da raggiungere a tutti i costi. È la scelta di un buon posto in cui fermarsi».

Così si legge alla fine del capitolo di apertura alle 15 storie di uomini, i protagonisti, i vincenti e i perdenti, di tutte le età, anche bambini, ma maschi, come nel loro corrispettivo al femminile, narrato in Il rosmarino non conosce l’inverno. Ritratti fuori da ogni cliché, vecchi e nuovi. Quindici personaggi, spesso inadeguati alle attese e poco rispondenti all’immagine stereotipa del maschio forte. Stefano, che apre la casistica, a trentasei anni è il più giovane direttore di banca della provincia, tutto il suo cammino è stato perfetto, senza incrinature e senza errori e ora pare proprio animato dalla voglia di sbagliare scelte; Arnaldo è alle prese con una moglie in preda all’Alzahimer; Damiano si prostituisce; Riccardo sta per finire in prigione, alcuni dei protagonisti, per esemplificare come siamo lontani dall’uomo forte e vincente. E anche i dimenticati, i reietti, i migranti: Solomon, ingegnere, che verrà “premiato” per un atto eroico, e, quasi fosse un premio, conquisterà ciò cui aspirava con giusti titoli. Tutti uomini “normali”

“Incrinati, piegati, sconfitti, capaci però di cercare un senso, di intravederlo lí dove mai avrebbero creduto, questi protagonisti trovano ognuno un modo personale, autentico, spudoratamente onesto, di rispondere alla domanda: «Che cosa fa di un uomo un uomo?»” (dal Catalogo Einaudi)

Matteo Bussola (Verona, 1971) ha pubblicato per Einaudi il bestseller Notti in bianco, baci a colazione, (2016 e 2018), tradotto in molti Paesi, Sono puri i loro sogni (2017), La vita fino a te (2018 e 2019), L’invenzione di noi due (2020 e 2022), Il tempo di tornare a casa (2021 e 2023), Il rosmarino non capisce l’inverno (2022) e Un buon posto in cui fermarsi (2023). Per Salani ha pubblicato il libro per ragazzi Viola e il Blu (2021). Conduce una trasmissione radiofonica su Radio 24, Non mi capisci. Tiene una rubrica settimanale su «F» dal titolo Uno scrittore, una donna.(da Einaudi autori)

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Le pagine di tuttatoscanalibri più visitate nel mese di giugno 2023

Antonio Manzini “ELP”

Jean Stafford “Il puma”

E. Lee Masters “Antologia di Spoon River”

Ilaria Tuti “Figlia della cenere”

Italo Calvino “Le città invisibili”

Natalia Ginzburg “Un’assenza”

Maxence Fermin “Dance me to the end of love”

Curiosità bibliofile: I caratteri tipografici

Igor Ebuli Poletti. “Il jazz. Una storia sentimentale“

Primo Levi “Se questo è un uomo”

Alessia Gazzola e la nuova trilogia con Costanza Macallè

Giovanni Nucci “Gli dèi alle sei. L’Iliade all’ora dell’aperitivo” presentazione di Salvina Pizzuoli

Cinque lezioni sull’Iliade del professor Goffredo Mainardi a Parigi al Collège de France, cinque lezioni e un incontro memorabile, tanto che “quando l’aveva scorta tra il pubblico gli era sembrata bellissima, ne era rimasto abbagliato, illuminato. Così il suo discorso, a quel punto, aveva preso una piega inaspettata: aveva deciso di voler dare una lettura romantica dell’Iliade”.

Si apre così,  con la storia di un amore indimenticato e particolare ché non chiede nulla,  con una lei senza nome che “era andata a Place Berthelot presentandosi a lui come se nel frattempo non fossero passati trent’anni.”

E, sintetizzando la “lettura” dell’Iliade che Mainardi avrebbe offerto nelle sue lezioni, “era convinto che fosse necessario invertire il modo con cui pensiamo il divino: gli dèi non osservano dall’alto gli eroi combattere mentre prendono l’aperitivo. Ma entrano nei loro combattimenti, li affiancano, sono dentro di loro, si fanno pensare diventando i loro comportamenti più profondi. Proprio come Dionisio e Afrodite erano venuti ad abitare il gin tonic che, ogni sera verso le sei, prima di andare insieme in giro per la città, prendevano in quel piccolo albergo davanti all’isola di Saint-Louis. Non c’è dubbio che il gin tonic abbia in sé qualcosa di trascendente: ecco, è lì che bisogna andare a cercare”

Giovanni Nucci indica al lettore la prospettiva di lettura, diversa, capovolta, decisamente insolita.

 Una carrellata di eroi, dei, personaggi, riflessioni, impressioni, emozioni dentro le cinque lezioni, dense di contenuto, di analisi, di osservazioni, di correlazioni, da cultore. Sì, perché il bello, il piacevole, l’aspetto che cattura o comunque ha catturato me come lettore, è quello  di ritrovare i protagonisti di una storia che ha emozionato i miei anni giovanili, quando l’ho letta, imparata a memoria nella traduzione di Vincenzo Monti, fatto la parafrasi come esercizio di traduzione, e ritrovata dopo e ancora negli studi superiori, rincontrarli tutti, quelli che abbiamo amato, quelli che abbiamo rifiutato, quelli che non abbiamo colto, quelli che non abbiamo capito, tutti in un unicum che li studia dentro una diversa prospettiva che coinvolge e innamora. Che poi possa essere questa la lettura più azzeccata non è fondamentale, quel che conta è coglierne l’aspetto stuzzicante, la capacità di attualizzare, con raffronti ieri oggi, divino e umano, quanto resta di un mondo perduto ancora dentro di noi, quanto quest’opera letteraria antica e mitica, spesso dimenticata, abbia ancora da dirci e da dare.

Un testo che non si sintetizza, non si può raccontare se non attraverso citazioni di stralci, quelli che mi hanno più coinvolto, solleticato l’appetito, aperto nuove finestre nella mente

Volendo riportare questa storia ai nostri tempi, è come dire che la nuova era ancora non comincia, sono trent’anni che non succede niente e il futuro stenta ad arrivare. Ecco: a questo punto arriva un’epidemia. Il mito ci sta dicendo che l’epidemia è sempre una reazione a un atto di arroganza o di protervia, di presunzione

Succede spesso che la politica, quando si arena in una prospettiva che ha perso lucidità, cerchi di trovare scampo in una guerra.

La vita eterna non è l’eternità dopo la vita, né la vita in eterno, ma l’eterno che entra nella vita (e sono fonti abbastanza autorevoli che mi inducono a pensare tutto ciò: “l’eternità non sia un continuo susseguirsi di giorni da calendario, ma qualcosa come il momento colmo di appagamento, in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità”.

convinti come siamo, oramai, che la cosa migliore per le nostre esistenze sia cercare di allungarle il più possibile, piuttosto che dare loro un senso. Ma così ci allontaniamo da Ade: smettendo di cercare l’invisibile allontaniamo la nostra anima dal suo compimento

così anche gli dèi preferiranno smettere di abitare la terra eclissandosi dietro alla nostra coscienza, venendo fuori soltanto nei nostri sogni, nelle nostre malattie mentali o, nel migliore dei casi, nella nostra letteratura.

L’Iliade è impregnata di tristezza. È questo che Elena dice a Ettore quando, nel sesto libro, lui rientra in città per trovare l’appoggio di Atena e si incontrano quasi per caso.

 quello che resta, gli dice, quello che in tutto ciò ci potrà sopravvivere, è soltanto la poesia.

Un testo da leggere e meglio ancora da rileggere per  non farsi sfuggire nulla.

Giovanni Nucci, nato a Roma nel 1969, è poeta, autore di narrativa per adulti e ragazzi. Oltre ad aver raccontato e riscritto miti greci e romani, si è anche occupato di Shakespeare, di spiritualità e di uova. Fra i suoi libri più importanti ricordiamo: Ulisse il mare color del vino (E/O 2006 – Salani 2013), E fonderai la più grande città del mondo (Feltrinelli 2010), Francesco (Rizzoli 2013), La storia di tutto (Salani 2017), E due uova molto sode (Italosvevo 2017), La differenziazione dell’umido (Italosvevo 2018), Achille, il midollo del leone (Salani 2020).(dal Catalogo Bompiani )

Odilon-Jean Périer “Carmi”, con testo originale a fronte, Lorenzo de’ Medici Press

Il poeta che ha ispirato Il Cielo sopra Berlino di Wim Wenders

Prefazione e traduzione di Ilaria Guidantoni

Périer “poeta della poesia”, è questa la definizione per presentare al pubblico italiano un poeta dimenticato, vissuto forse troppo poco e in un’epoca così di passaggio nonché sotto un uragano che non è riuscito ad incidere sulla pietra il proprio nome. Così ci appare questo poeta ragazzino, la cui vena ribelle è leggera e profonda e il suo anticonformismo non è necessariamente contro ma al di là, anche delle mode delle avanguardie e delle rivoluzioni. Nella sua poesia si sente l’eco di Mallarmé e Rimbaud, e in questo senso Périer, un poeta quasi involontario, offre una poesia che non è né lirica estetica, né costruita, né dissoluzione cercata. Una raccolta sorprendente per novità e spirito anticonformista, dove alla realtà quotidiana si contrappone un gesto poetico che svela mondi nascosti e accende di fuoco l’immaginazione.

«Qualche anno dopo la sua scomparsa viene segnalato tra i migliori scrittori degli Anni Venti, uomo dalle ricerche psicologiche penetranti. Ci appare come una sorta di meteora, dalla forza ascensionale morale che attraversa la cultura belga negli anni in cui si assiste a una polarizzazione fra il Simbolismo da una parte e le avanguardie dall’altra. Périer dal canto suo guarda al Simbolismo non come a un movimento, una scuola ma una disposizione del cuore incarnata da Rimbaud che in qualche modo va al di là della letteratura stessa. Egli è simbolista alla Mallarmé e modernista allo stesso tempo, unendo un lato ironico, senza mai concedersi alle mode del tempo. La sua poesia è la ricerca di un assoluto intimo. Interessante la corrispondenza con Jean Paulhan che si mostra esigente e non manca di ricordare al suo giovane discepolo che “cantare è anche una sorta di imbroglio” e che il soprannaturale “è terribilmente difficile”. La poesia di Périer è immensa nella sua semplicità che a tratti può sembrare banale e che forse è più da ascoltare che da decifrare. Certa poesia contemporanea rispetto a quella classica è l’esatto contrario dell’arte: la si vive non la si spiega.»

Odilon-Jean Périer è un poeta belga di espressione francese nato a Bruxelles il 9 marzo 1901 e scomparso prematuramente a soli 27 anni. Nel corso dei suoi studi fonda numerose riviste (che avranno tutte la vita breve di un solo numero): La Lyre du potache, Hermès e Le Cénacle. Nel 1918 scrive, sulla falsariga di Jules Renard, un Petit Éssai de psychologie végétale, oltre a una raccolta di poemi in versi liberi che intitola La Route de sable. Su ispirazione di autori come Apollinaire e Cendrars e del Cubismo nel 1920 scrive il lungo poema Le combat de la neige et du poète e una raccolta di poesie, La Vertu par le chant; l’anno seguente termina la sua collaborazione con La Patrie belge e inizia quella col Mercure de France e con Signaux de France et de Belgique. Nel corso degli anni collaborerà anche con La Reinaissance d’Occident e Le Disque vert, della quale è animatore Franz de Hellens al quale si lega, oltre che con il giovane Henri Michaux che ha passato l’infanzia nella sua stessa strada a Bruxelles.

Ilaria Guidantoni giornalista fiorentina, scrittrice e traduttrice, vive tra Firenze e la Toscana, Milano e Tunisi. Si racconta come una mediterranea del nord che guarda al sud come l’altrove e nella vita racconta storia: le ascolta, le interpreta e le inventa. Viaggiare non è una passione ma uno stile di vita che inizia quando il dirimpettaio apre la porta e spalanca un mondo sullo stesso pianerottolo. Si occupa di temi legati alla cultura del Mediterraneo soprattutto della sponda sud e del mondo arabo: dialogo tra le religioni, movimenti femminili e femministi, tradizioni e cibo; rilettura della storia e dei linguaggi mediterranei. Dopo gli studi classici, una laurea in Filosofia teoretica alla Cattolica di Milano e un Corso di Perfezionamento in Bioetica al Policlinico Gemelli di Roma (una tesi sul mito della Bellezza) si occupa per lungo tempo di relazioni istituzionali e progetti culturali. Tra gli ultimi lavori la traduzione, per la prima volta in italiano, e cura del Pasolini d’Algeria, Jean Sénac. Ritratto incompiuto del padre (Oltre Edizioni, 2017) e della raccolta di poesie, lettere e scritti Jean Sénac Pour une terre possible(Oltre Edizioni, 2019); e la traduzione di Jean-Jacques Rousseau, Le fantasticherie di un viandante solitario (Ldm Press, 2022) Il 2 giugno del 2020 è uscito I giorni della peste 2.0 –riflessioni emozionali dal confinamento (Oltre Edizioni, 2020, solo in ebook, epub).

Cees Nooteboom “Verso Santiago. Digressioni sulle strade di Spagna”, presentazione

Iperborea

Torna in libreria, in una edizione aggiornata e arricchita di mappe,

Traduzione di: Laura Pignatti

Postfazione di: Matteo Nucci

Verso Santiago, la meta ultima, ma che si sfilaccia in una serie di divagazioni, scrive infatti

Ormai il mio viaggio è una divagazione composta da tante divagazioni, e alle volte mi lascio sviare anche da queste. Forse quest’anno non arriverò a Santiago.

Una serie di viaggi compiuti in anni diversi, dal 1979 al 2001, non continuativamente anche se per periodi lunghi nello stesso anno, ma che comporta sempre quanto ebbe a sottolineare

Mi dilato con quello che assorbo, vedo e raccolgo. Non si tratta di una conoscenza superiore, ma piuttosto di una sorta di deposito alluvionale, di un accumulo di immagini, di testi, tutto ciò che dalla strada, dalla televisione, dalle conversazioni e dai giornali fluisce verso di me e poi mi rimane attaccato, o mi resta dentro.

Un raccontato che, come scrive Matteo Nucci nella post fazione, si forgia con i  “piccoli aneddoti, le impressioni, i momenti di soprassalto o di nostalgia o di dolce abbandono disseminati a ogni svolta, a ogni curva su cui l’autore spinge la sua automobile, in ogni hotel in cui finisce per passare la notte, in ogni libreria in cui cerca il volume raro” grazie anche a quel paesaggio fatto di un’ immensità di spazi vuoti, ma anche di quell’attitudine, tutta mediterranea e spagnola, del tempo dissolto che si coglie “sublime durante le ore morte del primo pomeriggio, oppure in un ristorante mentre le posate tintinnano, o in una qualsiasi domenica mattina”.

Cees Nooteboom Autore di romanzi, poesie, saggi e libri di viaggio, è ritenuto «una delle voci più alte nel coro degli scrittori contemporanei» (The New York Times), paragonato dalla critica a Borges, Calvino e Nabokov. È stato insignito di numerosi premi letterari e tradotto in più di trenta paesi. Nato all’Aia ed eterno viaggiatore, si è rivelato a soli ventidue anni con Philip e gli altri e ha raggiunto il successo internazionale con romanzi come Rituali e Il canto dell’essere e dell’apparire. Tra le sue ultime opere pubblicate da Iperborea, Avevo mille vite e ne ho preso una sola, Tumbas, Cerchi infiniti, 533. Il libro dei giorni, Venezia. Il leone, la città e l’acqua, e la raccolta poetica Addio.( da Iperborea Autore)

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