Anna Sólyom “Il caffè dei gatti” presentazione e alcuni bozzetti di Salvina Pizzuoli

I Neko Cafè, neko vuol dire gatto in giapponese, nascono proprio nel paese del sol levante, il primo fu creato a Osaka nel 2004, per svariate ragioni: sicuramente il gatto è considerato porta fortuna per eccellenza, ma soprattutto perché centri di relax dove, oltre a consumare spuntini, è possibile coccolare un gatto e sentirsi a casa in un ambiente gradevole e accogliente con in più le eventuali effusioni di un felino. Ed è ai Neko Cafè che si ispira questa breve storia a lieto fine, ne abbiamo bisogno, una favola lieve dove l’eroe, in questo caso l’eroina di nome Nagore, dopo un periodo in cui il mondo pare crollarle addosso perché senza lavoro, abbandonata dal compagno, lontana da Londra e dall’attività svolta fino ad allora e, tornata a Barcellona, con il rischio anche di perdere l’appartamento in cui vive in affitto, riceve come offerta di lavoro quello di cameriera in un cat cafè. Che fare? Non ci sono soluzioni e, nonostante il terrore dei gatti che l’accompagna sin da piccola, decide di accettare il posto di lavoro.

E da questo momento in poi la situazione cambierà completamente. Grazie ai gatti? Anche e grazie alla proprietaria del Neko, la giapponese Yumi: imparerà, disegnando e osservando il comportamento dei sette mici che vivono nel cafè, a individuare ben sette, più una legge felina per la vita. La lezione finale dei gatti, come si legge in copertina, recita così: Non ti servono sette (o nove) vite, puoi essere felice in questa.

A cosa si deve questa magia? Possiamo leggerla nella definizione del vecchio Elías, uno dei personaggi e grande estimatore di gatti: Un bel libro, un té caldo e un gatto in grembo… Esiste forse una felicità maggiore su questa terra?

Cui aggiunge in un’altra pagina: I gatti ci aiutano a connetterci con la nostra autentica essenza. Hanno dei superpoteri! E non c’è dubbio che quanto si dice sul fatto che siano in grado di eliminare le energie negative sia vero

Provare per credere i Neko Cafè o simili ci sono ormai anche in Italia!

E, per restare in tema, alcuni bozzetti di Salvina Pizzuoli

Gatti

Randagi
Se ne stanno vicini vicini, quasi non ci fosse più spazio, ma non soffiano, non  aggrediscono, non si azzuffano. Aspettano.
Sono tanti e sanno, come creature avvezzate, l’ora il giorno e il luogo di quel pasto promesso. Si assembrano allora nelle vicinanze: c’è chi attende sdraiato, mostrando ancora meglio invalidità e menomazioni, chi si apposta in posizione strategica, in alto, per scorgere da lontano l’arrivo sperato, c’è chi per ingannare l’attesa si rannicchia su se stesso, nell’allerta costante di un orecchio sollevato, chi con fare da sentinella monta la guardia accovacciato sulle zampe posteriori, il muso intento, la coda arrotolata ad abbracciare le zampe anteriori, l’aria tesa di chi spera e non sa se ha riposto troppa fiducia in quell’attesa. L’assembramento è variopinto: sono di tutti i colori e di tutti gli screziati possibili e non sempre ben assortiti. Non sono belli o graziosi o eleganti, mostrano anche nelle fattezze i segni di una vita emarginata, senza identità, spaventati e arresi.
Una maschera nera su un naso bianco, un occhio marrone e uno spento, una zampa maldestra, una coda sbilenca, l’aria insicura  sotto lo sguardo vigile, la paura nello scatto sempre pronto.
Ora, chini sui contenitori di plastica ingombri di miscugli colorati che nulla hanno a che spartire con la dieta di una razza felina, consumano pazientemente quanto viene loro elargito.

Di razza
Acciambellato tra cuscini vaporosi non fa una mossa, sembra dipinto. Il pelo lucido e compatto, lo sguardo svagato, l’aria sicura e di sfida di chi ottiene senza chiedere attenzione e moine. Annoiato da tanto interesse, non partecipa, ma con distacco divistico, accetta.
Pigramente si solleva e con fare aggraziato segue un percorso abituale che da braccioli a  spalliere lo porteranno sul davanzale, dietro i vetri di un’ampia e luminosa finestra, tutta per lui, per la sua distrazione e divertimento. Perfetto, elegante, armonioso, tutto da guardare, se ne sta in posizione accovacciata, la bella testa eretta, le orecchie svettanti, la coda agitata da piccole e cadenzate battute sul legno levigato del davanzale, quasi a scandire il tempo di una visione felice, ma contenuta. Abitudinario e preciso, conosce bene i tempi dello svago e del sonno e della tenerezza e degli spuntini. La sua ciotola è sempre piena di biscottini, da sgranocchiare  e spilluzzicare; non mangia, assaggia con il fare pulito di tutti i componenti la sua razza, ma più aggraziato e con quella noncuranza tipica di chi sa che non gli mancherà mai né la quantità né la varietà.

Di campagna
Tra le erbe alte il suo mantello a chiazze bianco e nero si nota  evidente, ma questo non preclude la riuscita della caccia. È acquattato e teso. Ogni suo muscolo è quasi visibile nella tensione. La preda ignara prosegue il suo percorso, ma non è mai perduta di vista. Si maschera e mimetizza tra le erbe che con i loro flessibili fuscelli gli fanno da tana  e lo nascondono. Non si muove in fretta, ma quasi striscia, sollevandosi appena sulle zampe schiacciate sul terreno.
La coda annuncia l’agguato; è tesa, quasi rigida. Tutto il suo corpo si muove impercettibilmente accompagnato dal fremito appena visibile della coda. Lo scatto è improvviso: le unghie delle zampe anteriori sono atterrate precisamente sulla vittima, la bocca ora si muove all’unisono e afferra ciò che è già stato artigliato e stordito e bloccato. La caccia è finita e la preda ora ciondola dalla sua bocca. Si muove  con fare trionfante verso un luogo appartato a consumare.

Di città
Attraversano strade trafficate con la testa incassata nelle spalle, quasi a ignorare il pericolo. Raggiungono i marciapiedi come approdi di naufraghi. Un salto sul muretto più basso e poi  ancora salti verso giardini e terrazze e cortili dove chiedere ospitalità e rubare un magro e sudato pasto artigliando e sforacchiando robusti sacchi di plastica che custodiscono appetitosi, ma avari avanzi. Uno zerbino come giaciglio o il cuscino morbido di una poltrona, quando va bene. Sonni poco profondi e sempre allerta, miagolii disperati quando la fame è troppo insistente; se c’è chi risponde alle richieste si diventa amici, ma occasionali.
Procedono guardinghi lungo i marciapiedi, si fermano un momento e si guardano intorno dubbiosi,  proseguendo poi per la loro meta. La città offre affascinanti avventure; è grande e piena di spazi da esplorare. Spariscono a volte per mesi interi, ma spesso tornano guidati da un istinto infallibile e dalla ricerca di un posto al sicuro. Avvezzi a tutti i pericoli e difficoltà vivono alla giornata, ma ricordando precisamente i punti nei quali trovare cibo a buon mercato, giacigli accoglienti, caldi ricoveri nelle notti quando il freddo è pungente.
Pance vuote, levatacce, corse sfrenate di inseguimenti più o meno molesti  di simili o di umani, incidenti mortali: risvolti malevoli della vita vagabonda di città.

Generosi
Lo zerbino è un vassoio per gli omaggi: un topolino, un passerotto, una lucertola; non sono quotidiani, ma occasionali. Ottimo cacciatore, è discreto, non chiede, non pretende, ma all’occorrenza sa farsi accudire. Per  generosità offre il suo  prezioso carniere o è spinto da desiderio di affermazione? È muscoloso e agile, più di altri della sua razza. I suoi salti sono poderosi e sicuri anche quando l’altezza è rilevante. Nonostante si fa mansueto e domestico quando balza sui davanzali per ricevere la guadagnata considerazione.

(da Salvina Pizzuoli “Corti e fantastici”) .

I primi 10 più venduti tra il 26 ottobre e il 7 novembre: le classifiche di Robinson e le recensioni su tuttatoscanalibri

Le recensioni su tuttatoscanalibri

Per la narrativa italiana

2Antonio Manzini “Gli ultimi giorni di quiete“

4 Simonetta Agnello Hornby “Piano nobile”

Per la narrativa straniera

1 Ken Follett “Fu sera e fu mattina“

2Valérie Perrin “Cambiare l’acqua ai fiori“

6Valérie Perrin “Il quaderno dell’amore perduto“

8 Michael Connelly” La morte è il mio mestiere“

10 Toshikazu Kawaguchi “Finché il caffè è caldo”

Fabio Strinati “Toscana – Venezia solo andata” presentazione

È da poco uscito l’ultimo libro del poeta, scrittore ed esperantista marchigiano Fabio Strinati, dal titolo: “Toscana-Venezia solo andata”. All’interno della raccolta, numerosi sono i componimenti (tutte quartine) dedicati alla città di Siena e provincia.

“Da Monterinaldi vedo il tuo volto
sprofondare nel verde di Toscana; 
smisurato, un sibilo di vento esclama
adagio, mi penetra l’orecchio”.

*
Angolo della Val d’Orcia una cartolina
in un lumino il cipresso delicato,
tocca il soprabito al cielo, così gradevole
Pienza ingioiellata in una verde valle”.

La copertina della raccolta poetica, dal titolo “Amico Viaggiatore”, è

un’ opera originale dell’artista napoletano Flavio Berti.

Il libro, è dedicato all’attrice Mirella D’Angelo.

“Un giovane poeta s’innamora perdutamente del suo viaggio. Un sentiero che lo porterà a scrutare, col binocolo della curiosità, luoghi e paesaggi pregni di natura e di Storia. Luoghi osservati con minuziosità, attraverso gli occhi di chi è appassionatamente stregato, a tratti, dal proprio flebile peregrinare. Una silloge poetica che, come un lungo diario di viaggio, tanto assomiglia a una storia vissuta in solitaria, all’interno di un percorso completamente assorto che, con naturalezza, sfocia in immagini nella mente dell’autore”.

Prefazione di Zairo Ferrante. Postfazione di Rocco Rosignoli.

BIOGRAFIA

Fabio Strinati (San Severino Marche, 19 gennaio 1983) è un poeta, scrittore ed esperantista italiano. Ha pubblicato anche poemetti, preghiere e aforismi.  Debutta come poeta nel 2014 con il libro «Pensieri nello scrigno. Nelle spighe di grano è il ritmo». È presente in diverse riviste e antologie letterarie: da ricordare «Il Segnale», rivista letteraria fondata a Milano dal poeta Lelio Scanavini; la rivista «Sìlarus», fondata da Italo Rocco; il bimestrale di immagini, politica e cultura «Il Grandevetro»; la «Gazeta Dielli»; «451 Via della letteratura della scienza e dell’arte». Sue poesie sono state tradotte in romeno, in bosniaco, in spagnolo, in albanese, in francese e in inglese, mentre in lingua catalana è stato tradotto da Carles Duarte i Montserrat, e in lingua croata, dalla poetessa Ljerka Car Matutinovic. È inoltre il direttore della collana poesia per le «Edizioni Il Foglio» e cura una rubrica poetica dal nome «Retroscena» sulla rivista trimestrale del «Foglio Letterario».

Helen Humphreys “Bill” presentazione e con la recensione di Maria Anna Patti di CasaLettori

La recensione di Maria Anna Patti di CasaLettori

Ispirata a fatti realmente accaduti, un omicidio avvenuto nel 1947 che scosse la città di Canwood e gli esperimenti con l’LSD condotti negli anni Cinquanta, la storia è ambientata in Canada tra i boschi e le praterie del Saskatchewan: un ragazzino, Leonard, solo e solitario con relazioni sociali e familiari difficili, frequenta e stabilisce un forte rapporto di amicizia con Bill, detto “zampe di coniglio” un uomo selvatico, che vive isolato e ai margini in un rifugio che lui stesso ha scavato alla base di una collina, ma capace di diventare per Leonard un riferimento affettivo. E poi il fatto efferato: l’accaduto allontanerà fisicamente i due, ma non verrà a cessare il legame viscerale e profondo che si era creato. Si ritroveranno più tardi, dodici anni dopo, il ragazzino come medico dell’ospedale psichiatrico dove l’altro è ricoverato.

Dalla Quarta di copertina

Mi manca Bill, mi manca quel pezzo del mio passato in cui ci conoscevamo e ci appartenevamo. E mi manca il futuro che non abbiamo mai avuto. Mi manca la possibilità reale di un lieto fine. Mi manca l’invenzione di una macchina che trasformi un’azione sbagliata in pensiero, la rabbia in amore

Brevi note biografiche

Helen Humphreys (1961) narratrice e poetessa canadese. Le opere: nel 2002 Il giardino perduto nel 2008 il romanzo Coventry ( uscito in Italia nel 2010). In Italia Playground ha pubblicato Cani selvaggi e Il canto del crepuscolo nel 2015, Notturno nel 2013, La verità, soltanto la verità nel 2011.

Antonio Manzini “Gli ultimi giorni di quiete” presentazione

Da un fatto realmente accaduto, una storia di cronaca nera, Manzini ne ha tratto una diversa da quelle a cui si è fino ad ora dedicato. Un fatto di sangue con un giovane morto ammazzato e un assassino, ma la storia che Manzini vuole raccontarci va oltre gli avvenimenti, entra nei personaggi coinvolti e indaga le ragioni di ciascuno, dal punto di vista di ognuno dei protagonisti, legate alle conseguenze psicologiche non solo di quanto accaduto ma anche per le implicazioni forti e feroci determinate dalle delibere giudiziarie. Non è difficile da immaginare lo stato d’animo di chi accoglie il verdetto, la cronaca giornalistica ne offre prove quotidiane. Anni di attesa e processi e condanne più o meno lievi, più o meno soddisfacenti ma difficilmente acquietanti. E così il lettore segue le vicende, segue Nora e Pasquale proprietari di una tabaccheria dove il loro giovane figlio viene ammazzato durante una rapina. Due vite distrutte dalla tragedia. E poi un giorno l’incontro in treno di Nora con l’assassino, già libero, già pronto a rifarsi una vita. Cosa scatenerà questo incontro nella madre annichilita dal dolore?

Tante domande sicuramente, e reazioni. Un dilemma che coinvolgerà il lettore in molte riflessioni per vittime e carnefici.

“Da anni Antonio Manzini aveva in mente questa storia, tratta da un fatto vero. E ha voluto scrivere non un romanzo a tesi, ma un romanzo psicologico su tre anime e su come esse reagiscono di fronte a un’alternativa morale priva di una risposta sicura. E leggendo queste pagine si resta disorientati, non solo perché l’autore ha scritto una storia diversa dalle sue trame che ci sono più famigliari, ma soprattutto perché è riuscito a raccontare, dentro gli intrecci propri di chi è maestro di storie, l’impossibilità di farsi un giudizio netto. Impossibilità di chi legge, e di chi scrive; ma anche dei personaggi che vivono la vicenda. Questi possono scegliere (e le loro scelte sono diverse) ma perché costretti a farlo, così come la vita costringe. Questa specie di cortocircuito, tra ragione e vita, è il dubbio etico che Manzini esplora in tutto il suo spazio”(Dal Catalogo di Sellerio Editore)

Dello stesso autore “Rien ne va plus”

Elizabeth Strout “Olive, ancora lei” recensione di Salvina Pizzuoli

Dopo dieci anni da “Olive Kitteridge”, valso il Pulizer all’autrice, il personaggio di Olive ritorna in questo nuovo romanzo costruito a racconti in cui è quasi sempre presente anche se a volte di sfuggita, ma nelle pagine in cui compare le riempie e le completa con il suo spirito schietto, la sua capacità d’intuire i bisogni degli altri senza essere mai sdolcinata ma diretta, con la sua voglia di vita sebbene con rammarichi e consapevolezze così umani e vicini da permettere al lettore di parteciparli tutti, comprendendo anche i moti più sbagliati.

E dieci anni dopo eccola in “Olive, ancora lei” a raccontarsi dopo la vedovanza e il nuovo amore dove i personaggi che ruotano attorno a lei, cittadini di Crosby nel Maine, ricompaiono invecchiati e ciascuno con la propria vicenda di vita vissuta in quella cittadina costiera con i suoi paesaggi di luce, dove la “vecchia ciabatta”, come affettuosamente viene chiamata e ritenuta la scorbutica insegnante di matematica e moglie del buon farmacista, ha trascorso tutta la propria vita e dove conosce tutti e tutti la conoscono.

E il lettore racconto dopo racconto l’accompagna attraverso la sua decadenza fisica di donna ormai più che ottantenne e la solitudine, nuovamente vedova, senza mai abbandonare quel suo piglio nei confronti di se stessa e del mondo che la circonda, senza mezzi termini, un po’ spietata ma onesta fino in fondo nello scrutare e nello scrutarsi.

Elizabeth Strout ha saputo rinnovare al lettore in questo secondo romanzo il piacere di un nuovo incontro con un personaggio spigoloso che sa farsi amare in questo scorcio di vita rimanente con le sue nuove fragilità e un vissuto alle spalle e tanti sguardi all’indietro, un po’ come gli altri, tutti invecchiati, tutti con i propri scheletri nell’armadio perché non c’è una sola persona su questa terra che non si porti appresso un paio di brutti ricordi per tutta la vita

Dello stesso autore “Olive Kitteridge”

Olivia Laing “Gita al fiume” presentazione

Pubblicato in inglese nel 2011 il romanzo di Olivia Laing, scrittrice e critica letteraria inglese, viene oggi tradotto e presentato in Italia da Il Saggiatore

Nel giorno del solstizio d’estate l’autrice in un momento di crisi decide di intraprendere un viaggio a piedi lungo il fiume Ouse, la cui scelta nasce dal ricordo ma è anche simbolica: acqua come lavacro, rinascita e anche viaggio con una meta sicura, là dove il fiume confonde le proprie acque con quelle del mare. Un fiume lungo il quale si intrecciano momenti e riflessioni personali con i fatti che riguardarono il medesimo fiume, gli avvenimenti della vita di Virginia Woolf che in una casa isolata nei pressi dell’ Ouse visse con il marito e scrisse parte delle sue opere e dove, nel 1941, decise di porre fine alla propria vita, e non solo. “Viaggio sotto la superficie” recita il sottotitolo, per indagarsi dentro, per ritrovarsi, quando tutto sembra crollare. Un romanzo non etichettabile perché memoir, saggio biografico, descrizione di flora fauna e riflessione sul paesaggio.

Olivia Laing brevi note biografiche da Il Saggiatore

Olivia Laing Olivia Laing (1977) è una scrittrice e critica letteraria inglese. Collabora con il Guardian, il New Statesman e Frieze ed è stata responsabile della sezione «Libri» dell’Observer. Il Saggiatore ha pubblicato il best seller internazionale Città sola (2018) e Viaggio a Echo Spring (2019).

Eudora Welthy “Nozze sul delta” presentazione

Eudora Welty “Nozze sul delta”

Pubblicato per la prima volta nel 1946 viene oggi riproposto da Minimum Fax.

Un affresco a più voci, con una miriade di personaggi e una cura particolare ai dettagli, racconta la storia di una numerosa famiglia, i Fairchild, e un luogo, il Sud, il delta del Mississippi: settembre 1923, Laura, la giovanissima protagonista, ha solo nove anni ed è da poco rimasta orfana di madre, a bordo di un treno, da Jackson si sposterà a Shellmound, la grande piantagione sul Delta del Mississippi dove sono in corso i preparativi per le nozze della giovane secondogenita dei Fairchild,

“Con una prosa limpida, fuori dal tempo, Eudora Welty ci racconta la fine di un’epoca, costruendo un mosaico di storie che hanno il profumo e il ritmo pigro del più profondo e autentico Sud, un mondo che appare al tempo stesso immutabile e dolorosamente transitorio”. (da Minimum Fax Editore)

Nata a Jackson (1909 – 2001), Mississippi, Eudora Welty è voce importante della letteratura femminile del Sud degli Stati Uniti. Premiata con il Pulitzer, esordì sulla scena letteraria statunitense con il racconto “Morte di un commesso viaggiatore” (1936) pubblicato sulla Rivista Manuscript.

Howard Owen “Oregon Hill” presentazione in breve

Howard Owen è autore di una serie di crime story di cui Oregon Hill è il primo. Pubblicato nel 2012, soltanto ora in italiano, ha vinto l’Hammett Prize, uno dei riconoscimenti più prestigiosi del crime americano.

Protagonista è il giornalista Willie Black che ora scrive sulla pagina del giornale dedicata alla cronaca nera, come indica il suo biglietto da visita che reca cancellato a penna “cronaca politica” sezione per la quale ha lavorato per molto tempo ma da cui è stato trasferito per il suo carattere e i molti vizi che lo corredano, ma ha un grande fiuto e la caparbietà di andare sempre a fondo nei casi che gli vengono affidati.

Non è stato archiviato troppo presto l’omicidio di una giovane studentessa la cui testa è stata decapitata e recapitata al genitore?

Il suo corpo è stato ritrovato nelle acque del fiume South Anna e il principale indiziato è il ragazzo con cui aveva una relazione la cui stessa confessione pare estorta. Ed è Oregon Hill, il quartiere popolare di Richmond, di cui lo stesso Willie è originario, che lo vedrà indagare non solo la psicologia dei personaggi della vicenda ma la realtà stessa della provincia americana mettendone a nudo i nodi ancora irrisolti: non solo crime.

Donatella di Pietrantonio “Borgo Sud” presentazione e con la recensione di Maria Anna Patti di CasaLettori

La recensione di Maria Anna patti di CasaLettori

In Borgo Sud Donatella di Pietrantonio continua a tessere le vicende della famiglia di cui il lettore ha già fatto conoscenza nell’Arminuta, la Ritornata, vincitore nel 2017 del Premio Campiello insieme ad altri premi; ma se il precedente ruotava appunto sul ritorno in famiglia dell’Arminuta attraverso gli occhi di quest’ultima, protagonista tredicenne, in questo seguito il romanzo si incentra sulle due sorelle, ormai cresciute, giovani donne, e sul loro rapporto, gli avvenimenti e le scelte operate nelle proprie vite. Anche questo è raccontato in prima persona, da “una donna timida, austera ma ostinata” scrive Elena Stancarelli nella sua recensione (su DLa Repubblica).

Un romanzo il cui seguito era stato pensato, previsto, ma la cui gestazione è stata lunga, dopo un silenzio e un vuoto che non si spalancavano. E poi, come l’autrice stessa racconta in una recente pagina su “tuttolibri”, chiusa in una stanza d’ospedale ricoverata nel reparto di Terapia radiometabolica dell’ospedale di Pescara, in quella reclusione forzata, il vuoto si è colmato e i personaggi, anzi proprio Adriana, ha invaso la scena con la sua energia e ha interrotto quel silenzio. È proprio per lei che l’autrice cambia l’ambientazione, perché era necessario per lei un orizzonte più ampio. Sono così cominciati i sopralluoghi nel Borgo Marino di Pescara, quartiere dei pescatori, quel Borgo Sud che dà il titolo al romanzo stesso.

Da Giulio Einaudi Editore, brevi note biografiche

Donatella Di Pietrantonio vive a Penne, in Abruzzo, dove esercita la professione di dentista pediatrico. Con L’Arminuta (Einaudi 2017, tradotto in piú di 25 paesi) ha vinto numerosi premi, tra cui il Premio Campiello, il Premio Napoli e il Premio Alassio. Per Einaudi ha pubblicato anche Bella mia (prima edizione Elliot 2014), con cui ha partecipato al Premio Strega 2014 e ha vinto il Premio Brancati, e Borgo Sud (2020).