Due presentazioni in breve:

Manlio Graziano “Mondo birbetta! Cronache italiane del ventesimo secolo” Nuova Argos Editore

Annalena MacAfee “Belladonna”, Einaudi

Un omaggio ai nonni, ovvero alla memoria del passato impressa nelle vite di chi ci ha preceduto. Nello specifico si tratta di nonna Anna, la nonna di Manlio Graziano, docente ed editorialista, specialista in geopolitica

. Nel titolo l’imprecazione di nonna Anna che ne aveva ben d’onde: nata nel 1899 a San Prospero, frazione di Novacchio, comune di Càscina, provincia di Pisa, vive due guerre mondiali, il passaggio dalle dittature al mondo nuovo democratico. Il titolo completo infatti riporta dopo “Mondo birbetta!” ,“ Cronache italiane del secolo ventesimo”.

Un memoir dunque, ma anche cronaca familiare, pagine autobiografiche, in nome di quella memoria che sbiadisce e che non si vuole vada perduta.

Eve Laing è la protagonista di questo terzo romanzo della McAfee. Una sessantenne che ripercorre in una notte d’inverno a Londra i luoghi e le memorie di una vita, sia privata che professionale.

Ma chi è Eve?

Un’artista, ricordata però solo come musa di un pittore, uno famoso. Eppure lei ha qualcosa da dire, artisticamente parlando, che non ha ancora potuto esprimere a pieno nella sua vita: ora vuole esprimersi in un’opera grandiosa per affermare se stessa spesso sacrificata ai compiti familiari, alle rivalità di chi le era stato compagno di studio. E nel finale una pianta velenosa che l’ha portata fino a lì.

Annalena McAfee è nata a Londra e ha frequentato la University of Essex. Ha lavorato nel mondo del giornalismo per più di tre decenni; è stata direttrice della sezione Arte e Letteratura del «Financial Times» e ha fondato la «Guardian Review», che ha diretto per sei anni. Presso Einaudi ha pubblicato L’esclusiva (2012), Ritorno a Fascaray (2019) e Belladonna (2021).(da Autori Einaudi)

Tre presentazioni in breve:

Emily Itami “Ballata malinconica di una vita perfetta”

Tsumura Kikuko “Un lavoro perfetto”

Hiroko Oymada “La fabbrica”

Tre romanzi di autori giapponesi ambientati in Giappone che guardano al mondo del lavoro nipponico e alla condizione femminile con sguardo più ironico o sottolineandone la drammaticità e l’insensatezza: una risposta comunque meno rigida e meno aderente alle regole di obbedienza e impegno totale e all’accettazione delle stesse. Lo stress da lavoro, con le morti e i suicidi che lo contrassegnano, o la stessa diffusione dei locali in cui gli animali sono presenti per momenti di relax, evidenziano la ricerca di un rapporto diverso e la volontà, almeno sulla carta, di osservare un asservimento ai dettami da un punto di vista diverso.

Emily Itami “Ballata malinconica di una vita perfetta”

Mizuki, la protagonista, come l’autrice è vissuta per un certo periodo all’estero, negli Stati Uniti, e da quell’esperienza ha derivato una visione diversa dei propri compiti e impegni. Sposata con un uomo in carriera vive a Tokyo una vita apparentemente perfetta che non la soddisfa però pienamente: il marito lavora tanto e viene assorbito completamente da ritmi e regole che lo rendono distratto; dall’altra lei ha rinunciato al suo sogno giovanile di fare la cantante ed ora è madre con le incombenze legate al compito. Fino a quando incontra Kiyoshi, un ristoratore di successo…

Ne scaturisce un quadro della condizione della donna e dello stile di vita nel Giappone di oggi

Emily Itami è cresciuta a Tokyo prima di trasferirsi a Londra, dove ora vive con la sua famiglia. È una giornalista freelance e una scrittrice di viaggi. Ballata malinconica di una vita perfetta è il suo primo romanzo. (dalla pagina Autori di Mondadori)

Tsumura Kikuko “Un lavoro perfetto”

Esiste il lavoro perfetto per ciascuno di noi? La signora Masakado, consulente del lavoro, pensa di essere in grado di trovare a ciascuno in base alle proprie richieste, ma la protagonista senza nome di questa storia, se non alla fine, quando si presenta pone requisiti ben precisi: vittima di un esaurimento nervoso da lavoro ora cerca un’attività “semplice” che non la coinvolga, che salvaguardi la sua mente, che non le crei alcuna pressione. Dopo ben cinque esperienze in attività che appaiono rispondere ai requisiti la protagonista scoprirà che il lavoro perfetto appunto non esiste, neanche quello in totale solitudine di custode di un capanno nel bosco. Non manca il finale a sorpresa.

Tsumura Kikuko, talento emergente nel panorama letterario giapponese, ha ricevuto importanti riconoscimenti, tra i quali i prestigiosi premi letterari Akutagawa e Noma, oltre al PEN/Robert J. Dau per un suo racconto pubblicato su Granta. (da Marsilio Editore)

Hiroko Oymada “La fabbrica

Tre i protagonisti in questo romanzo d’esordio, che prende spunto dalla personale esperienza dell’autrice che ha lavorato come precaria per la filiale di una casa automobilistica, le cui storie si alternano e s’intrecciano in un’atmosfera inquietante e drammatica: una città- fabbrica con reparti sconfinati e una navetta per raggiungerli, un grigio imperante e animali ovunque.

Nata a Hiroshima nel 1983, Hiroko Oyamada ha vinto il premio Shincho for New Writers con La fabbrica, ispirato alla sua esperienza di lavoro come precaria per la filiale di una casa automobilistica. Il suo secondo romanzo, The Hole, ha vinto il premio Akutagawa.( da Neri Pozza Editore)

E anche la recensione di Maria Anna Patti di CasaLettori

Stefania Auci “L’inverno dei leoni. La saga dei Florio” presentazione

Si apre con due brevi sintesi la prima traccia dal 1799 al1868 il percorso dei capostipiti dei Florio, la seconda inquadra il periodo storico prima di iniziare la nuova avventura: “Mare”, il titolo del capitolo, con il nuovo orizzonte aperto da Ignazio sull’impero dei Florio fondando una Compagnia di navigazione.

Procede quindi a riallacciare le vicende raccontando dalla morte di Vincenzo Florio e dell’erede Ignazio che ha portato alla famiglia quel quarto di nobiltà che mancava per coronare l’impresa, sposando la baronessa Giovanna d’Ondes Trigona.

La morte prematura di Ignazio segnerà un passaggio epocale, l’erede ventiduenne infatti non ha quel senso della “famiglia” di chi lo ha preceduto e nemmeno l’amore per la moglie, la bella e fascinosa donna Franca, riuscirà a fermare in lui la voglia di sfarzo, l’amore per la bella vita e la mancata dedizione al lavoro. Inizierà il declino ma prima del precipitare, il nome dei Florio si risolleverà legandosi alla Targa voluta da Vincenzo, appassionato di auto.

Un romanzo che segue le vicende appoggiandosi ad una fitta documentazione e sulla capacità dell’autrice di legare e avvincere il lettore alle vicende sapientemente raccontate.

Da Editrice Nord brevi note biografiche

Stefania Auci è nata a Trapani, ma vive da tempo a Palermo, dove lavora come insegnante di sostegno. Con I Leoni di Sicilia, che ha avuto uno straordinario successo – più di cento settimane in classifica, in corso di traduzione in 32 Paesi –, ha narrato le vicende dei Florio fino alla metà dell’Ottocento, conquistando i lettori per la passione con cui ha saputo rivelare la contraddittoria, trascinante vitalità di questa famiglia. Una passione che attraversa anche L’inverno dei Leoni, seconda e conclusiva parte della saga, e che ci spalanca le porte del mito dei Florio, facendoci rivivere un’epoca, un mondo e un destino senza pari.

e anche

su tuttatoscanalibri la recensione a I leoni di Sicilia

Martha Lloyd’s Household Book,Bodleian Library Publishing, presentazione

Una curiosità, una pubblicazione particolare per chi vuole conoscere usi e preparazioni culinarie dell’Inghilterra tra XVIII e XIX secolo, un libro che lega la sua storia alla scrittrice Jane Austen: è una prima pubblicazione in facsimile del Libro di casa ( Household Book ) scritto dall’amica a lei più vicina : Martha Lloyd.

Martha conobbe Jane nel 1789 quando Jane Austen aveva 13 anni e lei 23, visse poi con la scrittrice, la sorella e la madre di lei nel cottage di Chawton, nello Hampshire, dove la Austen compose le sue opere maggiori.

Ma cosa ha di particolare questo volume?

È praticamente un libro che raccoglie ricette e rimedi casalinghi, un prontuario per le pulizie o per infortuni, un libro per la casa e la famiglia, e fu scritto a mano tra il 1798 e il 1830 da Martha includendo i piatti preferiti dalla scrittrice, tra i quali il formaggio tostato e l’ idromele e indirettamente modi di vita della scrittrice stessa e soprattutto tra le curiosità, la ricetta della “zuppa bianca”, che compare in Orgoglio e pregiudizio .

La copia facsimile è riprodotta a colori ed è accompagnata da una trascrizione completa e da annotazioni dettagliate. Conserva le macchie dell’uso e del tempo trascorso e anche delle molte mani che lo hanno aperto e sfogliato alla ricerca di ingredienti e procedimenti o consigli.

La Bodleian Library Publishing lo ha pubblicato a giugno, con il titolo Martha Lloyd’s Household Book, ed è stato curato dalla storica del cibo Julienne Gehrer. Si compone di 312 pagine e 85 tavole a colori

Aleksandr Puškin “Eugenio Onieghin nei versi italiani di Giovanni Giudici” Scalpendi Editore

“Eugenio Onieghin” è un romanzo scritto in versi da Puskin tra il 1822 e il 1831. Con l’autore in vita non ebbe un’accoglienza benevola dalla critica contemporanea, e solo dopo la morte dell’autore venne considerato il modello del grande romanzo realistico russo dell’Ottocento. Questa edizione propone il romanzo nella traduzione di un grande poeta come Giovanni Giudici per continuare a seguire il solco tracciato dai primi due volumi della collana “Per l’Alto Mare Aperto” diretta da Edoardo Esposito (da Unilibro)

Aleksandr PuškinEugenio Onieghin nei versi italiani di Giovanni Giudici

Puškin nacque a Mosca nel 1799, l’anno in cui, a Milano, moriva Giuseppe Parini; e se Parini aveva dato all’Italia il ritratto di un vanesio e dissoluto rampollo nobiliare, bollandolo con illuministico sarcasmo, Puškin avrebbe dipinto un “Giovin Signore” della società russa nel nuovo spirito che il romanticismo diffondeva in Europa e che, senza rinunciare all’ironia, puntava piuttosto però, e vivamente, sulle passioni del cuore. Così Eugenio, il suo personaggio, non è più una marionetta da ammaestrare e da mettere alla berlina, ma è un giovane che nella vita e nei godimenti della vita si muove destramente e che, se non manca di sventatezza e di qualche cinismo, non manca nemmeno di impulsi generosi e della capacità di capire i suoi stessi sbagli. Non sempre a tempo, purtroppo, e glielo insegna Tatjana, dolcissima figura che gli fa da contrappunto incarnando, contro l’allettamento di vane fantasie, i sentimenti dell’amore sincero.

La storia non è in prosa ma – si vorrebbe dire – in musica; fu l’autore stesso a parlare di «romanzo in versi» e a inventare una strofa capace di reggerne giocosamente la continuità. Quanto a Giovanni Giudici, che per anni si è dedicato a trasformarla «in versi italiani», ha scritto Gianfranco Contini che è stato «il solo traduttore che abbia comunicato qualche cosa del fremito straordinario di quell’opera apparentemente leggera e futile, ma di una futilità sublime, che è l’Oneghin. Uno, mi pare, dei capolavori dello spirito umano».

Aleksandr Puškin (1799-1837), di nobilissima famiglia, è considerato uno dei padri della letteratura russa e di una lingua rinnovata dall’innesto della parlata comune. Dapprima partecipe della vita mondana di San Pietroburgo, e più volte costretto all’esilio per la libertà di alcuni suoi scritti, fu autore acclamato sia di liriche e di poemi (Ruslan e Ljudmila, 1820; Il cavaliere di bronzo, 1833) sia di prose come La dama di picche (1834) e La figlia del capitano (1836). Scrisse per il teatro il Boris Godunov (1831, poi musicato da Musorgskij); la stesura completa del poema Evgenij Onegin fu pubblicata nel 1833. Morì in duello pochi anni dopo, nel 1837.

Giovanni Giudici (1924-2011), nato a Le Grazie (SP), è vissuto a Roma, Ivrea, Torino, Milano, esercitando la professione di giornalista e di copywriter. Dopo le prime plaquettes e dopo il volume La vita in versi (1965) si è affermato come uno dei più vivi poeti del secondo Novecento con i volumi di Autobiologia (1969), O beatrice (1972), Il male dei creditori (1977), Il ristorante dei morti (1981), Lume dei tuoi misteri (1984), Salutz (1986), Fortezza (1990), Quanto spera di campare Giovanni (1993), Empie stelle (1996), Eresia della sera (1999).

Antonio Manzini “Vecchie conoscenze” presentazione

Rocco Schiavone ancora protagonista nel decimo romanzo che Manzini gli dedica e non sarà l’ultimo: l’autore infatti sottolinea che sta già lavorando all’undicesimo perché scrive, “ come dicono quelli bravi” è arrivata un’illuminazione, un’idea da non tralasciare e non perdere. Ma Schiavone è un personaggio particolare, sa farsi amare sulla carta e nelle fiction che ne seguono le vicende tra presente e passato, quello che riaffiora e coinvolge il vicequestore e i suoi amici di sempre, pronto e pronti ad intervenire a qualsiasi richiamo. Un personaggio ruvido, ma se stesso comunque anche nelle situazioni e nelle decisioni più scabrose. In questo decimo affronta un caso nuovo e uno che rispunta dal passato e riguarda Sebastiano, l’amico fraterno. L’altro, quello nuovo, è relativo all’omicidio di un’insegnate di storia dell’arte in pensione, ma conosciuta per alcune importanti scoperte su Leonardo da Vinci. Un cranio fracassato, un gioiello sparito, una relazione finita, un figlio poco presente. E l’indagine del vicequestore e della squadra si sposterà a scandagliare il mondo universitario e ancora una volta non mancherà di coinvolgere incatenando il lettore fino all’ultima pagina.

Dal Catalogo Sellerio


[…]L’inchiesta portata avanti da Rocco Schiavone, con il suo stile inconfondibile di lavoro e di vita, ha due snodi. Il primo riguarda la condotta del figlio della vittima; il secondo è una scoperta che questa aveva fatto scavando nelle opere scientifiche del genio del Rinascimento. «Una svolta nel mondo degli studi leonardeschi».
Improvvisamente, […]rispunta Sebastiano, l’amico di infanzia, e di imprese al limite della legalità, che era scomparso da un bel po’ di tempo […]E non è l’unico, sconvolgente ritorno proveniente dal passato, per trasformare in spettri le vecchie care conoscenze. Un Rocco Schiavone forse più solo, ma a momenti autocritico, che si sorprende quasi quasi a pentirsi della propria scorza di durezza: forse perché aleggia dappertutto un’invitante allusione alla forza emancipatrice dell’amore. Amore di qualunque tipo.

Dello stesso autore su tuttatoscanalibri:

Gli ultimi giorni di quiete

“Rien ne va plus”

Fabio Sanvitale e Armando Palmegiani nell’edizione Armando Editore

“Morte a Via Veneto. Storie di assassini, tradimenti e Dolce Vita” Armando Editore

Via Veneto, la Dolce Vita. E tutto il loro corredo di immaginario collettivo. Ma quel ruggente periodo è stato anche altro. È stato, ad esempio, anche cronaca nera. In quegli stessi anni in cui un Sogno Italiano prendeva forma e diventava leggenda, proprio in quella strada avvenivano due delitti destinati ad entrare nella Storia Nera del Novecento Italiano. Uno è il caso Wanninger, l’altro il caso Bebawi. Curioso: in entrambi, le vittime sono straniere. Come a voler provare, dimostrare quasi, lo spessore internazionale che via Veneto aveva assunto in quegli anni. Wanninger è un delitto che sembra uscito dalla penna di uno scrittore. 1963. Un grido scuote un palazzo di via Emilia. La portinaia che sale a vedere incontra per le scale l’assassino e ci parla. Sul pianerottolo trova una giovane tedesca, Christa Wanninger, venuta a Roma a cercare una fortuna non ancora trovata e finita in un lago di sangue. Bebawi è un delitto che fa epoca. 1964. Un facoltoso industriale egiziano, giovane e affascinante, Farouk Chourbagi, viene trovato assassinato e sfigurato nel suo ufficio di via Lazio. La polizia sospetta l’amante della vittima e suo marito. Due delitti successi a trenta metri l’uno dall’altro, entrambi casi limite della Giustizia italiana: Wanninger risolto venticinque anni dopo, Bebawi protagonista di un clamoroso verdetto con annessa fuga degli imputati all’estero… Un libro e un’indagine basati sull’esame dei fascicoli originali delle due inchieste e dei processi che ne seguirono, che nessun altro aveva potuto consultare prima di oggi.

e anche

Omicidio a Piazza Bologna Una storia di sicari, mandanti e servizi segreti Armando Editore

11 settembre 1958. Una donna, Maria Martirano, viene trovata strangolata nel suo elegante appartamento di via Monaci, a Roma, dietro piazza Bologna. Sembra un omicidio per rapina: è solo l’inizio del più straordinario giallo del dopoguerra. Giorno dopo giorno entrano in scena, sempre tallonati da cronisti in cerca di notizie, polizze milionarie, un marito imprenditore in difficoltà economiche, un sicario con la faccia da bravo ragazzo, un commissario che è un mastino. E poi un medico che ha rifiutato di uccidere, un viaggiatore dalla memoria di ferro, una domestica che ha visto tutto, un operaio che non ha impronte digitali, un ragioniere che sapeva da mesi, due uomini che camminano al contrario. La morte della Martirano sembra il risultato di un piano incredibile, giocato sul filo dei minuti di una combinazione di aerei e treni che corrono nella notte; un piano mosso dal desiderio di arricchirsi e da quello di sbarazzarsi di una donna non amata. Spuntano fuori strane prove dopo un anno e mezzo e testimoni che, più che chiarire, confondono la vicenda. Per la polizia i responsabili possono essere incastrati, è tutto chiaro. Ma sarà vero? Ci saranno processi e sentenze, c’è un enorme errore giudiziario, c’è l’ipotesi del coinvolgimento dei servizi segreti. Fabio Sanvitale e Armando Palmegiani, dopo aver investigato sul caso Girolimoni, su quello Bebawi, sul caso Wanninger, tornano con una nuova indagine, la più completa mai tentata sul più straordinario delitto del Novecento italiano: il caso Fenaroli.

Brevi note biografiche

Armando Palmegiani è nato nel 1965 a Roma. Esperto della Scena del Crimine. Si è laureato in Psicologia Clinica ed ha studiato criminologia con Vincenzo Maria Mastronardi. Nel corso della sua carriera si è occupato di molti casi di cronaca, tra i quali, la bomba di via dei Georgofili, nel 1993 a Firenze, l’omicidio di Marta Russo, l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Ha pubblicato in collaborazione con F. Sanvitale Un mostro chiamato Girolimoni.

Fabio Sanvitale è nato nel 1966 a Pescara. È giornalista investigativo, esperto di casi storici della cronaca nera italiana ed internazionale. Ha studiato criminologia con Franco Ferracuti e Francesco Bruno. Ha scritto per “Il Tempo”, “Il Messaggero”, “Detective”. È consulente del Cepic. Ha scritto, con Vincenzo Mastronardi, Leonarda Cianciulli. La Saponificatrice. Nelle nostre edizioni ha pubblicato in collaborazione con A. Palmegiani Un mostro chiamato Girolimoni.

Il noir di Emma Stonex e l’ultimo romanzo di Ahmet Altan. Due presentazioni in breve

Cornovaglia, Inghilterra, un isolotto lontano dalla costa su cui si erge il faro, tre guardiani, tre donne in attesa che ciascuno di essi torni a casa a turno, un mistero.

Ispirato ad un fatto realmente accaduto nel 1900 a Eilean Mòr nelle Ebridi, il romanzo si apre subito con il mistero da sciogliere: è il 30 dicembre del 1972 quando una barca approda al faro dello Scoglio della Fanciulla, per dare il cambio ai custodi, ma la porta del faro è chiusa dall’interno, la torre è vuota e dei guardiani non c’è traccia.

“Vent’anni dopo, le donne dei tre guardiani stanno ancora cercando di andare avanti, anche se senza risposte. Helen, Jenny e Michelle avrebbero dovuto essere unite dalla tragedia comune, che invece le ha separate. Fino a quando, un giorno, uno scrittore le contatta: vuole scrivere un libro su quel mistero irrisolto e dare loro la possibilità di raccontare la propria versione della storia”

Sei voci narranti a turno raccontano il proprio rapporto con il faro, ma anche il proprio rapporto di coppia.

Emma Stonex è nata nel 1983 ed è cresciuta nel Northamptonshire. La sua storia d’amore con i fari e il mare è iniziata durante le vacanze trascorse da bambina in Cornovaglia e sull’isola di Wight. Prima di diventare scrittrice a tempo pieno, ha lavorato come editor in una grande casa editrice. Vive a Bristol con il marito e le loro due figlie.(da Libri Mondadori)

Ahmet Altan, “Signora Vita”

Dopo cinque anni in un carcere di sicurezza a Silivri in Turchia e dopo aver rischiato l’ergastolo per “reati d’opinione”, pubblica anche in Italia per E/O Edizioni il suo ultimo romanzo, ambientato nella Turchia di oggi. Protagonista e voce narrante è lo studente in Letteratura Fazil che nonostante sia precipitato nella povertà dal fallimento dell’azienda agricola del padre e dalla sua morte, decide di continuare gli studi trasferendosi in città. Nella ricerca di un suo percorso incontrerà due donne che diverranno importanti ciascuna a suo modo sebbene molto diverse.

Un romanzo di formazione in cui sesso, amore, politica e amore per la letteratura, quasi un’ancora di salvezza in una società in cui il pensiero libero non è contemplato, s’intrecciano e s’incarnano in vari personaggi femminili come la professoressa Nermin Hanim che continua coraggiosamente a proporre pagine di critica letteraria.

Da Edizioni E/O

Ahmet Altan, uno degli autori più noti e popolari della Turchia, è stato liberato recentemente dopo essere stato incarcerato nel suo paese dal 2016 per reati di opinione. Per la sua attività di oppositore e critico del potere era stato in un primo momento condannato all’ergastolo. Il 14 aprile 2021 è stato liberato grazie al vasto movimento di solidarietà nei suoi confronti in Turchia e in Europa. Con le Edizioni E/O ha pubblicato i romanzi Scrittore e assassinoCome la ferita di una spada e Amore nei giorni della rivolta e la raccolta delle sue memorie difensive, Tre manifesti per la libertà.

Su mangialibri alcune recensioni ai romanzi di Altan