Donato Carrisi “La casa delle voci” di Lara Crinò da La Repubblica Cultura 19 gennaio

Appennini da incubo il thriller è senza sangue
di Lara Crinò 
Una bambina in un casolare di campagna, sola con i suoi genitori. Intorno, un Appenino quasi disabitato dove è facile perdere la cognizione del tempo e vivere come si viveva cent’anni fa. Ma non c’è niente di idilliaco né di pastorale nella scena — molto cinematografica — con cui Donato Carrisi dà inizio al suo ultimo romanzo, La casa delle voci, ai primi posti delle classifiche di vendita fin dall’uscita in libreria, avvenuta nella stagione d’oro editoriale che precede le vacanze natalizie. Perché già nelle prime pagine intuiamo che questa bimba, che i genitori hanno educato a diffidare di ogni estraneo, a inventare periodicamente un nuovo nome che nasconda quello vero fino a cancellarlo, a vivere in un’inquietante autarchia contadina, è destinata non alla felicità ma alla tragedia e forse a una sinistra preveggenza.
La ritroviamo infatti adulta, con l’identità (fittizia o reale?) di Hanna Hall, nello studio fiorentino dello psicologo infantile Pietro Gerber, specializzato nell’uso dell’ipnosi sui più piccoli, dopo che una collega l’ha convinto ad accettare il caso di questa trentenne nevrotica, affascinante e turbata, tornata dall’altra parte del mondo per ritrovare se stessa bambina, l’origine dei suoi traumi e quindi il luogo in cui l’utopia campestre si è trasformata in incubo. Rovesciando i ruoli tra i personaggi (cosa succede se l’ipnotizzatore si ritrova circondato dagli spettri della paziente, se all’improvviso la crede capace di intuire i suoi segreti, se finisce per camminare lui stesso sulla linea sottile che separa la cosiddetta sanità mentale dalla follia?) Carrisi ha costruito un thriller senza sangue, senza delitto, senza colpevole, sofisticato nell’impianto e al tempo stesso capace di un appeal immediato sul pubblico.
È passato ormai un decennio da quando, dopo una specializzazione in criminologia e una carriera da sceneggiatore tv, si è lanciato nell’avventura del romanzo. Lo ha fatto con sicurezza, come chi sa di aver in mano buone carte, e il suo debutto con Il suggeritore lo ha reso un caso un po’ speciale nell’affollato panorama dei noiristi nostrani.
Non tanto e non solo per i grandi numeri ( Il suggeritore è rimasto in classifica per 30 settimane, ha avuto 19 edizioni, un premio Bancarella e 32 traduzioni all’estero, e ha venduto ad oggi un milione di copie) ma perché con quel primo libro segnava uno scarto rispetto ai modi del giallo italiano per come si è andato caratterizzando. Un po’ come accadde all’inizio dei Duemila a Giorgio Faletti, che si reinventò dopo un passato tv pubblicando Io uccido e altre storie dallo scenario internazionale
diventate bestseller, anche Il suggeritore e gli otto titoli — uno l’anno, tutti editi da Longanesi — che hanno condotto Carrisi fino a La casa delle voci fanno storia a sé. Perché sono lontani dalla forte connotazione geografica dei de Giovanni, dei Carofiglio, dei Manzini; perché il linguaggio evita le coloriture dialettali; perché i personaggi, principali e secondari, non hanno nulla in comune con le maschere della commedia dell’arte i cui tratti spesso sembrano affiorare nelle storie di Camilleri, che fu uomo di teatro.
Si avverte invece, di libro in libro, la consuetudine con l’immediatezza della scrittura televisiva, che Carrisi del resto non ha abbandonato: negli ultimi anni ha firmato sceneggiatura e regia di due film, La ragazza nella nebbia e L’uomo del labirinto, tratti dai suoi romanzi omonimi.
In questo nuovo La casa delle voci arricchisce la formula collaudata di un’allure soprannaturale: disegna un Appennino affascinante, deserto, arcaico e una Firenze geometrica e fredda come i corridoi del suo antico manicomio, “i tetti rossi”, come veniva chiamato l’ex-ospedale psichiatrico di San Salvi, luogo che gioca nella trama un ruolo importante. Dimostrando una volta di più di avere molto mestiere, e di saper dare il suo tocco a una storia di genere.

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