André Aciman “Chiamami col tuo nome” e “Cercami” recensioni di Elena Stancarelli da DLa Repubblica 2novembre

 

e anche:

“Cercami” recensione di Angelo Molica Franco da Il Venerdì La Repubblica

Oscar Wilde illustrato da Evangelista “Il principe felice e altre storie” presentazione di Flavia Piccinni da Il Tirreno Cultura

Torna Oscar Wilde illustrato da Evangelista
di Flavia Piccinni
Ogni anno nel nostro Paese si stampano oltre 60mila libri. Meno della metà andrà dalla tipografia al macero, stazionando per qualche settimana in libreria (senza mai essere acquistato). Per quanto l’editoria si riveli ipertrofica – e spesso gridi, come ha ricordato qualche giorno fa lo scrittore Vins Gallico su Il Fatto, a ristampe inesistenti, spacciando come copie vendute quelle solo stampate-, esistono dei testi che sopravvivono al tempo, alle mode letterarie, alle biografie delle influencer e degli uomini di spettacolo. Fra questi spicca l’opera di Oscar Wilde – forse uno degli autori più amati dagli adolescenti per quella perla sulla fugacità del tempo che è il suo unico romanzo, “Il ritratto di Dorian Gray”, simbolo del decadentismo e dell’estetismo. Alcune storie di Wilde sono adesso riproposte in un’elegante veste da Bompiani con le opere del maceratese Mauro Evangelista, già vincitore del Premio Andersen come migliore illustratore e del Premio Emanuele Luzzati per l’illustrazione. “Il principe felice e altre storie” (pp. 250, EUR 16) propone così due raccolte firmate dall’autore irlandese: oltre quella che dà il titolo all’opera, si aggiunge “La casa dei melograni” che Wilde scrisse per i suoi figli. Le nove favole proposte hanno molteplici letture, e solo di primo sguardo appaiono dedicate esclusivamente ai bambini; obbligano invece tutte quante a riflettere – con la straordinaria prosa di Wilde, e la sua capacità di stupire il lettore senza giochi da quattro soldi, ma con un’intelligenza e un’astuzia travolgenti – sul tempo, sulle ambizioni e in qualche modo sulla morale. Ormai sono un classico raffinato e piacevole, la cui lettura – o la rilettura – gioverebbe a tutti quanti. Intellettuali compresi. —

Patrick McGuinness “Gettami ai lupi” recensione di Irene Bignardi da La Repubblica Cultura 26 ottobre

Il nuovo romanzo di Patrick McGuinness

Delitto e castigo ai tempi della Brexit

di Irene Bignardi

Gettami ai lupi dice, a quanto pare, una vecchia massima inglese, «gettami ai lupi e tornerò come capo del branco». Proverbio, o massima, o perla di saggezza, il titolo del romanzo di Patrick Mc-Guinness spaccia forse come antica una sapienza popolare nuova che ricorda “If you can’t beat them, join them”, (se non li puoi battere, unisciti a loro). E mette ingannevolmente in pista sotto questo titolo bislacco non un romanzo gotico, come ci si potrebbe ragionevolmente attendere, ma un thriller o un mystery o un trattatello dialogato con cento sfumature di giallo.

Patrick McGuinness è professore di francese e letterature comparate a Oxford, oltre a essere un romanziere molto premiato. E decide di ambientare il suo libro in una Inghilterra cupa e grigia oltre che insoddisfatta e molto tesa alla vigilia della Brexit, seguendo le tracce del caso di Cristopher Jeffreys, un innocente accusato e massacrato dai media nonostante la sua estraneità ai fatti. Succede dunque che, in questa atmosfera non propriamente allegra, venga ritrovato nei pressi del Tamigi il corpo di una ragazza, che viene subito identificata come la graziosa e simpatica Zalie, amata da tutti e quindi bersaglio improbabile e immotivato. E che venga subito indicato come colpevole dell’omicidio tal Michael Wolphram, un tranquillo, troppo tranquillo ex insegnante del prestigioso college locale, che ha il torto di essere di incerta identità sessuale, e di amare tutte le cose belle, la musica e la letteratura, che la comunità in cui vive ha in grande antipatia. A indagare sono due detective della polizia locale che si sono assunti il ruolo, come da copione, del poliziotto buono e di quello cattivo, di quello aggressivo negli interrogatori e di quello umano e comprensivo. E che lungo tutto il libro si prendono il compito di stanare il presunto colpevole con metodi dialettici opposti, con la finta ma non poi tanto simpatia Alexander, con l’aggressione e la violenza psicologica Gary. Il tutto raccontato in un continuo passaggio tra diversi momenti della storia comune. Perché Alexander è cresciuto nel locale prestigioso college, e condivide con l’accusato molte memorie, e il ritegno a rievocare un comune passato e la beneducata violenza che hanno subito nei loro verdi anni. L’indagine procede tra grandi discussioni sul giusto e l’ingiusto, sul bene e il male, su fino a dove è moralmente lecito spingersi nella violenza per ottenere un risultato, tra l’insistenza e cascami di verità da cui si rischia di essere travolti. Insomma, un mystery singolare, quasi un piccolo manuale sul tema del delitto e del castigo, assieme avvincente e ripetitivo. Avvincente perché c’è un assassino non identificato in circolazione. Ripetitivo perché il dibattito ideologico è più curioso per il suo sviluppo che per la sua conclusione.

Elena Ferrante “La vita bugiarda degli adulti” da domani nelle librerie. Recensione da Il Tirreno Culture

Giovedì arriva nelle librerie il nuovo romanzo della scrittrice misteriosa
L’incipit sembra confermare i sospetti sulla vera identità degli autori
Con “La vita bugiarda degli adulti”
Elena Ferrante riparte da Napoli
di Michela  Tamburrino
IL LIBRO
Dietro un nome misterioso e famosissimo c’è la penna da bestseller che infiamma il mondo. I libri di Elena Ferrante, che nonostante lo pseudonimo è stata giudicata dal settimanale Time tra le 100 donne più influenti del mondo, si aspettano come un dono raro. Grazie ai precedenti, al travolgente libro d’esordio, “L’amore molesto”, con cui s’impose all’interesse del pubblico anche cinematografico, e poi “L’amica geniale”, saga passata dai successi letterari a quelli televisivi. Oggi scatena di nuovo la curiosità col nuovo romanzo, “La vita bugiarda degli adulti” in libreria giovedì prossimo per E/O. Ed è proprio la casa editrice a darne l’annuncio con la simultanea diffusione della copertina del libro che ha già scatenato mille interpretazioni, con quelle le due mani femminili che si protendono come per prendere qualcosa. Sono passati cinque anni dall’ultimo atto della tetralogia che ha visto al centro le vicende di Lila e Lenù, colte bambine in una amicizia che attraverserà a fasi alterne la loro intera esistenza. La trasposizione televisiva firmata da Saverio Costanzo ha raccolto una media di 7 milioni di telespettatori e ora si sta girando “L’amica geniale 2”. Intanto E/O il mese scorso aveva già anticipato il primo brano dal quale si evince che la nuova storia è ambientata ancora una volta a Napoli e in un quartiere preciso. Si cita persino una strada, luogo frequentato, conosciuto e abitato da Domenico Starnone e dalla moglie Anita Raja, la coppia di scrittori che vengono indicati come coloro che si nascondono dietro il nom de plume di Elena Ferrante.
Così l’incipit: «Due anni prima di andarsene da casa mio padre disse a mia madre che ero molto brutta. La frase fu pronunciata sottovoce, nell’appartamento che, appena sposati, i miei genitori avevano acquistato al Rione Alto, in cima a San Giacomo dei Capri. Tutto – gli spazi di Napoli, la luce blu di un febbraio gelido, quelle parole – è rimasto fermo. Io invece sono scivolata via e continuo a scivolare anche adesso, dentro queste righe che vogliono darmi una storia mentre in effetti non sono niente, niente di mio, niente che sia davvero cominciato o sia davvero arrivato a compimento: solo un garbuglio che nessuno, nemmeno chi in questo momento sta scrivendo, sa se contiene il filo giusto di un racconto o è soltanto un dolore arruffato, senza redenzione».
Un inizio fulminante che accende l’immaginazione, come è una costante nei libri della Ferrante. –
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Paolo Di Paolo “Lontano dagli occhi” recensione di Flavia Piccinni da Il Tirreno Culture

Porzioni segrete di vite con Paolo Di Paolo
di Flavia Piccinni
«Un uomo che sta per diventare padre non lo riconosci da niente. Nessuno gli cede il posto, nessuno gli fa largo, nessuno suppone di doverlo proteggere o compatire». E invece, forse, un uomo che aspetta un figlio – e che spesso è più immaturo, impreparato, insensibile – andrebbe molto compatito. Almeno leggendo l’intenso “Lontano dagli occhi” (Feltrinelli, pp. 190) di Paolo Di Paolo, già fortunato autore di “Mandami tanta vita”. Con una scrittura attenta e senza sbavature, Di Paolo si inerpica nelle vite di tre coppie quando «il secolo sta consumando il suo ultimo quarto. Resta misterioso essere vivi proprio adesso, caduti nel tempo in modo da trovarsi ad avere chi ventinove, chi dicotto, chi ventisei anni nel 1983» (anno di nascita dell’autore). E sono queste le età dei protagonisti, che si muovono in una Roma di primavera e d’estate nella quale il narratore si fa segugio e drone: «Se ti sollevi da terra, se cerchi di stare dietro alle loro traiettore osservandoli dall’alto, come da un terrazzo che domina un quartiere, a un certo punto, comunque li perdi». Li perdi perché «c’è, per ogni giornata, una porzione ampia di minuti preclusa a chiunque e nota solo a noi, spesso del tutto irrilevante, in ogni caso segreta». E in quella porzione segreta viene in fondo custodita la realtà di chi siamo che nel caso di Di Paolo e dei suoi sei protagonisti coincide con l’attimo prima della maternità e della paternità, l’attimo in cui una «semplice firma su un foglio di carta può permettere di rilanciare i dadi, e rimettere in moto la fantasia del destino». —
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Paolo Di Paolo “Lontano dagli occhi” recensione di Maria Anna Patti da Robinson La Repubblica

Fabrizio Gatti “Educazione americana”, recensione di Gianluca Di Feo, da La Repubblica Cultura

Il nuovo romanzo
Vite al servizio della Cia Fabrizio Gatti tra realtà e finzione
di Gianluca Di Feo
Nei taccuini dei cronisti seri spesso finiscono racconti che non riescono a diventare articolo. Testimonianze potenti, su cui lavori per mesi e persino per anni, riscontrandone una parte ma senza scoprire tutte le prove per mandarlo in stampa. A Fabrizio Gatti è capitata una vicenda del genere: ha avuto tra le mani una storia eccezionale e ha raccolto tante conferme. Ma non abbastanza perché fosse a prova di smentita. Gatti però non è solo un fuoriclasse del giornalismo, inviato prima del Corriere della Sera e poi de l’Espresso, autore di inchieste che hanno fatto il giro del mondo, come quando si finse profugo e venne rinchiuso a Lampedusa o quando ha attraversato il deserto seguendo la rotta dei migranti. È anche un narratore sapiente, come ha dimostrato con Bilal, il libro sul viaggio da infiltrato tra i nuovi disperati. E così ha trasformato questo scoop mancato in un romanzo con una forza unica: c’è poca finzione e tanta realtà.
Educazione americana, edito da La nave di Teseo, è il memoriale di un italiano arruolato dalla Cia. Un esterno, “spendibile” come si dice in gergo proprio perché non statunitense, catapultato nelle trame che hanno scandito le dinamiche del nostro Paese e dell’intero pianeta dalla metà degli anni Ottanta. Si comincia con l’apoteosi delle spy story: l’omicidio a Bruxelles di Gerald Bull, il geniale ingegnere che aveva progettato il “Supercannone” destinato a piegare il Medio Oriente alla volontà di Saddam Hussein. Un delitto rimasto misterioso descritto da un uomo altrettanto misterioso che si fa chiamare Simone Pace: poliziotto milanese finito per caso tra i fiancheggiatori degli 007 americani per poi diventare agente a pieno titolo.
È come se venisse aperta una porta sull’abisso, su quel Deep State che spopola nei testi complottardi e che negli States ha ispirato romanzi di alto livello. Solo che lì gli scrittori si concentrano tutti sull’uccisione di John Kennedy e, più di recente, sulle Torri Gemelle. Mentre da noi il labirinto degli arcani è molto più fertile. Il personaggio di Gatti lo attraversa tutto. Si muove tra servizi israeliani, francesi e statunitensi descrivendo la routine delle spie, i mille espedienti per cancellare le tracce, per comunicare, per colpire e sparire nel nulla. «Così come accade dopo tutte le operazioni: ogni volta, conclusa la missione, il mio cervello nasconde i ricordi. Un esercizio che mi viene naturale. È la mia autodifesa per non vivere assediato da ansie e paure». La quotidianità di vite doppie che vanno a condizionare la vita di tutti. Simone Pace raccoglie e consegna agli Usa informazioni sui personaggi chiave del Partito socialista che serviranno per innescare Mani Pulite e poi mettere a nudo i conti di Bettino Craxi. Ci sono collusioni in Vaticano, trasferte dalle alterne fortune nelle capitali di Europa e Maghreb per interrogare terroristi islamici e i preparativi per il sequestro di Abu Omar, l’unica extraordinary rendition della Cia interamente ricostruita dalla magistratura. E ci sono manine americane che collaborano con le bombe del 1993, le più destabilizzanti ed inspiegabili del nostro passato.
Il racconto è formidabile. Fila via una pagina dopo l’altra tra appostamenti, inseguimenti, amori mordi e fuggi, agnizioni improvvise. Uno pensa di essere alle prese con un noir, poi però compaiono copie di documenti che provano una determinata circostanza. La casa dove è stato confezionato l’ordigno di via Palestro? È proprio dove la indica Simone Pace. L’agente annegato nel Tevere? C’è l’elenco dell’obitorio, con il corpo anonimo che ancora oggi non è stato reclamato. E allora viene da chiedersi: ma questo è solo un romanzo? Non lo è. Forse è un passaggio intermedio, forse le confessioni cominciate dall’ex poliziotto nella chiesa di San Pietro in Vincoli sono il primo spaccato su una storia parallela che ancora non si riesce a decifrare completamente. Forse. Alle spie non si può chiedere la verità. Offrono però materia per un thriller che Fabrizio Gatti ha lasciato scorrere con abilità. Affidandoci un dubbio inquietante. Esiste ancora una rete di uomini che agiscono per manovrare il presente e pilotare il futuro? Risponde Simone Pace: «Esisterà sempre, eccome, in Europa e in Italia. Il mondo è come un grande quadro su cui si muovono i cittadini ignari, i governi, gli Stati. Sono quelli come me a dipingere nuove figure e ad aggiungere i colori. Colori a volte scarlatti come il sangue. È questa la tela di cui voglio parlare».

Nove romanzi di John le Carré editati negli Oscar Classici con la postfazione di Paolo Bertinetti da La Stampa 2 novembre

di Paolo Bertinetti
Quando Ian McEwan dice che le Carré è probabilmente il più importante romanziere inglese del secondo Novecento e che è ora di smetterla di considerarlo uno «scrittore di romanzi di spionaggio» e di apprezzarne invece le straordinarie qualità di grande romanziere, si riferisce non solo ai temi e a i contenuti dell’opera di le Carré, ma anche alla sua sapienza stilistica e narrativa. La sua prosa è ricca di immagini in cui l’ambiente, gli oggetti, le strade, le case, vengono definiti con un linguaggio di grande forza evocativa, in modo da far parte essi stessi del senso e della morale della vicenda narrata; e le sue storie sono raccontate con una mirabile sapienza narrativa che si manifesta nell’ordine e nel rigore con cui viene costruita una trama di intricata complessità.
Spesso le Carré aumenta poi ulteriormente la suspense proponendo al lettore successivi «rovesciamenti» rispetto alla soluzione conclusiva; e ciò avviene grazie al fatto che la missione procede senza che l’agente ne conosca gli elementi decisivi. La rivelazione, ad esempio, folgorerà Leamas, il protagonista di La spia che venne dal freddo, molto tardi e non verrà resa nota al lettore – che a quel punto sa soltanto che Leamas sa e che lui dovrà aspettare ancora per sapere.
Altrettanto importante è il fatto che il procedere della vicenda è spesso accompagnato non da informazioni oggettive, ma da impressioni, supposizioni, voci provenienti da chi sa e che si contrappongono a ciò che il protagonista ignora. Quando il protagonista è Smiley accade spesso che per un’ampia fase «l’azione» consista nelle sue minuziose ricerche d’archivio o in chiacchierate mirate con ex-agenti fidati. In questi casi la trama, per così dire, emerge dal confronto e dal rapporto tra dati e storie che offrono dei frammenti di verità che sta poi al protagonista ricondurre all’unità risolutiva.
La verità è sfuggente, spesso scomoda, mai scontata. L’agente segreto sa che tutti gli possono mentire e che deve riuscire a far credere di dire la verità quando a mentire è lui. Questo è drammaticamente ancora più vero quando l’agente è un double agent. Il tradimento di Kim Philby, il funzionario dei Servizi segreti britannici che in realtà era una spia dei russi, ha un ruolo rilevante nell’opera di le Carré. A differenza di ciò che accadde nel caso Philby, in La talpa il double agent, il traditore, sarà individuato ed eliminato. Ma in quello che Philip Roth definì il miglior romanzo inglese del dopoguerra, La spia perfetta, il double agent è visto in una luce decisamente diversa.
Anche perché la sua storia è al tempo stesso una storia di grande acutezza sulla società inglese dagli anni Trenta del secolo scorso in poi: un acutissimo ritratto dei principi, dei pregiudizi, dell’improntitudine con cui la classe dominante britannica ha continuato a porsi con imperturbabile sicurezza nei confronti dei propri membri e di quelli della classi inferiori.
Quando quel romanzo uscì, nel 1986, la Guerra fredda attraversava una fase virulenta, conseguenza del potenziamento militare dei Paesi dell’Europa Orientale. Una manifestazione di forza che ne nascondeva la debolezza: nel 1989 la caduta del Muro di Berlino segnò l’inizio della rapida dissoluzione del blocco sovietico. Dopo la fine dell’Urss molti pensarono che le Carré non avrebbe più saputo che cosa e di che cosa scrivere, perché la Guerra fredda era stata la fonte e la materia prima della sua invenzione narrativa. Non è stato così. La sua attenzione si è concentrata sull’Occidente e sulle sue malefatte: quelle dei colossi farmaceutici, delle banche truffaldine, delle multinazionali (che magari coltivano, come nel Nostro traditore tipo, segreti legami con la mafia russa).
In realtà anche nei romanzi scritti prima del 1989 le Carré si preoccupava dei valori (e del non rispetto dei valori) dell’Occidente. Ma una volta scomparsa la necessità di osservarli alla luce della contrapposizione tra i due blocchi e attraverso le imprese dei rispettivi agenti segreti, come liberato dal dovere di «stare dalla nostra parte», le Carré ha mantenuto schemi e forma del genere spionistico per applicarli a quel tipo di invenzione narrativa che è propria del grande romanzo. Ha messo la suspense al servizio della rappresentazione del mondo di fine Novecento e di inizio di terzo millennio, cogliendone trasformazioni  e infamie

 

Aldo Cazzullo e Fabrizio Roncone “Peccati immortali” recensione di Luisa Gianassi

Peccati Immortali”, il libro di Aldo Cazzullo e Fabrizio Roncone, si può definire un “giallo noir”.

 

 

Le opinioni dei lettori 

La scrittura è avvincente, la trama coinvolgente e invoglia alla lettura. La scena del romanzo è la nostra Capitale. Personaggi veri incastrati con altri di fantasia. Un telefonino, con foto compromettenti che coinvolgono il cardinale Aldrovandi ed un politico, viene rubato a suor Remedios da una zingara. La suora ed un ex agente segreto, unici personaggi genuini del romanzo, tentano di recuperarlo. Attraverso i molteplici passaggi di mano del telefonino, in una articolatissima Roma, si incontrano vari personaggi della vita politica e religiosa, ognuno dei quali diventa una figura sociale dove ogni vizio trova la sua rappresentazione. Si capisce che protagonista vero è il “potere”. Potere che alcuni principi della Chiesa giustificano come il mezzo per raggiungere la forma più alta di carità, ma che in realtà è, anche per loro, solo il “fine”, come lo è per i politici. Si intuisce che il trucco per vincere è “frullare il vero con il falso, il verosimile con il simile, millantare con astuzia”. È un chiaro scuro dal quale emerge che molti luoghi comuni sui politici, cardinali, servizi segreti, varie onlus, anche se non si possono dimostrare con le prove, sono veri. Infatti dicono gli autori: “Ci sono cose che sui giornali non si possono scrivere, ci sono fatti conosciuti che non possono essere provati e allora si usa l’escamotage del romanzo”. Si scontrano e incontrano due figure di politici assolutamente rappresentativi della realtà attuale. Sono l’ex Senatore Nardi, politico democristiano della prima repubblica, e il giovane ministro Dario Gianese del “popolo dell’onestà”. Il primo gentile, colto e sapiente, arrogante e ignorante il secondo, ma entrambi viziosi e assetati di potere. Dice il vecchio Nardi: “ il vero potere non è il denaro, ma le relazioni. Il vero potere è sulle anime. Seguire il percorso delle persone, accompagnarle. Avvolgerle. Organizzare il loro tempo e i loro pensieri”.

Luisa Gianassi