Antonio (Nino) Zorco “Ma io in guerra non ci volevo andare”

Fiume-Mülhdorf/Dachau e ritorno (1944-1954)

Introduzione e cura di Diego Zandel. Postfazione di  Roberto Spazzali
pagine 122 prezzo 16 euro

Oltre Edizioni

Antonio Zorco, detto Nino, è l’autore di questo libro di memorie centrate soprattutto sul suo arresto, nell’agosto del 1944, da parte dei tedeschi, sulla sua detenzione ai lavori forzati nel campo di concentramento di Mühldorf dal 9 settembre 1944 al 4 agosto 1945 e sull’immediato dopoguerra, quando, tornato a Fiume, la sua città natale, la trova occupata dalle forze jugoslave e vede i suoi vecchi amici d’infanzia un po’ alla volta andarsene in esilio, chi clandestinamente – come farà una delle sue due sorelle non appena sposata con uno dei suoi migliori amici – chi legalmente, dopo essersi visti espropriare tutti i beni dal potere comunista, chi suicidandosi.

Anni che risultano fondamentali per capire, attraverso le drammatiche vicende personali di un tranquillo uomo qualunque, cosa è successo a Fiume, e nella Venezia Giulia in generale, negli anni della guerra in seguito all’occupazione prima tedesca e poi jugoslava. Quel progressivo sentirsi stranieri in casa propria dove, nel giro di pochi mesi, a prendere il sopravvento in città in maniera del tutto inarrestabile, agli ordini di Belgrado, è altra gente, un’altra lingua e cultura, altri costumi, dando così avvio a un processo di cambiamento radicale dell’humus secolare proprio delle terre istriane e della città di Fiume, da far sentire estranei in casa propria i pochi italiani a cui è capitato di restare.
L’introduzione al libro di Diego Zandel, nipote dell’autore, e la postfazione dello storico Roberto Spazzali, aiutano a contestualizzare le drammatiche vicende personali qui narrate nel quadro famigliare da una parte e storico dall’altra di cui Antonio Zorco è stato, suo malgrado, uno delle migliaia e migliaia di protagonisti.

Antonio Zorco, detto Nino, era nato a Fiume nel 1925 da genitori istriani di Visignano d’Istria. Renitente a qualsiasi leva,  nel 1944 venne arrestato dai tedeschi e costretto, come civile, a entrare nell’organizzazione di lavori forzati Todt in Germania, nel campo di concentramento di Muhldorf, dove restò fino alla fine della guerra e da dove tornò con mezzi di fortuna e malato in Italia, nell’agosto del 1945. L’occupazione di Fiume da parte delle truppe titine ritardò il suo ritorno a casa. Quando gli fu possibile, scoprì la città svuotata di amici e parenti, di tanti fiumani, e abitata da gente proveniente dalle più diverse parti della ex Jugoslavia, condizione che lo fece sentire – come ha scritto nel suo diario – “uno straniero a casa propria”. Due volte fece richiesta alle autorità jugoslave di andare in Italia: gli vennero negate. Lavorò per tutta la vita come tecnico nella raffineria di Fiume, dove morì nel 2003.

Roberto Ochi “Raccontami una storia”, presentazione

Raccontami una storia è imparare a credere, come da bambini sapevamo fare. È ricordarsi. È imparare ad ascoltare, a fare attenzione. È imparare a guardarsi allo specchio, a sorridersi, a piacersi. È imparare a scrivere la propria storia, rileggendola ogni sera, innamorandosi di essa per sempre. (la sinossi da BRÈ Edizioni)

Ho pubblicato la mia prima raccolta di poesie dal titolo “Raccontami una storia” anche se a me piace molto di più chiamarle storie brevi.

“Raccontami una storia” è la riposta ad una domanda: chi sono io?

Era il 2013, primavera, e io mi ero perso. Ero come un “risvegliato” che si trova di traverso in autostrada. È in confusione, non sa dove sta andando e non sa bene chi è. Si rende solo conto che lì non può restare e che deve spostarsi in fretta per salvarsi.

Era il 2013, primavera, e io fortunatamente non ero distante dal casello. Sono uscito da quell’autostrada e mi sono ricordato dello scrivere.

Lo scrivere mi ha salvato. Mi ha donato la capacità di disegnare la mia autostrada fatta di domande, elenchi, verbi.

“Raccontami una storia” sono io che imparo a raccontarmi bene, a vedermi bene, a non litigare con lo specchio, e infine, a piacermi.

“Raccontami una storia” sono io che rileggendomi mi perdono, lascio andare e mi innamoro di tutte le mie storie.

Roberto Ochi

La raccolta è suddivisa in tre sezioni di trentatré poesie ciascuna, “per immaginare e sentire”: Brevi Storie, Storie Note, Storie Amare.

La raccolta si apre con

Chi sono io?

Io sono il figlio di un tempo breve. Sono il punto

interrogativo. Sono l’ascolto, l’attenzione. Io sono

la consapevolezza.

Io sono il dire grazie e il chiedere scusa. Io sono

la gentilezza.

Io sono il silenzio al cospetto di nostra Madre

Natura. Io sono l’acqua e la terra.

Io sono l’abbraccio e il sorriso, la bellezza che

servo ai miei occhi. Io sono la compassione.

Io sono ciò che ricordo, ciò che resta, tutto ciò

che non ho perso. Io sono lo scrivere.

Io sono tutte le mie storie

Spigolando

Il sapere della lentezza

Dove corri mondo?

Ed è vero che bisogna correre?

Sedotto dal vento

Ho assaggiato la velocità

Il cambiamento sempre

Ma tutto questo

Sa di una menzogna

Che divora tante cose

Io voglio credere nella lentezza

Nel sapere delle piccole cose

Io voglio danzare

In un tempo lento

Attento

L’inizio di una bella storia

Quale è il tuo giorno preferito?

Il lunedì

Perché si ricomincia

È sempre un nuovo inizio

la Quarta di copertina

Brevi note biografiche

Roberto Ochi è nato a Parma il 25 Aprile 1982. Prima di arrivare a scrivere Raccontami una storia è andato nella direzione opposta. È divenuto ragioniere e si è laureato in economia. Ha consegnato fiori e ha danzato. Lavora presso un istituto di credito e pratica Yoga il lunedì. Tutto questo per arrivare fino a qui.

Un secolo di Proust (per tacer degli altri)

di Alberto Genovese

 Anno straordinario il 1922 per le sorti della letteratura. James Joyce pubblica (a febbraio) Ulisse e Thomas Stearn Eliot (a ottobre) La terra desolata. Proust termina la stesura della Recherche e muore (il 18 novembre) dopo aver completato la correzione della Prigioniera, che uscirà postuma insieme agli ultimi due volumi (La fuggitiva e Il tempo ritrovato) fra il 1923 e il 1927.

    Questa triade di scrittori è accomunata (se non si vuol credere, e non lo si deve, a una astruseria di calendario) dalla cesura senza ritorno dall’Epoca Bella, il cui tramonto venne segretamente profetizzato dal naufragio del Titanic, teorizzato da Spengler (il suo Untergang des Abendlandes furivisto sempre in quell’annus mirabilis che fu il 1922), concretato da un colpo di pistola a Sarajevo, seguito da un quinquennio di sinistro tuono di cannoni. Scriverà Churchill nel 1921: «Il vecchio mondo, nell’ora del suo tramonto era bello a vedersi». 

    Dopo il sanguinoso letargo della civiltà nelle trincee del primo conflitto mondiale, nulla poteva essere più come prima nella coscienza ferita degli uomini, e nell’arte, che sommamente la rappresenta. Quel 1922 non fu dunque l’editto di un dio bizzarro. Sarebbe andato bene anche qualche anno prima (Ezra Pound, con i suoi Poems del 1921) o qualche anno dopo (nel 1924 esce Der Zauberberg di Thomas Mann). Il 1922 è il segnacolo, nel mondo della letteratura, dell’avvento di un’altra epoca e di altri libri, libri che discesero come un Orfeo, dopo l’ennesimo scacco della ragione, nell’inferno della storia dell’uomo per portare alla luce il senso del suo esservi, il miracolo doloroso della sua autocoscienza. Quella lira ebbe molti e diversi toni, ma tutti, allora, nel 1922 e dintorni, cantarono la cosmogonia del Tempo.

    Secondo un collaudato canone commerciale, si preferisce celebrare non l’apparizione di un’opera (che a ben vedere può essere incerta o discussa) ma il dì natale, o quello estremo, di un autore. Quindi nel novembre del 2022 è caduto l’anniversario della morte di Proust. Un secolo, ma la Recherche (per eponimia con il suo autore) non li dimostra. Si staglia come una fortezza inviolata dai molti, circondata dalle possenti mura delle sue quattromila pagine. Chi può dire di averla letta per intero? Ben pochi. E questo è un bene? In un certo senso sì, perché ne ha evitato la banalizzazione, il vile commercio nei conciliabili intellettuali, l’esausta reiterazione delle traduzioni; e per contro ha alimentato il rispetto che incute il lavoro immenso toccato per destino a un solo uomo, la stupita ammirazione di quello che lo spirito umano può in un corpo già fiaccato, che scrive, in lunghe notti insonni, “al raggio crepitante di una luce fulva”, un romanzo “che metterà a soqquadro i destini della letteratura”). Infine, la conferma dell’aura di sacralità di ogni libro. Perché questo è sicuro: la Recherche è la bibbia del romanzo del Novecento, i Veda della nostra letteratura. Passando dinanzi alla Recherche, questo “mausoleo di incomparabile fasto, edificato per sorvegliare la scienza delle sensazioni e degli attimi”, è come se ci si segnasse laicamente, ed è inevitabile che il pensiero corra ad essa, quasi inciampandovi, per un riflesso che suscitano le opere possenti, per comparare qualità e grandezza, se ve ne sono, di ciò che è venuto dopo. La Recheche è percolata nella nostra cultura, si è persino incistata nei modi di dire («Ah sì, il passato, certo mia cara, cosa vuoi, vado alla ricerca del tempo perduto…», dice all’amica l’iconica casalinga di Voghera). E in questo senso si può dire che sì, tutti abbiamo letto la Recherche, anche quelli di noi che non hanno nemmeno iniziato o portato a termine l’impresa, o che ne hanno una sommaria conoscenza. I grandi libri ci fanno coscienti delle domande che ci abitavano, senza che ne avessimo coscienza, già prima del loro apparire; e dopo essere stati pubblicati, avendo dato parola a quelle domande, noi ne reclamiamo l’uso comune, perché la materia da cui l’autore li ha tratti, con arte e con fatica, essendogli preesistente, appartiene a tutti. Non c’è usucapione nella cultura.

    Fra i non molti libri che commemorano questo primo scorcio dell’anno proustiano (che per burocrazia del calendario dovrebbe terminare nel novembre del 2023) mi piace segnalare A Parigi con Marcel Proust. Le stagioni della memoria, di Luigi La Rosa (Giulio Perrone, Roma, 2022, pp. 138, euro 17). Il libro fa parte di una intelligente e nutrita collana – “Passaggi di dogana”- nella quale importanti scrittori, personaggi o artisti vengono raccontati nelle città e nei paesi dove il loro talento ha trovato dimora. Non il genio del luogo ma il luogo del genio. L’autore, siciliano, che si è già cimentato con il genere biografico (l’impressionista Caillebotte e Vincenzo Bellini i suoi recenti soggetti) vive da molti anni a Parigi. Avendo curato per il Touring Club la guida dei luoghi letterari della Ville Lumière ha avuto agio di raccontare la città dove Proust, salvo alcune brevi parentesi, trascorse l’intera sua esistenza. Il pregio del libro consiste nell’originalità della composizione narrativa e nella qualità della scrittura – apollinea e dolente, lirica e tersa. Interpretando con coerenza lo spirito della collana, La Rosa (certo avvalendosi della nota biografia di Painter, a cui salda il debito nella succinta bibliografia) organizza il tour proustiano in cinque tappe, cinque capitoli che portano il titolo delle case in cui visse Proust. E tuttavia en arrière, a ritroso, dall’ultima (44 rue Hamelin, dove visse per pochi mesi e dove morì; “Proust giunge qui sofferente e ammalato – d’ossessione, d’amore, di nostalgia indicibile…”) sino alla prima, quella sita al numero 9 di boulevard Malesherbes, dove trascorse l’infanzia e la prima giovinezza. Fra questi due poli di case (e capitoli del libro) se ne situano altre tre. Quella al numero 45 di Rue de Courcelles, abitata dalla famiglia dal 1900 al 1906, quando il “mago dei ricordi” frequenta la buona società. “Sono anni di scoperta, di fame di vita, che…Proust attraversa animato da una specie di ebbrezza”. In questa abitazione signorile – l’apogeo dei Proust – la morte stende “la tenebra che sta per divorare le molte stanze” della famiglia fra il 1903 e il 1905 (a quegli anni risalgono rispettivamente le morti del padre e della madre). La Recherche nasce in una nuova magione, al civico 102 di boulevard Haussmann. Assediato dai rumori, Proust decide di far tappezzare di sughero le pareti che si affacciano sul viale: il topos più noto della sua vita. Afflitto dall’asma e dall’ipocondria, trova nella scrittura un tormentato sollievo. “Solo dalle righe che gravano come ragnatele sui fogli può sperare salvezza…Tutto gli si chiude intorno come un sarcofago”. Scrive senza risparmiarsi e certo non giova alla sua salute psichica e mentale la necessità di un nuovo trasloco, anzi due. Dopo una parentesi di pochi mesi in rue Laurent-Pichat, trova casa al 44 di rue Hamelin.  È l’ultimo atto della vita dello scrittore, che nel libro di Luigi La Rosa viene situato come primo capitolo. Vegliato dalla governante Céleste, riluttante a seguire gli amorevoli consigli del fratello minore, medico come l’augusto padre, Proust muore fra le cinque e le sei del pomeriggio di sabato 18 novembre del 1922.

    Dicevamo dell’originalità di questo libro, che non si propone come una biografia (e come potrebbe, dopo Painter e Tadié, e in sole 130 pagine?)  ma piuttosto come suggestione dei luoghi e delle memorie che questi custodiscono, fatte vive nelle pagine da una scrittura dall’andamento poetico, con il frequente ricorso a metafore di un certo incanto e a un periodare terso, mai banale. L’invenzione del libro è in quello che viene preannunciato dall’incipit (“Certi libri nascono da una ferita, e sanguinano il loro inchiostro loquace fino all’ultima goccia…anche questo è in qualche misura frutto di un dolore, che collima con i toni tenui dell’alba”), e che si capirà poco dopo.  Mentre percorre Parigi alla ricerca delle dimore proustiane per evocarne l’epopea, La Rosa narra a sua volta la propria personale vicenda amorosa: dell’abbandono di Enrico (“…è andato via… ho finto di dormire mentre forzava gli indumenti nella valigia…Non lo chiamerò… mi rimarrà solo… un numero che non sarà mai in grado di cancellare dalla rubrica del telefono… Solo quando mi trovo davanti all’edificio in cui il grande scrittore francese chiudeva la sua esistenza, comprendo che un senso deve pur esserci. Queste pagine sono il tentativo di trovarlo.”), sino all’imprevisto apparire di un Nicolas che preannuncia una nuova stagione di vita.  Nel libro si alternano gemellarità amorose, brani di vicende parallele, ricerca e fuga. “…chi è stato Marcel Proust?”, si chiede e ci chiede infine Luigi La Rosa. “Chi si nasconde dietro quello sguardo sospeso? L’opera è forse una delle maniere per raggiungerlo – e ritrovarlo. A voi stabilire se ve ne siano altre”.

    Non v’è risposta a simili enigmi che non susciti ulteriori domande.


Le frasi riportate “fra virgolette” sono tratte dal libro di Luigi La Rosa

Dello stesso autore su tuttatoscanalibri:

L’alternativa del cavaliere

Hans Tuzzi e l’ultimo Melis: Ma cos’è questo nulla?

Ester Viola “Voltare pagina. Dieci libri per sopravvivere all’amore”, presentazione

Curare le pene d’amore coi libri si può, ma bisogna saper leggere. C’è una storia giusta per ogni struggimento del cuore, il romanzo perfetto per voltare pagina: è cosí che la penna sulfurea di Ester Viola diventa un balsamo per lenire le ferite. Anna Karenina, Nick Hornby, L’amica geniale, Sally Rooney, Domenico Starnone, Frammenti di un discorso amoroso: nelle loro pagine ogni innamorato tradito, geloso o non corrisposto potrà trovare risposte impreviste alle sue domande impossibili. Dieci racconti irresistibili, un manuale di self-help letterario, una microterapia per cuori infranti.( dal Catalogo Einaudi)

Leggere fa bene alla salute, lo sa chi per mestiere o per scelta sta in mezzo ai libri, non solo li legge, magari li scrive o li presenta come meritevoli, per un’ora o più, a risollevare lo spirito con un po’ di leggerezza o a riflettere su un tema mai affrontato seriamente o ad avvolgere in un’aura di mistero o di magia: ora anche un libro per guarire dal mal d’amore quel virus potente e sconosciuto che non si sa bene quando e come si è preso, né se diventerà endemico o se passerà alla svelta.

L’ha scritto Ester Viola che d’amore se ne intende o comunque ci trascorre in mezzo da tempo e che all’amore ha dedicato vari scritti, oltre ad essere avvocato divorzista. In quest’ultimo lavoro dal titolo esemplare  “Voltare pagina. Dieci libri per sopravvivere all’amore” (Einaudi) propone appunto una cura attraverso la lettura e la letteratura non solo quella del passato: ogni capitolo si apre con un tema, enucleato in breve tra la tesi dell’accusa e quella della difesa, il racconto del caso articolato tra esperienze vissute e divagazioni letterarie e quel libro, proprio quello, che può dare una mano al protagonista ma solo se lo saprà leggere e se lo troverà al momento giusto.

Dieci libri dieci pene d’amore: si apre con “Non riesco a togliermi dalla testa la persona di cui m’innamorai a vent’anni” e Alta fedeltà di Nick Hornby e si chiude con “Ho tutte le carte per essere felice e non lo sono” e Revolutionary Road di Richard Yates

[…] Nick Hornby stava chiamando per nome quello che mi succedeva. Eccola lì, la letteratura: è quando le cose perdono la punta, l’ago e il veleno. Dopo aver letto “Alta fedeltà” non ho mai smesso di pensare che i libri servano a questo: a guarirmi

e in conclusione:

[…] Alessandra ha tra le mani le stesse due possibilità di tutti, andarsene o restare. L’importante è che andarsene o restare si faccia ricordando la vecchia storia che alla vita mancherà sempre qualcosa per essere perfetta.

Brevi note biografiche

Ester Viola è avvocata, collabora con «Il Foglio », ha una posta del cuore su «iO Donna» e una newsletter, «Ultraviolet». Per Einaudi ha pubblicato L’amore è eterno finché non risponde (2016 e 2022), Gli spaiati (2018) e Voltare pagina (2023).(da Einaudi Autori)

Autori Vari “Piccoli ritratti di gatti”, presentazione

Per i giovani lettori

Selvatici e teneri, furbi e giocherelloni, indipendenti e maliziosi… Sfogliare queste pagine è come percorrere una magnifica galleria di ritratti di gatti: testi appartenenti a epoche e stili differenti si accompagnano a illustrazioni contemporanee, raccontandoci le mille sfaccettature dei misteriosi felini che da sempre affascinano scrittori e artisti.(da Rizzoli Libri)

Il testo si compone di versi poetici ed estratti da opere di grandi della letteratura (come ad esempio Charles Baudelaire, Guillaume Apollinaire, Lewis Carroll) che hanno voluto dedicare a questi particolari amici a quattro zampe i loro scritti, per ritrarli, per evidenziarne le speciali caratteristiche che da sempre li rendono misteriosi e affascinanti.

Il testo è corredato da illustrazioni di artisti francesi contemporanei (Rébecca Dautremer, Jean-François Martin, Nathalie Choux, Sandrine Bonini, solo per citarne alcuni).

E, per restare in tema, alcuni bozzetti di Salvina Pizzuoli

Gatti

Randagi
Se ne stanno vicini vicini, quasi non ci fosse più spazio, ma non soffiano, non  aggrediscono, non si azzuffano. Aspettano.
Sono tanti e sanno, come creature avvezzate, l’ora il giorno e il luogo di quel pasto promesso. Si assembrano allora nelle vicinanze: c’è chi attende sdraiato, mostrando ancora meglio invalidità e menomazioni, chi si apposta in posizione strategica, in alto, per scorgere da lontano l’arrivo sperato, c’è chi per ingannare l’attesa si rannicchia su se stesso, nell’allerta costante di un orecchio sollevato, chi con fare da sentinella monta la guardia accovacciato sulle zampe posteriori, il muso intento, la coda arrotolata ad abbracciare le zampe anteriori, l’aria tesa di chi spera e non sa se ha riposto troppa fiducia in quell’attesa. L’assembramento è variopinto: sono di tutti i colori e di tutti gli screziati possibili e non sempre ben assortiti. Non sono belli o graziosi o eleganti, mostrano anche nelle fattezze i segni di una vita emarginata, senza identità, spaventati e arresi.
Una maschera nera su un naso bianco, un occhio marrone e uno spento, una zampa maldestra, una coda sbilenca, l’aria insicura  sotto lo sguardo vigile, la paura nello scatto sempre pronto.
Ora, chini sui contenitori di plastica ingombri di miscugli colorati che nulla hanno a che spartire con la dieta di una razza felina, consumano pazientemente quanto viene loro elargito.

Di razza
Acciambellato tra cuscini vaporosi non fa una mossa, sembra dipinto. Il pelo lucido e compatto, lo sguardo svagato, l’aria sicura e di sfida di chi ottiene senza chiedere attenzione e moine. Annoiato da tanto interesse, non partecipa, ma con distacco divistico, accetta.
Pigramente si solleva e con fare aggraziato segue un percorso abituale che da braccioli a  spalliere lo porteranno sul davanzale, dietro i vetri di un’ampia e luminosa finestra, tutta per lui, per la sua distrazione e divertimento. Perfetto, elegante, armonioso, tutto da guardare, se ne sta in posizione accovacciata, la bella testa eretta, le orecchie svettanti, la coda agitata da piccole e cadenzate battute sul legno levigato del davanzale, quasi a scandire il tempo di una visione felice, ma contenuta. Abitudinario e preciso, conosce bene i tempi dello svago e del sonno e della tenerezza e degli spuntini. La sua ciotola è sempre piena di biscottini, da sgranocchiare  e spilluzzicare; non mangia, assaggia con il fare pulito di tutti i componenti la sua razza, ma più aggraziato e con quella noncuranza tipica di chi sa che non gli mancherà mai né la quantità né la varietà.

Di campagna
Tra le erbe alte il suo mantello a chiazze bianco e nero si nota  evidente, ma questo non preclude la riuscita della caccia. È acquattato e teso. Ogni suo muscolo è quasi visibile nella tensione. La preda ignara prosegue il suo percorso, ma non è mai perduta di vista. Si maschera e mimetizza tra le erbe che con i loro flessibili fuscelli gli fanno da tana  e lo nascondono. Non si muove in fretta, ma quasi striscia, sollevandosi appena sulle zampe schiacciate sul terreno.
La coda annuncia l’agguato; è tesa, quasi rigida. Tutto il suo corpo si muove impercettibilmente accompagnato dal fremito appena visibile della coda. Lo scatto è improvviso: le unghie delle zampe anteriori sono atterrate precisamente sulla vittima, la bocca ora si muove all’unisono e afferra ciò che è già stato artigliato e stordito e bloccato. La caccia è finita e la preda ora ciondola dalla sua bocca. Si muove  con fare trionfante verso un luogo appartato a consumare.

Di città
Attraversano strade trafficate con la testa incassata nelle spalle, quasi a ignorare il pericolo. Raggiungono i marciapiedi come approdi di naufraghi. Un salto sul muretto più basso e poi  ancora salti verso giardini e terrazze e cortili dove chiedere ospitalità e rubare un magro e sudato pasto artigliando e sforacchiando robusti sacchi di plastica che custodiscono appetitosi, ma avari avanzi. Uno zerbino come giaciglio o il cuscino morbido di una poltrona, quando va bene. Sonni poco profondi e sempre allerta, miagolii disperati quando la fame è troppo insistente; se c’è chi risponde alle richieste si diventa amici, ma occasionali.
Procedono guardinghi lungo i marciapiedi, si fermano un momento e si guardano intorno dubbiosi,  proseguendo poi per la loro meta. La città offre affascinanti avventure; è grande e piena di spazi da esplorare. Spariscono a volte per mesi interi, ma spesso tornano guidati da un istinto infallibile e dalla ricerca di un posto al sicuro. Avvezzi a tutti i pericoli e difficoltà vivono alla giornata, ma ricordando precisamente i punti nei quali trovare cibo a buon mercato, giacigli accoglienti, caldi ricoveri nelle notti quando il freddo è pungente.
Pance vuote, levatacce, corse sfrenate di inseguimenti più o meno molesti  di simili o di umani, incidenti mortali: risvolti malevoli della vita vagabonda di città.

Generosi
Lo zerbino è un vassoio per gli omaggi: un topolino, un passerotto, una lucertola; non sono quotidiani, ma occasionali. Ottimo cacciatore, è discreto, non chiede, non pretende, ma all’occorrenza sa farsi accudire. Per  generosità offre il suo  prezioso carniere o è spinto da desiderio di affermazione? È muscoloso e agile, più di altri della sua razza. I suoi salti sono poderosi e sicuri anche quando l’altezza è rilevante. Nonostante si fa mansueto e domestico quando balza sui davanzali per ricevere la guadagnata considerazione.

Diego Zandel “Eredità colpevole”, Voland Editori

VOLAND, Collana Intrecci 

Pagine 254, prezzo 19 euro 

“Le zone di confine sono così. Per questo ho imparato a evitare ogni radicalizzazione, da una parte o dall’altra…”

Roma, anni 2000. Il giudice La Spina viene freddato davanti al portone di casa con cinque colpi di pistola, l’ultimo, fatale, alla nuca. A rivendicare l’attentato un sedicente gruppo di estrema destra, Falange Nera, che con un comunicato alla stampa accusa il giudice di essere stato complice e responsabile dell’assoluzione dell’infoibatore Josip Strčić.

Si interessa all’omicidio Guido Lednaz, giornalista e scrittore figlio di profughi fiumani, che seguendo varie piste e rintracciando figure del suo passato ripercorre una delle pagine più sanguinose della storia del Novecento, fra le atrocità della Seconda guerra mondiale e il conseguente esodo di un intero popolo, quello istriano. Un’avvincente indagine dalle tinte noir, condotta tra Roma e Trieste, che porterà il protagonista a una drammatica verità.

Figlio di esuli fiumani, DIEGO ZANDEL è nato nel campo profughi di Servigliano nel 1948. Ha all’attivo una ventina di romanzi, tra i quali Massacro per un presidente (Mondadori 1981), Una storia istriana (Rusconi 1987), I confini dell’odio (Aragno 2002, Gammarò 2022), Il fratello greco (Hacca 2010), I testimoni muti (Mursia 2011)Esperto di Balcani, è anche uno degli autori del docufilm Hotel Sarajevo, prodotto da Clipper Media e Rai Cinema (2022). 

Sofia Floriani “Contro cuore”, presentazione

Jennifer ha sedici anni ed è perdutamente innamorata di Davide, più grande di lei e talentoso giocatore della squadra di calcio. Lo è al punto da non pensarci due volte quando si presenta la possibilità di vivere una notte di passione con lui, non importa che non stiano insieme e che i rischi siano più dei benefici. Infatti, solo pochi giorni più tardi, Jennifer scopre che Davide sta frequentando Federica, e ogni sua certezza crolla. Non importa neppure quanto lei cerchi di toglierselo dalla testa: gli occhi di ghiaccio del ragazzo la perseguitano e continuano a farle battere il cuore. E, proprio quando Jennifer è sicura di aver trovato un modo per dimenticarlo, un evento inaspettato li fa riavvicinare, mettendo entrambi di fronte a una scelta che cambierà le loro vite per sempre.

Un romanzo che si legge tutto d’un fiato, che parla di reali problematiche adolescenziali, ma non solo, una storia che tutti dovrebbero leggere, dai più giovani agli adulti, visto che racconta le vicende della protagonista di 16 anni, Jennifer, ma anche dei suoi genitori.

L’autrice riesce a raccontare con una buona scrittura e una capacità di immedesimarsi nei personaggi, creando una bella storia.

Sofia Floriani è nata a Trento, dove ora studia Lettere moderne all’Università della città. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo libro “Tutta colpa di uno stupido bacio” a soli 18 anni. Un anno dopo pubblica il seguito del romanzo, intitolato Tutta colpa sua, nello stesso anno riesce ad essere presente al Salone del Libro di Torino come autore indipendente. Ha scoperto la sua passione per la scrittura dedicando il suo primo racconto, Io ti aspetto, al nonno Enzo. Il racconto è stato selezionato per il concorso letterario Montagna Avventura, sezione giovanile del prestigioso premio Itas Montagna, e pubblicato nella loro raccolta.

Il romanzo Contro Cuore di Sofia Floriani è una pubblicazione indipendente, disponibile in versione cartacea con copertina flessibile, 243 pagine.

Instagram: https://www.instagram.com/sofia.scrivelibri/

Wattpad: https://www.wattpad.com/user/sofiaflorianii

Sacha Naspini “Villa del seminario”, presentazione

“Maremma toscana, novembre ’43. Le Case è un borgo lontano da tutto. René è il ciabattino del paese. Tutti lo chiamano Settebello, nomignolo che si è tirato addosso in tenera età, dopo aver lasciato tre dita sul tornio. Oggi ha cinquant’anni – schivo, solitario, taciturno. Niente famiglia. Ma c’è Anna, l’amica di sempre, che forse avrebbe potuto essere qualcosa di più… René non ha mai avuto il coraggio di dichiararsi. Poi ecco la guerra, che cambia tutto […]”( da e/o edizioni)

Il romanzo di Naspini si ispira ad una storia vera, un pezzo di storia recente ma di cui si sapeva molto poco: “com’è possibile che a quel muro invalicabile eretto intorno alla Villa per tenere ben separati il dentro dal fuori, gli abitanti abbiano opposto un altro muro, di silenzio e oblio, che ha cominciato a sgretolarsi solo nel 2008, quando a Roccatederighi finalmente è stata collocata una lapide in memoria?”(dalla recensione di Fulvio Paloscia su La Repubblica del 25 gennaio 2023)

Così dichiara lo stesso autore incredulo su quanto accaduto a Roccatederighi tra il 1943 e il 1944.

I fatti storici raccontano che la residenza estiva del vescovo, la Villa del Seminario appunto, fu affittata con regolare contratto a un gerarca perché vi potesse realizzare un campo destinato a raccogliere un centinaio di ebrei italiani e stranieri che in seguito sarebbero stati in parte deportati nei lager, soprattutto ad Auschwitz. Fatti tristi e incresciosi di una storia non molto lontana.

La finzione narrativa vede il paese di Le Case, nella realtà storica Roccatederighi, come ambientazione e un protagonista, il ciabattino Renè, un cinquantenne dalla vita oscura. È proprio attraverso il vissuto del protagonista e la sua ribellione a quanto sta accadendo intorno a lui, senza che gli altri paiono averne contezza, che si sviluppano le pagine più vive del romanzo: quanto capitato ad Anna, la vedova di cui è segretamente innamorato, le domande che rivolge a se stesso, lo spingeranno all’azione.

 Cosa può fare un ciabattino che si vota alla causa partigiana? Il ciabattino sabotatore…

Brevi note biografiche

Sacha Naspini è nato a Grosseto nel 1976. È autore di numerosi racconti e romanzi, tra i quali ricordiamo L’ingrato (2006), I sassi (2007), Cento per cento (2009), Il gran diavolo (2014) e, per le nostre edizioni, Le Case del malcontento (2018 – Premio Città di Lugnano, Premio Città di Cave, finalista al Premio Città di Rieti; da questo romanzo è in fase di sviluppo una serie tv), Ossigeno (2019 – Premio Pinocchio Sherlock, Città di Collodi), I Cariolanti (2020), Nives (2020), La voce di Robert Wright (2021), Le nostre assenze (2022) e Villa del seminario (2023). È tradotto o in corso di traduzione in Inghilterra, Canada, Stati Uniti, Francia, Grecia, Corea del Sud, Cina, Croazia, Russia, Spagna, Germania ed Egitto. Scrive per il cinema.

Dello stesso autore su tuttatoscanalibri

Nives

“Giorgio Foresto. Avventure a colori di un pittore fuggiasco” a cura di Giovanni Scarpa, presentazione

“Una mattina del 1970 il più importante illustratore italiano, Giorgio De Gaspari, sparisce da Milano senza lasciare traccia. Qualche mese dopo in una sperduta isoletta della laguna veneta un barbone chiede di poter dormire nella barca di un pescatore: si fa chiamare “Giorgio Foresto”. Cominciano così le avventure strampalate di una delle figure artistiche più sfuggenti del ventesimo secolo. Una vita custodita da un mistero non ancora del tutto svelato”(dalla Quarta di copertina Edizioni NPE).

!970 Pellestrina un cordone di terra che fa da barriera alla laguna veneta, qui Giorgio De Gasperi trascorrerà la propria esistenza isolato dal mondo e sconosciuto: quarant’anni vissuti in povertà e nel completo anonimato. Una storia che ha dell’inverosimile e che conferma quanto Pirandello ebbe a dire sulle assurdità vere di cui è costellata la vita, molto più che in un romanzo dove sono verosimili.

 È stato il lavoro di ricerca di Giovanni Scarpa, ai tempi un bambino che viveva di fronte alla palafitta abitata dal barbone che scambiava i suoi disegni per cibo e alloggio, ad indagare sull’uomo di cui leggerà la data della morte su un articolo di un amico di De Gasperi giornalista: era il 2012. Dalle sue ricerche ora un libro che racconta il celebre disegnatore milanese, illustratore di libri e riviste e fumettista.

Brevi note biografiche

Giorgio De Gaspari è considerato uno dei maggiori illustratori del Novecento alla stregua di Walter Molino, Hugo Pratt e Aldo Di Gennaro. Nato nel 1927 in provincia di Milano, intraprese sin da subito una brillante carriera artistica negli studi del Corriere, alla Fabbri e alla Mondadori. Sospinto poi da un radicale desiderio di nascondimento, scelse di ritirarsi nell’isola di Pellestrina conducendo una bizzarra vita bohémien sotto lo pseudonimo di Giorgio Foresto, ovvero “Giorgio lo straniero”. Qui, indisturbato e liberato da vincoli lavorativi, realizzò opere maestose, coraggiose, visionarie, molte delle quali sono tuttora nascoste nelle case dei privati. Una vita avventurosa che ancora oggi avvolge di mistero la produzione del più fuggitivo dei pittori.

La Quarta di copertina

Per sfogliare il volume

Cesare Viviani “Dimenticato sul prato”, presentazione

“Da molti anni Viviani è uno dei più significativi poeti italiani. Nella sua opera si sono alternate due istanze apparentemente contrastanti: la decostruzione dei valori e dei significati dati per acquisiti e la ricerca di una parola nuda, essenziale, concentrata in sentenze dal tono ieratico e sapienziale. La nuova raccolta di Viviani trova l’equilibrio tra queste due tensioni […] (dal Catalogo Einaudi)

Il lungo percorso compositivo di Viviani (nato a Siena nel 1947) ha attraversato varie fasi: dopo gli studi in giurisprudenza e pedagogia, ha lavorato nel giornalismo, successivamente come psicologo e psicanalista, esperienza che ha trovato spazio nelle sue opere poetiche e saggistiche.

“La poesia e la psicanalisi si incontrano nell’esperienza dell’uscita dall’onnipotenza e nell’accettazione del limite”(dall’intervista di Eleonora Rimolo del 07/10/18)

La sua produzione è stata inizialmente caratterizzata dalla sperimentazione linguistica, vicina alla neoavanguardia, una fase ‘dadaista’, (primi anni ’70) cui è seguita una riflessione sulla condizione umana (anni ’90). Ultimamente (2018) nel volumetto La poesia è finita. Diamoci pace. A meno che… esprime un doloroso rammarico per quanto il pensare attuale stia determinando nel leggere e scrivere poesia e dove espone le proprie asserzioni.

Alcune spigolature qui riportate:

[…] la poesia da sempre si caratterizza per ciò che in essa non è definibile[…] Resta limite muto e vertiginoso nell’esperienza del lettore. Resta esperienza senza oggetto, affascinante bagliore.

Se la poesia non si può spiegare, parafrasare, e non si può definire la sua specificità e la sua essenza – è presto detto : la poesia segna un limite alle capacità umane, ai poteri umani

È la percezione del limite

O si accetta questa condizione limitata, e allora si può scrivere e leggere poesia, oppure, se la si nega, non si può scrivere e nemmeno leggere poesia

In quanto accettazione dei limiti del possibile, la poesia rappresenta un passaggio – vertiginoso e vitale – necessario nella formazione umana e civile di ogni individuo. Il più profondo e luminoso impegno civile è la tolleranza del limite

Oggi non c’è più sentimento, ma solo comportamento; non c’è più poesia, ma solo scrittura in versi

La lentezza è la condizione necessaria alla scrittura e alla lettura della poesia. Con questa andatura le parole perdono tutte le caratteristiche di immediatezza comunicativa, di funzionalità e utilità, e si mostrano nude, espongono la loro fisicità […]

In quest’ultimo lavoro Dimenticato sul prato, scritto tra i primi mesi del 2018 e il settembre 2019, il titolo richiama una possibile apertura, come l’A meno che… del volumetto sopra citato che, nella parte conclusiva così esprimeva dubitando:

“La poesia, come l’abbiamo letta e amata noi, è finita. A meno che… Oppure c’è una “nuova” poesia, fatta di misture e innesti di ogni tipo di linguaggio a portata di mano, narrativo, giornalistico, pubblicitario, cinematografico, scientifico, saggistico, un vero minestrone condito con le migliori spezie?”

 Viviani torna quindi a fare poesia nell’unico modo in cui ciò è possibile e ampiamente enucleato ne La poesia è finita.

Non è scritta per chi può leggerla.

E sarà trascurata, ignorata.

O tanti la leggeranno,

Ma sarà come non l’avessero letta.

ma

La parola è più di ogni governo

E potere,

di ogni territorio,

di ogni abisso marino,

di ogni vetta altissima e ghiacciaio,

di ogni scoperta e fede,

di ogni medicina e filosofia,

arte e scienza.