[…] Standish era austero di natura. L’educazione gli aveva sbiadito i colori , rendendolo scialbo come una tela grigia. Faceva tutte le cose giuste, ma senza entusiasmo. […] beveva con moderazione, fumava con moderazione e faceva l’amore con sua moglie con moderazione; a dirla tutta, Standish era una degli uomini più noiosi al mondo
Un romanzo breve, pubblicato per la prima volta nel 1937, dimenticato e riscoperto, arrivato fino a noi solo recentemente come racconta Marco Rossari, traduttore e curatore, nella sua interessante postfazione: riscoperto solo nel 2010, a ben sessant’anni dalla scomparsa in giovane età del suo autore, fu infatti ripubblicato in Argentina e da allora il successo non è mancato, quasi a ripagare una vita piena di contrattempi, di scelte poco felici, di debiti e miserie subite dallo scrittore di origini ebraiche, nato a Brooklyn nel 1909, da immigrati ebrei fuggiti in tenera età dalla Russia negli Stati Uniti
“Quando Henry Preston Standish precipitò a capofitto nell’Oceano Pacifico, il sole stava sorgendo all’orizzonte. Il mare era piatto come una laguna, il clima così mite e la brezza così soave che era impossibile non sentirsi pervasi da una sublime mestizia”
Così l’incipit dove il lirismo del paesaggio naturale è estraneo e insensibile alla tragedia umana.
Caduto accidentalmente nell’Oceano durante un viaggio sul piroscafo Arabelle, in transito da Honolulu a Panama, senza la famiglia perché “spinto da una vaga irrequietezza”, il nostro benestante protagonista Standish, trentacinquenne agente di Borsa di New York, mantiene un incredibile sangue freddo, preoccupato di tenere un comportamento adeguato anche nell’increscioso frangente, cruccio che gli ha impedito di urlare per chiedere aiuto, quando lo farà sarà davvero troppo tardi e, nonostante tutto, restare generalmente fiducioso sulla possibilità di essere salvato dall’imbarcazione tornata a ripescarlo. Nelle lunghe ore di attesa, puntino nella vastità dell’Oceano, scorre ricordi, possibilità e aspetti legati al possibile salvataggio, con un senso quasi di vergogna e per essere caduto, anzi scivolato, come uno qualsiasi, senza creanza e per l’inadeguatezza del suo vestiario, vittima del proprio modello di comportamento! Quando stanco e sfibrato anche la fiducia pare abbandonarlo i suoi pensieri convoglieranno sul senso dell’esistenza: “che la vita era preziosa, che tutto il resto -amore, soldi, successo- era una menzogna rispetto al semplice benessere di non morire”
Il romanzo racconta un’esperienza carica di tensione, ciò nonostante la vicenda, così come viene narrata, non può definirsi angosciante perché Lewis sa ben dosarla con una prosa estremamente lineare ed essenziale, con ironia sottile per l’ossessiva ostinazione con cui il personaggio Henry Preston Standish risponde alla circostanza facendo prevalere pensieri e comportamenti da gentiluomo: “il decoro di un uomo era importante tanto quanto la sua vita”. Notevole anche un altro accorgimento narrativo utilizzato dallo scrittore: l’alternare proficuamente la situazione dell’uomo in mare e quella sull’Arabelle; i pochi passeggeri, nove in tutto, alcuni per una serie di malaugurate coincidenze, altri per noncuranza non si accorgono subito della sua mancanza a bordo; l’alternanza della narrazione tra Standish in mare e i passeggeri sull’Arabelle crea un efficace contrasto tra le due realtà, tra chi è al sicuro e chi è in pericolo di vita, tra chi propende per una scelta suicida e chi attende la salvezza.
“E su quello che in fondo è solo uno scivolone, Lewis costruisce – con un senso dell’equilibrio che ha del miracoloso – un apologo beffardo e una novella perfetta”.( da Adelphi Edizioni)
“Storie per sognatori” non è una semplice raccolta di racconti, ma è l’esito di un incredibile e personale percorso di rinascita.
Narra di come sia possibile ricominciare a vivere una vita in cui essere veramente se stessi, una vita piena e autentica. Credo fermamente nel potere che hanno le metafore e le storie di “cambiarci la vita” ed il mio augurio è che leggendo questi racconti il lettore possa comprendere qualcosa di se stesso e della sua vita, in modo leggero ma allo stesso tempo profondo.
“Storie per sognatori” è una raccolta di racconti ciascuno dei quali, partendo da un preciso pretesto narrativo, affronta un diverso tema esistenziale: i protagonisti si imbattono in eventi inaspettati attraverso i quali comprendono qualcosa di sé, della vita, hanno una nuova consapevolezza, trovano forza dentro loro stessi.[…] Per la scrittura di questo libro ho attinto anche al teatro e alla musica per dare musicalità e vita ai testi. Ho cercato di scrivere per immagini, colori, sapori e con una teatralità che desse spessore alle storie, rendendole vive e percepibili. Vorrei che chi legge sentisse il profumo di quella torta calda di mele, vedesse i colori che esplodono nel negozietto di quella fioraia, percepisse l’emozione del volto che si bagna di pioggia.
Irene Giancaterino
Spigolando:
[…]sente il valore di quello che ha tra le mani.
Quella miriade di piccole cose che rendono ogni giorno speciale.
Un biscotto inzuppato nel latte…
il sorriso di qualcuno che come te sta lottando per farcela…
un abbraccio di chi ami…
vedere il sole che sbuca dalla finestra…
sentire il proprio cuore battere.
Piccole cose.
Cose enormi.
Quelle piccole cose che non vedeva più e che, poco alla volta, hanno avuto il potere di guarirla.
(tratto dal racconto“Una semplice biro nera”)
Del resto Susanna non ama particolarmente “scegliere” in generale, che si tratti di un piatto del menù, di una facoltà universitaria, di un’auto, di un vestitino.
Si è convinta infatti che ci sia una “scelta giusta” e che lei non sia particolarmente abile nel farla.
Ha costantemente paura di sbagliare.
In definitiva, ha paura di non fare la “cosa giusta”.
(tratto dal racconto “Tutto bacio”)
Irene Giancaterino nasce il 12 agosto 1983 a Penne. È psicologa e life coach ed ha maturato una importante formazione sui temi della crescita personale. Dopo aver lavorato per anni nella ricerca psicosociale e nella progettazione europea, ha scelto di seguire il suo cuore e di lasciare la città, per tornare a vivere e lavorare in montagna. Coltiva da sempre una passione per il teatro e la musica, suona vari strumenti e ama recitare. Da anni porta avanti una piccola attività teatrale, realizzando reading di musica e parole. Crede molto nella potenzialità della musica e delle letture di creare significati, arricchire la vita e stimolare la crescita interiore. Con questo spirito ha scritto Storie per sognatori, il suo libro d’esordio
Dalla Quarta di copertina: la sinossi e brevi note biografiche
Nel 1977 l’uscita di questo libro rappresentò un punto di rottura nella poesia italiana, data l’audacia espressiva di un poema multiforme che fu subito salutato da molti come un vero e proprio evento. Viene ora riproposta al pubblico l’opera forse dagli esiti più importanti di Gino Scartaghiande. E non si tratta, per l’appunto, di una semplice operazione nostalgica o di un consolatorio omaggio tout court, ma di un vero e proprio riconoscere a questo lavoro una quanto mai attuale vitalità. Difatti, nei Sonetti d’amore per King-Kong, il lettore potrà incontrare una voce dal canto limpido che, seppur poggiando i suoi stilemi sulla lezione dei classici, diventa ancor più ultra contemporanea grazie alle suggestioni del particolare dettato poetico; così come altre volte un incedere più duro e slegato si vedrà aprire ai temi forti della raccolta con suggestioni sempre più imprevedibili.
GINO SCARTAGHIANDE (Cava de’ Tirreni, 1951), vive e lavora tra Roma e Salerno. Laureato in medicina, nel 1977 ha pubblicato Sonetti d’amore per King-Kong (Cooperativa Scrittori, Roma-Milano) a cui sono seguiti altri titoli. Sullo scorcio degli anni Settanta è stato tra i collaboratori di Prato pagano e tra i fondatori di Braci (1980-1984). Intenso il suo sodalizio d’arte e di vita con poeti e artisti operanti a Roma. Sue poesie sono state tradotte in più lingue.
Alla scoperta di una delle più longeve, simpatiche e misteriose tradizioni italiane (e non solo)
Perché si fanno i pesci d’aprile?
L’autore di questo volumetto decide di andare al fondo della questione, ricostruendo con cura fonti scritte, filastrocche dialettali e testimonianze storico-mitologiche non soltanto italiane, bensì internazionali: sembra proprio che l’origine dello scherzo si perda nella notte dei tempi, benché i suoi effetti siano trasversali (almeno in Europa) negli ultimi due o tre secoli.
A corredare il godibile trattato di Giuseppe Pitrè (pioniere dell’etnologia nazionale, 1841-1916) ci sono due altrettanto autorevoli contributi. L’ampia introduzione di Carlo Lapucci contestualizza l’argomento, con leggerezza, sul piano antropologico. Questa consuetudine del pesce d’aprile sembra andare a braccetto con la mutevolezza della stagione, il cambio d’abito e di generazione: quella nuova, nella tradizione popolare, vien messa alla prova nella speranza che diventi presto abbastanza furba da cavarsela nella vita.
A chiudere il libro una spassosa appendice di Roberta Barbi, che ha raccolto le burle più famose e riuscite di cui si abbia memoria, dal XIII secolo a oggi. Il testo è arricchito da illustrazioni a colori di Antonio Rubino, Dino Aloi, Milko Dalla Battista, Lido Contemori, Carlo Squillante, Gianni Audisio e Gianni Chiostri.
Il più riuscito pesce d’aprile è forse la stessa ricerca dell’origine dell’usanza del pesce d’aprile, alla quale sono stati mandati tanti inutilmente facendoli tornare con un pugno di mosche in mano. Siccome l’origine più che oscura è ignota, ognuno ha sbrigliato la propria fantasia, contribuendo a formare una specie di saga delle origini, che ha confermato come l’elemento fondante logicamente provato di questa tradizione non lo conosciamo, almeno per ora, e temo che difficilmente uscirà fuori. Quest’usanza ha diffusione in gran parte d’Europa e in America, per ora senza che nessuno abbia potuto certificarne ragionevolmente l’origine e di certo si può dire poco. L’espressione “pesce d’aprile” si trova attestata il Italia per la prima volta nel 1875, mentre in Francia si può risalire al 1655. Nelle varie lingue in cui si trova la locuzione le strade della ricerca riconducono alla lingua francese e quindi l’ipotesi più ragionevole è che l’usanza possa aver avuto inizio e abbia ricevuto il battesimo nella terra del poisson d’avril. (dall’introduzione di Carlo Lapucci)
Terzo capitolo – dopo La veglia del sonnambulo (2016) e Tempo ventriloquo (2019) – di una trilogia dell’erranza, Mosaico del viandante mette in scena un tu – il viandante, appunto – meticolosamente seguito nei suoi continui quanto imprevedibili spostamenti e incontri dall’io del poeta. Ne deriva una sorta di diario in seconda persona, nel quale l’io è tutt’altro che assente: l’io e il tu sono ognuno l’ombra dell’altro.
Il ‘tu viandante’, che evita gli itinerari lineari e precostituiti a vantaggio della pluralità, procede per libere associazioni e diramazioni, sia pure con la preoccupazione di rintracciare un filo conduttore via via che gli episodi-tasselli si accumulano. La sequenza cronologica è sovvertita dalle intromissioni della memoria. Il passato, benché intermittente, una volta recuperato si reclama come presente. L’andare del viandante nello spazio (spiagge solitarie, aree extraurbane con aeroporti e scali ferroviari, città dai grattacieli spettrali, la campagna dell’infanzia, fiumi in secca e altro ancora, sino a una pianura che sconfina nel mare) coincide allora, inevitabilmente, con un nomadismo nel tempo.
Passato, presente e futuro si fondono in un’unica dimensione temporale trasfigurando il reale, peraltro inscalfibile tanto nei suoi mali congeniti (il “dissesto diseguagliato del mondo”) quanto nella cronaca più negativa – la pandemia, l’emergenza climatica, la minaccia nucleare – che si fa Storia e insieme distopia (“il pianeta azzurro a catafascio / rigattieri a raccoglierlo nessuno”).
Protagonista di un viaggio in espansione costante e giocoforza incompiuto, il viandante si imbatte infine in un mosaico raffigurante un suo lontano omonimo, un “rabdomante di sentieri / nella geografia del tempo”. Lì il percorso non si conclude ma si rinnova.
Adelio Fusé (1958) vive a Milano, dove ha lavorato nell’editoria. Ha pubblicato saggi su Sade, Kafka, Sartre, Handke, Eno (Materiali Sonori-Auditorium, 1999), i romanzi North Rocks (Campanotto, 2001), L‘astrazione non è la mia passione principale e Le direzioni dell’attesa (Manni, 2018 e 2020). Per Book Editore, dal 2003 al 2019, sono usciti i libri di poesia Il boomerang non torna, Orizzonti della clessidra distesa, Canti dello specchio bifronte, L‘obliqua scacchiera, La veglia del sonnambulo (candidato al Premio “Camaiore” e finalista al Premio “Lorenzo Montano”, 2016), Tempo ventriloquo. Collabora con artisti, fotografi e musicisti. Cura una rubrica di musica e poesia sul sito altremusiche.it e scrive per varie riviste. Ha ottenuto un riconoscimento al Premio “Riccione per il teatro” (1981).
La scelta di Don Chisciotte come immagine di copertina è legata proprio al personaggio che, meglio di ogni altro, rappresenta la crisi identitaria vissuta dalla nobiltà europea tra la fine del medioevo e i primi due secoli dell’età moderna.
La seguente trattazione intende analizzare i costumi, il modo di pensare e il modo di fare della classe nobiliare durante il periodo che va dai primi anni del Cinquecento agli ultimi del Seicento. Dunque, l’evoluzione della presente classe nel suo modo di pensare, di fare e nella relazione con le altre classi. La nobiltà europea subisce una miriade di sconvolgimenti, in questi duecento anni, dovuti all’accentramento del potere statale. Ci si focalizzerà sulla grande abilità di questa classe nel sapersi riadattare ai cambiamenti e agli sconvolgimenti sociali e statali dettati dai tempi.(da Primiceri Editore)
Dall‘Introduzione di Mirko Rizzotto
“Il presente studio di Riccardo Renzi cerca – e vi riesce in modo accattivante e magistrale – di fare luce sul periodo intercorso tra il ‘400 e la fine del ‘600, e sulle vicissitudini della classe nobiliare europea, dei suoi rapporti di forza (o di debolezza) nei confronti delle autorità statali e monarchiche”
Dalla Prefazione
“Partendo dagli ultimi decenni del medioevo, si cerca di illustrare come e quanto sia cambiato il potere effettivo esercitato dai nobili. Nel giro di duecento anni i nobili si vedono sottrarre la maggior parte dei loro poteri e privilegi. Si passa da una situazione di metà Quattrocento di caos totale, dove i nobili più ricchi erano in grado di armare eserciti paragonabili a quelli del re, ad una di fine Cinquecento, in cui lo stato stava accentrando sempre più i suoi poteri con una pesante mobilitazione di magistrati e di ispettori di giustizia, inviati dal potere centrale nei singoli casi locali. In meno di centocinquanta anni i potenti nobili feudali si trovano a dover far i conti con una drastica riduzione dei loro poteri. È proprio nella prima metà del Cinquecento che i sovrani europei, per ridimensionare il potere della grande nobiltà, cercano di avvicinarla all’ambiente di corte, allontanandola automaticamente dai propri domini. Primi tra tutti i principi rinascimentali italiani.
[…]
Dunque fu proprio in questo momento che la nobiltà si trovò ad affrontare un’ardua scelta, rimanere nei propri possedimenti sapendo di non avere più gli stessi poteri di un tempo, o andare a cercare fortuna a corte, cercando di ingraziarsi il volere del sovrano. L’ambiente di corte presenta due facce, da una parte offre divertimenti e attrattive culturali ai nobili che vi risiedono, dall’altra ogni momento della giornata è scandito da rigidi rituali, che servono a far risaltare la figura del monarca. La corte è ostile, piena di intrighi, cela sempre i reali sentimenti delle persone e qui vige solo il gioco delle marionette e degli specchi. Dunque da una parte offre grandi possibilità di carriera, ma dall’altra può rovinare un individuo con immensa facilità”.
Brevi note biografiche
Riccardo Renzi è nato a Fermo il 2 febbraio 1994. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere classiche presso l’Università degli studi di Urbino e la magistrale in Ricerca storica presso l’Università di Macerata. Ha all’attivo numerose pubblicazioni. Per Primiceri Editore ha già pubblicato “Tito Livio, la fortuna del più grande storico romano“, Padova 2021, “Appiano Alessandrino: dall’età classica all’età contemporanea“, Padova 2021 e “Svetonio. Dall’età classica all’età moderna“, Padova 2022.(da Primiceri Editore)
– Ispettore, me lo dice che successe, per cortesia? – Spanò sembrava un buon elemento, ma aveva il vizio di parlare assai.
– Ragione ha, dottoressa, mi scusi, – s’imbarazzò il poliziotto. – La volevo avvertire che mi chiamarono poco fa dalla gelateria di Agostino Lomonaco -. Si fermò un attimo. – Le conosce le gelaterie di Lomonaco, no? Il Re del gelato.
Vanina si sforzò di ricordare, ma no: Catania per lei era ancora un’incognita. – No, non le conosco.
– Non può essere! Manco una? – si stupì l’ispettore. La Guarrasi perse la pazienza.
– Spanò, la vogliamo finire? Mi dice che successe in questa gelateria? (Dal Catalogo Einaudi)
E la Scalia ritorna a raccontare di Vanina e sceglie di farlo a ritroso: è la vice questore Guarrasi prima di “Sabbia nera”, già a Catania da Milano da qualche mese, con gli scatoloni ancora ingombri e da sistemare, l’appartamento a Santo Stefano e la signora Bettina già dedita a riempire con deliziosi manicaretti i vuoti dei fornelli, con amicizie da consolidare e una squadra al lavoro ma ancora in rodaggio e le “catanesate” alla prima stesura.
Fine agosto, un caso, all’apparenza solo una “fesseria”: nel gelato di Agostino Lomonaco, non uno qualsiasi ma “il re del gelato”, il rinvenimento di alcune pasticche provoca la denuncia dei clienti per “avvelenamento”; quando la fesseria si trasformerà in omicidio ecco che per la vice questore aggiunto si aprono le indagini rese più difficili dalle titubanze e dai tremori del pm dottor Vassalli.
Tra notti insonni, pasti saltati, piste non sempre chiare o addirittura fuorvianti, l’istinto, il buon lavoro di squadra e il metodo investigativo che scava nel passato delle vittime, porteranno la vice questore ad avere ragione di un caso delicato e ingarbugliato da vecchi rancori, rapporti filiali, traffico di droghe e debiti di gioco.
I miti ci parlano, e le fiabe, le loro semplici figlie andate fra gli umani per un mondo già vecchio, ma tanto più giovane del nostro, sono vivide gemme di un tesoro nascosto, stelle fiorite di un giardino incantato comune a tutta l’umanità, poesia potente che infonde vita alla parola facendone la radice originaria del mondo in cui ogni cosa trasuda storie e il nome è sortilegio. Le fiabe parlano al cuore, e il cuore è bambino.
Mi è sembrato di trovare in queste parole la chiave di lettura di questo conte che si sa da subito, scorrendo semplicemente l’ elenco dei personaggi, tanti, che lo popoleranno, che non è solo un racconto “giallo” : quattro le morti efferate, in cui le date giocano un ruolo importante, giochi di corrispondenze che riportano ad altri avvenimenti, personaggi e luci e scale luminose, bambini, animali parlanti, ingredienti di una magnifica fiaba dentro la quale solo un cuore bambino può trovare la soluzione e salvare il mondo dall’ingiustizia di coloro che il cuore bambino lo hanno perduto.
Una fiaba, sì, un conte philosophique, compagine narrativa spesso utilizzata, che mi ha richiamato altre opere magistrali, in cui ho visto molte consonanze, soprattutto nella denuncia di un declino della società.
Una storia il cui contenuto non è da sintetizzare, ma gustare sì: citazioni, caratterizzazioni linguistiche, tra usi e costruzioni, richiami storici, ma soprattutto la forza della parola che narra, che sa ammaliare e coinvolgere, l’atmosfera che sa creare, come solo una pagina di letteratura può fare.
Eclettico Tuzzi, è riuscito ancora una volta a sorprendere!
Si apre in una fredda mattina del 21 gennaio del 1960 con la prima delle morti, incredibili e impressionanti proprio perché inspiegabili nella loro esecuzione e nei confronti del personaggio “Perché quel morto, oltre che assurdo, era stato importante, da vivo. E rischiava d’esserlo ancora di più ora che era morto”. E un simbolo siglato nel sangue “Sul battente di una porta erano raffigurate due serpentine parallele, separate da una fitta serie di tratti orizzontali, uno sopra l’altro, come tanti pioli”.
E ancora: una testa troncata di netto e niente sangue; e ancora, in una stanza chiusa dall’interno: il delitto, quello che ha tutte le caratteristiche del mistero, quello che mente umana non può concepire e risolvere
«La casa, chiusa dall’interno con la serratura di sicurezza, tant’è che si dovette entrare da una portafinestra dell’attico…»
«Chiusa, i pompieri dovettero forzarla. La casa, dicevo, chiusa dall’interno, non presentava tracce di lotta o di sangue, il che, per uno morto a quel modo…»
«Appunto, certo. Non c’era nemmeno sangue sui vestiti».
L’ambientazione storica è ricca della cronaca italiana di quegli anni, così come le asserzioni e le notazioni, spesso amare e presenti nel tessuto narrativo, che concludono le vicende.
L’unica era sperare nel lento bovino opaco oblio italico. Ma, per il momento…[…] e nessuno seppe interpretare in modo convincente quel simbolo misterioso: due serpentine parallele separate da una fitta serie di tratti orizzontali, uno sopra l’altro, come tanti pioli. Così misterioso che a oggi nessuno è riuscito a forzarlo.
Un messaggio ampio e articolato raggiunge il lettore: come in tutte le fiabe che si rispettino, non è mai unico o univoco ma si presta a più chiavi di lettura.
Dal Risvolto di copertina
“E forse alle galassie, nell’Italia di fine gennaio 1960, gli inquirenti dovrebbero guardare per risolvere un delitto inspiegabile, anzi: impossibile. Al quale ne segue un altro, simile. Per entrambi, testimoni affermano di avere visto in cielo strane luci. Mentre i giornali si buttano sul possibile avvistamento di «marziani», gli inquirenti devono attenersi alla realtà fattuale delle cose. E l’unica sgradevole ipotesi logica è il coinvolgimento di apparati dello Stato. Nel primo delitto, i Carabinieri. Nel secondo, la Polizia. Chiamati però alla massima collaborazione dai competenti Ministeri. Intanto il gatto Miao e l’uccellin Belverde rivelano al bimbo Agostino che, negli antichi giorni del mondo…”
“Tuzzi ci regala una storia vorticosa e onirica, esilarante e fiabesca, enciclopedica e grottesca, un avvincente insieme di toni e di stile ordito con l’autorevole maestria che lo ha reso uno tra gli scrittori, e i giallisti, più amati del nostro Paese”.(da Bollati Boringhieri)
Anche questo volume, così come quelli dedicati a Microsoft Excel, è nato dalle mie lezioni.
Nel corso degli anni ho tenuto tantissime docenze, in buona parte incentrate sul Digital Marketing, la SEO, il Social Media Marketing, la comunicazione online etc. E in ogni singolo corso ho provato a trasmettere la mia idea di web non esclusivamente tecnica, la mia idea di marketing non esclusivamente finalizzata alle vendite e anche la mia idea di comunicazione non esclusivamente finalizzata al brand.
Sarà per il fatto che non sono un esperto di marketing uscito da Economia e Commercio (e nemmeno un informatico laureato in Ingegneria) ma in genere, quando leggo un manuale scritto da professionisti di un certo settore, mi soddisfa raramente.
Il problema non è praticamente mai la qualità di ciò che viene detto: è pieno di persone competenti e davvero preparate. No, il problema in genere è un altro: detesto il modo verticale in cui si affrontano determinate cose, come se bastasse approcciare un problema complesso in un singolo modo, tenendo conto solamente di un certo aspetto, facendo finta che tutto il resto del mondo non esista, con le formulette magiche.
Le persone che affrontano il marketing digitale sono spesso classificabili in due diverse famiglie. Ci sono quelli bravi negli analytics, che conoscono alla perfezione software magari molto complessi e che passano le giornate fra grafici e tool che fanno sembrare il loro computer un’astronave. E poi c’è la seconda tipologia dove troviamo il classico studioso in parte allergico alla tecnologia, un po’ ancorato al passato e senza grandissime nozioni di come funzioni un server o di cosa sia un protocollo di rete.
Fondamentalmente è la storia della mia vita: troppo “liceo classico” per essere un informatico, troppo tecnico per essere un letterato. E probabilmente proprio questa è stata la mia fortuna. Un approccio un po’ diverso ai problemi relativi al mondo digitale, un modo di pensare che dava soluzioni diverse rispetto a quelle che si aspettava il cliente. In questo prontuario voglio provare a riunire le cose che secondo me sono importanti, quelle che davvero devi conoscere sul Digital Marketing. […]