Pinocchio prima edizione: la riscoperta, un articolo da Il Tirreno 4 aprile

Atmosfere cupe senza lieto fine
nel testo di Collodi uscito
sul “Giornale per i bambini”
nel 1881.
Poi i lettori lo spinsero
a continuare la storia
Ripubblicato Pinocchio
nella prima versione “noir”
Il burattino muore impiccato
Roma
«Intanto s’era levato un vento impetuoso di tramontana, che soffiando e mugghiando con rabbia, sbatacchiava qua e là il povero impiccato, facendolo dondolare screanzatamente come il battaglio di una campana che suona a festa. E quel dondolio gli cagionava acutissimi spasmi, e il nodo scorsoio, stringendosi sempre più alla gola, gli toglieva il respiro (….) – Oh babbo mio! Se tu fossi qui! – E non ebbe fiato per dir altro. Chiuse gli occhi, aprì la bocca, stirò le gambe e, dato un grande scrollone, rimase lì come intirizzito». Finiva così la storia di Pinocchio, col 15° capitolo il 27 ottobre 1881, nella prima versione pubblicata sul “Giornale per i bambini”, con il burattino che muore solo e impiccato dagli assassini per togliergli le monete d’oro. La storia aveva così tutto un altro senso, virato al noir e privo di alcuna redenzione. Altro che trasformazione in un bravo bambino, come accadrà dopo altri 18 capitoli, aggiunti sei mesi dopo, per le insistenze dei lettori e del direttore del Giornale. Il successo a quel punto fu tale e più consono alle positivistiche idee pedagogiche dell’Italia appena unificata, che è andata praticamente dimenticata quella prima versione della storia di «un pezzo di legno da catasta» che non era nemmeno divisa in capitoli, ma scritta tutta di fila. La ripropongono ora, in una bella, piccola edizione con illustrazioni gotiche di Simone Stuto e a cura di Salvatore Ferlita, le edizioni Il Palindromo di Palermo, ed è una piccola, curiosa scoperta. In realtà in quella prima versione, a mostrare tutte le perplessità che lo stesso Collodi aveva su come sarebbe stata accolta la sua storia, c’era già un avviso ben prima del finale: «Quello che accadde dopo è una storia da non potersi credere, e ve la racconterò la prossima volta» che nella riscrittura diverrà «una storia così strana» e «ve la racconterò in quest’altri capitoli», mentre proprio il primo finale non è più così conclusivo, ma a Pinocchio torna «in mente il suo povero padre e balbettò quasi moribondo». Così il nuovo XIX capitolo può cominciare dicendo: «In quel mentre che il povero Pinocchio. impiccato dagli assassini a un ramo della Quercia grande, pareva oramai più morto che vivo» ecco che compare la fatina dai capelli turchini.E tutto procede di avventura in avventura, partendo ancora con il racconto aspro del burattino incatenato a far il cane da guardia, ma poi arriva il Paese dei balocchi, la trasformazione in ciuchino, l’essere inghiottito dal pesce-cane in cui ritrova suo padre e lo libera portandolo a riva, dove incontra e non si fila il Gatto e la Volpe mal ridotti, si pacifica con la Lumaca e col Grillo parlante, e si comporta bene sino alla trasformazione, chiudendo con l’osservazione: «com’ero buffo quand’ero burattino! E come ora son contento di essere diventato un ragazzino perbene!». Tutto senza più quelle atmosfere tenebrose e inquietanti della prima parte, con notti buie dove «non ci si vedeva da qui a lì» mentre gli sbattono addosso le grandi ali di uccellacci neri, come ricorda Ferlita nella sua postfazione in cui gioca azzardando anche un parallelo curioso con Sherlock Holmes.Allora, se Giorgio Manganelli ne aveva parlato come di «un romanzo mortuario e infernale», si capisce perché Italo Calvino, studioso delle fiabe italiane, legasse questo di Collodi al romanticismo nero e fantastico, aggiungendo che «Collodi non è certo Hoffman o Poe», per notare poi però che «la casina che biancheggia nella notte con alla finestra la fanciulla come un’immagine di cera che incrocia le mani sul petto e dice – Sono tutti morti… Aspetto la bara che venga a portarmi via, a Poe sarebbe certamente piaciuta».Del resto anche uno sguardo diverso come quello di una scienziata quale Margherita Hack, ricordando la sua lettura della versione definitiva da bambina, spiegava: «C’erano pagine terrificanti, come gli assassini tutti incappucciati di nero, a cui pensavo con un pò di paura. Così ricordo che quando finalmente Pinocchio usciva sano e salvo da tutte le sue avventure e arrivava il desiderato lieto fine, provavo invece un senso di delusione, di stonatura con tutto il resto».

Hans Tuzzi “Vanagloria” recensione di Salvina Pizzuoli

Si apre con la notizia di una morte, si chiude, tra i guaiti di un cane, con una morte annunciata: non è un giallo, ma il primo romanzo di Hans Tuzzi apprezzato giallista e bibliofilo che con “Vanagloria” si realizza in modo esemplare come romanziere. Era prevedibile che la vena narrativa di chi ha fatto del proprio scrivere in giallo una produzione letteraria raffinata, si compisse in un romanzo vero e proprio.
A volte, leggendo opere narrative, capita di riscontrare in esse una perfetta consonanza al reale tanto sono precisamente tratteggiate, quasi gli assomigliassero in modo speculare. Viene allora da chiedersi quanto in un romanzo è invenzione e quanto corrisponde a situazioni già verificate o perfino anticipate, indovinate o intuite dall’autore. Ma il romanzo di Hans Tuzzi, scritto tra il 2006 e il 2010, va oltre; la società di Paneropoli, evidente richiamo a Milano, da panèra o città del formaggio come l’aveva chiamata Ugo Foscolo in modo evidentemente spregiativo, è sapientemente raffigurata, nei due anni imprecisati della prima decade del ventunesimo secolo che fanno da sfondo alle vicende, scoperchiandone il vuoto senza ipocrita cecità; è uno specchio in cui si deve finalmente guardare.
A una scrittura elegante, policroma, piena di lingue e di linguaggi, cui ci aveva abituato nelle opere precedenti, l’autore aggiunge in “Vanagloria” il pregio dell’analisi cruda e lucida di una società in degrado il cui fine è il potere per il potere e dove la cultura è merce di scambio, valore aggiunto per realizzare quel fine. Una società resa sterile e smarrita dietro velleitari e millantati ruoli elitari, alla ricerca di un fine effimero, dove tutto ha un prezzo, anche l’amore che come l’amicizia e la solidarietà perdono le loro caratteristiche e acquistano quelle di mercanzia, mentre gli intrighi e i percorsi per realizzare il profitto e la soddisfazione personale diventano le uniche prospettive.
Una variegata e fantasmagorica carrellata di personaggi del mondo che conta si presenta al lettore, spettatore della tragedia che si consuma sotto i suoi occhi, spogliata e doppia nella facciata perbenista che ne copre la dissoluzione interiore; la progenie, vuota e qualunquista, non disdegna di seguirne le orme precocemente. Tra i vanagloriosi qualcuno si salva come nella galleria delle figure femminili, sicuramente meno negative di quelle maschili. Anche la prosa sottolinea, nel suo essere corrosiva e acida, la natura degli uomini che si muovono all’interno del romanzo; un romanzo difficile, ma che si legge d’un fiato, quasi il lettore volesse conoscere il destino che lo attende come spettatore disincantato di un mondo senza eroi e senza possibilità di sopravvivenza. Un romanzo colto, denso, che non presuppone riletture nonostante la ridda di personaggi le cui vicende si intrecciano e si combinano; è un mondo piccolo quello in cui ciascuno di loro, con la propria professione e il proprio ruolo si muove.
Se si vuole intravedere un messaggio tra le righe del romanzo,  è sicuramente un raffinato messaggio, ma ci si può ravvisare anche un monito? Una società senza una cultura da tramandare è una società sterile che va solo verso una morte solitaria?
Al lettore-spettatore il compito di interpretare l’impianto immaginifico che l’autore ha saputo magistralmente costruire.
Come in “Vanagloria” anche in “Morte di un mecenate americano” Tuzzi tocca, da un punto di vista parallelo, il medesimo tema; nell’interessante biografia romanzata del magnate J.P. Morgan, è tratteggiata infatti non solo la sensibilità del protagonista ma anche lo spirito di una società: i potenti e facoltosi mettono a disposizione il loro denaro per la ricerca dell’opera d’arte, patrimonio dell’umanità oltre che personale, da tramandare e conservare; filantropi oltre che cultori. Il titolo emblematico dell’articolo comparso sul Sole 24Ore (domenica 10/2/2013) “JP Morgan il Magnifico” dello stesso Tuzzi, assegna infatti al magnate americano il ruolo di un mecenate cinquecentesco. Nella biografia fa da sfondo una società di fine Ottocento, in “Vanagloria” quella attuale, persa e deprivata del valore della conoscenza, dove invece i facoltosi orientano i propri interessi in altri campi o scelgono di legare il proprio nome a opzioni  culturali solo per l’appannaggio che possono offrire.
La cultura, intesa come bene, è sicuramente un argomento che preme molto all’autore; e come dargli torto, soprattutto in tempi come quelli che viviamo?

I classici, tuttatoscanalibri consiglia:

Michail Bulgakov “Il maestro e Margherita”

Albert Camus “Lo straniero”

Omaggio a Italo Calvino

Albert Camus “Il primo uomo”

Edmondo De Amicis “Amore e ginnastica”

Grazia Deledda “Canne al vento”

James Hilton “Addio, mister Chips!”

Jack London “Martin Eden”

G. Orwell “La fattoria degli animali”

George Orwell “1984”

Alessandro Manzoni “I promessi sposi”

Alfredo Panzini “Il padrone sono me!”

Jan Potocki “Viaggio nell’impero del Marocco”

Vasco Pratolini “Cronache di poveri amanti”

J.D. Salinger “Il giovane Holden”

Stevenson “Il diavolo nella bottiglia” con testo originale a fronte e le illustrazioni di Elena Salucco

Stevenson “Lo strano caso del dottor Jekill e mister Hyde” illustrato con i disegni di Mauro Moretti

Federigo Tozzi “Tre croci” 

Jules Verne “La sfinge dei ghiacci”

 

 

Arundhathi Subramaniam “A una poesia non ancora nata” presentazione di Maria Anna Patti CasaLettori Robinson La Repubblica

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Ma è proprio vero che i racconti non piacciono? tuttatoscanalibri consiglia

Lucia Berlin “Sera in Paradiso”

Yu Hua “Mao Zedong è arrabbiato”

“I racconti delle donne” a cura di Annalena Benini

I racconti delle tenebre a cura di F. Genovesi

Primo Levi “Tutti i racconti”

Salvina Pizzuoli, Corti e… fantastici

Salvina Pizzuoli “Il tempo smarrito. Memorie di un’ottuagenaria”

Da Panorama Libri: Pablo Simonetti “Vite vulnerabili”

“Racconti italiani” a cura di Jhumpa Lahiri

Racconti racconti racconti: corti, con brivido, fantastici

Judith Schalanshy “Inventario di alcune cose perdute”

Salvatore Torre “Atonement. Storia di un prigioniero e degli altri”

William Trevor “La ragazza sconosciuta”

Thomas Tsalapatis “L’alba è un massacro signor Krak”

 

Le pagine più visitate nel mese di marzo

Le pagine di tuttatoscanalibri più visitate a marzo

 

 

Marija Stepanova “Memoria della memoria”
Vanessa Montfort “Il sogno della crisalide”
E. Lee Masters “Antologia di Spoon River”
Judith Schalansky “Inventario di alcune cose perdute”
Emmanuelle De Villepin “Dall’altra riva”
Adele Colgata “I delitti di Monteverde”
Maurizio Crosetti “Il suo nome è Fausto Coppi”
Avventura, fantastico, noir, mistero… tuttatoscanalibri consiglia:
Hans-Olav Thyvold “I cani buoni non arrivano al Polo Sud”
Sandro Veronesi “Il colibrì”
Biografie, i consigli di tuttatoscanalibri
Hernan Huarache Mamani “La profezia della curandera”

Avventura, fantastico, noir, mistero… tuttatoscanalibri consiglia:

Antonella Boralevi “Chiedi alla notte”

Paola Capriolo “La grande Eulalia”

Donato Carrisi “La casa delle voci”

Cazzullo/ Roncone “Delitti immortali”

Raymond Chandler e il noir:10 romanzi a cura di Maurizio Amore

Stephen Chbosky “L’amico immaginario”

Clive Cussler La vendetta dell’imperatore,

Giancarlo De Cataldo “Quasi per caso”

Fabrizio Gatti “Educazione americana”

Maurizio Gramolini “La Grande casa bianca”

L.S.Larson “Igist” 

Bulwer Lytton. Zanoni, Tea 2016

E.Bulwer Lytton “La razza ventura”

Patrick McGuinness “Gettami ai lupi”  

Ferdinand. A. Ossendowski “Bestie, Uomini, Dei. Il mistero del Re del Mondo”

Sandor Weltmann, Città di mare con nebbia

E.A. Poe “Tutti i racconti del mistero, dell’incubo e del terrore”

Jan Potocki  “Manoscritto trovato a Saragozza”

Francesco Recami “Il diario segreto del cuore”

Kazuchi Sakuraba “Red girls”

Fabrizio Silei “Trappola per volpi”

Wilbur Smith “Il re dei re”

SØren Sveistrup “L’uomo delle castagne”

Ilaria Tuti “Ninfa dormiente”

Wilbur Smith “Il fuoco della vendetta” presentazione di Carlo Baroni e l’incipit da Il Corriere Cultura

 L’incipit

continua a leggere la presentazione del romanzo di Carlo Baroni

dello stesso autore:

Wilbur Smith con Imogen Robertson “Re dei re”

Wilbur Smith “La guerra dei Courtney”

Biografie, i consigli di tuttatoscanalibri

Alberto Angela “Cleopatra, La regina che sfidò Roma e conquistò l’eternità” 

Franco Cardini “Lawrence d’Arabia”

 

Giorgio de Chirico “Lettere” a cura di Elena Pontiggia

Daniel Halévy “Degas parla” Degas raccontato da chi sedeva a tavola con lui

Autobiografia: Joan Didion “Da dove vengo” un’anticipazione

Javier Marias “Vite scritte”

 Anna Folli “MoranteMoravia. Una storia d’amore”

 Rosetta Loy “Cesare”

Alessandra Necci “Caterina de’ Medici, un’italiana alla conquista della Francia”

Pierre Pachet “Autobiografia di mio padre”

Matthew Sturgis “Oscar. La vita di Oscar Wilde”

Tuzzi “Morte di un magnate americano”

Sebastiano Vassalli “La notte della cometa”

Sebastiano Vassalli “Amore lontano”

 

 

Sandro Veronesi “Il colibrì” recensione di Salvina Pizzuoli

Chi è Marco Carrera, un eroe?

Vi sono esseri che per tutta la loro vita si dannano allo scopo di avanzare, conoscere, conquistare, scoprire, migliorare, per poi accorgersi d’esser sempre andati alla ricerca solo della vibrazione che li ha scaraventati al mondo: per costoro il punto di partenza e il punto di arrivo coincidono. Poi ce ne sono altri che pur stando fermi percorrono una strada lunga e avventurosa perché è il mondo a scivolare sotto i loro piedi, e finiscono molto lontano da dove erano partiti: Marco Carrera era uno di questi.

Una vita travagliata quella del protagonista, costellata di numerose tragedie: il desiderio di un amore mai realizzato, l’allontanamento dal fratello, il tradimento e il divorzio dalla donna che aveva sposato, la perdita crudele degli affetti più profondi. Pare non esserci felicità su questa terra per lui che però vive la propria esistenza mettendo in campo l’abilità che è propria del colibrì, il nomignolo con cui viene soprannominato da ragazzo quasi ne avesse incorporato oltre alla struttura anche le abilità: il piccolo uccello che batte forte le ali per superare questa sua complessione fisica e stare fermo, saldo. Marco sa resistere con generosità agli oltraggi della vita.

Il fatto è che dietro al movimento è facile capire che c’è un motivo, mentre è più difficile capire che ce n’è uno anche dietro l’immobilità. Ma questo è perché il nostro tempo ha conferito via via sempre più valore al cambiamento […] chi si muove è coraggioso e chi resta fermo è pavido, chi cambia è illuminato e chi non cambia è un ottuso. […] ci vogliono coraggio ed energia anche per restare fermi.

Si prodiga Marco nonostante navighi dentro un  fiume in piena in cui l’esistenza lo ha scaraventato.

Come in tutti i romanzi in cui l’autore fa entrare chi legge nella vita privata dei propri personaggi, al termine della lettura restano, oltre al piacere intrinseco, tante domande proprio sulla figura chiave.

La prima in questo caso può essere riferita al finale: Marco  per la prima volta vuole diventare soggetto dell’azione, per la prima volta vuole prendere per mano la propria vita e condurla verso un finale da lui stesso deciso? In fondo il compito affidatogli di allevare Miraijin, la nipote, il cui nome in giapponese ha il significato profetico di uomo del futuro, era terminato: ora il futuro poteva avere inizio.

La trama si snoda dentro una scrittura che scorre scorre benissimo, e coinvolge nella struttura varia che la compone: email, telefonate, missive, una narrazione tra passato e presente, senza tempo, senza una cronologia conseguente, solo spaccati di esistenze, momenti, figure tratteggiate a tinte forti, come Duccio Chilleri ovvero l’Innominabile o il dottor Carradori, per entrare meglio nei casi della vita dei personaggi, nei rapporti relazionali che costruiscono e che tra loro intercorrono.