Emmanuelle De Villepin “Dall’altra riva”recensione di Zita Dazzi da La Repubblica Cultura 12 marzo

Il romanzo di Emmanuelle De Villepin
Ritratto di famiglia dell’amore e di altri demoni
di Zita Dazzi
Quanto dolore può contenere la storia di una famiglia. Quanta vita c’è dopo il lutto, quanti legami restano anche quando sembra si siano spezzati per sempre, quando è calato il silenzio e sono passati gli anni. «Sono lontana dall’essere un’esperta di sentimenti, a me arrivano come ovattati, ma credo che non si possa essere generosi quando si è feriti», ammette Nadège, la madre che fugge dalle sue responsabilità e abbandona il marito e tre figli piccoli per seguire un amore folle e incontenibile, come sono sempre gli amori sbagliati. È lei una dei protagonisti di Dall’altra riva (Longanesi), ultimo romanzo di Emmanuelle De Villepin. L’autrice si addentra in una complessa vicenda familiare, che parte nel 1959, lo stesso anno di nascita di De Villepin, in un villaggio vicino a Chamonix, dove Nora, figlia di Nadège, dalla culla vede il Monte Bianco. Il funerale del padre organizzato dall’altra figlia Apolline, è la prima scena di un racconto che procede a scatti, in diverse scansioni temporali, con due voci narranti. La prima è quella della figlia che si allontana dalla casa dove è nata e dove ci sono stati troppi strappi, troppe lacrime inconsolabili. La seconda, è quella di sua madre, che non può chinarsi sul suo passato perché, spiega, «sprofonderei nelle sue fauci avide di vendetta ». Eppure anche per questa donna fragile, per le sue miserie e umane debolezze, c’è una pietas commovente nella narrazione.
È un romanzo feroce che scorre lieve, una pagina dietro l’altra, col ritmo incalzante di una vita vista da quel promontorio che è l’età adulta, quando ci si rende conto dei torti fatti alle persone care e non c’è più tempo per chiedere scusa: «Ci sono stati dei feriti, non potevo far finta. Avevo partorito tutta la falsità della mia esistenza – spiega Nadège, ormai anziana e sola – Io non posso trovar pace davanti a tutta questa richiesta d’amore. Sai cosa esige l’amore? È spaventosamente esoso! Bisogna continuamente uscire da se stessi per servire le esigenze altrui».
Verità dure, che però non vengono rinfacciate come colpe, perché non c’è processo, non ci sono vinti, né vincitori nella battaglia della vita, in cui alla fine bisogna provare a ricongiungersi e a superare le accuse reciproche, stringersi, dopo aver per anni pensato di non essere più in grado di farlo. È la voce dolente di Nadège a spiegare che quando si sopravvive a un lutto si capisce che «qui noi siamo assieme. Non ci siamo che noi. È questo che sono venuta a dirgli: sappi che io ci sono. Io sono con te».
Un libro nel quale ci si immerge rapidamente, pieno di drammi che arrivano improvvisi, quando ancora non si ha la maturità per affrontarli. Come dice Nora, «il corpo capisce prima del cervello. Ti metti a tremare e il cuore batte all’impazzata, credi che esploderà di dolore e tuttavia non capisci». Poi ognuno, trova i suoi antidoti per sopravvivere. «Mathieu. Malgrado tutto ci sei ancora. E allora mi dico che non morirai mai veramente », sussurra la sorella al fratello che viene inghiottito dal buio una mattina a caso. «Visto che non potrò mai diventare grande accanto a te, mi sono fermata anch’io all’età dei nostri ricordi».
Di fronte a questo c’è chi scappa e c’è chi rimane, come Apolline, sulla quale Nora potrà sempre contare, anche nel faticoso tentativo di scoprire che ne è stato della madre in fuga: «Qualunque cosa fosse successa, mia sorella mi avrebbe comunque teso la mano» quando l’unica figura adulta rimasta, il padre, rimane ammutolito, inerte, incapace di aiutare i sommersi, come i salvati. C’est la vie, dicono i francesi: «Fuori la vita continuava col suo fottuto egoismo, come se Mathieu non fosse mai esistito. Come se non fossimo che un granello di sabbia nell’oceano. Più della sua stessa morte è la vita a dichiararti insignificante, superfluo, e quando sei caduto dalla giostra è come se non ci fossi mai salito».
Solo nei libri, scrive De Villepin, le «persone pensano sempre in maniera feconda». Ma è vero anche che questo piccolo romanzo regala alcune verità che restano. Di fronte al dolore, la via d’uscita è provare a ricucire, a non considerare mai la felicità come un traguardo e a fare fronte comune per reagire alle pugnalate del destino: «Cerca negli angoli più bui della tua memoria. Cerca nelle pieghe e nelle rughe. Non ci saranno cerimonie d’addio, né lacerazioni. Ma cerca ancora: in tutto quello che hai vissuto, in ogni grano di polvere della tua esistenza, è sigillata una parte di eternità ».

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