Isaku Yanaihara “I miei giorni con Giacometti”, presentazione

Isaku Yanaihara nel 1954 è a Parigi: filosofo e critico d’arte giapponese è nella capitale francese con una borsa di studio per approfondire alcune tematiche della filosofia francese. Conosce e frequenta numerosi scrittori, artisti tra i quali Alberto Giacometti che incontra al Café des Deux Magots di Parigi e visita più volte gli studi dell’artista. Tra i due nasce una profonda amicizia e, nel 1956, Giacometti gli chiederà di posare per lui.

Un ritratto senza fine ma che si realizzerà in tanti disegni e in una impasse per il pittore scultore che lo porterà però ad una svolta nello stile.

Durante le pose, protratte per giorni e mesi, per circa 230 giorni in tutto, durante le quali il modello riusciva a restare immobile fino a dieci ore consecutive, ma soprattutto durante le pause di riposo, spesso notturne e in compagnia di Annette la moglie di Giacometti, si aprono conversazioni sull’arte, sugli artisti, sui costumi, sulla morale, su argomenti dell’attualità politica anche sui rapporti fra Oriente e Occidente, che il professor Yanaihara appunterà e da cui negli anni successivi avrebbe tratto una monografia su Giacometti mentre lui avrebbe avuto diversi dipinti, numerosi disegni e due busti scolpiti.

Sulla copertina una foto raffigura l’accesso allo studio, aperto a pochissimi, dell’artista al 46 di Rue Hippolyte Maindron a Parigi.

Dalla Quarta di copertina

«Guarda, nei paesaggi reali non esiste neanche uno di quei colori accesi, non troverai mai una tonalità di rosso o di verde come quella che viene fuori dai tubetti di colore. Gli alberi, le case, i tetti, perfino il cielo, tutto è una continuità color cenere, ci sono delle sottili differenze, delle complicate sfumature, ma non si può dire che esistano colori indipendenti».

Al sentire le sue parole, le foglie dell’albero di acacia non mi sembravano più, in effetti, verdi, ma cominciavano ad apparirmi come se fossero di una particolare gradazione di grigio e il paesaggio si trasformava di fronte ai miei occhi in un avvicendarsi di spazi privi di colore. Mi chiesi se ciò derivasse dalla luce spenta di quella melanconica città di pietra oppure se si trattasse invece di una caratteristica intrinseca alle cose, un elemento universale.(da Giometti&Antonello Macerata)

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Una trilogia da non perdere… in attesa del quarto!

“O.D.E.S.S.A. Operazione Damocle

è il terzo thriller storico di una fortunata trilogia.

Agli amanti del genere una nuova avventura di Leonard Walder. Sarà infatti coinvolto in una difficile missione nella terra dei faraoni negli anni ’60, ai tempi di Nasser e delle sue velleità di fare dell’Egitto una potenza preminente del mondo arabo.


La sinossi

Dopo la sconfitta del Terzo Reich i nazisti trovarono rifugio non solo in America latina ma anche nei paesi arabi, in particolare nella Siria di Assad e nell’Egitto di Nasser: è qui, nell’antica terra dei faraoni, che ancora una volta Leonard Walder sarà chiamato all’azione dall’amico Mike e dal Mossad, per scongiurare un grave pericolo per Israele. Terzo di una trilogia (ODESSA. L’ora della fuga / ODESSA Caccia in Argentina) anche in Odessa Operazione Damocle l’ambientazione e il contesto storico, precisi e rigorosi, saranno come sempre protagonisti sullo sfondo dell’intricata situazione che Walder si troverà a gestire: abbandonata la passione che da sempre lo anima per l’arte e per la bellezza, si voterà alla causa con la segreta speranza di sopravvivere e tornare a coltivare le proprie inclinazioni. Riuscirà Walder nell’intento o lo rivedremo presto in azione?

L’ Antefatto

Il Cairo, 23 luglio 1962

Erano solo le 9.30 del mattino ma il sole batteva già impietoso sulle gradinate riservate alle autorità; da lì a poco avrebbero assistito alla grande parata militare in celebrazione del decimo anniversario del colpo di stato dei Liberi Ufficiali che aveva spazzato via la monarchia di re Faruk e, dopo il breve periodo del governo di transizione presieduto dal generale Muhammad Nagib, instaurato il potere definitivo di Gamal Abdel Nasser. Lo stesso presidente, in prima fila sul palco d’onore, attorniato da alti ufficiali con al fianco il vicepresidente, generale Anwar al-Sadat, aveva appena pronunciato il solenne discorso nel quale rivendicava i successi della sua politica indirizzata a costruire in Egitto un nuovo modello di socialismo e di giustizia sociale. Ma la parte del discorso che di lì a poco sarebbe rimbalzata in tutte le cancellerie internazionali, suscitando sbigottimento e preoccupazioni, fu quella in cui il rais annunciava al mondo che era stato avviato con successo un programma di armamento missilistico che avrebbe reso l’Egitto un’indiscussa potenza fra i paesi arabi. I missili Al-Zafir ‘il Trionfatore’ e Al-Qahir, ‘il Conquistatore’, a propellente liquido, sarebbero stati in grado “di colpire qualsiasi bersaglio a sud di Beirut”, tenne a precisare. Non occorreva ricorrere ad analisti esperti per capire che Israele era nel mirino. Dopo pochi minuti alcuni prototipi di tali ordigni montati su autocarri aprivano la parata tra gli applausi del pubblico.


Gli altri due della trilogia: Il primo

Una spy story fuori dagli schemi e dai risvolti imprevedibili dentro una scrupolosa ambientazione e ricostruzione storica. Siamo quasi alla fine del secondo conflitto mondiale, l’epilogo imminente incombe sugli alti ranghi della Germania nazista: Leonard Walder, ufficiale della Wehrmacht, incappa suo malgrado in un’operazione segreta, ODESSA. Inseguito e ricercato trascorrerà il periodo dell’immediato dopoguerra fuggendo, spia e spiato, e la sua storia personale si intreccerà con il tragico esito del conflitto. Il romanzo è il primo di una trilogia: “ODESSA. L’ora della fuga”, “ODESSA. Caccia in Argentina”, “ODESSA. Operazione Damocle”.

Il secondo:

Walder, Mike e Fox ancora insieme in una nuova, esaltante avventura: dollari falsi, aste sospette, antichi tesori trafugati dai nazisti in fuga e una donna come intermediaria tradue continenti. Con questi elementi si scatena una caccia al di là dell’oceano a chi, grazie alla rete ODESSA, ha trovato rifugio in un Paese che pare il diorama di un piccolo borgo delle Alpi Bavaresi. Colpi di scena e una ‘caccia nella caccia’ in questo secondo romanzo, dopo il successo del primo thriller “Odessa. L’ora della fuga”. Il romanzo è il secondo di una trilogia: “ODESSA. L’ora della fuga”, “ODESSA. Caccia in Argentina”, “ODESSA. Operazione Damocle”.

Gianfranco Bracci “I misteri del tempio dimenticato” AppenninoSlow Editore, recensione di Luisa Gianassi

Gianfranco Bracci, libero ricercatore della civiltà etrusca e progettista di reti escursionistiche è l’autore delle pagine che portano il titolo “I misteri del tempio dimenticato”, un romanzo che tiene incollati alla lettura con incredibile magnetismo.

La trama ha il fascino intrigante dell’intreccio di interessanti narrazioni storico/mitologiche, rese avvincenti dall’enigmatica atmosfera del romanzo giallo. Un giallo, ma anche un romanzo di ambientazione storica la cui trama si snoda in un armonico avvicendarsi di presente e passato.

I protagonisti sono un ispettore di polizia e la fidanzata Aura Seanti, una giovane archeologa i cui sogni e incubi esoterici vissuti un epoca etrusca, aiutano a svelare i segreti di importanti ritrovamenti archeologici e favoriscono la risoluzione dell’enigma su efferati delitti, retaggio dei culti misterici sopravvissuti fino ad oggi. I vuoti storici che si incontrano inevitabilmente quando si parla di civiltà etrusca, sono riempiti con la fantasia dell’autore che rende ancora più coinvolgente il racconto. L’esoterismo connesso all’interpretazione dei sogni di Aura è la porta di accesso tra passato e presente dal quale, tra mito e religione, emerge il desiderio atavico di immortalità che ha accompagnato l’uomo in tutte le epoche, spingendolo ai peggiori compromessi nella speranza di continuare a esistere in qualche modo, oltre la morte fisica.

Terminato il romanzo il lettore si rende conto che resta ancora qualcosa da scoprire, delle curiosità da soddisfare che l’autore ha sapientemente stimolato. Come non fare una escursione a Poggio Colla a Vicchio di Mugello dove il ritrovamento di una stele etrusca fa pensare a un passato lontano 2600 anni “dove le partorienti trovavano l’energia sufficiente per mettere al mondo i propri figli”? E ancora: come non fare trekking fino al castello del Trebbio presso S. Piero a Sieve dove “Lì sembra vi fosse il trivium della Flaminia Minor o militare. Adesso infatti c’è un’edicola dedicata alla Madonna che accanto ha una vasca che raccoglie le acque di una sorgente… Quella è l’acqua santa della Madonna che in antichità era dedicata alla dea Artume, Diana e, prima ancora, alla Grande Madre: ovvero la primordiale forza benefica dell’universo.”

Dal Trebbio è d’obbligo salire a piedi fino al Santuario del Monte Senario dove un’antica pergamena porta all’epilogo del romanzo “…Sette uomini pagani e malvagi, mossi da un’antica divinità etrusco-romana, talvolta producono delitti in nome dell’immortalità dell’anima…”

Borges scriveva che i libri regalano benessere e sono una farmacia dell’anima, mentre è scientificamente provato che camminare nei boschi a contatto con la natura, energizza e aiuta a trovare l’equilibrio interiore. Leggere e camminare: una sinergia magica che si trova in questo romanzo.

Ottavia Niccoli “Morte al filatoio”, recensione di Salvina Pizzuoli

Protagonista della vicenda, che si dipana tra il lunedì 9 novembre 1592 e il giovedì 19 novembre dello stesso anno a Bologna, è don Tomasso che dirige l’ospizio di San Biagio, un antico ospedale ridotto a ricovero. Lo anima amor di giustizia, anche se terrena e quindi imperfetta e non uguale per tutti, tanto da voler trovare, lui prete, gli autori di tre terribili omicidi.

Una figura di religioso che, a detta della stessa autrice nella Nota conclusiva, è assai improbabile a quei tempi per quel che sappiamo, i preti della piena Controriforma erano piuttosto differenti, anche per questo cattura: per essere uomo di fede e di carità, per la sua strenua e caparbia lotta contro i soprusi e le angherie che i deboli subivano nel contesto sociale di quel preciso periodo storico. Il lettore è così trasportato nella Bologna del tempo che si anima e rivive colorandosi tra le pagine ora seguendo i tragitti a piedi di don Tomasso lungo le strade della città, nel traffico di carretti, cavalli, lettighe, ora entrando con lui nelle case dei ricchi e degli indigenti, nei luoghi di lavoro e di produzione come il filatoio o le botteghe artigiane o dentro le stanze del Torrone dove si amministra la giustizia degli uomini e dove si recava di frequente sostituendo il ministrale del quartiere, pigro e inattivo, che avrebbe dovuto assolvere al compito di denunciare ogni reato.

Un anno difficile quello dell’ultimo scorcio di secolo, in cui si alternano cattive stagioni e magri raccolti, dove alla carestia si aggiungono le intemperie. Un mondo di miseria, di sfruttamento, di abiti logori, di putti e tose strappati alla loro infanzia, di morti ammazzati, di torture, di pratiche magiche come “la calamita battezzata, la brocca piena d’acqua, il setaccio con le forbici” pratiche vietate ma restie ad essere abbandonate dentro un presente e un futuro incerti, dove don Tomasso continua le sue indagini e non si arrende e cerca risposte, sentendo montare dentro di sé un’ansia forte di averla vinta sull’ingiustizia e sulla violenza, che non avvertiva contraria al suo stato di prete.

A fargli compagnia un tosetto malandrino, vivace, intraprendente, curioso che collaborerà con lui rivelandosi spesso un prezioso aiutante per ascoltare e riferire, alla ricerca di fondamentali indizi rivelatori, spesso da interpretare e talvolta anche fallaci.

Brevi note biografiche

Ottavia Niccoli, già docente alle Università di Bologna e Trento, è autrice di saggi su Rinascimento e Riforma editi da Einaudi e Laterza, noti e tradotti a livello internazionale. Questo è il suo esordio come romanziera (da Vallecchi Autore)

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Hans Tuzzi intervista Ottavia Niccoli autrice del giallo storico “Morte al filatoio” , Vallecchi Firenze

Desy Icardi “La biblioteca dei sussurri”, presentazione

Anni Settanta, un casolare lungo l’argine della Dora, a pochi chilometri da Torino, lì vive una bambina di sei anni che porta il nome del fiume e che condivide l’abitazione con i genitori, gli zii, il cugino Fulvio, la prozia Dorina: un nucleo familiare che si contraddistingue per i rumori che ne sottolineano le azioni, azioni comuni, ma particolarmente rumorose.

È il terzo dei romanzi dedicati ai cinque sensi: dopo L’annusatrice di libri e La ragazza con la macchina da scrivere, quest’ultimo è dedicato all’udito.

Dora infatti ha un superpotere come la zia Dorina, che libera le “case lamentose” dove spesso la porta con sé, soprannominata per questo ‘Dorina degli Spifferi’, sente suoni misteriosi che nessun altro è in grado di percepire,

La storia si snoda dall’infanzia all’adolescenza della protagonista: un brutto giorno i rumori familiari si spengono per un improvviso lutto e Dora sente rumori sinistri che la inquietano e per sfuggirli si rifugia in biblioteca dove conoscerà l’avvocato Ferro centenario e grande lettore.

“Nella vita di Dora, però, continuano a susseguirsi eventi inaspettati; la sua famiglia si divide inevitabilmente e la casa sul fiume diventa solo un ricordo. Sarà proprio grazie agli insegnamenti dell’avvocato Ferro e al grande amore per i libri che Dora deciderà di far pace con il proprio passato per riavvicinarsi a coloro che ama di più” (dal Catalogo Fazi Editore)

Dello stesso autore su tuttatoscanalibri:

La ragazza con la macchina da scrivere”

Autori vari “Una settimana in giallo”, presentazione

Un’antologia in giallo: undici casi affidati alla penna di autori di romanzi di genere tra i più conosciuti, undici casi da risolvere per gli investigatori protagonisti insieme ai problemi e alle situazioni della propria quotidianità privata, casi dove non mancano l’ironia, indagini surreali, ricerche incredibili di eredi multimilionari, equivoci condominiali tra gli inquilini di una Casa di Ringhiera e all’interno la comparsa più o meno inaspettata di Camilleri, un suo libro, un suo aneddoto, una trasmissione televisiva, una presenza, un omaggio al grande giallista scomparso.

Autori che compaiono elencati in ordine alfabetico nella copertina che ci invitano a una settimana gialla con i personaggi che in alcuni casi fanno parte di un più ampio immaginario ad opera delle serie televisive che li hanno raffigurati, fatti uscire e vivere oltre le pagine: Alice Martelli, la vicequestore del BarLume impegnata in Garfagnana per risolvere un buffo omicidio, Vince Corso impegnato dal suo autore Fabio Stassi a risolvere una strage tra gli eroi dei grandi romanzi e non manca Rocco Schiavone con un cadavere alla frontiera, un caso di cui vorrebbe disfarsi lasciandolo all’omologa francese.

E non solo

“In questa antologia compaiono anche per la prima volta, dopo l’esordio in romanzi, personaggi nuovi ben adatti a un brillante primo piano. Sono: Viola, la giornalista curiosa di Simona Tanzini, che nell’esplorazione di verità scabrose si aiuta con la facoltà non voluta di associare i colori alle persone; e Acanfora, il poliziotto soggetto delle trame di Andrej Longo: la sua indagine, su un assassinio da tinello, fende un’atmosfera che affianca ferocia e pietà, che un po’ ci ricorda Scerbanenco”. (dal Catalogo Sellerio)

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“Rien ne va plus”

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Stassi “Uccido chi voglio”

Margaret Atwood “Il canto di Penelope” recensione di Salvina Pizzuoli

Traduzione di Margherita Crepax per Ponte alle Grazie, 2018

Un esempio di riscrittura datato nella prima stesura 2005 e firmato Atwood. Penelope è la protagonista di un suo ultimo canto, un riscatto, senza temere né gli dei né gli uomini, racconta dall’Ade di sé in prima persona: giovane sposa, poi regina di un regno abbandonato dall’eroe scaltro e bugiardo che partito un giorno per Troia non vi ha fatto più ritorno, l’uomo che conosciamo nei versi immortali dell’Odissea, protagonista di avventure e di viaggi nel periglioso mare che sarà costretto a percorrere incontrando pericoli e mostri e dee e che, ritornato a Itaca, saprà far valere i suoi diritti di re: uccide i Proci, gli usurpatori, e impicca le dodici ancelle

Come quando dei tordi con grandi ali o delle colombe/ si impigliano dentro una rete, che stia in un cespuglio…/così esse tenevano in fila le teste, ed al collo/ di tutte era un laccio, perché morissero d’odiosissima morte./ E per un po’ con i piedi scalciarono, non molto a lungo (Odissea XXII 465 – 473)

Nell’Introduzione la Atwood chiarisce il motivo che l’ha spinta alla ricerca e alla documentazione perché ”la storia così come viene raccontata nell’Odissea, non è del tutto logica” – scrive volutamente sibillina – “ci sono troppe incongruenze. Sono sempre stata tormentata dal pensiero di quelle ancelle impiccate e, nel Canto di Penelope, anche Penelope lo è”.

Chi presume di trovarsi di fronte ad un saggio sbaglia, in realtà la documentazione le è servita per raccontare meglio Penelope che in questa breve narrazione riferisce una storia in una chiave tutta al femminile, una confessione molto asciutta, priva di fronzoli o appigli emotivo emozionali, a tratti irriverente, a tratti volutamente eccessiva e ironica quando propone momenti della sua vita nell’Ade, tra il suo passato e il presente, nel mondo attuale. Alle pagine in prosa seguono anche in poesia: è il canto delle ancelle, il Coro della tragedia greca, le dodici ancelle impiccate, le altre voci al femminile che non esauriranno mai la loro volontà di sapere il perché, incalzando Odisseo anche nelle sue nuove vite.

Una lettura diversa dell’Odissea, da un nuovo punto di vista, spiazzante, decisamente interessante.

Della stessa autrice:

“Moltissimo”

Tornare a galla”

Pablo Neruda “Bestiario”, presentazione

Un grande amore per la natura e per il suo Paese, Bestiario, come scriveva Giuseppe Bellini, ispanista e professore universitario di letteratura ispano americana nonché amico di Neruda e massimo interprete della sua poesia in Italia, era un antico progetto del poeta cileno: lo aveva infatti invitato a raccogliere le liriche che oggi ritroviamo nel volume edito da Guanda per la traduzione di Ilide Carmignani, precedute da un Prologo della poetessa cubana Reina Maria Rodriguez e illustrato da Luis Scafati disegnatore e scultore argentino:

“l’inconfondibile voce del poeta diventa anche linguaggio grafico e risuona ancor più vivida attraverso queste pagine” (da Guanda ).

Una raccolta di odi dedicata a ciascun animale, dal più grande al più piccolo, dai terrestri ai volatili: al cavallo, all’elefante, ma anche alla farfalla e al gatto e alla lucertola… o al ragno al quale vorrebbe chiedere di tessergli una stella.

Creature che testimoniano il “fascino primitivo e vitale” della sua terra:

“Neruda si fa albatros, venuto a morire sulle umide sabbie cilene, vuole conversare con i maiali, con i cavalli, con «gli uccelli che si mangiano la notte»; vuole imparare dai gatti, orgogliosi e indifferenti, celebrare la bellezza delle farfalle, l’ingegno dei ragni, la danza delle pulci, il canto delle rane…” (da Guanda)

Brevi note biografiche

Pablo Neruda (Parral, 1904 – Santiago del Cile, 1973), poeta cileno, è una delle voci più rappresentative della letteratura latino­americana del Novecento. Nel 1926 venne nominato console e iniziò una importante carriera diplomatica che lo portò a viaggiare molto e a stringere sodalizi con intellettuali come Rafael Alberti, Federico García Lorca, Octavio Paz. Nel 1944 Neruda tornò in ­Cile e fu eletto senatore, ma un’accusa di tradimento lo costrinse a un lungo esilio. Negli anni Settanta, sotto la presidenza di Allende, venne nominato ambasciatore a Parigi e nel 1971 vinse il Premio Nobel per la Letteratura. Morì nel settembre del 1973, pochi mesi dopo il golpe di Pinochet. Nel catalogo Guanda sono presenti le seguenti opere: Venti poesie d’amore e una canzone disperata, Poesie erotiche, Poesie d’amore e di vita, Poesie di una vita Per nascere son nato e Bestiario.

Paolo Cognetti “La felicità del lupo”, recensione di Salvina Pizzuoli

“Da qualche parte Fausto aveva letto che gli alberi, a differenza degli animali, non possono cercare la felicità spostandosi altrove […] La felicità degli erbivori invece inseguiva l’erba […] il lupo obbediva a un istinto meno comprensibile. Santorso gli aveva raccontato che non si capiva perché si spostasse, l’origine della sua irrequietezza. Arrivava in una valle, magari trovava abbondanza di selvaggina, eppure qualcosa gli impediva di diventare stanziale […] e se ne andava a cercare la felicità da un’altra parte”.

Mi piace iniziare la presentazione di questo romanzo citandone alcune frasi che trovano posto quasi in chiusura della storia, parafrasano il titolo e offrono una chiave di lettura.

Il protagonista, Fausto, abbandona la città dopo il naufragio di una relazione lunga e importante per rifugiarsi a Fontana Fredda, lontano da Milano e da Veronica, “un posto da cui ricominciare”, tra i sentieri della sua infanzia in cerca della propria strada, lui che sulla carta d’identità alla voce professione aveva con un certo sussiego fatto scrivere “scrittore” e che ora là sui monti fa il cuoco per i gattisti nel ristorantino di Babette.

Personaggi tratteggiati con l’accetta, spigolosi e sfaccettati come la montagna in cui alcuni si sono rifugiati, come lui, e altri che vi sono nati e non se ne allontanerebbero mai: Elisabetta detta Babette che lo accoglie come cuoco nel suo ristorantino, lei che in montagna c’è arrivata, vi si è fermata ma che ora sogna il mare; il vecchio Santorso, protagonista dei luoghi che conosce e ama; Silvia la cameriera nel cui cuore Fausto spera di aver trovato un posto, anche lei inquieta, alla ricerca ma con la voglia di ripartire, come dal Rifugio Quintino Sella sul Rosa, tra ghiacciai e rocce; la vecchia Gemma anche lei dura e scolpita nella roccia con i suoi ottant’anni, le sue abitudini e i suoi sogni e non per ultimo il paesaggio invernale ed estivo che dà sfoggio di sé nel lussureggiare dei suoi panorami.

Brevi note biografiche

Paolo Cognetti è nato a Milano nel 1978. Tra i suoi libri: Sofia si veste sempre di nero (minimumfax 2012), Il ragazzo selvatico (Terre di mezzo 2013) e Senza mai arrivare in cima (Einaudi 2018 e 2019). Nel 2021 ha curato L’Antonia su Antonia Pozzi (Ponte alle Grazie). Sempre nel 2021 esce, sia come film-documentario sia in forma di podcast, Paolo Cognetti. Sogni di Grande Nord. Con Le otto montagne (Einaudi 2016 e 2018), che è stato tradotto in oltre 40 paesi e dal quale è stato tratto un film di prossima uscita, ha vinto il Premio Strega, il Prix Médicis étranger e il Grand Prize del Banff. Per Einaudi ha pubblicato anche La felicità del lupo (2021).(da Einaudi Autore)

Hans Ruesch “Paese dalle ombre lunghe” presentazione

Top of the World, titolo originale, in italiano Paese dalle ombre lunghe, pubblicato nel 1950 dall’editore Harper di New York, viene riproposto tradotto da Daniele Petruccioli da Einaudi con il numero 5 della nuova serie Gli Struzzi, la collana che quando nacque, nel lontano 1970, presentava in un formato più economico le maggiori opere della letteratura in genere.

L’autore (Napoli 1913) studia in Italia e in Svizzera paese d’origine del padre medico; poliglotta, a 19 anni diventa un pilota automobilistico correndo per Maserati e Alfa Romeo. La sua vita avventurosa lo porterà anche negli Stati Uniti dove ancora ventisettenne scriverà racconti per riviste e proprio con questo romanzo riscuoterà un grande successo. Nonostante sia opera d’invenzione, come spiega lo stesso autore nelle pagine che introducono il romanzo, nasce dalla lettura di testi documentati cui fa riferimento citandone gli autori:

“I comportamenti sociali, sessuali e alimentari, le credenze religiose e le pratiche mediche, insieme ad altri usi e costumi descritti in questo libro, per quanto romanzati, sono presi da dati antropologici acclarati, riferiti in particolare agli abitanti dell’isola di Baffin […] divulgate da uomini del calibro di Fridtjof Nansen, Kaj Birket -Smith, Knud Rasmussen, Peter Freuchen, Franz Boas, Gontran de Poncins e altre indiscusse autorità sull’Artico[…]”.

Racconta la storia di due generazioni di Inuit, prima dell’incontro con la civiltà occidentale: Ernenek e Asiak sono i protagonista di questa saga familiare in un ambiente estremo in cui il popolo degli uomini, gli Inuit, lotta per la sopravvivenza.

Nel 1960 dal romanzo fu tratto il film “Ombre bianche” con interprete Anthony Quinn nei panni del protagonista.

“Ernenek e sua moglie Asiak «non potevano sbagliare né subire incidenti lungo la strada, essendosi abbondantemente premuniti contro le avversità del fato: avevano con sé un ciuffo di peli di coniglio bianco contro il congelamento, una coda d’ermellino contro le bufere, un artiglio d’orso contro i fulmini, un dente di caribú contro la fame, una pelle di lemming contro le malattie, una zampa di ghiottone contro la pazzia […] un pidocchio per risultare invisibili ai nemici giacché i pidocchi sono bravissimi a nascondersi […] Anche i cani portavano amuleti”.(da Einaudi Editore)