Hans von Trotha “Le ultime ore di Ludwig Pollak”, presentazione

Traduzione dal tedesco di Matteo Galli

[…]“Ludwig Pollak non è una persona qualunque: ebreo, raffinato archeologo, grande collezionista, mercante d’arte a cui tutti si rivolgono per un parere o una attribuzione definitiva[…] (dal Catalogo Sellerio Editore)

Le ultime ore di Ludwig Pollak, titolo originale Pollaks Arm, Il braccio di Pollak, fa riferimento al ritrovamento da parte dello studioso nel 1903 del braccio mancante del gruppo del Laocoonte, il gruppo marmoreo del padre con i due figli tra le spire di un enorme serpente ritrovato nel 1506 ma mancante del braccio destro. Questa importante scoperta fu poi da lui donata ai Musei Vaticani sostituendo il braccio levato di cui la statua era stata dotata con l’originale ritrovato: piegato sul gomito: posizione che ne modificava la “lettura”. Quando la sera del 15 ottobre del 1943 Pollak rifiutò di rifugiarsi in Vaticano, rimandando indietro colui che era stato inviato per convincerlo e prelevarlo insieme alla famiglia, l’indomani fu tra gli ebrei romani deportati e ucciso ad Auschwitz pochi giorni dopo all’età di settantacinque anni (era nato a Praga nel 1868)

“Un romanzo straordinario che si immerge nelle pieghe oscure tra civiltà e barbarie grazie a un personaggio poco conosciuto, che ha dedicato la sua vita all’arte, a un ideale di bellezza eterna, e che mai ha voluto arrendersi agli orrori della follia umana”.[…] (dal Catalogo Sellerio Editore)

e anche

Brevi note biografiche

Hans von Trotha (1965), giornalista, storico e studioso dell’arte del giardino, ha curato mostre e scritto libri nel suo campo. Oltre al romanzo a sfondo storico Le ultime ore di Ludwig Pollak, ha scritto anche un’altra opera di narrativa in lingua tedesca.

Oggi 17 febbraio festa nazionale del gatto: libri che parlano di gatti e un racconto di Salvina Pizzuoli

Susanne Schötz Il linguaggio segreto dei gatti

Joyce Carol Oates “La nuova gattina” illustrato da Dave Mottram

Thomas Stearns Eliot “Il libro dei gatti tuttofare”

Anna Sólyom “Il caffè dei gatti” presentazione e alcuni bozzetti di Salvina Pizzuoli

Muriel Barbery “I gatti della scrittrice”

Salvina Pizzuoli “Corti e… fantastici” con quattro racconti sui gatti e i bozzetti

Un racconto: Non è facile parlare di gatti in Salvina Pizzuoli Corti e fantastici

Non è facile parlare di gatti

Amo i gatti da sempre; sin da piccola sono stati la mia passione. Li trovo eleganti, non solo nelle pose e nell’incedere, ma anche e soprattutto per il loro comportamento: sono discreti, sanno indugiare, studiare e osservare con accortezza e con distacco. Gli aforismi, i proverbi, le pagine di letteratura, dalle antiche alle attuali, ne tratteggiano profili variegati, anche contraddittori, ma comunque molteplici: per questo motivo non è facile parlare di gatti. È stato già detto molto o con esaltazione o con biasimo, ma in ciascuno dei casi hanno occupato da protagonisti le pagine di romanzi, poesie, racconti, fiabe memorabili. Nella narrazione di Poe un maestoso, splendido e vendicativo Plutone ci lascia agghiacciati per la sua magistrale e satanica opera di giustizia; nei versi di Baudelaire “les nobles attitudes /Des grands sphinx allongés au fond des solitudes”, ci imprigionano nell’evanescenza dei sogni cui appartengono, “dans une rêve san fin”. In Alice ci stupiscono le incredibili sparizioni del gatto Ghignagatto che  “svanì adagio adagio; cominciando con la fine della coda e finendo col ghigno, il quale rimase per qualche tempo sul ramo, dopo che tutto s’era dileguato”; nella fiaba di Perrault ci seduce e ci convince della bontà delle proprie mistificazioni un gatto con gli stivali; e l’elenco potrebbe allungarsi a dismisura.

Per questo motivo è sicuramente difficile scrivere di gatti; resta l’altra possibilità, sempre nuova e illimitata, di raccontarli attraverso il vissuto, affettuosamente, seguendo lo spirito di Lorenz che ne “L’anello di re Salomone”, sottolinea gli aspetti insoliti, curiosi e affascinanti del mondo animale, con rispetto e amore.

Io ne ho avuti quattro e ciascuno è stato particolare a suo modo. I ricordi che ho di loro sono legati a comportamenti che li hanno resi unici, tanto da spingermi ogni volta a dire che ognuno sarebbe stato insostituibile e che pertanto non avrei mai più potuto averne un altro.

Non è stato così ed ogni volta mi sono ricreduta.

Liolà è stata la prima. Aveva un nome maschile, ma le stava benissimo. Era un batuffolo nero quando i vicini me ne fecero omaggio. Non era di razza, ma la selezione naturale aveva favorito in lei alcuni caratteri ereditari a scapito di altri, associando forme e colori in una combinazione armoniosa e riuscita: pelo lungo, morbidissimo, di un nero bluastro; occhi verde intenso; le orecchie piccole e la testa minuta sul collo slanciato, le conferivano un’aria vezzosa e nello stesso tempo orgogliosa. Trascorreva molte ore in giardino, perdendosi tra le rose e i cespugli di ortensie, ma bastava un richiamo e subito il suo musetto compariva tra il verde del fogliame. Questo suo rispondere alla prima chiamata mi aveva convinta a portala con me anche nelle passeggiate nel bosco, sicura che all’occorrenza sarebbe ricomparsa. Non la tenevo al guinzaglio, ma la lasciavo scorrazzare liberamente, anche perché in realtà era lei a tenermi costantemente d’occhio, anche quando si allontanava. Non l’ho mai persa, non l’ho mai dovuta cercare o richiamare a lungo; ricordo ancora distintamente lo scricchiolio delle foglie secche smosse dai suoi salti per tornare immediatamente al primo fischio. Nel viaggio di ritorno poi, stordita dalle corse, dalle arrampicate, dall’aria frizzante, si sistemava tra le mie gambe e dormiva sonni beati e profondi. Fu proprio per questo che rimasi stupita e preoccupata quando non la vidi comparire subito mentre in giardino la chiamavo ripetutamente. Né il fischio abituale, né il suo nome ripetuto l’avevano fatta presentare. Avevo immaginato di tutto, mi ero disperata, ma subito mi ero ripresa, sostituendo l’ansia con l’azione: iniziai una ricerca capillare e scientifica, frugando il giardino palmo a palmo.

Liolà non c’era, sembrava volatilizzata. Avevo cercato in basso; non so cosa mi spinse a cercare in alto. Fu così che la vidi, nel senso che vidi due zampette e un pezzo di coda che ciondolavano da quello che in un primo momento mi era sembrato un groviglio di frasche.

Come aveva fatto ad arrampicarsi fin lassù?

Il vecchio pino era alto e frondoso tanto che l’avevo vista a mala pena, forse colpita da quelle appendici poco probabili per un albero. Dormiva; dormiva uno dei suoi sonni di sasso; probabilmente, affaticata dalla salita e spaventata dal suo stesso ardimento. La cosa peggiore era andare a riprenderla. Sapevo per esperienza che i gatti sanno salire, ma quando sono piccoli soprattutto, scendono con difficoltà perché dovrebbero saltare da un’ altezza considerevole se commisurata alla loro mole. Non mi persi d’animo; avrei scalato il pino se fosse stato necessario. Presa la scala più alta, cercai di avvicinarmi il più possibile: il groviglio di frasche era in realtà un nido abbandonato e la mia gattina lo aveva occupato completamente.

Abbiamo fatto notte: io armata di una lampada tascabile l’ho guidata fino a me illuminandole uno alla volta i rami da usare come gradini; lei titubante e timorosa, stazionava vari minuti su di un ramo prima di procedere verso il successivo per arrivare piano piano fino alle mie spalle.

Se Liolà prediligeva i nidi dismessi per i suoi sonnellini, Nanà preferiva le zampe del cane Dick.

Nanà è stato il secondo.

Al contrario di Liolà aveva un nome femminile, ma era un maschio.

Con lui la natura non era stata generosa; non era piacente; i suoi occhietti piccoli e tondi erano slavati e si confondevano con i colori del suo mantello di un indefinito bianco-grigio, ma aveva un carattere docile e dolcissimo e sapeva farsi amare. Era un girovago; spariva a giornate intere, ma tornava sempre. Nanà era spesso acciambellato tra le zampe e il corpo peloso e accogliente di Dick, un cane da caccia che trascorreva molte ore della sua giornata chiuso in gabbia. Il quadro che si mostrava alla vista era tenero e commovente: i due se la intendevano alla grande. Non era dello stesso parere il padrone del cane; era preoccupatissimo che il docile Nanà potesse graffiare, in un moto di istintualità felina, il prezioso naso del suo cane. Mi aveva pregato varie volte di tenere Nanà lontano dal suo giardino, ma per quanti sforzi facessi, compenetrandomi nella sua ansia, non riuscivo a tenerlo lontano dalla sua cuccia preferita per più di un giorno.

Fu così che Nanà scomparve. Non così come era solito fare, ma per settimane non lo vidi più. Ero quasi convinta che l’autore della sua sparizione fosse il mio ansioso vicino, ma una mattina lo trovai sdraiato sullo zerbino, privo di forze, tutto graffiato e spelacchiato. Nonostante le sue condizioni, appena mi vide si illuminò tutto: nel suo sguardo, sulla sua faccia inespressiva, avevo letto distintamente la soddisfazione per la difficile prova che aveva affrontato pur di essere nuovamente a casa.

Miù invece è stata fortunosamente strappata alla morte. Era magrissima e malata quando dal ciglio della strada in cui giaceva abbandonata la portai a casa. Il suo lamentoso miagolio le aveva meritato il nome. Il suo manto, prevalentemente nero, era macchiato di bianco solo sulle quattro zampe e sul petto. Nonostante le cure, Miù non mangiava, si era abbandonata nella sua cuccia e trascorreva le giornate con gli occhi socchiusi. La visita del veterinario diagnosticò una bronchite ed era molto probabile non sopravvivesse. Aveva la febbre alta e non riusciva a respirare. Non ricordo precisamente come mi fosse venuto in mente di somministrarle gocce di Argotone. Non ho mai saputo di altri gatti capaci di sottoporsi ai fomenti con tanta tranquillità o accettare con gratitudine le piccole gocce che le stillavo nelle narici: voleva a tutti i costi vivere e respirare.

È sopravvissuta, è cresciuta, è diventata una gatta robusta e sana. Ha partorito sei piccoli tutti identici a lei: manto nero e deliziose scarpette bianche.

L’ultima, l’attuale è Zagara. Il suo nome è stato l’unico confezionato prima che arrivasse, perché è stata l’unica gatta ad essere attesa. Tutti gli altri sono stati chiamati in base ad alcune caratteristiche del loro comportamento; la piccola infatti ora viene chiamata Zazzì o Zazà per la sua andatura morbida, per i modi graziosi e civettuoli che le conferiscono un’arietta parigina: il tutto a conferma di quanto è difficile dare un solo nome ai gatti e quanto è preferibile darne almeno tre; parafrasando Eliot.

È arrivata ad ottobre; la sua cuccia era stata confezionata con una bella e capiente cesta di vimini e con un morbido cuscino al cui centro spiccava un muso di gatta. Zagara aveva solo un mese e non era una gattona; la sua cuccia si era rivelata troppo ampia; quasi ci si perdeva. Il distacco dalla madre la faceva piangere per varie ore e la cuccia non costituiva forse un riparo per lei accogliente e sicuro. Avevo un piccolo gatto di pezza; pensai potesse rendere lo spazio più raccolto e più caldo; glielo sistemai accanto. In un primo momento l’intruso non fu neppure notato, ma il mattino successivo Zagara affondava e nascondeva pacifica la sua testa sotto il suo nuovo compagno. Ancora oggi sono inseparabili. Lo abbraccia, ci gioca al gatto con il topo, lo porta in giro per la casa; ultimamente mostra i segni del tempo; è scolorito, ha perso un occhio, ma per la piccola resta il migliore compagno di giochi. In quei frangenti esprime la propria contentezza con particolari miagolii, distinti dagli altri: un miagolio lamentoso ed accorato, quasi il pianto di un neonato, per chiedere soccorso ( è una gran fifona ed ha paura di tutto ), un altro sinuoso, morbido e suadente per invitarti a giocare, un altro ancora imperioso e insistente per farsi aprire la porta del giardino, uno monotono come un brontolio per chiedere la pappa ( è viziatissima ; mangia solo pesce crudo e freschissimo); ho imparato a riconoscere almeno dieci modulazioni diverse di quell’unico, piccolo miao attraverso il quale si esprime; parafrasando Hoffmann (Non è facile parlare di gatti in Salvina Pizzuoli Corti e fantastici)

William Viney “Gemelli”, presentazione

In copertina Klimt, particolare di “Le tre età della donna”

Traduzione: Irene Micheli Amodeo

Dall’antica mitologia alle odierne biotecnologie, l’autore esplora la storia culturale dei gemelli che definisce figure tanto miracolose quanto minacciose. Superstizioni e prodigi, ma anche fantasie ed esperimenti caratterizzano la gemellarità

Non solo nella mitologia e greca e latina, i Dioscuri e Romolo e Remo, ma anche nei riti di popolazioni lontane, negli esperimenti eugenetici dell’epoca nazista, nelle tecniche di fecondazione assistita: l’immaginario collettivo li vede come risultanti di un evento raro, mostri e portenti, moniti di sventure o rivelazioni di presagi divini.


“Sin dall’antichità, la medicina si è interessata a queste vite parallele, tanto che esiste un’intera branca, la gemellologia, dedicata a raccogliere dati sui gemelli e a studiarne le vite. A questi studi si è prestato anche l’autore, insieme al suo fratello gemello. Gemelli vuole essere anche questo: uno squarcio su cosa significhi essere osservati, studiati, utilizzati come opere d’arte, solo perché si condivide il compleanno” ( da Odoya Edizioni)

Brevi note biografiche

William Viney è ricercatore presso il Dipartimento di Antropologia, Goldsmiths, University of London. I suoi scritti sono apparsi in varie riviste e nel Times Literary Supplement . È l’autore di Waste: A Philosophy of Things .

Abraham B. Yehoshua “La figlia unica”, presentazione

Traduzione di Alessandra Shomroni

Una storia, raccontata con una prosa asciutta ed essenziale, ha come protagonista una dodicenne, figlia unica di una famiglia ebrea benestante in una città dell’Italia del Nord, non meglio precisata, dove frequenta con profitto la scuola media. Si appressano le vacanze natalizie e il lettore la segue nelle sue peregrinazioni e sballottamenti tra visite ai nonni in città e la nonna al mare, visite in montagna con il padre e corse al recupero della cagna Diana che sta per partorire. Mai decisioni prese autonomamente, neanche quella di andare a trovare la supplente che nell’ultimo periodo ha sostituito la titolare in maternità per esporle il suo parere sui racconti letti in classe dal Cuore, il datato e glorioso testo di de Amicis.

In questa situazione incerta fatta di soggiorni forzati o veloci, la giovane Rachele è sempre più sola con se stessa, “per niente viziata e per niente felice”, o in compagnia di estranei e deve anche imparare a gestire la notizia della malattia del padre, “l’appendice” che cresce nel suo cervello.

Un romanzo ultimo, un addio alla scrittura da parte del suo autore, un omaggio all’Italia, il paese che ama. Un commiato e un addio che si sofferma sulle domande di una ragazzina sospesa tra due mondi, quello dei dettami della religione ebraica e quello della religione dei gentili, di cui è curiosa tanto da aver rinunciato con rammarico, per volere del padre, al ruolo della Madonna nella recita scolastica.

[…] Con La figlia unica Yehoshua ci conduce con brio e freschezza a una protagonista e a un luogo insoliti per la sua produzione letteraria. È la prima volta che il grande scrittore israeliano ambienta una storia in Italia, un paese con cui ha una relazione speciale, e di cui si sente quasi «cittadino onorario». E come sempre, le sue parole sono le chiavi giuste per spalancare le gabbie dell’identità e dell’appartenenza.( dal Catalogo Einaudi)

e anche

Brevi note biografiche

Abraham B. Yehoshua è nato a Gerusalemme nel 1936. I suoi romanzi, tutti pubblicati da Einaudi, sono L’amanteUn divorzio tardivo, Cinque stagioniIl signor ManiRitorno dall’IndiaViaggio alla fine del millennio, La sposa liberataIl responsabile delle risorse umaneFuoco amicoLa scena perdutaLa comparsaIl tunnelLa figlia unica. Le sue opere sono state tradotte in ventidue lingue.(Da Einaudi Autori)

Antoine de Saint-Exupéry “Gli amori del Piccolo Principe”, Oligo Editore

Traduzione e cura di Davide Bregola

Pagine 52, prezzo 12,00 euro

Oligo Editore

In questo libro piccolo e prezioso, Davide Bregola accosta le lettere che Antoine de Saint-Exupéry – bambino e adolescente – invia dal collegio alla madre Marie de Fonscolombe a quelle, redatte poco prima della morte, che l’autore del Piccolo Principe dedica a una giovane donna senza nome di cui si è innamorato.

Sono tutti testi privati, ricchi di poesia e affetto, che culminano nelle riflessioni di un uomo maturo, seppur mai disilluso, sul valore dell’amore, anche quando non ricambiato. Impreziosiscono il testo i disegni originali che arricchivano le missive di Saint-Exupéry e che ancora oggi ci lasciano entrare nel suo magico mondo trasognante.

Davide Bregola lavora da sempre nel mondo del libro, pubblicando e aiutando a pubblicare, ma tiene anche laboratori, atelier e workshop in scuole e biblioteche dove racconta la sua esperienza nell’universo della scrittura. Tra i suoi libri recenti ricordiamo La vita segreta dei mammut in pianura padana (Premio Chiara 2018) e Fossili e storioni, entrambi per Avagliano Editore. Scrive sulle pagine culturali de “Il Foglio” e de “Il Giornale”, all’interno del quale tiene una rubrica dedicata alla letteratura contemporanea da cui è nato il libro I solitari. Scrittori appartati d’Italia (Oligo 2021). Per Oligo Editore cura le collane Oro e Daimon, all’interno della quale ha pubblicato traduzioni dal francese di Antoine de Saint-Exupéry e Arthur Rimbaud.

Fuad Rifka “L’ultima parola sul pane”, AnimaMundi Edizioni

Pagine: 72 prezzo: 13 euro

AnimaMundi Edizioni

Collana di poesia Cantus firmus a cura di Franca Mancinelli e Rossana Abis

La sua poesia col tempo 

si consuma,

diventa mormorio, 

traccia e segno…

e, nelle vene dell’alloro, 

soffio di vento.

L’uccello del cardo e la ciotola della sorgente 

leggono quel segno.

Fuad Rifka

L’ultima parola sul pane (premio Mediterraneo 2008) è l’unico libro attualmente disponibile in traduzione italiana di uno dei più grandi poeti contemporanei, Fuad Rifka, erede dell’antica tradizione meditativa orientale e insieme uno dei maggiori innovatori della poesia araba. Versi essenziali e necessari, generati da un’illuminante saggezza, tra misticismo sufi e la migliore poesia tedesca, di cui Rifka è stato raffinato conoscitore e traduttore. Un libro capace di essere nutrimento per l’uomo, per la sua inquietudine e tensione più autentica, perché, come afferma Rifka “La poesia è come il pane: semplice e sacra. È un filo elettrico in grado di connetterci con l’infinito, con la natura, con l’anima del mondo”.

Fuad Rifka è nato nel 1930 in un piccolo villaggio della Siria, ma è emigrato in giovane età a Beirut, dove è vissuto come cittadino libanese, e dove è morto nel 2011. Grande conoscitore della poesia tedesca, ha tradotto in arabo tra gli altri Goethe, Novalis, Hölderlin, Rilke, Trakl. È stato professore emerito di filosofia alla Libanese American University di Beirut. Le sue raccolte sono state tradotte in diverse lingue.

Massimo Oldoni “L’incantesimo della scienza. Storia di Gerberto che diventò papa Silvestro”, Marietti Editore

Pagine: 192, Euro 18

Il 12 maggio 1003 muore a 63 anni Gerberto d’Aurillac, già abate di Bobbio, arcivescovo di Reims e di Ravenna, papa con il nome di Silvestro II. Era stato colto da malore pochi giorni prima, mentre celebrava la messa nella chiesa romana di Santa Croce in Gerusalemme. L’episodio era stato fissato in un’iscrizione, importante ed enigmatica, a lungo dimenticata, che alludeva a fatti inquietanti. Se ne accorse, secoli dopo, Michel de Montaigne che la lesse il 19 marzo 1581.

Dialettico, matematico e inesauribile bibliofilo, l’inafferrabile papa dell’anno Mille è stato uno straordinario protagonista del Medioevo europeo e dell’evoluzione del sapere sperimentale. Si narrava tuttavia che fosse diventato famoso e potente grazie ai favori del diavolo. I detrattori e gli inesauribili avversari delle sue scalate al potere hanno osteggiato in ogni modo la sua cultura eterodossa. In un intreccio di scienza e magia, di vita reale e di leggenda ha così preso forma un mito che va oltre la biografia del personaggio e oltre il Medioevo, in un mutevole paesaggio di episodi e avventure che si organizzano in un indimenticabile quadro storico.

Massimo Oldoni è professore emerito di Lingua e Letteratura Mediolatine all’Università di Roma “La Sapienza”. Visiting professor nelle Università di Heidelberg, Turku, Berkeley, Valladolid e Copenhagen, nel 1986 ha ricevuto il Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Direttore della collana di studi “Nuovo Medioevo” per l’editore Liguori, è stato tra i fondatori di “Galassia Gutenberg” Salone del Libro di Napoli e, dal 1979 al 1996, ha lavorato ai Programmi Culturali della RAI.

Jules Verne “Un inverno tra i ghiacci” presentazione

La copertina è di Camilla Castellani

Un classico dell’avventura alla Verne: un salvataggio di naufraghi in cui si impegnano provetti navigatori per superare i pericoli del mare; ma il pericolo maggiore è rappresentato dalla distesa di ghiacci che li attende oltre il 70° parallelo, le condizioni estreme determinate dal gelo, dal buio e dall’inverno polare. Un racconto nato da minuziose e puntuali documentazioni da parte dell’autore.

Dall‘Introduzione

Un inverno tra i ghiacci può essere retrospettivamente considerata l’opera manifesto del Verne maturo. Pubblicato in due puntate nel 1855, sulla rivista di Pitre-Chevalier, porta in sé tutte quelle caratteristiche che di lì a breve renderanno celebre l’autore: una storia avvincente, un viaggio in zone estreme del pianeta, un approfondito e puntuale studio di tutti gli aspetti scientifici legati alle vicende narrate. Come si specificava nell’introduzione alla prima puntata, infatti, il racconto era una novità assoluta e, pur essendo soltanto una storia di fantasia, prima di scriverlo l’autore aveva dedicato parecchio tempo alle ricerche. Questo racconto fu infatti scritto dopo un minuzioso studio di tutte le testimonianze dei viaggiatori alla ricerca del famoso passaggio a Nordest.
Dopo aver accuratamente descritto i preparativi compiuti dall’equipaggio per mettersi in grado di affrontare l’inverno polare, Verne ci porta assieme ai marinai del brigantino Jeune-Hardie in questo viaggio di salvataggio da Dunkerque al Polo. Risaltano anche le date precise, che Verne riporta puntualmente, necessarie per spiegare realisticamente le varie avversità che l’inverno polare opporrà di volta in volta ai marinai del Jeune-Hardie.

dello stesso autore:

La sfinge dei ghiacci

Il conte di Chanteleine

Solo su Amazon in ebook e in cartaceo

Hans Tuzzi “Ma cos’è questo nulla?” recensione di Salvina Pizzuoli

“L’Italia fingeva di essere un paese civile”.

Si apre a Roma, all’Ippodromo delle Capannelle la domenica del 15 maggio 1994, la stagione dei grandi eventi e dei prestigiosi premi, alla presenza delle autorità e del bel mondo: una prosa elegante, smagliante di pennellate sapienti a dipingere la scena, asserzioni taglienti che esplicitano le convinzioni e le situazioni, scampoli di lingue regionali che caratterizzano in modo impeccabile il personaggio. Un incipit perfetto. E l’incipit si sa è fondamentale.

Ma fermarsi all’incipit sarebbe fare un grosso torto al prosieguo.

Sì, perché se le prime pagine innamorano è nello sviluppo sapiente che si coglie e si realizza quanto in apertura vi si delinea.

È ambientato nel 1994, dal 7 al 18 novembre prevalentemente a Brassanigo, la cittadina in cui era avvenuto un omicidio irrisolto: Melis è già in pensione anticipata anche perché “la tracotante protervia di un governo di satrapi nei confronti degli apparati di Stato, aveva accelerato i tempi della decisione”, e segue il caso, non solo per fare un piacere a “Sua Eccellenza”, ma anche perché si sente inutile e solo; indaga in loco, sebbene a distanza di otto anni, sotto falsa identità e come investigatore privato. Tanti i personaggi del capoluogo di provincia nella “Marca Orientale”, gente che conta, i pochi, e gli anonimi, i tanti, in un clima di sospetto, silenzio, connivenza.

I membri di una vecchia setta esoterica, gli ortiliani, di cui la giovane assassinata faceva parte, e gli affiliati alla nuova che però non ha nulla a che vedere con la prima e con al vertice un “grosso nome”; un antiquario che dice e non dice; un ambiguo giornalista; mogli mariti amanti e madri e figli, tutti espressioni umane di una “società di provincia benpensante, un po’ bigotta e molto disponibile a quasi tutti e sette i peccati capitali? Politicanti, industriali, professionisti, intellettuali, sportivi… e ortiliani. E, fra loro, un assassino in incognito. Comunque, uomini. Terra destinata alla terra. Fallibili esseri umani. Quella storia, tutte quelle persone, le loro relazioni di cuore, i loro rapporti d’affari, le loro inimicizie… Ma era lì che doveva scavare. Dolore, paura, offesa, sofferenza: la condizione umana”.

Un quadro articolato, farcito di godibili sfumature citazioni e riflessioni, amaro, variegato, popolato da tipi umani di una società del Nord Est italiano di un ben preciso periodo storico in cui “si svilisce la grammatica di una civiltà”.

Un’indagine diversa perché diverso è il ruolo di Melis non più alto funzionario statale, ma sempre ottimo segugio con amor di giustizia.

Articoli correlati

Su “Il Libraio” l’intervista di Tuzzi al suo personaggio: Il commissario Melis e io ( per non parlare del cane)

Da “Il fatto quotidiano”3 febbraio2022

Su tuttatoscanalibri.com le recensioni ai saggi, ai romanzi e a molti dei Melis: Tutto Tuzzi

La sinossi e le prime pagine su Bollati Boringhieri

e anche

Brevi note biografiche

Marta Albertini “Una genealogia ritrovata”, presentazione

A cura di Laura Ricci che ne è anche la traduttrice dal francese, lingua in cui scrive Marta Albertini.

La bisnonna, la nonna e la madre dell’autrice sono le protagoniste di “Una genealogia ritrovata”: ritratti nati da ricerche in archivi soprattutto quello del Museo Tolstoj di Mosca, scoperta e lettura di diari e di corrispondenza per ricostruire una biografia in cui siano esse stesse a parlare. Tre donne legate le prime due al grande narratore russo, moglie e figlia dello scrittore, rispettivamente Sof’ja Andreevna e Tat’jana L’vovna Tolstaja, quest’ultima nonna dell’autrice e madre di Tanja, nipote prediletta di Tolstoj che nel 1930 sposerà Leonardo Albertini figlio di Luigi Albertini, direttore del Corriere della Sera, dalla cui unione nascerà l’autrice e pronipote di Tolstoj. Il volume oltre a riportare scorci della vita quotidiana delle protagoniste, anche durante il triste periodo della Rivoluzione Russa, è corredato da molte istantanee che documentano la famiglia Tolstoj.

Dall’Introduzione di Laura Ricci 

““Il volume ha il pregio di far rivivere una genealogia femminile a lungo ignorata e, quel che vale ancora di più, di riportarla in vita attraverso le parole delle stesse protagoniste. È, al tempo stesso, molto più della ricostruzione di una storia familiare, perché oltre alle ave femminili molte altre figure della famiglia Tolstoj e del suo entourage vengono tratteggiate con una vivacità documentata e insolita, e naturalmente viene illuminato da una luce particolare e inedita lo stesso Tolstoj. Non può non addentrarsi, infine, nella tormentata storia della rivoluzione russa, così strettamente intrecciata al pensiero e alla vita di Tolstoj e alla diaspora della famiglia; ma ce la mostra – e questo è un valore ulteriore – attraverso gli aspetti più quotidiani, nascosti e minuti, quelli che toccano e complicano la vita delle persone comuni. […]( da Laura Ricci)