A.Ersilia Pavani “Voci nella nebbia” recensione di Giuliano Aluffi da Il Venerdì La Repubblica 24 gennaio

Gianrico Carofiglio “Testimone inconsapevole” recensione di Salvina Pizzuoli

 

Un caso giudiziario e un avvocato della difesa sono gli elementi chiave di questo “giallo” o meglio giallo giudiziario o legal thriller come viene etichettato. “Uno dei migliori gialli legali usciti in Italia” lo definì Corrado Augias, ne Il venerdì di Repubblica.

Pubblicato nel 2002 ha rappresentato l’esordio narrativo di Carofiglio, quello che ha aperto la serie “I casi dell’avvocato Guerrieri”, ambientato nel 1999/2000 a Bari.

Non solo un giallo giudiziario: il percorso legale, dal punto di vista di un avvocato, si articola e s’intreccia infatti con una narrazione sfaccettata e ricca di personaggi, anche minori, interessanti e ben tratteggiati  non solo legati all’ambiente, e con le vicende private del protagonista che si svela, fin dall’inzio, in una fase difficile e complessa della propria esistenza.

Credevo di aver scritto un romanzo di formazione di un uomo che sbatte contro la vita, contro la sua mediocrità, che appartiene a tutti, e che poi trova se stesso in un’avventura processuale che è in realtà un espediente.

Così Carofiglio chiariva in un’intervista, evidenziando, a ulteriore chiarimento, il suo intento di narratore con la citazione in epigrafe di Lao-Tze “quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla”.

In effetti è il protagonista con le sue fragilità e le sue paure, insieme alle scelte o non scelte o che riconosce come tali, a trovare in questo caso giudiziario una chiave di lettura di se stesso e la possibilità di non fuggire più e di accettarsi, confessandosi titubanze e dubbi e incertezze:

“La verità però era un’altra. Avevo fatto l’avvocato per puro caso, perché non avevo trovato di meglio o perché non ero stato capace di cercarlo. […]Mi ero iscritto a giurisprudenza perché pensavo di guadagnare tempo, visto che non avevo le idee chiare. Dopo la laurea avevo pensato di guadagnare tempo andando a parcheggiarmi in uno studio legale, in attesa di chiarirmi le idee […] A poco a poco avevo anestetizzato le mie emozioni, i miei desideri, i miei ricordi, tutto. Anno dopo anno. Fino a quando Sara mi aveva messo alla porta. Allora il coperchio era saltato e dalla pentola erano venute fuori molte cose che non immaginavo e che non avrei voluto vedere. Che nessuno vorrebbe vedere”.

Cui segue la citazione da Dostojevskij:

“Ogni uomo ha dei ricordi che racconterebbe solo agli amici. Ha anche cose nella mente che non rivelerebbe neanche agli amici, ma solo a se stesso, e in segreto. Ma ci sono altre cose che un uomo ha paura di rivelare persino a se stesso, e ogni uomo perbene ha un certo numero di cose del genere accantonate nella mente”.

Un testo composito in cui gli interventi arguti sulla requisitoria del Pubblico ministero catturano il lettore nel procedere logico e sottile dell’arringa della difesa.

Hans Tuzzi “La notte di là dai vetri” recensione di Salvina Pizzuoli

Il nuovo Tuzzi è un nuovo incontro con i tanti personaggi che lo costellano, così ben tratteggiati e caratterizzati che si riconoscono, amici ritrovati: i Dioscuri, Iurilli, il bel D’Aiuto, Santanicchia e ovviamente l’impeccabile Norberto con la sua pipa e le sue riflessioni,  la sua compagna Fiorenza e, sullo sfondo, la Milano degli anni ottanta. Un quadro d’insieme perfetto cui non manca il corollario di una miriade di figure minori ma non per questo meno incisive, come nel caso del vecchio, ne Il sangue dell’innocente, che si palesa a tratti e che alla fine sa intrigarci nelle sue tristi e amare riflessioni e citazioni di grandi autori.

Che dire, è sempre un piacere oltre ad essere una lettura in giallo: e il giallo c’è ed è sempre inaspettato l’esecutore del crimine efferato.

In quest’ultimo lavoro Tuzzi ci propone tre casi per Melis il cui  intuito di segugio risulta sempre vincente, anche quando si potrebbe trattare di “fantasie” raccontate da due piccole compagne di giochi, protagoniste di Un gatto alla finestra.

E seguiamo le inchieste attraverso descrizioni, simbologie di oggetti, fatti lontani, eppure quanto mai attuali ancora oggi, nel mondo ad esempio delle scommesse e degli ultras. E Tuzzi sa trasportarci indietro nel tempo dimostrandoci che spesso i ricordi del passato che sbiadiscono non ci danno la vera misura degli avvenimenti: non tutto è cambiato, né possiamo classificare l’oggi come peggiore, molti mali sociali erano già là, presenti e forse sottovalutati, come spesso avviene per quanto viviamo nell’abitudine della quotidianità.

E non per ultimo, ma solo in ordine di tempo, A lume di candela, la ciliegina sulla torta… con torri infestate da fantasmi e omicidi antichi. Tutto da leggere e niente da anticipare!

Tuzzi ci sorprende sempre e, come lettori, ci appaga con quel senso di stupefazione che accompagna la lettura dei suoi scritti.

Giancarlo De Cataldo “Quasi per caso” recensione di Filippo Ceccarelli da La Repubblica Cultura 16 novembre

IL NOIR STORICO DI GIANCARLO DE CATALDO
O Roma o morte
Mazzini e Ciceruacchio, donne rivoluzionarie e inviati sabaudi: così lo scrittore rende omaggio (con delitto) alla Repubblica del 1849
di Filippo Ceccarelli
Il giallo è un gioco a incastri, ma quando è ambientato nel passato remoto la tonalità inesorabilmente trascolora verso il romanzo storico; e il Risorgimento, quanto a passioni e intrighi, cannonate e coltelli, è tutto da riscoprire.
Quasi per caso (Mondadori) s’intitola il noir capitolino che Giancarlo De Cataldo, in vena appunto di sorprendenti riscoperte, ha situato nei giorni tumultuosi della Repubblica romana. A muovere il racconto un preteso incidente di caccia, ma ciò che ne deriva va ben oltre ciò che il grande e coevo Giuseppe Gioachino Belli sintetizza nella perenne coppia di forze — «er priffe» e «er pelo», rispettivamente i soldi e le corna — che movimentano la vita, anche se non sempre il destino dei popoli.
Il protagonista è un ufficiale sabaudo, già investigatore di successo, spedito a Roma da Cavour e dal giovane re Vittorio Emanuele per una delicata missione per così dire sentimentale. Una volta nella città eterna, si trova tuttavia immerso in una realtà che ai suoi occhi di piemontese risulta peggio che incomprensibile, paralizzante: aristocratici volgari e retrivi, mogli angelicate buone a rimpinguare patrimoni in disfacimento, infidi amministratori dagli occhi dolci, poliziotti fatalisti, ladruncoli di lingua lunga, più un medico problem solver così acuto da apparire un negromante.
Ma la figura centrale e meno scontata, che non a caso collega
l’affaire galante al particolare clima e in definitiva alla grande storia, è l’amante dell’ufficiale – investigatore, un’attrice, ma anche dottoressa, comunque infervorata di proto-femminismo e passione civile, una fervida seguace mazziniana piombata a Roma per vivere in prima linea gli ideali e le emozioni di quello straordinario laboratorio politico. Tutto si consuma tra fumi d’incenso e fiaccolate sovversive intorno alla Pasqua del 1849. Pio IX è scappato a Gaeta e appena due mesi prima è nata la Repubblica. «Illuminata da un sole gagliardo — scrive De Cataldo — Roma viveva l’elettrica era della rivoluzione». Cesare Pascarella in Storia nostra (appena ripubblicato da Castelvecchi a cura di Marcello Teodonio) così la mette in versi: «Che giornate! Che roba! Che momenti!/ Roma, l’Italia, er monno se vedeva/ che traballava su li fonnamenti,/ e la vita, la vita ch’era morta/ rinasceva da capo, e te pareva/ che rinascesse er monno un’antra vorta ».
Fine del potere temporale, addio alla censura, abolito il dazio sul macinato, primi scavi archeologici ai fori, apertura dei giardini del Quirinale, le campane delle chiese fuse per costruire armi e munizioni, una mobilitazione che arrivò a trasformare le prostitute in infermiere perché a parte un po’ il Regno Sabaudo, la Repubblica era isolata e gli zuavi francesi del generale Oudinot, con i primissimi fucili automatici, erano ormai alle porte.
L’autore di Romanzo criminale e Suburra si è certamente documentato e descrive il triumviro “Pippo”, soprannome di battaglia di Mazzini, firmare lasciapassare e scambiarsi messaggi con Cavour via piccione viaggiatore, ma anche, provetto musicologo, che suona la chitarra a Palazzo Spada o fa entrare gli uccellini nella sua stanza alla Consulta; s’incontrano Goffredo Mameli, Luciano Manara, Carlo Pisacane, Cristina di Belgioioso; ai protagonisti presta la carrozza Angelo Brunetti, detto “Ciceruacchio”, che dei patrioti romani è il più generoso e risoluto; sullo sfondo Garibaldi, che in estate si batterà come un leone, anche se invano. Nelle pieghe della trama fanno la loro comparsa le scoperte dell’epoca, il telegrafo, la fotografia.
E un po’ fa pensare che in quella medesima vicenda storica, quasi mezzo secolo prima di De Cataldo, abbia ambientato un giallo anche Giulio Andreotti: Ore 13: il ministro deve morire
(Rizzoli, 1974, con pregiata prefazione di Arturo Carlo Jemolo), più esattamente un legal thriller sulla congiura che portò all’assassinio dell’ultimo ministro di Pio IX, Pellegrino Rossi (forse per mano del figlio di Ciceruacchio). A rileggerlo, il più papalino dei politici della Prima Repubblica appare disincantato, se non scettico, rispetto alla Repubblica romana; mentre De Cataldo ci tiene a salvarne le preveggenti virtù democratiche, a partire dalla Costituzione, che escludeva la pena di morte.
Fra “Dio e popolo”, che fu il motto di quell’esperienza, si inserisce qui e là l’amore, ma pure il diavolo, non di rado impegnato ai fornelli. Il colpevole infine è scoperto; ma il gioco a incastri, storico o non storico che sia, lascia insoluto un bel dilemma sull’origine e il sereno godimento della carbonara.

Walter Veltroni “Assassinio a Villa Borghese” recensione di Mirella Serri da La Stampa Cultura

Il commissario filosofo di Veltroni e il mistero delle teste mozzate

di Mirella Serri


Guido piano /e ho qualcosa dentro al cuore / Che mistero / non so neanche dove andare…», gorgheggia Fabio Concato e sull’onda di queste parole anche il commissario Giovanni Buonvino, ciuffo al vento, guida piano la sua Triumph Spitfire. Il piacente segugio cinquantenne ha una passione per le auto d’epoca, come la Mg B Mk3 o la Duetto Alfa Romeo: da Concato al poeta Valentino Zeichen, da Ettore Scola a Fabrizio de André a William Shakespeare, è un fuoco di fila di citazioni il nuovo romanzo di Walter Veltroni Assassinio a Villa Borghese (che inaugura una collana di gialli Marsilio, Lucciole, pp.208, €14). Ha cambiato genere narrativo l’ex vicepresidente del Consiglio nonché giornalista, cineasta e scrittore e ha imboccato un nuovo e singolare percorso, il thriller in salsa rosa, il giallo addolcito dalla verve della commedia dove anche gli assassinii finiscono per essere trattati con leggerezza e ironia.
È il prototipo del commissario sfortunato, il Maigret capitolino alias Buonvino, a causa dei suoi ultimi dieci anni non felici, trascorsi al chiuso in un ufficetto detto il Barattolo, costretto a metter timbri e a trafficare con scartoffie. Lo stallo nell’ascesa professionale è stato originato da una distrazione, un fatto quasi inessenziale per cui il poliziotto, confondendo gli eroi del Risorgimento, ha scambiato i fratelli Bandiera con i fratelli Cairoli e ha spedito la sua squadra in missione speciale all’indirizzo sbagliato. Il questurino rimasto a lungo nei ranghi secondari è personaggio mite e di buon cuore, un funzionario di quelli che forse non ci meritiamo. La sera, quando si trova a casa in completa solitudine, dopo essere stato abbandonato dalla moglie Lavinia fuggita – come nella canzone di Lucio Dalla, con una sua amica «quella alta grande figa» -, consuma i fritti innaffiati da una birra che gli ha portato a casa il pakistano del Deliveroo. Dialoga con i due gatti e con il poster di Nik Novecento, il suo eroe e confidente, fragile e straordinario interprete di film di Pupi Avati, scomparso a soli 23 anni. Distante dal detective duro e puro alla Raymond Chandler, il commissario si commuove, non ha timore di piangere e si batte come un leone. Ottenuto il riconoscimento e transitato all’ambìto livello investigativo percorre le strade romane filosofeggiando alla stregua di un novello Ingravallo a cui Carlo Emilio Gadda aveva delegato il compito di sciogliere Quer pasticciaccio brutto de via Merulana.
Buonvino però si inoltra in parchi e viali alberati dal momento che è stato destinato all’ufficio di polizia creato a Villa Borghese. I suoi agenti sono strani e originali e il gruppo «sembrava composto da Bombolo e Alvaro Vitali… Uno normale, a vista, non c’era». Ginevra a parte, bellissima fanciulla che fa tremare «le vene e i polsi» ed emoziona tutti i colleghi. Lo stipetto di un poliziotto contiene un ricco armamentario degno di un fornito sexy shop, un altro detective è appassionato alle teorie dei complotti ed è convinto che a buttar giù le Twin Towers siano stati gli americani. La splendida Villa , la cui costruzione iniziò nel 1607, ospita il gruppo poliziesco ed è comunque un’ oasi di pace e di bellezza.
Ma la tranquillità non è stabilità, il parco è destinato a diventare un museo dell’orrore con il ritrovamento dei resti di un piccolino di tre anni fatto a pezzi e il rinvenimento nel Museo di teste decapitate poste sotto al quadro di Caravaggio Davide con la testa di Golia. L’assassino si diverte a disseminare le più disparate tracce, lasciando numerosi biglietti con riferimenti a storici protagonisti morti squartati come Túpac Amaru II nella Plaza de Armas di Cuzco o il rivoluzionario Pugacev. L’ambientazione scelta da Veltroni, ex sindaco della Città Eterna, non avviene a caso ed è legata alla sua storia di leader politico: quando era primo cittadino si impegnò a far riaprire nel 1997 il Museo Borghese dopo un restauro durato ben 14 anni. Il Museo è all’interno della Villa, fino a poco tempo fa meraviglioso parco storico e oggi anticamera dell’inferno per l’abbandono e il degrado che accoglie chi vi si avventura. Villa Borghese metonimia dell’intera Roma, si potrebbe dire, devastata capitale oggi senza argini alla decadenza e alla violenza.
Il cuore del giallo veltroniano non è però la denuncia bensì la ricerca, il commissario Buonvino ha trovato un alter ego nel fotografo Gianni che lo tallona per ottenere il suo primo scoop. Il reporter e il poliziotto dialogano a colpi di battute di C’eravamo tanto amati di Scola e scoprono che i loro due mestieri sono affini poiché i loro lavori mirano a dar senso e visibilità  a ciò che è nascosto. È pieno di segreti, misteri e colpi di scena il giallo di Veltroni che rielabora le parole di Eastwood ne Il buono, il brutto, il cattivo: «Vedi, il mondo si divide in due categorie: chi ha la pistola carica e chi scava. Io scavo, da sempre. Conosco solo gente con la pistola carica». Ed è l’ironia, la pistola carica del giallista Veltroni che scava tra le rovine fumanti della moderna Roma. —

E anche:

Il Corriere della sera Cultura

Aldo Cazzullo e Fabrizio Roncone “Peccati immortali” recensione di Luisa Gianassi

Peccati Immortali”, il libro di Aldo Cazzullo e Fabrizio Roncone, si può definire un “giallo noir”.

 

 

Le opinioni dei lettori 

La scrittura è avvincente, la trama coinvolgente e invoglia alla lettura. La scena del romanzo è la nostra Capitale. Personaggi veri incastrati con altri di fantasia. Un telefonino, con foto compromettenti che coinvolgono il cardinale Aldrovandi ed un politico, viene rubato a suor Remedios da una zingara. La suora ed un ex agente segreto, unici personaggi genuini del romanzo, tentano di recuperarlo. Attraverso i molteplici passaggi di mano del telefonino, in una articolatissima Roma, si incontrano vari personaggi della vita politica e religiosa, ognuno dei quali diventa una figura sociale dove ogni vizio trova la sua rappresentazione. Si capisce che protagonista vero è il “potere”. Potere che alcuni principi della Chiesa giustificano come il mezzo per raggiungere la forma più alta di carità, ma che in realtà è, anche per loro, solo il “fine”, come lo è per i politici. Si intuisce che il trucco per vincere è “frullare il vero con il falso, il verosimile con il simile, millantare con astuzia”. È un chiaro scuro dal quale emerge che molti luoghi comuni sui politici, cardinali, servizi segreti, varie onlus, anche se non si possono dimostrare con le prove, sono veri. Infatti dicono gli autori: “Ci sono cose che sui giornali non si possono scrivere, ci sono fatti conosciuti che non possono essere provati e allora si usa l’escamotage del romanzo”. Si scontrano e incontrano due figure di politici assolutamente rappresentativi della realtà attuale. Sono l’ex Senatore Nardi, politico democristiano della prima repubblica, e il giovane ministro Dario Gianese del “popolo dell’onestà”. Il primo gentile, colto e sapiente, arrogante e ignorante il secondo, ma entrambi viziosi e assetati di potere. Dice il vecchio Nardi: “ il vero potere non è il denaro, ma le relazioni. Il vero potere è sulle anime. Seguire il percorso delle persone, accompagnarle. Avvolgerle. Organizzare il loro tempo e i loro pensieri”.

Luisa Gianassi

Ilaria Tuti “Ninfa dormiente” recensione di Salvina Pizzuoli

 

Al centro della trama ampia e complessa c’è un quadro e il suo ritrovamento, ma in esso e attorno ad esso un mondo, isolato ma pulsante, una natura rigogliosa e vitale ma inquietante, personaggi femminili custodi di conoscenze e usanze antiche, e la Storia come sfondo a vicende lontane: un mondo che vuole restare isolato e chiuso ma nel quale Teresa Battaglia, la commissario incaricata del caso, sarà portata ad entrare e a sconvolgerlo, alla ricerca di quel filo di segreti e verità mai indagate che lega il quadro ad un assassinio mai denunciato come tale e poi ad una serie di assassinii; un mondo che si svela lentamente perché è grande e profondo quanto custodisce. E Teresa il cui acume è proporzionato alle sensibilità umane che possiede, insieme alla sua squadra, tra ostacoli e minacce, saprà svelare non solo il mistero del quadro, ma saprà leggere se stessa e accettare la malattia degenerativa che l’accompagna insieme alle esperienze inconfessabili che attanagliano il suo secondo, l’ispettore Marini.

Un giallo sì, un poliziesco ben costruito, ma non solo: non mancano sfumature noir, è corposo ma sa avvinghiare il lettore nelle sue trame a cui non manca il respiro dei tanti personaggi che lo costellano insieme alle descrizioni di un mondo naturale con la sua vita e le leggi della sua vitalità, che indaga un sapere sciamanico ed esoterico che dà al complesso narrativo un tocco magico e nello stesso tempo sconcertante. Ingredienti giocati con maestria che fanno del romanzo una composizione non etichettabile perfettamente, dove anche il difficile tema del ciclo della vita fatto di nascita e di morte trova il suo spazio e il suo fascino misterico. E si conclude con una chiusura che non pare definitiva ma profilare un seguito.

S.P.

Francesco Recami “L’atroce delitto di via Lurcini. Commedia nera n. 3”

 

vai alla recensione di Roberto Iovacchini

leggi l’intervista all’autore  dal Corriere fiorentino

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Il diario segreto del cuore recensione di Ermanno Paccagnini

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