Donato Carrisi “La casa senza ricordi”, presentazione

Si apre in data 7 giugno 2020 con un Avviso di scomparsa del Comando dei Carabinieri, Sezione forestale, di Barberino di Mugello.

Gli scomparsi sono una donna albanese detta Mira, di 44 anni e Nikolin detto Nico di 12 anni. Il seguito porta la data 23 febbraio 2021.

Sono trascorsi otto mesi da quell’avviso quando un bambino viene ritrovato, in modo particolarmente drammatico, in un bosco, nella gola denominata Valle dell’Inferno: è Nico, il bambino smarrito. In apparenza sta bene ma non parla: l’unico che può ricondurlo in sé è Pietro Gerber, personaggio già noto ai lettori, l’ipnotista di Firenze, il migliore e conosciuto con l’appellativo dell’addormentatore di bambini, a lui il compito di indagare la mente di Nico.

[…]“Riesce a individuare un innesco – un gesto, una combinazione di parole – che fa scattare qualcosa dentro Nico. Ma quando la voce del bambino inizia a raccontare una storia, Pietro Gerber comprende di aver spalancato le porte di una stanza dimenticata. L’ipnotista capisce di non aver molto tempo per salvare Nico, e presto si trova intrappolato in una selva di illusioni e inganni. Perché la voce sotto ipnosi è quella del bambino. 
Ma la storia che racconta non appartiene a lui” (da Longanesi Libri)

Un thriller che indaga “un posto dentro di noi, remoto e sconosciuto”, una stanza in cui sono finiti troppi ricordi rimossi.

Dello stesso Autore su tuttatoscanalibri:

“La casa delle voci”

Vedi anche la recensione di Alessandra Farinola da mangialibri

e anche

Intervista a Donato Carrisi di Terry Marocco da Panorama Libri

Su Consigli.it le presentazioni di Maurizio Amore ai romanzi dell’autore

Autori vari “Una settimana in giallo”, presentazione

Un’antologia in giallo: undici casi affidati alla penna di autori di romanzi di genere tra i più conosciuti, undici casi da risolvere per gli investigatori protagonisti insieme ai problemi e alle situazioni della propria quotidianità privata, casi dove non mancano l’ironia, indagini surreali, ricerche incredibili di eredi multimilionari, equivoci condominiali tra gli inquilini di una Casa di Ringhiera e all’interno la comparsa più o meno inaspettata di Camilleri, un suo libro, un suo aneddoto, una trasmissione televisiva, una presenza, un omaggio al grande giallista scomparso.

Autori che compaiono elencati in ordine alfabetico nella copertina che ci invitano a una settimana gialla con i personaggi che in alcuni casi fanno parte di un più ampio immaginario ad opera delle serie televisive che li hanno raffigurati, fatti uscire e vivere oltre le pagine: Alice Martelli, la vicequestore del BarLume impegnata in Garfagnana per risolvere un buffo omicidio, Vince Corso impegnato dal suo autore Fabio Stassi a risolvere una strage tra gli eroi dei grandi romanzi e non manca Rocco Schiavone con un cadavere alla frontiera, un caso di cui vorrebbe disfarsi lasciandolo all’omologa francese.

E non solo

“In questa antologia compaiono anche per la prima volta, dopo l’esordio in romanzi, personaggi nuovi ben adatti a un brillante primo piano. Sono: Viola, la giornalista curiosa di Simona Tanzini, che nell’esplorazione di verità scabrose si aiuta con la facoltà non voluta di associare i colori alle persone; e Acanfora, il poliziotto soggetto delle trame di Andrej Longo: la sua indagine, su un assassinio da tinello, fende un’atmosfera che affianca ferocia e pietà, che un po’ ci ricorda Scerbanenco”. (dal Catalogo Sellerio)

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“Rien ne va plus”

“Vecchie conoscenze”

Recami “La cassa refrigerata- Commedia nera n.4″

Stassi “Uccido chi voglio”

HANS TUZZI INTERVISTA OTTAVIA NICCOLI autrice del giallo storico “Morte al filatoio” edito da Vallecchi Firenze, in libreria il 9 dicembre

IL LIBRO

La copertina è di Lisa Vassalle

“Un thriller che è un meraviglioso spaccato della Bologna di fine Cinquecento.”

Bologna, 9 novembre 1592: don Tomasso, che dirige l’ospizio di San Biagio, viene coinvolto mentre è al Tribunale del Torrone in una denuncia per diffamazione voluta da Violante, una donna che un libello anonimo accusa di aver avvelenato il marito. Il notaio Martini, inquirente amico del prete, gli chiede in via non ufficiale di prendere informazioni da don Lucio, il sacerdote che ha proceduto al funerale e che for se è stato anche l’amante della donna. Nel frattempo, don Tomasso apprende da due ragazzini rifugiatisi all’ospizio, Ettore e Gian Andrea, che il primo ha appena visto il cadavere di una giovane donna nei sotterranei del filatoio di tal Righi. Il corpo, gettato nel canale, verrà infatti ritrovato di lì a poco. La morta risulta essere una lavorante del Righi, Caterina Pancaldi, e l’esame autoptico dichiara che ha perso da poco la verginità. Partono quindi tre processi: quello per il libello, quello per avvelenamento del marito di Violante e quello per “la putta” trovata nel canale. Mentre si svolgono gli interrogatori, don Tomasso aiutato da Gian Andrea prosegue nella ricerca di ipotesi e indizi per incastrare l’omicida. (da Vallecchi Firenze)

e anche

Brevi note biografiche

Ottavia Niccoli, già docente alle Università di Bologna e Trento, è autrice di saggi su Rinascimento e Riforma editi da Einaudi e Laterza, noti e tradotti a livello internazionale. Questo è il suo esordio come romanziera (da Vallecchi Autore)

L’INTERVISTA di Hans Tuzzi a Ottavia Niccoli

Tu nasci come storica della Riforma e delle sue ripercussioni nella vita italiana del Cinquecento. Intrinseca di Carlo Ginzburg, attenta alla scuola delle Annales, ora esordisci nel genere giallo. Come mai?

Amo moltissimo leggere i polizieschi, che trovo emozionanti (almeno i  migliori), pieni di situazioni variegate, di colpi di scena, ricchi di tocchi ironici e di tracce di vita quotidiana (di nuovo: almeno i migliori), e che quindi non mi annoiano (quasi) mai. Trovo poi che sono anche confortanti, in quanto  di solito finiscono bene, nel senso che la giustizia trionfa e c’è una soluzione che è riconosciuta come VERA. Mentre questo nella vita accade di rado, perché il dubbio, l’incertezza, la delusione sono sempre presenti. Così anche in passato (qualche decennio fa) avevo iniziato un giallo che si svolgeva nel dipartimento in cui all’epoca insegnavo. Sia la vittima che l’assassino che l’investigatore erano miei colleghi, ai quali avevo lasciato nome e cognome reali. Anzi, partecipavo anch’io alla vicenda, ed ero io che trovavo il cadavere; ovviamente dopo i primi capitoli ho lasciato perdere. Ma ora che sono ormai da parecchi anni in pensione, e sento che la voglia di scrivere saggi scientifici declina decisamente, sono ritornata a quella vecchia passione e ho voluto provare. È stato molto emozionante.

Teatro della vicenda è una inedita Bologna negli ultimi anni del XVI secolo. Dico inedita perché ad esempio non sapevo che Bologna fosse allora una città di “vie d’acqua”. Ma perché hai scelto  Bologna?

Perché ci abito, e conosco abbastanza bene gli spazi, le strade, le forme di governo e l’economia della città tra Cinque e Seicento. All’epoca l’industria della seta dava da mangiare a mezza Bologna: erano attivi con vari compiti migliaia di uomini, ragazze e bambini, che lavoravano nei filatoi o in casa propria. E i filatoi utilizzavano grandi macchinari mossi per l’appunto da quelle vie d’acqua. Una di esse, anzi, il canale Fiaccalcollo, scorre tuttora sotto la cantina della casa in cui abito; quando da un buco nel muro l’ho visto correre tumultuosamente e ne ho sentito il rombo, ho deciso che doveva avere una parte importante nel racconto, e così è stato. Sapevo che nell’edificio  – che aveva allora una struttura assai diversa rispetto a quella attuale – era sito all’epoca l’ospizio di San Biagio, un ricovero per i pellegrini, e che all’angolo della strada c’era la spezieria di cui si serviva l’ospizio, e che ora, dopo più di quattro secoli, è la farmacia in cui vado a comprare le medicine. Mi è sembrato anche in questo caso, come tanti anni fa, di essere una testimone degli eventi che raccontavo. Potevo seguire passo passo i personaggi, uno per uno. Diciamo che potevo quasi vederli.

E perché il tuo investigatore è un prete?

Perché avevo deciso che la vicenda aveva il suo fulcro appunto nell’ospizio di San Biagio, e a dirigere un ospizio per i pellegrini poteva ben esserci un ecclesiastico (l’ho chiamato don Tomasso). E dato il contesto storico del 1592 in cui si svolge la storia, e quello dei precedenti decenni, che hanno visto forti tentativi di novità nel mondo della Chiesa e la loro sostanziale sconfitta, potevo facilmente dargli esperienze non lineari e una personalità complessa. Sono proprio alcuni momenti cruciali della sua storia di vita, e le situazioni che ne sono derivate, che gli consentono di arrivare alla soluzione del caso.

Non ha influito nemmeno in minima parte la suggestione di padre Brown, il mite investigatore creato da Chesterton?

No, per nulla, non ci ho affatto pensato (anche se in gioventù ho letto i racconti di Chesterton). Tra l’altro don Tomasso non è affatto mite. Si controlla molto, ma non sempre ci riesce del tutto. Secondo la concezione della medicina del tempo, ha certamente un temperamento sanguigno, e secondo me è anche un po’ collerico.

Chi ha letto i tuoi saggi ritrova qui, ma perfettamente amalgamati nella narrazione, senza nessuna pesantezza erudita, particolari curiosi del tempo. Ad esempio, i medici non toccavano i corpi, che venivano maneggiati da cerusici, cioè barbieri abilitati. Anche la nostra gestualità cambia nei secoli?

Certamente. I gesti sono legati al contesto culturale e politico corrente (infatti ho appena pubblicato un piccolo libro che si occupa proprio di questo tema). Basti pensare a un gesto di saluto fino a due anni fa assolutamente ovvio, come la stretta di mano; secondo alcuni studiosi è possibile collocarne la nascita nei Paesi Bassi di metà Seicento, come segno di solidarietà politica e poi di amicizia e di lealtà. E chissà se questo modo di salutarci sopravvivrà alla pandemia?

Possiamo sperare, noi lettori, che la vita letteraria di don Tomasso non si concluda con “Morte al filatoio”?

Lo spero anch’io. Vedremo!

e anche

la recensione di Salvina Pizzuoli

Cristina Cassar Scalia “Il talento del cappellano” presentazione

“Comincia tutto in una notte di neve, sull’Etna. Il custode di un vecchio albergo in ristrutturazione chiama la Mobile di Catania: nel salone c’è una donna morta. Quando però i poliziotti arrivano sul posto, del corpo non vi è più traccia”.(dal Catalogo Einaidi Editore

Un nuovo giallo della Scalia con protagonista la nostra Vanina Gaurrasi, e sì, perché la Scalia ha un dono, non da poco come scrittrice, di saper rendere così vicini al lettore i suoi personaggi e non solo i protagonisti, da farli uscire dalle pagine e farli sentire “di casa”, quasi amici. Chi segue le indagini del vicequestore sa bene cosa intendere.

Questo nuovo caso capita tra Natale e Capodanno quando Vanina, superate le ritrosie, ha deciso di trascorrere le Festività tra i familiari.

Ma se il mestiere, di chi come Vanina, è quello di cercare la verità di mostruosi delitti non ci sono feste che tengano.

Il nuovo caso si apre subito misterioso: c’è un cadavere che compare e scompare per poi ricomparire in un luogo diverso e, guarda caso, nel cimitero di Santo Stefano, proprio il paese dove abita la Guarrasi. L’indagine s’infittisce quando accanto al cadavere ritrovato si trova anche quello di un monsignore, assai conosciuto e stimato: i due cadaveri giacciono dentro una messinscena di fiori, lumini, addobbi “ca pare ‘na bancarella natalizia”.

Anche questa volta l’intervento in aiuto del commissario in pensione Biagio Patanè sarà determinante per le doti di intuito sopraffino che lo caratterizzano.

Dello stesso autore su tuttatoscanalibri.com:

L’uomo del porto

La salita dei Saponari

L’intervista sulla Gazzetta del Sud

Scalia De Cataldo De Giovanni “Tre passi per un delitto”

Walter Veltroni “C’è un cadavere al Bioparco” presentazione

Ancora un caso per il Commissario Buonvino: una vittima irriconoscibile, il cadavere di un uomo nudo e decapitato nella teca di un’anaconda verde del Sud America al Bioparco a Villa Borghese.

Un caso in sé difficile, con una vittima irriconoscibile da identificare, reso ancora più difficoltoso dalla fobia che sin da bambino lo travaglia, l’ erpetofobia, la paura dei rettili e in particolare dei serpenti.

L’assassino non ha lasciato impronte, ha saputo evitare le telecamere e si è introdotto nel rettilario senza scasso. Sempre all’opera con la sua squadra, quei “magnifici” sette agenti a cui si erano successivamente uniti i due nuovi ingressi, uno dei quali ha conturbato non solo il cuore del commissario Buonvino, piacente e libero cinquantenne, riuscirà con la sua pazienza e con le intuizioni dei suoi collaboratori a risolvere l’intricato rompicapo? Il lettore dovrà attendere, l’agnizione finale lo aspetta in chiusura di questo terzo romanzo che potrebbe andare oltre la trilogia raggiunta.

Da Marsilio Editori

Dopo la felice soluzione del caso del bambino scomparso, il commissario Buonvino si gode la quiete ritrovata del parco di Villa Borghese e le gioie dell’amore. Ma è una tregua di breve durata. Il ritrovamento di un cadavere nel rettilario del Bioparco, il giardino zoologico della capitale ospitato all’interno della Villa, rappresenta una brutta gatta da pelare per Buonvino […] Quasi ci trovassimo nel più classico dei gialli di Agatha Christie, Buonvino dovrà dar fondo a tutto il suo acume e alle sue capacità deduttive per sbrogliare i fili di un’indagine in cui gli indizi scarseggiano e i sospettati abbondano, e smascherare finalmente il colpevole.

Dello stesso autore:

Assassinio a Villa Borghese

Buonvino e il caso del bambino scomparso

Enrico Franceschini “Ferragosto” presentazione

Ritorna all’opera, dopo “Bassa marea”, il giornalista in pensione e investigatore improvvisato Andrea Muratori, detto il Mura, il personaggio creato da Enrico Franceschini a lungo corrispondente dall’estero per la Repubblica, ad indagare su un nuovo caso alla vigilia di Ferragosto nel luogo simbolo delle vacanze agostane: la Riviera romagnola.

Se in un primo momento il “caso” si inserisce tra quelli più scontati nel periodo vacanziero, di una moglie che sospetta che il marito abbia un’amante, successivamente vi s’intrecciano l’omicidio di un fotografo e la sparizione dell’oro di Dongo, una pagina della storia recente in cui oro, gioielli e contante che Mussolini aveva con sé quando fu fermato dai partigiani appunto a Dongo e di cui non si riuscirono a seguire tutte le tracce.

Un nuovo caso ambientato nei luoghi che il bolognese Franceschini conosce molto bene per avervi trascorso molte delle sue vacanze, luoghi conosciuti e amati.

[…]”Mura si ritrova coinvolto in una corsa senza tregua per trovare la soluzione del duplice intrigo e, forse, lo scoop che potrebbe riportarlo in prima pagina.
Tra commedia gialla e fantasmi del passato, Enrico Franceschini torna con una nuova avventura del Grande Lebowski romagnolo: un’indagine su un misterioso episodio della nostra storia, un viaggio erotico e dissacrante attraverso il mito nazionalpopolare dell’estate italiana”(da Rizzoli Libri).

Brevi note biografiche

Enrico Franceschini (Bologna 1956), giornalista e scrittore, ha girato il mondo come corrispondente estero di un grande quotidiano, pur mantenendo uno stretto legame con una località balneare della Riviera romagnola. È autore di saggi e romanzi, tra cui L’uomo della Città Vecchia, Vinca il peggiore e La fine dell’impero. Per Nero Rizzoli ha pubblicato Bassa marea (2019).

Fabio Federici “Il pigiama rosa. Noir” Oligo Editore, in libreria da oggi 2 settembre

Prefazione di Maurizio De Giovanni e postfazione di Franco Binello

Il primo noir del Colonnello Federici. 

Ambientato a Bologna 

Nella Bologna alla vigilia della pandemia, mentre in piazza si festeggia il carnevale, inizia un viaggio nell’imperscrutabile, nelle paure di ognuno di noi, nel bianco e nero della psiche e nel profondo del dark web. Tra luci e ombre, angosce ed emozioni, una giovane investigatrice dei Carabinieri cerca di fare chiarezza in una storia di provincia da cui emergono realtà oscure, fatte di tradimenti e colme di segreti inconfessabili. Personaggi che si nutrono di narcisismo e vanità si muovono in un intreccio carico di suspense, mentre uomini e donne dal profondo senso di umanità lottano per la verità, fino ad arrivare a un avvincente finale che promette più di un colpo di scena.

Fabio Federici, colonnello dei Carabinieri, criminologo, saggista, docente universitario e giornalista pubblicista, è Medaglia d’Argento al Valor Civile, Medaglia d’Oro della “Fondazione Carnegie”, Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Vanta una lunga esperienza investigativa, avendo diretto indagini su crimini efferati dalla vasta risonanza mediatica, nonché inchieste in materia di criminalità organizzata e di contrasto all’immigrazione clandestina. Per Oligo Editore ha pubblicato vari saggi di ambito criminologico vincitori di numerosi premi nazionali, tra cui si segnalano nel 2020 il Premio “Franz Kafka Italia alla Cultura”, nel 2019 il Premio “Paladino delle Memorie”, nel 2018 il Premio Internazionale “Giuseppe Acerbi” e il Premio Speciale “Vitaliano Brancati” sezione Letteratura. Questo è il suo primo romanzo.

Pagine 260, prezzo 16,90.

Cristina Cassar Scalia “L’uomo del porto” recensione di Salvina Pizzuoli

Un nuovo caso complicato per la vicequestore Vanina Guarrasi e la sua equipe, come lo sono quelli di cui non si riesce a configurare un movente. Denso di personaggi, tratteggiati con mano valente, tanto che il lettore costruisce immediatamente con essi un rapporto di simpatica empatia. Come non apprezzare la sagacia del vecchio commissario Patanè in pensione ma ancora in gamba o la disponibilità di Bettina a preparare manicaretti per tutti e non solo per la sua vicina di casa? E poi ci sono i “carusi”, la bella Marta e Lo Faro disponibilissimo e Nunnari che non sa andare al punto velocemente. Solo un accenno al vasto campionario di tipi umani che occupa le pagine di questo nuovo poliziesco della Cassar Scalia, ben congegnato, con una Catania prima donna con le sue strade, i suoi scorci, con l’Etna e i suoi sbuffi, i suoi quartieri, i suoi piatti e la sua lingua che, come una musica orecchiabile, dagli occhi arriva facilmente anche se sconosciuta, macchia di colore locale che non guasta. E poi c’è Vanina, con la sua energia, la sua arguzia, segugio sagace che sa apprezzare i suggerimenti di chi il mestiere ce l’ha nel sangue, Vanina con i suoi problemi di cuore, quelli del batticuore, e la nuova situazione: sotto minaccia di quella mafia che le ha ammazzato il padre. E nonostante i condizionamenti, affiancata dalla sua squadra che sa ubbidire senza tergiversare, la lunga indagine che pareva senza sfondo, si risolverà.
Un finale non scontato, e fin qui si rientra nella giusta norma, ma capace di risolvere tutti i dubbi e le incertezze, le false piste e completare un buon quadro come una bella cornice che lo chiude e lo delimita perfettamente. E poi? E poi, chiuso il caso, si conclude con un colpo di scena anche il periodo che ha visto la vicequestore scortata per proteggerla dalle minacce mafiose e nell’ultima pagina diventa chiaro che la storia continua…

“Catania. Nella grotta di un fiume sotterraneo usata come saletta da un locale molto noto viene ritrovato il cadavere di un uomo: lo hanno accoltellato. Una brutta faccenda su cui dovrà fare luce il vicequestore Vanina Guarrasi che, come se non bastasse, da qualche settimana è pure sotto scorta.

«La migliore scrittrice di storie di poliziotte in circolazione».
Severino Colombo, «Corriere della Sera»” ( dal Catalogo Einaudi Editore)

e anche

Brevi note biografiche

Cristina Cassar Scalia è originaria di Noto. Medico oftalmologo, vive e lavora a Catania. Ha raggiunto il successo con i romanzi Sabbia nera (2018 e 2019), La logica della lampara (2019 e 2020), La salita dei Saponari (2020 e 2021) e L’uomo del porto (2021) – tutti pubblicati da Einaudi – che hanno come protagonista il vicequestore Vanina Guarrasi; da questi libri, venduti anche all’estero, è in progetto la realizzazione di una serie tv. Con Giancarlo De Cataldo e Maurizio de Giovanni ha scritto il romanzo a sei mani Tre passi per un delitto (Einaudi Stile Libero 2020).

Dello steso autore:

La salita dei Saponari

E anche l’intervista all’autore su la Gazzetta del Sud

Scalia De Cataldo De Giovanni “Tre passi per un delitto”

Daniela Alibrandi “Delitti postdatati”, vincitore del Premio Poliziesco Gold 2020, Ianieri Edizioni, recensione di Salvina Pizzuoli

Ed ecco ancora il commissario Rosco e la sua squadra in azione in queste nuove pagine di Daniela Alibrandi che si leggono bene, scorrono fluide con la sua scrittura piana che rende spedito l’andare avanti facilitando la bramosia del lettore che vuol capire e sapere perché, come in ogni buon giallo che solo giallo non è ma godibile in tutti i suoi risvolti, segreti e misteri si svelano lentamente: personaggi e protagonisti escono dalle pagine animati da una descrizione che li tratteggia vivificandoli, come gli ambienti in cui si muovono di una Roma datata, quella dei quartieri alti e delle sue spettacolari bellezze ed opere d’arte.

E c’è Mariuccia così schiva ma il cui passato ingombrante pesa e continua a pesare nel suo presente; e la signora Luisa così affettuosa e gentile che nasconde un terribile segreto; e l’avvocato così tronfio ma con tanti scheletri nell’armadio; ed Eugenio il manager ombra e Raimondo… ma non solo nuovi protagonisti.

E poi c’è il commissario Rosco alle prese con la sua nuova vita affettiva, spaventato dalle possibili tragedie che potrebbero sconvolgerla tanto che la squadra è così attenta e legata al capo da coadiuvarlo volontariamente pur di vederlo sereno ma, da ottimo segugio qual è, riuscirà ancora ad aver ragione su un caso intricato. E c’è anche la storia infatti, quella con la S maiuscola, quella che recentemente ha mostrato aspetti spietati dell’animo umano, che riaffiora e tinge di nero cose, persone e tutto ciò con cui è venuta a contatto. E c’è una voce fuori campo che si connota per una grafia diversa al termine di alcuni capitoli, non nuova tra le strategie narrative dell’autrice, ma che ha un suo spazio efficace e sa tingersi di un profondo giallo.

Un quadro variegato e ben dosato, tra pause e sospensioni che accendono la curiosità di chi legge così compenetrato nella vicenda da viverla quasi come davanti ai propri occhi.

E poi c’è il finale, in cui l’Alibrandi non delude mai, che conforta il lettore e svela l’autore di quei trafiletti in corsivo, la voce fuori campo che ha accompagnato silenziosa e segreta la sua lettura.

Su tuttatoscanalibri della stessa autrice:

Daniela Alibrandi, “Quelle strane ragazze”

Daniela Alibrandi, “Nessun segno sulla neve”

Daniela Alibrandi “Una morte sola non basta”

Daniela Alibrandi “Un’ombra sul fiume Merrimack”

Daniela Alibrandi “Il bimbo di Rachele”

Daniela Alibrandi “I misteri del vaso etrusco”

Daniela Alibrandi “Delitti fuori orario”

Daniela Alibrandi in Racconti racconti racconti: corti, con brivido, fantastici

Roberto Alajmo “Io non ci volevo venire”, presentazione

Una bella ragazza scomparsa, un investigatore improvvisato, una schiera di donne che lo affianca nella sua indagine e non per ultima la Sicilia, sono i protagonisti di un giallo sui generis il cui autore è Roberto Alajmo non nuovo a ritrarre la sua terra in aspetti caratteristici ancora non del tutto smaltiti dentro un sugo di contraddizioni che condiscono mentalità e costumanze.

Così Giovanni di Dio, detto Giovà, sarà l’investigatore che non ha la stoffa per esserlo ma è stato incaricato da Zzu, eminenza grigia e uomo di punta del rione Partanna di Palermo a cui non si può dire di no, perché stavolta stranamente Zzu ignora i fatti e pertanto è costretto a rivolgersi a Giovà che fa la guardia giurata.

Quale sarà il ruolo allora delle donne coinvolte?

Saranno Antonietta, la madre, Mariella, la sorella, Mariola, la zia, Mariangela, la parrucchiera a svolgere il compito di far luce sulla vicenda e indirizzare lo sguardo di Giovà impegnato in una indagine parallela a quella dei carabinieri.

“La prosa, dialettale solo per le spezie dei dialoghi, è divertente e ironica, in grado di restituire l’allusività e il senso multiforme delle conversazioni in Sicilia. L’autore ne rappresenta tutti i codici di comunicazione, compresa la prossemica di chi parla. È una specie di danza: avvicinarsi, allontanarsi, farsi sotto, restare in disparte.
Roberto Alajmo ha scritto un mystery comico e grottesco, al centro del quale emergono due tematiche molto siciliane: il millenario contrasto che qui regna tra verità e giustizia, e la piaga del vecchio che sempre si aggrappa al nuovo per imprigionarlo e modellarlo. Quasi un tributo a quella che Sciascia chiamava «verità letteraria»”(dal Catalogo Sellerio Editore)

e anche

Brevi note biografiche

Roberto Alajmo (1959) vive a Palermo. Tra i suoi libri: Notizia del disastro (2001), Cuore di madre (2003), È stato il figlio (2005), da cui è stato tratto nel 2012 l’omonimo film diretto da Daniele Ciprì, Palermo è una cipolla (2005), L’arte di annacarsi (2010). Con questa casa editrice ha pubblicato Carne mia (2016), L’estate del ’78 (2018), Repertorio dei pazzi della città di Palermo (2018) e Io non ci volevo venire (2021)

Dello stesso autore su tuttatoscanalibri

L’arte di annacarsi