Enrico Franceschini ” A Londra con Sherlock Holmes” presentazione di Antonello Guerrera da La Repubblica Cultura 4 Maggio

Il nuovo libro di Enrico Franceschini
Fare i detective a Londra sulle tracce di Sherlock Holmes
di Antonello Guerrera
Siccome ora ci tocca viaggiare con la mente in una stanza – come era solita Virginia Woolf – perché non approfittarne per farsi un giro A Londra con Sherlock Holmes? È il titolo del nuovo agile baedeker di Enrico Franceschini, per trentacinque anni corrispondente per Repubblica da New York, Washington, Mosca, Gerusalemme e appunto Londra (da qualche giorno in libreria per Giulio Perrone editore).
È evidente che Sherlock Holmes di Sir Arthur Conan Doyle sia uno dei personaggi letterari preferiti di Franceschini. Ma non solo. Come racconta l’autore, Doyle ha creato un mito di proporzioni colossali e secolari, una passione che ha tracimato oltre ogni limite e ispirato altri e inaspettati protagonisti della letteratura, da Burgess a Stephen King. Naturalmente al numero 221b di Baker Street a Londra Holmes, in quanto personaggio di fantasia, non ha mai vissuto. Inoltre il museo, per qualche stramba ragione, è al 239. Ma come Craven Road n.7 non è mai stata abitata da Dylan Dog, qui collima il pellegrinaggio per l’inimitabile investigatore inglese dalla pipa ricurva e la mantellina a scacchi di tweed.
Perché, come scrive Franceschini, «Sherlock Holmes ha lasciato tracce anche dove non è mai stato. Forse senza rendersene pienamente conto, Arthur Conan Doyle ha dato forma nel suo personaggio allo spirito del tempo: il passaggio fra Ottocento e Novecento nella più grande, dinamica e multietnica città del mondo. L’inizio della modernità. L’investigatore dall’infallibile deduzione poteva venire alla luce soltanto a Londra, in quel momento l’evoluzione della specie».
Non è un caso che, come viene ricordato nel libro, il personaggio Holmes abbia travolto persino lo stesso suo creatore Conan Doyle, medico e scrittore zoppicante fino alla creazione “del padre di tutti i detective”. Così celebre che al suo artefice, alfiere della logica e del razionalismo, venne la nausea, non volle più scrivere di lui, fino a perdere testa e reputazione convertendosi allo spiritismo e al soprannaturale.
Perché con Holmes, «lo scrittore scozzese crea un nuovo tipo di Homo Sapiens, più sapiente, intelligente e moderno dei suoi predecessori, che abbatte gli schemi precostituiti, crede nel progresso» e nel metodo deduttivo. «Se Edgar Allan Poe ha inventato l’horror, Conan Doyle ha insegnato che la paura si può vincere con il ragionamento».
E così questo arguto viaggio nella Londra di Sherlock Holmes parte ovviamente da Baker Street 221b. Prosegue attraverso i luoghi fondamentali dei romanzi e racconti del curioso detective, che esulano dai classici da Lonely Planet, accompagnandoci a Smithfield e nel suo atroce mercato della carne, l’ospedale di San Bartolomeo dove si incontrano per la prima volta Holmes e il fedele Watson e dove tra l’altro venne giustiziato il ribelle Braveheart, la chiesa di Saint Bartholomew the Great, l’allora malfamato Covent Garden, il maestoso Langham Hotel, Montague Street e Bloomsbury, l’accalcata Strand, i suoi tribunali e il ristorante britannico Simpson’s dove il detective «cerca nutrimento», la fu gloriosa Fleet Street dove cominciò la fortuna di Sherlock Holmes, il Café Royal, i club di Pall Mall, i pub di King’s Cross, fino a Scotland Yard.
E a proposito: «Sherlock Holmes non ha mai pronunciato il celebre “Elementare, Watson”». Ma non vogliamo fare “spoiler” perché, come si legge in questa guida, «è come se Sherlock Holmes avesse seminato i germogli della Londra del XX e del XXI secolo».
Dunque, buon viaggio.

Pete Fromm “Indian Creek” un libro di viaggio consigliato da Martina Castagnoli

Alla fine degli anni ’70, uno studente di biologia ventenne accetta, più per curiosità e avventura, che per reale propensione, di trascorrere 7 mesi in totale isolamento nelle montagne rocciose, lavorando come guardiano responsabile di 2 milioni e mezzo di uova di salmone collocate in un canale tra due corsi d’acqua. Da metà ottobre a metà giugno, periodo in cui le temperature arrivano anche a -40 gradi e le strade rimangono isolate a causa delle neve, Pete vivrà con l’unica compagnia della sua canina, in una tenda di tela alla confluenza di due fiumi, il Selway e l’Indian Creek, nel bel mezzo del Parco Naturale del Selway Bitterroot. Dovrà imparare tutto, a cacciare, a mettere al riparo le provviste dal gelo e dagli animali, imparerà a sopravvivere al clima, alla wilderness, alla solitudine. Imparerà a superare i propri limiti e ad assaporare ogni attimo e ogni nuova esperienza, imparerà a confrontarsi con il significato profondo delle cose e con il rapporto tra civiltà e natura. E noi con lui. Un romanzo di formazione, autobiografico, dove la natura fa da protagonista assoluta, senza sentimentalismi. Un racconto epidermico che ti entra addosso come il freddo delle montagne rocciose e ti porta a riposizionare le cose della vita. Prezioso.

Il libro è disponibile in libreria:

Madeleine Thien “Ricette semplici” recensione di Maria Anna Patti da Robinson La Repubblica

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e anche su mangialibri

Dalla presentazione:

Padri e madri, figli e sorelle, mogli e mariti, rapporti che si rinsaldano e più spesso si disgregano, in sette ricette tratteggiate con delicatezza per descrivere gli invalicabili confini che ci separano da coloro che amiamo… continua a leggere

dello stesso autore:

“Non dite che non abbiamo niente”

 

tuttolibri la Stampa: i più letti tra il 13 e il 19 aprile 2020

Tra i primi 10 in classifica, li trovate recensiti su tuttatoscanalibri

Sandro Veronesi “Il colibrì”

Wilbur Smith “Il fuoco della vendetta”

Valérie Perrin “Cambiare l’acqua ai fiori”

Stefania Auci “I leoni di Sicilia”

Gianrico Carofiglio “La misura del tempo”

Donato Carrisi “La casa delle voci”

Gianrico Carofiglio “La misura del tempo” recensione di Salvina Pizzuoli

Non solo un legal thriller, anche in questo ultimo romanzo Carofiglio va oltre il caso che è stato affidato a Guido Guerrieri, l’avvocato protagonista: un caso arrivato dal passato quasi dimenticato, rappresentato da Lorenza, un amore giovanile, che ora a distanza di ventisette anni gli affida la difesa in extremis del figlio accusato di omicidio.

Il tempo, la giovinezza, la difficoltà a comprendere i fatti salienti che ci accompagnano verso l’età adulta, quel tempo che prima era sempre una scoperta e che oggi, scorre veloce, troppo veloce; quel tempo che in gioventù era più ”esteso” perché pieno di nuove esperienze.

Hai mai fatto caso, Guido, a come la vita sembri accelerare con l’età?

Forse potrebbe essere proprio lo stupore – se fossimo capaci di impararlo – l’antidoto al tempo che accelera in questo modo insopportabile.

Essere storditi dalla forza di qualcosa. Mi piacerebbe tanto, se capitasse di nuovo».

Ancora una volta un testo composito in cui il protagonista ripercorre la sua storia con Lorenza e ciò che ha rappresentato nella sua crescita personale, accanto allo snodarsi dell’indagine e della requisitoria, sempre interessante e coinvolgente nel “gioco” di parole regolate dalla logica stringente da cui dipende l’esito fausto o infausto per l’accusato; un gioco psicologico oltre che rigoroso che si articola e trascina il lettore a “vedere” e leggere le due possibili verità costruite entrambe su “indizi” dato che quello a cui il lettore partecipa è un processo indiziario.

Un processo difficile che pone il protagonista nell’angustia di non poter ottenere il risultato sperato e che affida “a pratiche ossessive di pensiero magico” la possibilità di prevedere il verdetto giocando con i “segni” come camminare senza calpestare i cordoli dei marciapiedi, evitare le grate degli scantinati, toccare gli specchietti retrovisori delle macchine rosse. Cose che facevo da ragazzo e che ogni tanto riemergevano, simili a conati, nei momenti di tensione.

Pagine dense di avvenimenti ed emozioni, ricordi, debolezze, casi umani, fragilità che il processo legale, come un palcoscenico,  permette di cogliere. Imprevisto il risvolto finale.

Dello stesso autore:

“Testimone inconsapevole”

Gianrico Carofiglio “La versione di Fenoglio” e altri scritti 

Le pagine più visitate di tuttatoscanalibri nel mese di aprile 2020

le pagine più visitate

Marija Stepanova “Memoria della memoria”
Vanessa Montfort “Il sogno della crisalide”
Pinocchio prima edizione: la riscoperta
Emmanuelle De Villepin “Dall’altra riva”
Hans Tuzzi la trilogia con Neron Vukcic: presentazione di Alessandro Ferrini
Omaggio a Luis Sepulveda. Su mangialibri: un’intervista, la vita, le opere
Fran Ross “Oreo”
Amanda Craig “Un castello di carte”
Giuseppe Conte “I senza cuore”
Hans Tuzzi “Vanagloria”

 

Georges Simenon “Un delitto in Gabon” recensione di Maria Anna Patti CasaLettori

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Altri Microgrammi a questo link

Dalla Quarta di copertina:

Le opere di Georges Simenon (Liegi, 1903-Losanna, 1989) sono in corso di pubblicazione presso Adelphi sin dal 1985. Scritti a La Rochelle nel 1938, i cinque «racconti esotici» che riuniremo nel volume La linea del deserto apparvero in fascicoli settimanali nella collana «Police-Roman» tra il 1938 e il 1939, per essere poi raccolti, insieme a tre inchieste di Maigret, nel 1944 in Signé Picpus. Qui ne anticipiamo due: Un delitto in Gabon e La linea del deserto.

e anche:

G. Simenon “Le persiane verdi”

 

Andrea De Carlo “Due di due” recensione di Letizia Tripodi

Le opinioni dei lettori

Non bisogna essere degli esperti per sapere che l’uomo è definito un essere sociale, un individuo cioè che si nutre dei rapporti con i propri simili e che, per quanto questo aspetto possa variare in base a carattere e personalità, a conti fatti ha sempre bisogno di legami affettivi solidi e sicuri. La vita stessa, infatti, è condita dalla presenza dei nostri cari, degli amici, degli amori.
Ed è proprio l’amicizia ad essere uno dei sentimenti più importanti e significativi; potremmo immaginare un’esistenza priva del supporto degli amici e di quella complicità che si viene a creare con essi?
Il romanzo Due di due di Andrea De Carlo si basa su questo intenso legame tra due adolescenti milanesi, nati e cresciuti nella città lombarda, che però non amano affatto ma che anzi vedono come un qualcosa di malvagio che finisce per privare i suoi abitanti della loro vitalità.
Mario e Guido come amici sono insoliti, non potrebbero essere più diversi, tanto da risultare complementari: Mario è introverso, non sa cosa vuole o chi vuole essere, ma non fa molti sforzi per cercare di capirlo né tanto meno prova a crearsi una propria personalità e a conquistare quelli che crede siano i propri sogni, screditati e lasciati nel fondo di un cassetto; Guido invece arde di ambizioni, non raggiunge mai una piena completezza, manca sempre qualcosa al suo animo e questo lo rende inquieto, lo porta a ragionare su tutto ciò che lo circonda. La sua è una sofferenza di vivere, ha “un’espressione di estraneità concentrata”, dice Mario, “uno sguardo da passeggero clandestino”, ruolo che forse svolge all’interno del viaggio della sua vita.
Come già accennato in precedenza, una posizione centrale è occupata dalla città natale dei due ragazzi, ovvero Milano. All’epoca dei fatti essa era in prima fila nel processo di industrializzazione che si andava affermando in tutto il mondo: gli spazi naturali venivano eliminati e al loro posto sorgevano industrie, uffici o enormi palazzi residenziali tutti uguali l’uno con l’altro. Per di più le vicende sono ambientate nel 1968, anno carico di movimenti rivoluzionari di massa e ribellioni, che vedevano tra i loro principali sostenitori soprattutto i giovani. Guido e Mario non fanno eccezione, come molti loro coetanei anch’essi sono colpiti dal malessere che si stava diffondendo in misura sempre maggiore e come principale causa di tutto ciò individuano per l’appunto Milano le cui vie vengono descritte come “percorse da fiumi di mezzi meccanici che grattavano e laceravano e centrifugavano l’aria, se la vomitavano alle spalle ancora più difficile da respirare”, con gli alberi “capitozzati nella maniera più barbara, lasciati come poveri pali viventi a separare due corsie di traffico”. Non perderanno mai l’occasione di allontanarsi da essa, alla ricerca di una realtà e un futuro migliori.
Interessante è anche la scelta dell’autore di usare come voce narrante Mario. Quest’ultimo racconterà in prima persona le vicende che hanno caratterizzato la sua amicizia con Guido, senza rivolgersi a nessuno in particolare, ma come se affidasse questi pensieri alle pagine di un diario in cui imprimere emozioni, speranze e riflessioni. Colui che racconta è un Mario ormai adulto che risalirà al primissimo incontro con l’amico, per ricostruire poi, passo dopo passo, la storia del loro legame e intrecciare i fatti alle considerazioni stimolate dalla maggiore consapevolezza acquisita con il tempo.
In Due di due gli spunti di riflessione sono molteplici, dall’intensa amicizia dei due ragazzi, che non si interromperà mai, nonostante i lunghi periodi di lontananza, le liti, i disaccordi e i torti, alle difficoltà che le persone possono incontrare nell’individuare la propria strada, che molto spesso le portano a smarrirsi e ad intraprendere i percorsi peggiori, ma anche la sofferenza che gli individui con un animo fragile come quello di Guido possono sperimentare di fronte a tale incapacità, inevitabilmente foriera di instabilità e tormento.

Yan Lianke “Il sogno del villaggio dei Ding” recensione di Maria Anna Patti CasaLettori su Robinson La Repubblica

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Roberto Escobar “Il mondo di Woody” in “Scopertine” di Marco Filoni da Il Venerdì La Repubblica 17 aprile

Copertina di Pablo Lobato, artista argentino

Dalla sinossi Il Mulino Editore:

Nato a Brooklyn il 1° dicembre del 1935, non troppo lontano da Coney Island e dalle montagne russe del luna park, Allan Stewart Königsberg a 17 anni cambia all’anagrafe il nome in Heywood Allen, che presto diventa Woody Allen. A tutto il 2019 ha scritto e girato, e spesso interpretato, quarantotto film per il grande schermo. […] Molto amato, soprattutto in Europa, e molto odiato, soprattutto negli Usa, è stato ed è un grande comico, e al pari di ogni grande comico è stato ed è un grande tragico.

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Woody Allen “A proposito di niente. Autobiografia”