Ottavia Niccoli “Nel campo degli zingari”, recensione di Salvina Pizzuoli

Vallecchi Firenze

Aprile 1593: cinque mesi dopo gli avvenimenti narrati in “Morte al filatoio”, il protagonista è ancora don Tomasso, secondogenito di una famiglia nobile e prete investigatore, con Gian Andrea , il toso “che solo pochi mesi prima era venuto dalla strada a partecipare alla sua vita”, insieme ad altri personaggi già incontrati e che il lettore ritroverà nuovamente nelle prime pagine che si aprono con l’”umor saturnino” del protagonista; tra questi Sabatina che gestisce da trent’anni insieme a lui le incombenze dell’ospizio che accoglie i pellegrini di passaggio, capace anche di curare gli eventuali malati, come capitava in quegli anni di crisi tra chi, in cerca di lavoro, si spostava di città in città. ma anche vagabondi e ladruncoli che si barcamenavano per sopravvivere.

E la trama si arricchisce di personaggi nuovi e nuovi protagonisti legati alla famiglia d’origine di don Tomasso con cui da tempo aveva rotto i legami. È proprio il conte Ercole che, su consiglio di Sabatina, chiederà a don Tomasso di amministrare come legista il piccolo feudo di Cerreto nell’Appennino bolognese ai confini con il modenese dove si sono verificati degli omicidi e dove potrebbero essercene ancora a causa della presenza di un gruppo di zingari, ma con la segreta convinzione che possa giovare alla sua salute un soggiorno lontano dalla città.

Ed è proprio nel piccolo feudo che il nostro sacerdote si troverà, alle prese con due delitti, in uno ancor prima di arrivare, ruberie e attentati su cui fare luce. Una matassa ingarbugliata della quale il nostro valente investigatore saprà trovare il bandolo. Ma il lettore sarà catturato non solo dalla figura di don Tomasso e dei suoi collaboratori, ma dagli usi, l’abbigliamento, le feste, le abitudini, i medicamenti di un tempo così lontano ma a cui partecipa trascorrendoci e seguendo i protagonisti nelle loro giornate: scopre così le convinzioni mediche del tempo, come ad esempio i quattro umori del corpo umano, e l’uso dell’iperico per curare l’umor nero oppure le ferite con il bianco d’uovo, e non solo, anche regole, come la certificazione che accompagnava il viaggiatore a comprovare che il luogo di provenienza era immune dalla peste… qualcosa che ci ricorda tempi presenti anche se afflitti da altre pesti! Oppure la festa dei maggi ovvero l’usanza tra la notte del 30 aprile e il 1 maggio di “rizzare pali o giovani alberi sradicati ai quali attaccare fiori e doni per le ragazze”, giusto per citarne alcune spigolando nel testo.

E poi c’è la giustizia e coloro che l’amministrano e coloro come don Tomasso, doctor utriusque iuris, dottore in diritto sia civile che canonico, che si adopera perché essa sebbene amministrata dal potere pubblico, “dai padroni, come si diceva a Bologna”, assomigliasse anche in modo pallido a quella di cui lo stesso don Tomasso aveva definito per Gian Andrea le caratteristiche:

“La Giustizia è una virtù che consiste nel volere fermamente dare a ciascuno ciò che gli è dovuto e nell’agire di conseguenza”

Una definizione che calza a pennello ancora oggi ma che ancora oggi assomiglia pallidamente a quella virtù così semplicemente delineata per un monello di strada.

Dello stesso autore su tuttatoscanalibri

“Morte al filatoio”

Hans Tuzzi intervista Ottavia Niccoli

Hermann Hesse “Il canto degli alberi”, recensione di Salvina Pizzuoli

Il testo raccoglie scritti in prosa, versi, racconti in date e periodi diversi con un unico denominatore: gli alberi e la natura in genere.

Titolo originale è Bäume, ovvero Albero.

Gli alberi hanno infatti una loro preminenza nei testi soprattutto nelle pagine in prosa, perché l’autore ha una particolare predilezione per molte specie arboree, li considera infatti “santuari. Chi sa parlare con loro – scrive – chi li sa ascoltare, conosce la verità. Essi non predicano dottrine e precetti, predicano, incuranti del singolo, la legge primigenia della vita” ( tratto da Alberi, il testo che apre la raccolta e che porta la data 1919).

Paesaggi, ricordi, emozioni, ma soprattutto pensieri e riflessioni che lo scrittore presenta in forma di prosa o di poesia percorrono nel tempo i momenti che legano periodi della vita con spettacoli naturali.

Oltre ad essere santuari gli alberi sono amici: ci si rammarica infatti per l’amico abbattuto dal vento, si gioisce per i suoi nuovi germogli, si apprezza la sua forza e la sua resistenza di fronte alle intemperie, si impara o li si vorrebbe imitare nel loro distacco dalla vita e accogliere i consigli che potrebbe dare alleviando i periodi bui.

Il raccordo tra vita dell’uomo e gli alberi in particolare permea tutti gli scritti siano essi in prosa o in poesia.

Colpiscono alcune riflessioni legate alla memoria dei paesaggi “vissuti” per alcuni periodi e che senza alberi sarebbero mutili e non sarebbe possibile ricordarli, collocarli precisamente : “Come resterà più tardi nella mia memoria il paese in cui vivo ora, non lo so, ma non riesco a immaginarmelo senza pioppi, così come non riesco a immaginarmi il Lago di Garda senza ulivi e la Toscana senza cipressi”.

Non mancano i paragoni tra i due cammini, quello dell’uomo e quello della natura: paragoni come nella poesia Quercia spezzata

Mille volte hai sopportato/Finché furono in te tenacia e volontà!/Io ti somiglio, con le mie ferite,

[…]

Paziente metto nuove foglie/Sul ramo spezzato mille volte,/ E a dispetto del dolore resto/ Innamorato in questo pazzo mondo.

E ancora in:

Foglie appassite

Ogni pianta aspira al frutto,/Ogni alba si fa sera,/Nulla dura sulla terra/Tutto muta e fugge via.

Per concludere:

Gioca la tua partita, non fare resistenza,/Lascia che tutto segretamente accada./Lascia che il vento ti porti via/E verso casa ti trascini.

Come tutti gli scritti che riportano emozioni, vanno letti e scoperti un po’ alla volta, anche in momenti diversi.

Ringrazio Luisa, la mia cara amica, di avermi inviato il link al video dove viene drammatizzato il testo Alberi, lettura che mi ha spinto a conoscere tutta la raccolta e a provare a palesarne i messaggi emozionali e permesso indirettamente di cogliere altre sfaccettature dell’autore.

Da Guanda Libri:

[…] Faggi, castagni, peschi, betulle, tigli, querce e molti altri, nella magnificenza della fioritura o con i rami nodosi offerti alle brinate notturne, illuminati dal sole o al chiarore della luna: sono loro i protagonisti indiscussi di questa raccolta. Essi accompagnano lo scrittore, silenziosi e saggi, nel corso della sua vita, segnano momenti precisi, suscitano riflessioni e ricordi, vengono invocati come esseri viventi, come amici.

e anche

Brevi note biografiche

Hermann Hesse nacque nel 1877 a Calw, nel Württemberg. Dopo studi in seminario, presto abbandonati, si dedicò alle più svariate attività. A rivelarlo al grosso pubblico fu, nel 1904, il romanzo Peter Camenzind. Viaggiò in India e si stabilì in Svizzera, dove scrisse negli anni ’20 le sue opere più importanti come Siddharta e Il lupo della steppa. Vinse il premio Nobel nel 1946 e morì a Montagnola (Svizzera) nel 1962. (da Guanda Autori)

Cristina Cassar Scalia “Sabbia nera”, recensione di Salvina Pizzuoli

Testarda, scontrosa, tormentata dalla morte del padre e dalla fine di una relazione difficile; appassionata di vecchi film e amante della buona tavola: il vicequestore Vanina Guarrasi è semplicemente formidabile.

Romanzo vincitore del Premio Sciascia Racalmare 2019 (dal Catalogo Einaudi)

Giovanna Guarrasi, detta Vanina, vicequestore alla Mobile di Catania, fa il suo esordio nel 2018 in Sabbia nera di Cristina Cassar Scalia. E da allora un seguito di casi e di indagini: mi è piaciuto allora incontrarla a ritroso tra le pagine di questo ponderoso poliziesco, così come si è presentata ai lettori per la prima volta, dentro un caso anche stavolta complesso con l’aggravante di essersi svolto ben cinquant’anni prima. Anche nell’esordio la vicequestore non si smentisce, acuta, intuitiva, irrefrenabile per raggiungere quanto prima quel traguardo che agogna con tutta se stessa: assicurare il colpevole alla giustizia.

Non solo un poliziesco, come ormai spesso accade ai romanzi del genere, non solo un caso, non solo un artefice, ma tanti protagonisti ciascuno ben pennellato e riconoscibile negli incontri futuri: il vecchio Patané in pensione ma ancora pieno di sacro fervore, Adriano Calì medico legale e appassionato come Vanina di vecchi film, la giovane e bella Marta, la vicina di casa, la disponibile e ottima cuoca Bettina, Catania con la sua Montagna e le sue strade piene di traffico e la sua cucina dove un posto di rilievo occupano i dolci e le dolcezze impareggiabili, e non per ultima la lingua, le parole particolari del dialetto catanese e la costruzione della frase secondo un’impostazione antica, tipica di una tradizione culturale mediterranea di cui la Sicilia è stata culla e non solo terra di conquista. Ma non mancano gli amori, quelli veri e non dimenticati, da cui fuggire, come ha fatto Vanina che non vuole più soffrire. E quell’atmosfera di mistero e di magia che aleggia, sotteso ad una Terra che il magico ce l’ha nelle viscere.

Un caso complesso apre la serie in una Catania annerita dalla cenere vulcanica della sua Montagna. Un cadavere mummificato viene casualmente trovato in un’ala di una vecchia villa abbandonata dal 1959: una donna, non riconoscibile, la cui storia per essere ricostruita necessita dei ricordi dei superstiti. Casualità fortuite e acume le due forze che porteranno il vicequestore a dipanare una complicata matassa di sordide storie di avidità e di passione, fino a risalire, insieme a Patané, al luogo dove tutto sembra aver avuto inizio: il vecchio bordello “il Valentino” tra colpi di scena e finale inatteso.

della stessa autrice su tuttatoscanalibri:

La logica della Lampara

Il talento del cappellano

L’uomo del porto

La salita dei saponari

Scalia, De Cataldo, De Giovanni, Tre passi per un delitto

Alessandro Barbero “Inventare i libri”, recensione di Salvina Pizzuoli

Alessandro Barbero in questo nutrito saggio “racconta” una pagina, documentatissima e scrupolosa nell’indagine, che definiamo di microstoria dentro cui fanno eco scorci della grande storia.

Quella raccontata in “Inventare i libri” ha come tema portante la nascita a Firenze e a Venezia di due tra le prime e più innovative imprese editoriali. Due i protagonisti, i capostipiti, Filippo e Lucantonio che, da appartenenti ad una modesta famiglia che viveva fuori le mura nell’allora “popolo di Santa Maria d’Ognissanti”, diverranno imprenditori: i Giunti, dei quali l’autore ricostruisce il percorso dal 1427 al 1551.

Oggi il cognome è appannaggio di tutti, ma in quel primo scorcio di secolo XV il cognome apparteneva a chi tramandava beni per eredità, gli altri usavano il semplice patronimico. E la storia del cognome Giunti scopriamo nascere da un nome proprio, Bonagiunta, che i toscani avevano accorciato in Giunta. Un nome ben augurale di una “buona aggiunta” che per quel Giunta e la sua discendenza lo è stata davvero. E nello scorrere la storia di Giunta incontriamo cognomi presenti nella grande storia quando l’atto di acquisto della casa è firmato dal notaio che si chiama Amerigo Vespucci, nonno del più famoso navigatore, e solo per citarne qualcuno: incontreremo ser Bernardo Machiavelli che annota di aver comprato da Filippo di Giunta, due volumi, uno di diritto e uno di storia sul quale possiamo tuttora leggere le annotazioni di suo figlio Niccolò; ma anche un altro grande editore, Aldo Manuzio, autore delle aldine, e non mancheranno incontri con scrittori e papi e sovrani del tempo e scontri armati e guerre che segneranno il cammino dei nostri due protagonisti e della loro attività.

E seguendo i capostipiti scopriamo che Francesco fonderà il ramo fiorentino delle edizioni che poi saranno dette giuntine nel 1456 mentre Lucantonio nel 1457 quello veneziano.

È il catasto fiscale prima e il libro della Decima dopo a fornire particolari importanti allo storico: la crescita e i progressi nell’attività, le scelte editoriali dei componenti originari della famiglia che nel tempo si fregerà di un cognome e la cui attività si espanderà non solo in Italia ma diverrà internazionale. E si potrebbe continuare ancora ma sarebbe un vero peccato togliere ai lettori il piacere della scoperta.

“[…] Inventare i libri è al tempo stesso la minuziosa narrazione della vicenda di due “ragazzi di periferia” divenuti imprenditori di successo e l’affresco di un’epoca straordinaria, in cui guerre e pestilenze decidono le sorti degli uomini, eppure i più grandi artisti del Rinascimento – come il Pollaiuolo, alla cui bottega Filippo Giunti apprende la tecnica della fusione dei caratteri mobili – danno vita alle loro opere immortali, e i libri stampati salvano dall’oblio i classici greci e latini e consentono alle nuove idee di porre le fondamenta del mondo che conosciamo”.(dal Catalogo Giunti)

e anche

Alessandro Barbero, nato a Torino nel 1959, è professore ordinario presso l’Università del Piemonte Orientale a Vercelli. Studioso di storia medievale e di storia militare, ha pubblicato fra l’altro per l’editore Laterza libri su Carlo Magno, sulle invasioni barbariche, sulla battaglia di Waterloo, fino a LepantoLa battaglia dei tre imperi (2010). È autore di diversi romanzi storici, tra cui: Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle gentiluomo (Premio Strega 1996), Gli occhi di Venezia (2011) e Le ateniesi (2015), editi da Mondadori. Per Sellerio ha pubblicato Federico il Grande (2007, 2017), Il divano di Istanbul (2011, 2015) e Alabama (2021).( da Giunti Autori)

Dello stesso autore su tuttatoiscanalibri:

La battaglia di Campaldino

Ottavia Niccoli “Morte al filatoio”, recensione di Salvina Pizzuoli

Protagonista della vicenda, che si dipana tra il lunedì 9 novembre 1592 e il giovedì 19 novembre dello stesso anno a Bologna, è don Tomasso che dirige l’ospizio di San Biagio, un antico ospedale ridotto a ricovero. Lo anima amor di giustizia, anche se terrena e quindi imperfetta e non uguale per tutti, tanto da voler trovare, lui prete, gli autori di tre terribili omicidi.

Una figura di religioso che, a detta della stessa autrice nella Nota conclusiva, è assai improbabile a quei tempi per quel che sappiamo, i preti della piena Controriforma erano piuttosto differenti, anche per questo cattura: per essere uomo di fede e di carità, per la sua strenua e caparbia lotta contro i soprusi e le angherie che i deboli subivano nel contesto sociale di quel preciso periodo storico. Il lettore è così trasportato nella Bologna del tempo che si anima e rivive colorandosi tra le pagine ora seguendo i tragitti a piedi di don Tomasso lungo le strade della città, nel traffico di carretti, cavalli, lettighe, ora entrando con lui nelle case dei ricchi e degli indigenti, nei luoghi di lavoro e di produzione come il filatoio o le botteghe artigiane o dentro le stanze del Torrone dove si amministra la giustizia degli uomini e dove si recava di frequente sostituendo il ministrale del quartiere, pigro e inattivo, che avrebbe dovuto assolvere al compito di denunciare ogni reato.

Un anno difficile quello dell’ultimo scorcio di secolo, in cui si alternano cattive stagioni e magri raccolti, dove alla carestia si aggiungono le intemperie. Un mondo di miseria, di sfruttamento, di abiti logori, di putti e tose strappati alla loro infanzia, di morti ammazzati, di torture, di pratiche magiche come “la calamita battezzata, la brocca piena d’acqua, il setaccio con le forbici” pratiche vietate ma restie ad essere abbandonate dentro un presente e un futuro incerti, dove don Tomasso continua le sue indagini e non si arrende e cerca risposte, sentendo montare dentro di sé un’ansia forte di averla vinta sull’ingiustizia e sulla violenza, che non avvertiva contraria al suo stato di prete.

A fargli compagnia un tosetto malandrino, vivace, intraprendente, curioso che collaborerà con lui rivelandosi spesso un prezioso aiutante per ascoltare e riferire, alla ricerca di fondamentali indizi rivelatori, spesso da interpretare e talvolta anche fallaci.

Brevi note biografiche

Ottavia Niccoli, già docente alle Università di Bologna e Trento, è autrice di saggi su Rinascimento e Riforma editi da Einaudi e Laterza, noti e tradotti a livello internazionale. Questo è il suo esordio come romanziera (da Vallecchi Autore)

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Hans Tuzzi intervista Ottavia Niccoli autrice del giallo storico “Morte al filatoio” , Vallecchi Firenze

Paolo Cognetti “La felicità del lupo”, recensione di Salvina Pizzuoli

“Da qualche parte Fausto aveva letto che gli alberi, a differenza degli animali, non possono cercare la felicità spostandosi altrove […] La felicità degli erbivori invece inseguiva l’erba […] il lupo obbediva a un istinto meno comprensibile. Santorso gli aveva raccontato che non si capiva perché si spostasse, l’origine della sua irrequietezza. Arrivava in una valle, magari trovava abbondanza di selvaggina, eppure qualcosa gli impediva di diventare stanziale […] e se ne andava a cercare la felicità da un’altra parte”.

Mi piace iniziare la presentazione di questo romanzo citandone alcune frasi che trovano posto quasi in chiusura della storia, parafrasano il titolo e offrono una chiave di lettura.

Il protagonista, Fausto, abbandona la città dopo il naufragio di una relazione lunga e importante e rifugiarsi a Fontana Fredda, lontano da Milano e da Veronica, “un posto da cui ricominciare”, tra i sentieri della sua infanzia in cerca della propria strada, lui che sulla carta d’identità alla voce professione aveva con un certo sussiego fatto scrivere “scrittore” e che ora là sui monti fa il cuoco per i gattisti nel ristorantino di Babette.

Personaggi tratteggiati con l’accetta, spigolosi e sfaccettati come la montagna in cui alcuni si sono rifugiati, come lui, e altri che vi sono nati e non se ne allontanerebbero mai: Elisabetta detta Babette che lo accoglie come cuoco nel suo ristorantino, lei che in montagna c’è arrivata, vi si è fermata ma che ora sogna il mare; il vecchio Santorso, protagonista dei luoghi che conosce e ama; Silvia la cameriera nel cui cuore Fausto spera di aver trovato un posto, anche lei inquieta, alla ricerca, con la voglia di ripartire, come al Rifugio Quintino Sella sul Rosa, tra ghiacciai e rocce; la vecchia Gemma anche lei dura e scolpita nella roccia con i suoi ottant’anni, le sue abitudini e i suoi sogni e non per ultimo il paesaggio invernale ed estivo che dà sfoggio di sé nel lussureggiare dei suoi panorami.

Brevi note biografiche

Paolo Cognetti è nato a Milano nel 1978. Tra i suoi libri: Sofia si veste sempre di nero (minimumfax 2012), Il ragazzo selvatico (Terre di mezzo 2013) e Senza mai arrivare in cima (Einaudi 2018 e 2019). Nel 2021 ha curato L’Antonia su Antonia Pozzi (Ponte alle Grazie). Sempre nel 2021 esce, sia come film-documentario sia in forma di podcast, Paolo Cognetti. Sogni di Grande Nord. Con Le otto montagne (Einaudi 2016 e 2018), che è stato tradotto in oltre 40 paesi e dal quale è stato tratto un film di prossima uscita, ha vinto il Premio Strega, il Prix Médicis étranger e il Grand Prize del Banff. Per Einaudi ha pubblicato anche La felicità del lupo (2021).(da Einaudi Autore)

Daniela Alibrandi “I delitti negati. Nei sacri sotterranei” Ianieri Editore, recensione di Salvina Pizzuoli

da oggi 9 dicembre in libreria

Un commissario, Riccardo Rosco, è protagonista delle pagine di Daniela Alibrandi che portano il titolo I delitti negati, un’espressione che, oltre al titolo, compare tre volte nel romanzo, lasciando aperta al lettore, soprattutto all’inizio, una duplice interpretazione delle maglie investigative che si andranno via via dipanando.

Un personaggio, quello del commissario che l’autrice tratteggia delineandone, nel corso degli avvenimenti e situazioni, la travagliata personalità: solo al termine il lettore conoscerà i suoi caratteri fisici, poche anche le volte in cui viene indicato con il nome proprio: è schivo, taciturno con una caparbia volontà e capacità di seguire una pista, quella giusta. La sua vita è il suo lavoro, ma solo fino al penultimo caso durante il quale un’ingenuità professionale lo fa destinare ad altra sede. Solo lì, nella distanza, scorge finalmente quanto spazio egli abbia negato a se stesso e alla propria vita di relazione: la moglie, la famiglia, gli stessi collaboratori, la sua squadra che, in questa nuova situazione, sente vicini e ai quali si scopre legato affettivamente.

Troppo preso e forse troppo presuntuoso, ha accolto nella propria vita solo ciò che potesse mettere in luce il suo acume di investigatore, fino a spingersi oltre e mettere a repentaglio anche la propria incolumità. Ma nella distanza, nel cambiamento totale, senza che la sua perspicacia si spenga, sa ritrovare se stesso e i valori dimenticati.

Uomo e commissario, individuo e segugio: caratteristiche che non possono essere separate dalla vicenda perché il nostro protagonista sa indagare e venire a capo di un’intrigata e sordida storia dove Roma e la Città del Vaticano sono protagoniste, ciascuna con la propria bellezza e grandiosità, a volte anche mostruosa, a volte sprezzante e altezzosa, in un contesto storico preciso, gli anni ‘80, quando la risoluzione dei casi si affidava esclusivamente all’ingegno degli investigatori.

E la vicenda scorre in una forma piana e schietta, tra i molti personaggi, i paesaggi e gli ambienti, in questo romanzo ricco di descrizioni e di scorci filtrati dal sentire di chi li guarda e li vive:

Roma, d’estate, d’autunno, di primavera e adesso d’inverno, Roma l’antica, l’infinita, l’impareggiabile. Storia immensa e odore acre di legna bruciata, l’umido del fiume misto al marcio delle foglie cadute dai platani. Un elisir che invadeva le sue vene come un bicchierino di cognac bevuto di mattina.

La cupola di San Pietro sulla destra, maestosa e immensa, brillava in quel momento, colpita dai raggi del sole invernale, che iniziava la sua discesa verso il gelido tramonto. Di fronte le Mura Vaticane, il confine sicuro, il baluardo che assicurava alle anime, anche alle più oscure, la difesa di una cortina impenetrabile.

E, non per ultima, una voce fuori campo.

Compare spesso al termine di vari capitoli con un preciso distacco anche grafico dal testo principale: parole dolorose di peccati e di fede, di volontà di giustizia terrena. Di chi sono?

Salvina Pizzuoli

Dello stesso autore per Ianieri Editore gli altri due della trilogia :

“Delitti Fuori Orario”  

Delitti Postdatati”.

e sempre su tuttatoscanalibri 

Daniela Alibrandi, Quelle strane ragazze

Daniela Alibrandi, Nessun segno sulla neve

Daniela Alibrandi “Una morte sola non basta”

Daniela Alibrandi “Un’ombra sul fiume Merrimack”

Daniela Alibrandi “Il bimbo di Rachele”

Margaret Atwood “Moltissimo” a cura di Renata Morresi, recensione di Salvina Pizzuoli

Moltissimo è una raccolta di cinquantasette poesie, con testo a fronte, divise in cinque sezioni che, come l’autrice stessa indica nella presentazione alle lettrici ed ai lettori, sono state scritte tra il 2008 e il 2019.

“Scritte a mano, riposte in un cassetto, battute, riviste. In questi undici anni le cose si sono fatte più scure nel mondo. E poi, sono invecchiata. Sono morte persone che mi erano molto vicine.
La poesia ha a che vedere con la sostanza dell’esistenza umana: la vita, la morte, la rigenerazione, il cambiamento; così come l’equità e l’iniquità, l’ingiustizia e a volte anche la giustizia. Il mondo in tutta la sua varietà. Il clima. Il tempo. La tristezza. La gioia. E gli uccelli. Ci sono tanti uccelli in queste poesie[…] ne vorrei ancora di più nella prossima raccolta […]”

Il titolo è dato dalla composizione inserita nella quinta sezione: una parola antica, che va sbiadendo/ Moltissimo volli/Moltissimo pregai. Io lo amai moltissimo.

E conclude:

“Moltissimo amate, riunite qui insieme/ in questo cassetto chiuso, /ormai sbiadite, mi mancate. Mi manca chi è mancato, chi è partito troppo presto./Mi mancano anche quelli che sono ancora qui./Mi mancate tutti moltissimo./ Moltissimo rimpianto ho di voi/ Rimpianto: ecco un’altra parola/ che non senti più tanto spesso”.

Nostalgiche, descrittive di un pianeta amato nei suoi fiori e nelle sue creature, come in Balene in cui una madre piange la morte del suo piccolo dovuto a “plastica tossica”, e diventato esso stesso tossico, versi di profondo rammarico e di domande impotenti come in “Fogliame”: la plastica nera chi la pianta, chi la miete questa coltura, ma soprattutto l’ultimo verso Chi mette un limite?

E non solo. Versi ironici dettati dal tempo che passa e che lascia il suo segno ne “La donna di latta si fa fare un massaggio” o in “Tradimento” dove i due amanti sorpresi si mostrano nelle loro nudità impietose.

Ma la poesia non si racconta, si legge, si rilegge e ci lascia perplessi, ci strappa un sorriso amaro, ci commuove, ci rallegra o ci rattrista e comunque ci trasporta in un mondo di immagini e di parole tutte da sentire.

Kate Quinn “Fiori dalla cenere” recensione di Salvina Pizzuoli

“Le spie donne della prima guerra mondiale sono quasi del tutto dimenticate, al giorno d’oggi. […] È evidente che vedere donne in ruoli attivi nelle zone di guerra era sconvolgente, per l’epoca. Ma queste donne lasciarono comunque un’eredità. Le ragazze degli anni ‘30 e ‘40 diventarono spie contro i nazisti perché ispirate dai libri e racconti su donne come Louise de Bettignies […] colpite dal suo coraggio, dalla sua forza e dalla sua incrollabile risolutezza, proprio come ho immaginato che succedesse a Charlie di fronte a Eve”. Così, nella Nota dell’Autrice, precisa Kate Quinn.

Eroine sono proprio alcune delle protagoniste nella trasposizione narrativa della Quinn e realmente esistite: Louise de Bettignies, nome in codice Alice Dubois, insieme a Marie-Léonie Vanhoutte fondò la “Rete di Alice”; catturate dai tedeschi, scontarono la pena a Seiburg dove Louise morì di pleurite all’età di 38 anni mentre Léonie sopravvisse diventando una spia pluridecorata; le sue azioni nonché le esperienze e le operazioni di spionaggio vennero descritte dal marito di lei, Antoine Redier, in La Guerre des Femmes. Histoire de Louise de Bettignies et de ses companiones.

Il racconto delle vicende narrate dalla Quinn si articola su due piani temporali, 1915 e il 1947 , e procede attraverso le vicende vissute da Charlie ed Eve, entrambe personaggi d’invenzione; Charlie è alla ricerca di Rose, scomparsa dopo il secondo conflitto mondiale in Francia, l’amata cugina della quale non ha più notizie, Eve è stata una giovane spia della Rete di Alice. La ricerca di Rose porta Charlie a incontrare Eve e ad intraprendere con lei un viaggio di ricerca che ha come fulcro un personaggio, anch’esso d’invenzione, nei panni di un profittatore collaborazionista. Le due donne si scontrano e successivamente si incontrano scoprendo la prima la propria strada e la seconda recuperando un passato che l’aveva distrutta non solo fisicamente ma soprattutto l’aveva resa ruvida, cruda con se stessa e troppo diretta e aggressiva con gli altri.

Una storia a lieto fine che riscatta le esperienze di dolore e di soprusi subite dalle protagoniste nella realtà, raccontate con sensibilità femminile, attenta ad evidenziare la loro incrollabile determinazione e una resistenza fisica e psicologica fuori dal comune.

e anche:

la recensione di Flavia Piccinni da Il Tirreno