Le novità del Gruppo Editoriale Fanucci degli inizi di novembre 2024: un thriller e un romance

Peter James, PENSAVANO FOSSI MORTA-LA STORIA DI SANDY

Thriller

Traduzione dall’inglese di Eleonora Motta

Uscita: 8 novembre 2024

Timecrime

Finalmente svelato il mistero che ruota attorno alla moglie del detective Roy Grace. Un must anche per gli appassionati della serie televisiva. Il suo nome è Sandy. Forse la conoscete come l’amorevole moglie del detective sovrintendente Roy Grace. Ma in lei c’è molto di più di quanto sembri: una donna con un passato oscuro, un presente complicato e un futuro incerto. Fino al giorno della sua scomparsa. La sua sparizione ha messo in moto una ricerca a livello nazionale ma senza alcun risultato, così tutti si sono convinti che sia morta. Dove è finita Sandy? E perché è scappata? Cosa può spingere una donna a lasciarsi ogni cosa alle spalle e svanire nel nulla? Riuscirà Roy Grace a trovare le risposte alle domande che lo hanno tormentato al punto da mettere a repentaglio la propria carriera investigativa? Torna il famoso detective di Brighton, protagonista della serie tv Le indagini di Roy Grace, e questa volta dovrà risolvere un caso che lo ha tormentato per anni. Una perla per gli appassionati delle serie investigative.

PETER JAMES è uno degli autori più venduti nel Regno Unito, noto soprattutto per la serie del sovrintendente Roy Grace, ora diventata una fiction di successo per ITV con John Simm nel ruolo del tormentato poliziotto di Brighton, il detective preferito di Sua Maestà la regina Camilla. Ha vinto oltre 40 premi per le sue opere, tra cui il WHSmith Best Crime Author of All Time, il Crime Writers’ Association Diamond Dagger e quattro Nielsen Silver Bestseller Award nel 2024. Fino ad oggi, Peter ha scritto un totale di 20 bestseller del Sunday Times, ha venduto oltre 23 milioni di copie in tutto il mondo ed è stato tradotto in 38 lingue. Inoltre, i sei spettacoli teatrali tratti dai suoi libri hanno incassato oltre 17 milioni di sterline. Con Pensavano fossi morta – La storia di Sandy, narrato dalla prospettiva della moglie del sovrintendente Roy Grace, debutta nel catalago Timecrime.

Kate Goldbeck ,YOU, AGAIN – ANCORA TU

Romance

Traduzione dall’inglese di Eleonora Motta

Leggereditore

Uscita: 11 novembre 2024

Attrice comica agli inizi, uno spirito libero a cui piace intrattenere solo relazioni informali, che per mantenersi vive in subaffitto e accetta qualsiasi occasione per esibirsi sul palco, Ari è l’opposto di Josh. Lui è nato e cresciuto a Manhattan, ha progetti ambiziosi: conquistare il mondo della cucina e trovare la persona giusta. Non hanno davvero nulla in comune tranne il fatto che vanno a letto con la stessa donna. Ari e Josh non si aspettano che le loro strade si incrocino di nuovo, ma anni dopo, mentre entrambi si stanno riprendendo da relazioni finite, un incontro casuale porta a un legame sorprendente e inaspettato: l’amicizia. Così, nelle vesti di “amici senza benefici”, trovano conforto nelle maratone su Netflix in piena notte, scorrendo i rispettivi profili di appuntamenti online e litigando da un quartiere all’altro; molto meglio di qualsiasi cliché romantico. Finché, una sera, i confini del loro rapporto platonico non sembrano più così netti e il mondo comincia a girare in senso inverso. You, Again – Ancora tu è un esordio nel genere romance, spumeggiante, attualissimo, ispirato al film icona Harry ti presento Sally… di cui l’autrice è una grande fan.

KATE GOLDBECK è cresciuta in una piccola cittadina e il suo sogno era di vivere a New York, anche se i suoi genitori l’avevano avvertita che gli appartamenti di Friends non sono per nulla realistici. All’università ha studiato Cinema e Storia dell’arte e, dopo aver conseguito un master in una scuola di ingegneria, ha progettato mostre museali pluripremiate ed esperienze immersive in tutto il mondo. Adora battibeccare con il suo compagno, addormentarsi ascoltando i narratori di audiolibri dall’accento rigorosamente britannico e grattare i cani dietro le orecchie. Con You, Again – Ancora tu, suo romanzo d’esordio, debutta nel catalogo Leggereditore.

Antonio Manzini “Il passato è un morto senza cadavere”, presentazione

[…] In questa nuova avventura di Rocco Schiavone, Antonio Manzini alza il livello della riflessione sulla condizione umana, in una indagine fitta di tracce, figure e dettagli, movimentata, rigorosamente logica, che agita ombre e desideri, provoca luci e turbamenti, smuove il coraggio e la paura.(da Sellerio Editore)

Il nuovo romanzo di Manzini è un testo ampio che ha come tema portante il ricordo, il passato e ciò che di questo tempo ciascuno di noi ama richiamare alla memoria e ciò che tende al contrario a dimenticare. Anche il titolo lo rievoca e anche come lo stesso protagonista, il vicequestore di Aosta Rocco Schiavone, imposta la propria esistenza legandola al passato che è rifugio, mancanza, dolore.

Anche la vittima, Paolo Sanna, ha un passato che lo caratterizza e nel quale occorrerà indagare capillarmente per riuscire a garantire alla giustizia il suo omicida. Apparentemente il caso si presenta come una morte occasionale, da incidente: il Sanna è un cinquantenne investito e ucciso mentre va in bicicletta, ma al contrario si rivelerà un omicidio programmato  La vittima, da poco trasferitosi ad Aosta, ha peregrinato per varie città anche estere, è un benestante nonostante non abbia alcuna attività, vive in un’abitazione di lusso, vive solo e molto della sua vita si perde in un passato che pare cancellato. Occorrerà cercare lì e ricostruire quanto giaceva nell’ombra ma è stato messo in luce dall’”incidente”.

Antonio Manzini, scrittore e sceneggiatore, ha pubblicato Sangue marcioLa giostra dei criceti (del 2007, riedito da Sellerio nel 2017), Gli ultimi giorni di quiete (2020) e La mala erba (2022). La serie con Rocco Schiavone è iniziata con il romanzo Pista nera (Sellerio, 2013) cui sono seguiti La costola di Adamo (2014), Non è stagione (2015), Era di maggio (2015), Cinque indagini romane per Rocco Schiavone (2016), 7-7-2007 (2016), Pulvis et umbra (2017), L’anello mancante. Cinque indagini di Rocco Schiavone (2018), Fate il vostro gioco (2018), Rien ne va plus (2019), Ah l’amore l’amore (2020), Vecchie conoscenze (2021), Le ossa parlano (2022), ELP (2023) e Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Sud America? (2023). In altra collana di questa casa editrice ha pubblicato Sull’orlo del precipizio (2015) e Ogni riferimento è puramente casuale (2019). 

Dello stesso autore su tuttatoscanalibri

Le ossa parlano

Vecchie conoscenze

Gli ultimi giorni di quiete

Rien ne va plus

ELP

Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico scomparso in Sus America?

Tutti i particolari in cronaca

Francesco Randazzo “E fu sera e fu mattina”, Fara Edizioni

Fara Editore

Dalla postfazione di Alessandro Ramberti:

Il poeta esule ha in sé tracce profonde della nativa Sicilia nella forte compenetrazione di una tonalità sanguigna e abbagliante con il nero assoluto che prefigura l’abbraccio inevitabili che tutti ci attende, quella soglia inquietante e tenebrosa a un oltre che si fa vivo già nell’ora che stiamo – non di rado inconsapevoli – trascorrendo. (…) La poesia di Francesco Randazzo è una lastra fotografica sensibilissima che emoziona e lucidamente registra la ragioni del cuore (del suo e del nostro). (…) I poeti, come i profeti, sanno vedere oltre, lontano e, come Nathan fece con Davide, possono scuoterci, tirarci fuori dalle nostre bolle di transitoria e deleteria onnipotenza.”

Ogni parola è un’invenzione,
ogni suono è una scoperta,
ogni silenzio è rivelazione.

Di tutte le lingue del mondo
quella che ha tutte le risposte
è proprio quella che non sai.

Perché il mistero ti abita
e tutto è inconoscibile,
persino la memoria finge,
senti solo il pulsare dentro
ogni respiro, ti emozioni
per l’attesa, tempo sospeso,
quando tutto è possibile,
quando tutto si dissolve,
tra la terra e il cielo sta
quel che vibra segretamente,
è un battere freddo d’ali,
o lo schianto bruciante,
o la risata flebile di un vecchio,
o la forza d’un abbraccio,
o lo sdegno per il tradimento,
o l’incoscienza di un amore,
o l’invenzione di un Dio amico,
o il divino segreto senza nome.

Francesco Randazzo è scrittore e regista. Laureato in Regia, all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma, nel 1991. È attivo in Italia e all’estero come regista e autore per importanti teatri e festival. Ha pubblicato con vari editori, testi teatrali, poesie, racconti e quattro romanzi; ha ottenuto numerosi riconoscimenti in premi di letteratura e drammaturgia nazionali e internazionali. Parallelamente ha svolto attività didattica con corsi di recitazione, regia, drammaturgia e scrittura creativa, storia dello spettacolo, stages e conferenze per varie istituzioni pubbliche e private.

Nico Mariani – Maria Michelini “Nel labirinto. Breve viaggio tra emozioni e letteratura”, NeP Edizioni

Le emozioni giocano un ruolo fondamentale nell’esistenza umana. Tuttavia, in un mondo sempre più virtuale e frenetico, è sempre più frequente cadere nella trappola delle false emozioni e allontanarsi così da un contatto autentico con il nostro mondo interiore.


Ecco allora che per consentire alla nostra identità di prendersi il tempo che merita, possiamo affidarci all’arte della scrittura che da sempre, attraverso la parola, è in grado di tradurre gli stati d’animo più profondi e sinceri.
Questo libro rappresenta proprio un percorso nel labirinto delle emozioni.

Paura, noia,
nostalgia, vergogna, felicità, ira, sensi di colpa e di solitudine sono indagati dagli autori nel loro
riscontro nella storia della letteratura.


Dalla Commedia di Dante al tedio di Leopardi, passando per il furor d’amore in Ariosto, viene data importanza alle singole parole, all’etimo, per poterne cogliere l’essenza più intima e amplificarne il potere evocativo.
La lettura antologica di liriche e passi d’autore è il filo di Arianna del percorso: una guida nel labirinto dei sentimenti, delle emozioni, del sogno, affinché, attraverso la scoperta del mondo interiore dei poeti, possiamo imparare a dare un nome alle emozioni che vivono dentro di noi.
La necessità di sintesi ha portato gli autori a selezionare alcuni passi letterari ed escluderne altri, senza alcuna pretesa di esaustività, con lo scopo dichiarato di lasciare al lettore la libertà di continuare a navigare anche verso tutti gli altri “porti” poetici che sentirà il bisogno di esplorare.

AUTORI
Nico Mariani ha 46 anni e vive a Roma. Laureato in lettere, è docente nei licei. Da anni si occupa di formazione di giovani e adulti. Ha collaborato all’organizzazione di manifestazioni artistiche e alla pubblicazione di atti di convegni. Organizza eventi finalizzati alla diffusione della cultura letteraria. È relatore in incontri letterari presso librerie romane e centri di
aggregazione, anche in collaborazione con altri docenti e scrittori. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo libro.

Maria Michelini è romana e ha 80 anni. È stata insegnante di lettere nelle scuole medie e superiori. È consulente familiare e nel tempo ha approfondito lo studio della Gestalt. Ha organizzato incontri di gruppi di studenti per promuovere un maggior grado di consapevolezza delle emozioni e dei comportamenti. È appassionata di psicologia, letteratura e poesia. Questo è il suo primo libro.


Carmelo Sardo “Le notti senza memoria”, recensione di Adriana Sardo

È un romanzo elaborato, che travolge il lettore in un vortice di passione, gelosia, tormenti,
rimpianti, pubblicato da Bibliotheca Edizioni nel mese di ottobre 2024.

La sinossi
Nell’ultimo segmento della sua vita tormentata, Carlo ripercorre l’amore folle per Nora, donna fascinosa conosciuta in un bar quando lei aveva vent’anni e lui trentadue. Di notte, nel sogno, vive
la sua imponente passione, mentre nella vita reale con lei le cose sono molto diverse. Sarà un incidente stradale a liberarlo dai fantasmi del passato e a fargli scoprire una verità sconvolgente.

L’illustre autore, con questa elaborata opera, conduce i lettori in un viaggio rapinoso ed imprevedibile, tra sogni, paure, gelosia, ricordi, rimpianti, reali o presunti.
Narra, magistralmente, l’amore passionale del protagonista Carlo per la giovane Nora, affascinante donna, conosciuta in un bar, che diviene per lui un’esperienza annichilante, capace di mettere sottosopra tutte le sue certezze.
Carlo, con la sua fragilità, emotiva e psicologica, è travolto da un amore senza tempo, un amore che sembra sfuggire dalle sue mani, che continua a bruciare dentro di lui, che lo fa sognare e allo stesso tempo lo fa soffrire per le sue scelte fatte o non fatte.
La sua ardente passione e i fantasmi del passato “divorano” il suo animo, facendogli provare una varietà di forti sensazioni, fino ad indurlo a sprofondare nella totale disperazione.
Sarà un incidente stradale a costringerlo, inaspettatamente, a riscrivere la sua vita.
Ogni pagina di questo romanzo è emotivamente coinvolgente, contiene: intrecci narrativi che catturano l’attenzione e suscitano la curiosità, una realistica e complessa descrizione dei personaggi, scene dettagliate che creano immagini vivide nella mente del lettore, trasportandolo direttamente nella storia.
Il percorso tormentato del protagonista ci invita, in particolare, a riflettere sulla “bufera” che si scatena nell’animo umano, per effetto della potenza struggente dell’amore ma anche sulla condizione ineludibile dell’esistenza che pone l’uomo di fronte alla necessità di scegliere, di dare forma alla sua vita, accettando, però, le sfide e le responsabilità che ne derivano.

Adriana Sardo solamente omonima dell’autore

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Carmelo Sardo “L’arte della salvezza. Storia favolosa di Marck Art”, recensione di Adriana Sardo

Carmelo Sardo “Dove non batte il sole”, recensione di Adriana Sardo

Carmelo Sardo “Le notti senza memoria” Bibliotheka Edizioni

Walter Veltroni “Buonvino e il circo insanguinato”, presentazione

«La squadra che circonda Buonvino è un po’ improbabile: c’è un narcolettico, uno che crede alle fake news, un ipovedente, un altro che parla al telefono con la figlia morta. Volevo dimostrare che la perfezione non esiste. Quando si evoca un normotipo, in realtà si evoca qualcosa di inesistente e autoritario. Buonvino riesce a estrarre da ciascuno il suo talento.
«È accogliente, uno che sa fare squadra, che non parla sempre di se stesso, rispetta gli altri, non ama la violenza, fa perfino fatica ad arrestare le persone perché sa che comunque è un momento di dolore.(dall’intervista di Annalisa Cuzzocrea La Stampa 8 ottobre 2024)

È lo stesso Veltroni in questa intervista a indicarci le caratteristiche peculiari del suo commissario, diverso sicuramente dalle figure più diffuse dei commissari. Siamo al quinto romanzo e il Buonvino è questa volta alle prese con una morte particolare che pare essere legata solo al caso e alla sfortuna. Ma qualcosa non lo convince dentro questa grande famiglia che è quella del Circo che ha preso posto al Parco dei Daini, nel territorio di competenza del commissariato di Villa Borghese. Ha notato la presenza di sentimenti poco umanitari e che fanno parte di quel sentimento che potremmo definire di scarsa attenzione verso il prossimo. Alcune delle domande rivolte dall’intervisttrice sono chiarificatrici per quanto concerne lo spirito che anima il giallo e la visione stessa dell’attuale società che Veltroni vuole trasmetterci. La prima è riferita alla scelta dell’ambientazione del romanzo e non solo fisica

– Perché il circo?
«Perché è un luogo in cui si va con un’ambivalenza di sentimenti. Lo si rispetta, se ne coglie il lato struggente, ma trasmette un senso di inquietudine. Chaplin e Fellini lo hanno raccontato meravigliosamente. Io qui lo uso come luogo di vita totale, dove si sta sempre insieme, i bambini studiano, imparano gli esercizi. Una struttura integrale in cui i pagliacci sono la quintessenza del doppio: fanno ridere e mettono paura. E infatti Buonvino al circo si trova di fronte a un omicidio che non capisce se sia davvero un omicidio».

Con la seguente invece si fa luce su un atteggiamento diffuso oggi nei rapporti con gli altri

– Nel suo romanzo ha un ruolo il rancore cieco, quello la cui ragione non si comprende.
«Perché è pieno di gente che spera solo nel male per gli altri, che si sente nella condizione di dover giudicare chiunque

Così risponde Veltroni, un male oscuro quindi che si sta diffondendo e si sta sostituendo alla comprensione, alla
gentilezza di cui il nostro Buonvino è invece forse l’ultimo paladino.

Un giallo sì, con molte chiavi di lettura.

La sinossi
Roma è nel pieno delle feste natalizie e al Parco dei Daini, nel territorio di competenza del commissariato di Villa Borghese, si è installato il colorato tendone di un circo. Invitato alla prima, il commissario Buonvino ha modo di conoscere i componenti della carovana e avverte tra loro strane tensioni sotterranee. La sera lo spettacolo inizia regolarmente e gli spettatori si lasciano catturare dalla inossidabile magia circense. Durante il numero dei trapezisti, però, la giovane figlia del direttore di scena, Manuelita, mentre effettua un’acrobazia particolarmente complessa e rischiosa cade sbattendo contro l’unica parte dura della rete di protezione. I soccorsi sono inutili, la ragazza è morta sul colpo. Tutto lascia credere che si sia trattato di un terribile incidente, una sciagurata fatalità. Ma Buonvino intuisce che qualcosa non torna e si mette a indagare scoprendo che, spente le luci della pista, tra i membri di quella che a un primo sguardo sembra una grande famiglia unita e solidale covano sentimenti di rancore, invidia, odio. E anche qualcosa di più.(da Marsilio Editori)

Dello stesso autore su tuttatoscanalibri

Assassinio a Villa Borghese,

Buonvino e il caso del bambino scomparso

C’è un cadavere al Bioparco

Buonvino tra amore e morte

Le pagine di tuttatoscanalibri più visitate nel mese di ottobre 2024

Carlotta Fruttero “Alice ancora non lo sa”, recensione di Salvina Pizzuoli

Anna Magistà “In fondo al mio castello”; NeP Edizioni

Han Kang “Convalescanza”, recensione di Salvina Pizzuoli

Intervista ad Hans Tuzzi

Laura Pavia “Comporre la quiete” NeP Edizioni

Silvio Governi “La lista di Greta”, recensione di Antonia del Sambro

Simon LeVay “Attrazione, amore, sesso. La parola alla scienza” Express Edizioni

Daniela Alibrandi e la trilogia “Crimini del labirinto”

Linda Di Martino “La donna d’oro”, presentazione di Salvina Pizzuoli

Dario Voltolini “Acqua chiusa” Oligo Editore

Lothar T. Payne “L’apparizione di Baozhai”, Fanucci Editore

Genere: Horror young adult

Fanucci Editore

«Sono il tuo sogno? Accidenti, sai davvero parlare alle donne.»
«Ma no» protesta lui. «Cioè, sì, il fatto è che sto sognando.
Ti sogno ogni sera. Tutto questo non è vero.»
«Mi sogni ogni sera? Be’, grazie.
Però ti garantisco che tutto questo è vero, verissimo» insiste la ragazza.

Providence, 1906. Howard Phillips Lovecraft ha solo sedici anni, ma mostra già il potenziale per diventare il “solitario di Providence”: scrive poesie, racconti e autopubblica bollettini scientifici; è un ragazzo attivo, appassionato di chimica, astronomia, ama leggere i romanzi di Poe e Wells così come alternare escursioni a piedi e in bicicletta nei paraggi della sua città.

Agli occhi degli altri è un tipo strambo, uno che salta la scuola e fa visita a un alienista a causa dei suoi terribili mal di testa, ma a lui non interessa. Spesso si rifugia nei sogni, dove scopre cose che gli altri non vedono: pianeti sconosciuti, luoghi tenebrosi, creature terrificanti. E poi c’è lei, Baozhai Carter, di origini cinesi e inglesi, occhi a mandorla e aria sbarazzina, linguacciuta e con coraggio da vendere. Peccato si tratti solamente di un’apparizione onirica, o almeno di una sua parte, eppure è così intrigante da sembrare reale. Nei suoi sogni, Howard la incontra e vive le sue avventure, la aiuta a risolvere misteri e a tirarsi fuori dai guai. Finché, un giorno, Baozhai bussa alla sua porta…

Un’amicizia che presto si rivelerà essere la chiave per salvare il mondo reale, sempre più intrecciato a quello dell’incubo, in una lotta priva di confini tra sogno e realtà, dove la scienza meccanica e l’amore saranno le uniche armi per non cedere alla follia. Attraverso il meccanismo del “sogno lucido”, il giovane H.P. Lovecraft riesce a vivere storie fantastiche e orrorifiche al tempo stesso, scoprendo notte dopo notte che un gioco più grande dell’umanità sta per compiersi e porterà a un’invasione aliena di immani proporzioni. I mostri di Cthulhu sono pronti a prendere il nostro pianeta…

Lothar T. Payne è il nom de plume di un collettivo composto da Lucia Perrucci, Jacopo Olivieri, Christian Antonini e Christian Hill, uniti dalla passione per Lovecraft e la sua produzione letteraria, ma il segreto della sua vera natura è svelato nel secondo capitolo della serie Gli incubi di Howard Lovecraft. L’apparizione di Baozhai è il primo volume a entrare nel catalogo Fanucci Editore.

Roberto Celestre “SALADINO. Il sovrano cavaliere”, Graphe.it

Saladino, figura leggendaria del XII secolo, ha lasciato un’impronta indelebile nella storia. Questo libro, scritto da Roberto Celestre e arricchito dalla traduzione della Cronaca di Ṣalāḥ al-Dīn di Ibn Khallikān, offre uno sguardo approfondito sulla sua vita e le sue imprese. Dalla riconquista di Gerusalemme allo scontro con Riccardo Cuor di Leone, Saladino continua a incarnare l’ideale del cavaliere perfetto. Una biografia che unisce passato e presente

Graphe.it

Salāh al-Dīn, noto come Saladino, è tra gli indiscussi protagonisti del XII secolo nello scacchiere mediorientale. La sua popolarità è ancor oggi senza eguali non soltanto nel mondo arabo, tanto da essere considerato vera incarnazione del cavaliere perfetto. Di origine curde, nacque a Tikrīt nel 1138. Si mise in mostra quando nel 1163 partecipò alla spedizione nell’Egitto fatimide al seguito dello zio Shīrkūh, comandante dell’esercito del sovrano zenjide Nūr al-Dīn, conclusasi nel 1169. Morto improvvisamente lo zio, Salāh al-Dīn divenne prima visir (primo ministro) d’Egitto, quindi nel 1171 pose fine al califfato fatimide del Cairo. Alla morte di Nūr al-Dīn (1174), seppe diventare l’unico fautore dell’unificazione dei territori musulmani ponendo Siria, Egitto, Yemen e Mesopotamia settentrionale sotto la propria autorità. Nel 1177 si dedicò alla riconquista dei territori di Siria e Palestina ancora in mano ai crociati, sbaragliando l’esercito il 4 luglio 1187 a Hattīn e riconquistando Gerusalemme il 2 ottobre. Nello scontro con Riccardo “Cuor di Leone”, alla guida della terza crociata, fu sconfitto ad Arsūf e siglò il trattato di pace il 2 settembre 1192. Pochi mesi dopo, il 4 marzo 1193, Salāh al-Dīn si spense nella sua amata Damasco.

Questa monografia si compone di un profilo biografico e della traduzione dall’arabo della Cronaca di Salāh al-Dīn tratta dal Wafayāt al-a’yān di Ibn Khallikān (m. 1282), proposta per la prima volta in lingua italiana.

ROBERTO CELESTRE è ricercatore indipendente laureato in Lingua e Letteratura Araba con indirizzo storico all’Istituto Universitario Orientale di Napoli. Ha trascorso due anni al Cairo svolgendo corsi di specializzazione di storia islamica medievale in lingua araba alla Cairo University e ha frequentato le università di Ayn Shams (Cairo, Egitto) e Muhammad V (Rabat, Marocco). L’ambito di ricerca è la storia islamica medievale, con particolare attenzione alla storiografia araba contemporanea delle crociate e alla manualistica militare nell’Islam medievale. Relatore di Islamistica alla Facoltà Teologica “S. Bonaventura” (Roma) nel 2016, è socio dell’Istituto per l’Oriente “Carlo Alfonso Nallino” e di MESA (Middle East Studies Association). Ha curato e tradotto dall’arabo il trattato Consigli sugli stratagemmi di guerra (Il Melangolo, 2013) di al-Harawī, oltre ad aver pubblicato interventi su diverse pubblicazioni scientifiche del settore.

Hans Tuzzi, “Colui che è nell’ombra”, recensione di Alberto Genovese

“Varianti”, Torino, Bollati Boringhieri, 2024, br., 176 p., 16 €.

La poetica di questo romanzo, intendo il pensiero e la weltanschauung che sostanziano un’opera di narrativa, sta in buona evidenza sia nell’esergo (“Vada ciascuno in traccia di colui che è nell’ombra”, ma di questa ombra ne parleremo oltre) sia in due righe che si leggono nella prima pagina: <<Era un’altra Italia – era un altro mondo. E a descriverlo oggi, è difficile crederlo>>. L’altra Italia sono gli anni Trenta (<<quando ancora esistevano un Re divenuto Re Imperatore e una Consulta Araldica, e un nuovo Impero, benché in cartapesta>>). L’altro mondo, o meglio il mondo altro, è il mondo dell’anima, la terra natìa intesa come luogo in cui lo spirito si è formato, il focolare dei ricordi dove brillano le ultime faville di un mondo arcaico e fiabesco. Questa patria delle radici è il Friuli, e innominato scenario della vicenda è un borgo contadino. Là sorge, collinosa e inquieta, una villa nobiliare, dove i fatti del romanzo hanno il loro inizio, con una data da calendario (il 12 ottobre 1937: vano sfruculiare internet, nulla di memorabile accadde quel giorno) e avranno un loro epilogo ai nostri giorni, con una farsesca palingenesi. C’è da dissentire, e felicemente, con l’autore quando protesta la difficoltà di credere oggi nella rappresentazione che si può dare di quel piccolo mondo antico: al contrario, esso rivive in pagine di memorabile incanto. Qualche esempio:

<<(…)chi viveva fra mare e paludi mentre affondava il piede nell’umido spessore dei càrici sentiva di avanzare verso le età quando fiumi e mari erano un’acqua sola e gli antichi dèi camminavano fra i boschi e, chiuso in quell’orizzonte che sapeva avvolgerti, e confonderti, e smemorarti, sapeva dove correvano le nuvole e gli stormi di germani: alle alte vette innevate, dove l’anima soffre meno l’esilio(…)>>.

<<Sin da ragazzo, vagando per i colli boscosi, il mio Plutarco in saccoccia, prestavo ascolto al vento e al silenzio, e nella dolcezza del digradare del verde all’ora che il cuculo canta lontano, e il suo canto     risuona da un colle all’altro, alto oltre il seno della valle, e gli armenti ruminano laboriosi all’ombra  di un folto, e un lieve incresparsi dell’aria pare l’antica voce segreta dell’eterno Pan(…)>>. 

Pronubi la memoria e la nostalgia verso un mondo (<<bello e per sempre perduto… ricco nella sua povertà>>) e una società colti nel loro tramonto, prima che ne andassero smarrite rettitudine e autenticità, la lingua di Hans Tuzzi si dispiega in tutta la sua bellezza elegiaca. Il libro è prodigo di brani come quelli appena citati, e lasciamo ai lettori la felicità di scoprirne altri.
Nonostante l’autore faccia dire a un personaggio del romanzo che Pasolini non gli piace, l’ambientazione friulana della storia, gli ampi scorci dedicati al mondo contadino, i frequenti inserti dialettali rendono inevitabile l’accostamento al poeta di Casarsa, quantomeno nel sentimento di doglianza e di indignazione (si veda il furore dialettico nel capitolo che chiude il romanzo) per la frattura dissipativa e volgare del “moderno” rispetto alla schiettezza e nobiltà dell’”antico”. La distanza da Pasolini è tuttavia altrettanto evidente, e consiste nel valore assegnato al tempo perduto: se lo sguardo di entrambi è affisso al mondo contadino, quello di Pasolini fu antropologico e politico, metafora e filo rosso del suo pensiero protestante. La ruralità friulana evocata in questo romanzo da Hans Tuzzi è invece assente, o del tutto incidentale, nella sua precedente e nutrita bibliografia. Non le è consustanziale.  Posto che Colui che è nell’ombra non risulta ispirato a vicende storiche, la predilezione del Friuli come inedito (per il nostro autore) spazio dell’azione romanzesca sembra dettata più da un’urgenza biografica che da una necessità geografica dell’invenzione. Se tuttavia il debito di ricordi prevale sulla toponomastica, la terra di formazione ha una “resa” arcaica e numinosa che rende incerto il confine fra la necessità e l’invenzione. La magia dell’infanzia e della nascente coscienza dell’uomo-narratore (fosse pure la voce narrante) si è realizzata   in “quel” luogo e non in un altro. Il Friuli diviene allora il focolare dell’anima (l’intraducibile heimat dei tedeschi), la toponomastica del ricordo, cantato con lirica partecipazione da un brano rivelatore della speciale affezione dell’autore per l’età del mito, aurorale provvidenza, Eden pagano da cui l’uomo si è separato:

<<La pietra della mia terra, le pietre: eterne, potenti, contemporanee a ogni età perché racchiudono l’anima del mondo, ne sono la gran madre, sogni degli dèi, non donne né eroi, ma qualcosa di più antico, di precedente le donne e gli eroi, dèmoni primevi, prototipi di umanità che la Natura, trovandoli troppo smisurati, ha abbandonato nel sonno degli evi antichi>>.

Che il Friuli sia o meno un’occasione narrativa, si ravvisa con la sua antecedente produzione il punto di continuità: il concetto di “svilimento della grammatica di una civiltà”, espressione molto cara al nostro. Il tema dell’italico declino morale permea, infatti, Colui che è nell’ombra e ne sostanzia l’ultima parte. E si può anzi dire che, pur senza invadere le esigenze della fantasia e della lingua, tale questione, il nostro presente degrado politico e civile, già delineata lungo la serie delle indagini del commissario Melis (2002-2022) e non estranea a Vanagloria (2012), trova qui una sua compiuta enunciazione, come se vi si adempisse a un dovere e si presentasse il conto di un’idea.
Il libro narra le vicende di quattro generazioni di nobili (dal 1937, anno fondativo della narrazione, sino a indeterminati tempi odierni), ciascuna con i suoi scorci d’ombra. Come fosca e con sprezzature gotiche è l’antica dimora di famiglia: una villa secentesca, dove ha luogo per gran parte la storia. La descrizione del palazzo è un pezzo di virtuosismo: oltre a sapienti pennellate di scuro (<<… di notte, nelle notti senza luna, quando le ombre degli alberi correvano lungo la via bianca, e voci misteriose ne percorrevano le fronde, allora la villa, in alto, visibile dopo la penultima curva, appariva davvero pallida come il volto di un morto>>), lo scrittore ci restituisce in poche righe la cupezza dell’edificio, con un lessico allo stesso tempo preciso e immaginifico, accompagnando all’aggettivazione lirica una prosa denotativa, a tratti quasi “tecnica”:

    << …un rettangolo di due piani alti ciascuno quasi quattro metri. La facciata contava due ordini di sette finestre perfettamente simmetriche. All’imponente e severa solennità della struttura esterna l’ampio loggiato centrale scandito da quattro colonne doppie aggiungeva un ulteriore asse di simmetria poiché su di esso poggiava una balconata che si estendeva lungo le tre finestre centrali e in corrispondenza con esso si elevava, dal secondo piano del corpo centrale, in asse con la balconata, una torre a timpano con al centro, in rilievo, lo stemma di famiglia…>>. 

(E vien fatto di pensare alla rapsodica querelle sulla indolenza e sulla spocchia che affliggerebbero gli scrittori quando si tratta di soffermarsi sui manufatti e sulla tecnologia, ovvero di narrare la pragmatica dei dettagli e degli ingranaggi. Ma questa è roba per grandi critici…)
Ai lettori storici di Hans Tuzzi non sfuggirà, già dalle prima pagine di Colui che è nell’ombra, il possibile parallelo con Città di mare con nebbia (2015). Contigua è l’atmosfera di tenebre, diversa è tuttavia la riuscita timbrica: espressionista e immaginifico questo, senza obbligo di realtà; fosco ma incardinato negli eventi storici quello. Salvo due camei di gotico e sapiente bulino: l’infernale figura del “conte Folle“ e il misterioso suicidio della contessa Eleonora. Rimane per entrambi i titoli la fratellanza della lingua alta, che in Colui che è nell’ombra, per effetto del velo nostalgico, vira felicemente verso il lirismo.
Il romanzo si apre con una scena icastica: il conte Costanzo Avogadro, capitano di cavalleria, tornato in licenza dal suolo etiope, si trova dinnanzi il primogenito neonato. Invece di abbracciarlo con cura paterna rivolge all’infante <<uno sguardo di azzurra fermezza distillata da secoli di sangue blu. Uno sguardo spietato sulla natura profonda dell’animale uomo che ha poi attraversato il suo [del padre] intero, breve percorso terreno>>. Sarà il primo anello di una sotterranea lotta di potere fra padri e figli che vedrà coinvolte quattro generazioni, sino al drammatico epilogo, quando si consumerà il lento processo di erosione di una classe sociale a cui la storia ha voltato le spalle, e che con la storia, ovvero con l’aspetto più gaglioffo e reazionario della società italiana di questi nostri ultimi anni, l’ultimo degli Avogadro deciderà di contaminarsi. A sprezzo del vanto di separatezza della stirpe aristocratica dalla canea del soldo borghese e politicante. Così il lettore si spiegherà l’algida accoglienza che il conte Costanzo aveva riservato al suo primogenito (che peraltro lo ricambierà di simmetrica disaffezione), avendo intuito che era il primo pollone della decadenza. È soprattutto attorno a questo Cesare (che genererà un Curzio, che darà vita a sua volta a un Costanzo neonazista, chiudendo il cerchio con la logica degli opposti) che il romanzo prospera di felici invenzioni narrative, popolandosi di personaggi collaterali, sapidi e indimenticabili: Cussistà, un colosso reduce del Vajont, e da allora votato all’accudimento; Adair Macnab, uno scozzese delle terre alte, <<forse non vecchio ma senza età>>, gran conoscitore di cani, in fuga da una colpa antica; Genj di Nutte, seminarista, poi partigiano, poi prete e missionario; un cane eroico e persino un mansueto leone. E segnaliamo al lettore in pectore di questo libro anche una memorabile descrizione di una caccia alla volpe, patetica e cafona imitazione di una nobiltà svanita. La lunga descrizione della scena è un pezzo di ispirato virtuosismo linguistico.
E come sempre, nella bottega di Hans Tuzzi non mancano i tòpoi di conversazioni colte (si veda la disputa sul carattere delle lingue fra il conte Costanzo e un ambasciatore ospite), di note fulminanti, di incisi sapienziali, di simposi e passeggiate colte (ciò che l’autore stesso riassume con una bella locuzione come   <<certe affascinanti ragioni di meditazione>>); e di quell’inserto comico, mai assente,  con il quale asciuga d’improvviso quelle virgiliane lacrymae rerum a cui Tuzzi discretamente accenna in tutta la sua opera, e per pudore sempre tace. E quando, appunto, gli prende la malinconia del mondo, celia: qui racconta di un prelato che <<…pensò che nominare il pelo, e in relazione alla carità, che è femminile, e squisitamente umana, e dunque dagli artisti rappresentata da donna che per natura il pelo lo ha solamente….nominare il pelo non confaceva a un innocente>>.

La voce narrante del romanzo è quella di un giovane, Ménico, che diverrà amministratore della proprietà degli Avogadro. Il conte Costanzo, giudicando imminente la guerra e presentendo la sua morte, gli intima un giuramento: che continui a vegliare sulla casa e di <<restare per sempre vicino alla mia famiglia. Capisci? Per sempre! Giura!>>. Sarà questo “per sempre” che consentirà a Menico di continuare a narrare la sorte degli Avogadro e della loro dimora oltre i confini biografici che gli sarebbero consentiti. Il conte Costanzo esigerà che si sottoscriva fra loro anche un patto sovrumano: <<chi di noi primo trapasserà il confine tra ciò che chiamiamo Vita e ciò che chiamiamo Morte, il secondo giorno di novembre successivo alla dipartita, essendo esso il giorno della festività dei Defunti, allorché incerti si fanno i confini e i varchi sono aperti, egli, Corporeo o Incorporeo, comparirà allo Stipulante sopravvissuto per rivelargli il mistero che tutti ci attende>>. Lasciamo ai lettori di sapere se questo avverrà o meno, e sotto quale fattispecie. Resta singolare l’artificio narrativo di concedere alla stessa voce narrante di un vivo di continuare a raccontare ciò che accadrà dopo la sua morte cosicché, morendo all’autore, dà all’autore la libertà di muoversi e trapassare i muri dello spazio e del tempo della narrazione.
Ma chi è Colui che è nell’ombra, come recita il titolo dell’opera? È il tenebroso committente di un esoterico gioco divinatorio che si nasconde nei simboli di un mazzo di dieci carte di sapienziale fattura? E quale Ombra lo cela?  O forse che il Male, come Ménico intuisce in un sogno, non è allo stesso tempo la persona e la cosa che la abita?  Il soggetto, che reclama la cerca di Colui, è egli stesso Colui, nonché egli stesso l’inconsapevole ricetto, cioè l’Ombra, della delittuosa sostanza che si è insinuata sin dall’inizio dei tempi nella nostra coscienza. Di fronte alla vastità di una simile questione e alla sua occulta pervasività nella vita individuale e nella Storia, la letteratura può metterne in scena l‘inquietudine, bisbigliare suggestioni e indizi, come Mènico in un suo caliginoso sogno (di sogni ne farà due, uno da vivo e uno da morto):

<<E io adesso intuivo cos’era il Male: era un’ombra, una macchia dalla quale non potevi non essere contaminato. Vittima o oppositore, entrava in te, era in te, ti costringeva a pensarlo, a saperlo presente, a scendere sul suo terreno. E il suo segno era una cupa, indefinita paura>>.

La paura che nessuno possa dirsi innocente sino in fondo (“Se consideri le colpe, Signore, Signore, chi ti potrà resistere?”, già declamava il salmista) afferra anche Ménico, con uno sgomento cosmico:

<<Quali animali strisciavano, correvano, volavano in quella notte? Una preghiera contro l’oscurità? Dov’era Dio, in quell’ora? Dove, oltre il buio? Chi difendeva la Casa della Vita? Chi la minacciava?>>.

La risposta che si dà Ménico è il ritorno alla deità classica:

<<No, non mi sovvenne una preghiera al mio Dio, ma i versi venerandi di un pagano: “Verso la metà della notte, quando i cani e gli uccelli tacciono, allora l’uomo memore degli antichi riti, l’uomo che teme gli dèi…”. L’uomo timorato… gli antichi riti…>>,

in assoluta coerenza con la postura linguistica dell’autore, profondamente (e pensiamo orgogliosamente) debitore alla letteratura classica, evidente nella nitida bellezza della frase e nel suono apollineo che illuminano molte pagine di questo Colui, più e meglio di altri suoi precedenti romanzi, essendone questo una sorta di summa.
Né si può trascurare una più alta e definitiva questione che Ménico, voce narrante dall’aldilà, come si è detto, per causa di una promessa e di una carta destinale, rivolge a sé stesso in un soliloquio in cui si danno convegno, fra molti altri, con lampi di parole, il greco dell’eterno ritorno delle cose (per il quale pensiamo che Tuzzi parteggi), Kant, Pascal, Ivan Karamazov… Vale la pena di riportarlo almeno in parte.

<<E questa immensa Potenza, questo Uno che può far così tanto, come può tollerare il Male, la fame, la malattia, la morte, la sofferenza dell’innocente, del bambino infilzato su una picca, del cucciolo straziato dallo sciacallo? La risposta è una sola: quest’Uno non ha né Bene né Male, è solamente fluire di vite, senza premio o pena che non sia su questa terra, paradiso dei forti, dei violenti. Ma, se così fosse, perché sono qui?>>.

Si capisce che Tuzzi cerca un redde rationem del suo pensiero di uomo, oltre che di letterato, lavorìo inaugurato, con accenti più brillanti, in Vanagloria (2012) e proseguito, più meditabondo, con Nessuno rivede Itaca (2020) e Ma cos’è questo nulla? (2022). 
Anche in questo suo romanzo, Hans Tuzzi si concede volentieri al lessico prezioso, più che in altre sue opere: aucupario, cacume, sollo, schidionato, navalestro, sfaglio, matreggiare eccetera, hanno qui una maliziosa ragione, ovvero quella di antergare, se così si può dire, la cronologia del linguaggio, marezzando la narrazione di termini consonanti con i tempi che vengono narrati. Ciò che si potrebbe altrimenti definire “mimetismo linguistico”, se non fosse che l’autore si contiene nel pigiare il pedale del desueto per non appesantire la fluidità del racconto e non scivolare nel dandismo lessicale. Ma se qualcosa abbiamo compreso leggendo le opere di Tuzzi, c’è anche una sottintesa ragione politico-letteraria nell’uso del vocabolo tramontato: la rivolta contro la disarmante sciatteria della prosa di molti contemporanei.
Si ritrovano in questo romanzo tutti i temi delle altre opere che l’hanno preceduto, quali la poetica, la postura narrativa, il vagabondaggio erudito, il lirismo, il celato sentimento del sole che “risplende sulle sciagure umane”, lo sguardo corrosivo e impotente sulla decadenza e la volgarità dei costumi, la filosofia della storia incarnata nel contrasto delle generazioni. Ma è soprattutto nella lingua che Hans Tuzzi attinge qui il punto più alto della sua produzione: preziosa ed esatta, potente e fascinosa, ordita con la filigrana dei grandi classici, incantevole e a tratti numinosa, essa ci appare, nel presente della nostra letteratura, quasi unica e ultimativa. Anche per questo aspetto, Colui che è nell’ombra si rivela essere il compendio di questo singolare scrittore, silenziosamente protestante, (et pour cause trascurato dai grandi premi), certamente il suo capolavoro. E, quasi fosse un’opera prima, si attende un’opera seconda, per confermarne la grandezza.

Di Alberto Genovese su tuttatoscanalibri:

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Stefania La Via “Persistenze. Parole, memorie frammenti”