Isabel Burton “Verso l’India 1879”, Lorenzo de’ Medici Press

Il viaggio di Isabel Burton dall’Inghilterra – attraverso l’Europa e l’Italia – verso l’India.
Una donna dell’età vittoriana che osserva con attenzione e spirito critico la realtà che la circonda

traduzione di Simona Bauzullo

Lorenzo de’ Medici Press

Per la prima volta in italiano, il diario di viaggio scritto da Isabel Burton nel viaggio compiuto assieme al marito, il celebre esploratore Richard Francis Burton, verso l’India. Un viaggio che è scoperta e osservazione, con la prosa avvincente di una donna dell’età vittoriana che osserva con attenzione e sagacia la realtà che la circonda. Durante tutta la narrazione, Isabel Burton appare libera anche nel linguaggio: il registro che adopera convoglia ogni stile di spontaneità ed è del tutto affine a una conversazione vis-à-vis tra persone comuni. La stesura del racconto non mira alla bellezza o al classicismo letterario, bensì all’immediatezza con cui intende fornire dati al lettore e lasciare che assorba i suoni, i profumi e l’atmosfera che vengono descritti in pagina nella maniera più diretta e concisa possibile.

Oltre agli aspetti pittoreschi e affascinanti del viaggio che attraversa Europa, Egitto e Arabia, il diario di Isabel Burton descrive a lungo anche il nord dell’Italia: Milano, Trieste e Venezia, osservate in un momento cruciale della storia italiana, a pochi anni dalla raggiunta unità nazionale. Messa in ombra dalla fama del marito, scopritore delle sorgenti del Nilo, Isabel Burton visse con lui per diversi anni a Trieste e, sempre insieme a lui, tradusse in inglese per la prima volta Le mille e una notte

«Nonostante tra gli anni ’30 e ’40 dell’Ottocento l’Inghilterra contasse un numero di cittadine di sesso femminile elevato e decisamente superiore a quello degli uomini, la maggior parte delle discipline erano rappresentate e destinate esclusivamente a questi ultimi e al contrario venivano precluse alle donne. La disparita di genere emerge in maniera piuttosto evidente in ogni ambito, incluso quello letterario, che vede le donne costrette a seguire la strada della rinuncia all’istruzione oppure a quella di mettere in pratica le proprie conoscenze attraverso la pubblicazione sui periodicals in forma anonima, senza ricevere cosi alcun credito. In alternativa, un coniuge appartenente a un particolare ceto o inserito in una disciplina scientifica rappresentava una vera e propria opportunità professionale per far fruttare l’ambizione di una donna che altresì non avrebbe avuto modo di realizzarsi nel concreto. Proprio in questo periodo storico, infatti, vengono pubblicati in maniera sempre più frequente volumi scritti “a due mani”, ovvero da uomini e donne, generalmente uniti in matrimonio. Isabel Burton aderisce parzialmente a questo nuovo iter letterario producendo testi scritti in maniera autonoma, ma revisionati o arricchiti dal marito. Tuttavia questa collaborazione attiva svanisce gradualmente, lasciando spazio e autonomia di scrittura all’autrice, la quale non manca in alcun modo di riportare in pagina lodi e storie riguardanti suo marito. Le opere letterarie prodotte dai coniugi in maniera individuale contengono infatti molti riferimenti reciproci e svelano l’autenticità del legame che li unisce, non solo per l’aspetto burocraticamente coniugale, ma relativo all’essenza più profonda delle loro anime. Sin dall’inizio della loro relazione, infatti, l’appartenenza alla dottrina anglicana di Burton lo poneva in una posizione più che scomoda per la famiglia cattolica Arundell, più che mai restia ad accettare una qualsiasi unione tra lui e Isabel. Il carattere determinato e audace di entrambi permise loro di superare ogni barriera sociale, religiosa o d’onore, guidandoli verso una cerimonia clandestina che li rese sposi e complici per la vita che condussero nel rispetto e nella stima reciproci. Pertanto, sin dagli esordi, Isabel e Richard Burton rivelano la loro singolarità come nucleo coniugale, ma anche dal punto di vista individuale. Decidendo di intraprendere una vita insieme a Richard, Isabel sceglie contemporaneamente di essere una fedele compagna di viaggio, pronta ad affrontare esplorazioni oltremare accuratamente dettagliate e destinate a un pubblico di lettori, orgogliosamente riportate in forma scritta solo ed esclusivamente da se stessa. Di queste esplorazioni fa parte anche quella descritta nelle pagine che seguono, avvenuta nel 1875 a fianco del suo fedele compagno di vita. Il viaggio in Arabia, Egitto e India fa crescere nell’autrice una nuova sensazione di meraviglia, che viene accuratamente riportata con tutti i suoni, i profumi, gli usi e i costumi che rivelano nuove identità e realtà, in alcuni punti del tutto estranee a quelle che erano le convenzioni sociali del XIX secolo. La novella esploratrice si inserisce all’interno del racconto in maniera concreta e descrive spesso di aver affrontato alcuni spostamenti da sola, mentre il marito era impegnato in altre attività legate a impegni di stampo intellettuale» (dall’introduzione di Simona Bauzullo).

Isabel Burton (1831-1896) sposò in giovane età l’esploratore Richard Francis Burton, suscitando polemiche per essere, lei cattolica, sposata a un anglicano. Ma la scelta fuori dagli schemi fu solo il via per una vita in cui, per Isabel Burton, superare i confini divenne una precisa impostazione di vita. Assieme al marito viaggiò in gran parte dell’Impero britannico, scoprendo mete come l’Arabia e l’India che ben di rado le donne della sua epoca potevano visitare. Nel 1875 pubblicò Inner Life of Syria, Palestine, and the Holy Land e nel 1879 seguì il racconto di viaggi Arabia, Egypt, India.

Paola Bonifacio “Alberto Martini. Ritratto segreto”, Graphe.it

Il romanzo verità sul grande artista che D’Annunzio chiamava “l’Alberto Martini dei Misteri”, visto attraverso gli occhi della donna che ne f u la più intima testimone, splendida modella e musa: la moglie Maria.

Graphe.it

Gabriele D’Annunzio, che ne ammirava le illustrazioni per la Divina Commedia e per i Racconti di Edgar Allan Poe, lo chiamava “Alberto Martini dei Misteri”. E misterioso, oltre che fascinosamente viveur, Martini lo era davvero. Nei ruggenti anni Venti, fu a lungo il ritrattista ufficiale della Marchesa Luisa Casati, l’indomita “opera d’arte vivente”, che ambiva a esibirsi nel Tetiteatro, sorprendente installazione sull’acqua inventata da Martini stesso. Quelli erano gli anni de La regina di Saba, dipinto che suggellava la scandalosa storia d’amore di Wally Toscanini ed Emanuele Castelbarco; e anche gli anni della tempestosa amicizia di Martini con Margherita Sarfatti, finita tra le incomprensioni, ma foriera di un nuovo, promettente inizio. 

In Alberto Martini. Ritratto segreto, Paola Bonifacio ripercorre la vita e l’opera dell’enigmatico e misogino artista opitergino, attraverso i ricordi della sua musa, modella e più fedele ammiratrice: la moglie Maria Petringa.

«La vita», aveva concluso Alberto ispirato, sollevando lo sguardo verso un punto indefinito sopra di lui, «è un sogno a occhi aperti e il sonno un sogno a occhi chiusi falsato dall’incubo della realtà. Per fortuna possiamo sognare a occhi aperti, e in questo tutti si consolano e si riconciliano con la catastrofica realtà… Così, mentre i veri artisti, veggenti divini, rendono sensibile agli uomini il sogno della vita e quello eterno della morte, nelle infinite forme dell’arte della poesia e della musica, gli artisti inferiori rimangono schiavi delle reali apparenze. Chi vive nel sogno è un essere superiore, chi vive nella realtà, uno schiavo infelice».

PAOLA BONIFACIO, già Conservatrice della Pinacoteca Alberto Martini e referente dell’Archivio dell’artista, quindi Manager dei Musei Civici di Treviso, è specialista in archeologia e storia dell’arte. Autrice e conduttrice di programmi televisivi e radiofonici di soggetto storico-artistico per la RAI del Friuli Venezia Giulia, cura mostre e pubblicazioni d’arte moderna e contemporanea. È membro del Comitato Scientifico di Fondazione Oderzo Cultura.

Le novità del Gruppo Editoriale Fanucci di fine ottobre

HUNTED BY FATE – CACCIATA DAL DESTINO di Shannon Mayer

Traduzione dall’inglese di Vinicius Letale
Genere: Paranormal Romance
Leggereditore
Uscita: 21 ottobre

Torna l’autrice di Taken by Fate: Presa dal destino, primo volume della serie The Alpha Territories, con il sequel Hunted by Fate: Cacciata dal destino, un romantasy destinato a un pubblico new adult e diventato un #booktiktok.

Il re dei vampiri è morto. Ora sono in fuga dal suo folle successore insieme a un principe vampiro gravemente ferito e a una cameriera innamorata di lui. E io che pensavo che i Giochi del Raccolto fossero la parte peggiore… Per non parlare della mia ossessione per il generale dell’esercito dei vampiri, incaricato di guidare la squadra mandata a uccidere me e la mia non proprio allegra banda di disadattati. L’unica possibilità che abbiamo di uscirne vivi è quella di gettarci alla mercé dei vicini licantropi e sperare che non ci facciano a pezzetti. Sono loro la chiave per sconfiggere il neoincoronato “re” Edmund e salvare il regno dei vampiri da un terribile e pericoloso ritorno a tempi ormai dimenticati, dominati dal caos e da una crudeltà incontrollata. Ma per riuscire a negoziare un’alleanza fra due specie in guerra da secoli serviranno un pizzico di astuzia e un’abbondante dose di audacia. È una vera fortuna che io ne abbia da vendere.

Shannon Mayer vive in Canada insieme al marito e il figlio. È autrice bestseller, secondo il Wall Street Journal e USA Today, di numerosi romanzi urban fantasy, paranormal romance ed epic fantasy, di cui la serie Shadowspell Academy scritta insieme all’autrice K.F. Breene: Fanucci Editore ha pubblicato il primo e secondo capitolo, Shadowspell Academy: L’incantesimo dell’ombra e Shadowspell Academy: La magia dell’ombra. Di prossima pubblicazione anche il terzo volume. Leggereditore ha invece pubblicato i primi due capitoli della serie The Alpha Territories, Taken by Fate. Presa dal destino e ora anche il sequel Hunted by Fate. Cacciati dal destino, a cui presto farà seguito Claimed by Fate.

HE GREAT WHEN-IL GRANDE QUANDO di Alan Moore

Traduzione di Tessa Bernardi
Genere: Fantastico 
dal 25 ottobre in libreria
Fanucci Editore

Con The Great When: Il Grande Quando, Alan Moore inaugura una pentalogia dove la Londra che conosciamo lascia il posto alla meraviglia di una città ricca di mistero, magia e pura follia. Mistico, esilarante e splendidamente costruito, The Great When: Il Grande Quando è un’indimenticabile introduzione al fantastico mondo di Long London, scritto da un autore considerato una leggenda.

Trama: Quando Dennis Knuckleyard, giovane apprendista della feroce Ada ‘Cicca’ Benson, viene incaricato dalla rantolante datrice di lavoro di recuperare un lotto di libri da un collega che vuole disfarsene, e si ritrova per le mani un volumetto che in realtà non dovrebbe esistere, tutto potrebbe immaginare tranne che diventare il protagonista impotente e privo di risorse di una serie di disavventure che lo porterà suo malgrado a esplorare una Londra nascosta e pericolosa, di cui quasi nessuno conosce l’esistenza. Tra venditori ambulanti, maghi, pittori surrealisti, boss della malavita e prostitute dai capelli rosso fuoco, lo sventurato diciottenne si ritrova catapultato in una dimensione parallela alla sua, una Londra onirica che trascende il tempo e lo spazio, dove incontra personaggi in grado di trasformare la sua triste e squallida esistenza nella trama di uno strampalato romanzo da incubo dal quale dovrà cercare di uscire indenne.

Alan Moore è uno scrittore inglese, ampiamente considerato come il migliore e più influente autore nella storia del fumetto. Tra le sue opere fondamentali ricordiamo From Hell, V per Vendetta, Watchmen e La lega degli Straordinari Gentlemen. È nato a Northampton, dove vive da sempre. Dopo Illuminations – I racconti fantastici, una raccolta di testi brevi dal potere visionario, torna nel catalogo Fanucci Editore con The Great When: Il Grande Quando, primo volume della nuova serie Long London. L’autore verrà premiato con una Menzione speciale alla carriera all’edizione 2024 del Premio Internazionale Bottari Lattes Grinzane.

IL TRADITORE di Tom Wood

Traduzione dall’inglese di Laura Pettazzoni
Genere: Thriller
TimeCrime
Uscita: 25 ottobre

Il nuovo elettrizzante romanzo di Tom Wood vede il suo antieroe Victor finalmente in prigione… ma per un crimine che non ha commesso.

Qualcuno lo ha incastrato. Per questo pagherà.  Quando Victor viene arrestato per un omicidio che, una volta tanto, non ha commesso, l’unica via d’uscita per un killer del suo calibro è la fuga. Ma qualcuno lo vuole dietro le sbarre, sorvegliato da agenti della polizia che non hanno idea del mostro con cui hanno a che fare. Ben presto, però, i suoi compagni di prigionia si rendono conto che non è lui a essere intrappolato lì dentro con loro, ma sono loro a essere rinchiusi in una gabbia con il più pericoloso dei criminali. E Victor ha una missione: scovare il traditore. Un thriller ad alta tensione, una storia di bugie e tradimenti con protagonista un assassino professionista accusato, solo in questo caso, ingiustamente. Il decimo volume della serie Victor l’assassino di Tom Wood è la lettura ideale per chi ama gli scontri a fuoco e le fughe al cardiopalma, perfetta per tutti gli estimatori di Lee Child e James Patterson.

Tom Wood è considerato uno dei maestri del thriller internazionale. È nato nello Staffordshire, in Inghilterra, e oggi vive a Londra. Il traditore è il decimo romanzo della serie che vede come protagonista lo spietato sicario Victor, preceduto da Killer, Nemico, Il gioco, La caccia, Il giorno più buio, Nessuna scelta, Scontro finale, Uccidi per me e Un uomo tranquillo, tutti pubblicati da Timecrime. Victor è ormai un personaggio di culto, tanto che Killer, primo capitolo della serie, è diventato un film (2016) per la regia di Pierre Morel.

RITORNO DELLA GUARDIA CREMISI di Ian Cameron Esslemont

Traduzione dall’inglese di Roberto Vitellini
Genere: Fantasy epico
Fanucci Editore
Uscita: 25 ottobre

Epico e travolgente, Ritorno della Guardia Cremisi è il secondo volume della tumultuosa storia sull’Impero Malazan creato da Steven Erikson, per i fan di John Gwynne e Anthony Ryan. La Guardia Cremisi, la famosa compagnia di soldati mercenari, è in marcia verso Quon Tali, il cuore dell’Impero, ma all’interno delle sue file deve affrontare nuove sfide, disordini e ambizioni pericolose. Alcuni elementi dell’élite puntano infatti al raggiungimento di un potere superiore, arcano e dai fini oscuri e misteriosi. Nel frattempo, i generali e i maghi dell’Imperatrice Laseen sono spazientiti nei confronti di quella che considerano una cattiva gestione dell’Impero. Ma Laseen sta davvero perdendo l’autorità e la capacità di governare o è solo una farsa? È forse un modo per sfruttare la rivolta e stanare una volta per tutte gli ultimi fastidiosi sopravvissuti ai tempi del suo predecessore Kellanved?

Ian Cameron Esslemont è nato nel 1962 a Winnipeg, Canada. Laureato in Scrittura creativa, ha studiato e lavorato come archeologo, ha viaggiato molto nel Sudest asiatico e ha vissuto per diversi anni in Thailandia e Giappone. Ora vive a Fairbanks, in Alaska, con la moglie e i figli, e sta attualmente facendo un dottorato di ricerca in Letteratura inglese. Dopo Notte dei coltelli, già pubblicato da Fanucci Editore, Ritorno della Guardia Cremisi è il secondo romanzo della serie Una storia dell’Impero Malazan, composta da altri quattro volumi: Stonewielder; Orb Sceptre Throne; Blood and Bone e Assail, tutti in uscita in questa collana.

I DRAGHI DELL’ETERNITà di Margaret Weis e Tracy Hickman

Traduzione dall’inglese di Annarita Guarnieri
Genere: Fantasy
Fanucci Editore
Uscita: 25 ottobre

Una ragazza intrepida e i suoi amici hanno inavvertitamente alterato la Storia del loro mondo, e ora devono cercare di ripristinare il tempo in questa emozionante conclusione della trilogia Dragonlance Destinies. Quando Destina Rosethorn e i suoi compagni sono stati trasportati in un’epoca precedente alla loro nascita, ai tempi della Terza Guerra dei Draghi, la Gemma Grigia di Gargath ha portato il caos sul campo di battaglia, modificando così il corso della Storia. Al ritorno alla Locanda dell’Ultima Casa, dove il loro viaggio è iniziato, il gruppo di Destina scopre un mondo completamente cambiato. Le forze del male ora dominano la loro terra mentre il Fiume del Tempo scorre inesorabile verso il presente: Destina e i suoi amici devono fare un ultimo, disperato tentativo di riportarlo nel suo giusto canale. Qualora dovessero fallire, il passato alterato travolgerà il presente finché non resterà più traccia del loro vecchio mondo. Mai destino è stato più in bilico e nefasto.

Margaret Weis e Tracy Hickman hanno pubblicato il primo volume di Le Cronache di Dragonlance, I Draghi del Crepuscolo d’autunno (Armenia, 1988), nel 1984. Dopo oltre trentacinque anni, contano una collaborazione su più di trenta romanzi ambientati in diversi mondi fantastici. Hickman sta attualmente lavorando con suo figlio, Curtis Hickman, per Hyper Reality Partners, creando storie e progetti per simulazioni di realtà virtuale integrali e totalmente immersive, mentre Weis è istruttrice agonistica di flyball, sport cinofilo californiano. Dopo I Draghi dell’Inganno e I Draghi del Destino, I Draghi dell’Eternità è il terzo romanzo della nuova trilogia Dragonlance Destinies a essere pubblicato in questa collana.

THE SCARLET ALCHEMIST: L’ALCHIMISTA SCARLATTA di Kylie Lee Baker

Traduzione dall’inglese di Roberta Montroni
Genere: fantasy YA
Fanucci Editore
Uscita: 25 ottobre

Dall’autrice di La collezionista di anime arriva una dilogia fantasy di cui The Scarlet Alchemist: L’Alchimista Scarlatta è il primo volume: una ragazza povera con la capacità di resuscitare i morti rimane invischiata nei pericolosi giochi politici della famiglia reale.

Zilan sogna di diventare un’alchimista reale, di provvedere al sostentamento della sua famiglia producendo oro e gemme alchemiche, che donano ai più ricchi l’eterna giovinezza. Ma per ora è costretta a rimanere nel suo piccolo villaggio della Cina meridionale, dove per mantenersi pratica una forma illegale di alchimia: resuscitare i morti a pagamento. Quando le si presenta l’opportunità di completare gli esami imperiali, si dirige verso la capitale per competere contro i migliori alchimisti del Paese in sfide ardue ed estremamente pericolose. Come se non bastasse la sua fama da ‘resuscitatrice di morti’ la perseguita, e il principe ereditario in persona cerca il suo aiuto, sospettando un imminente attentato. Più emerge il suo talento e aumentano i successi durante le prove, più lei resta coinvolta negli intrighi politici della famiglia reale. Tra le mura del palazzo si aggirano mostri, ed è solo questione di tempo prima che questi e i segreti del suo passato vengano a reclamare il conto. Una lettura perfetta per chi ha apprezzato Il principe crudele di Holly Black, per chi ama i romanzi sull’alchimia e la magia oscura e per chi adora storie ricche di sfide e intrighi di corte; il tutto condito da leggende e ambientazioni dell’antica Cina.

Kylie Lee Baker è cresciuta a Boston e ha vissuto ad Atlanta, Salamanca e Seoul. Il suo lavoro è influenzato dalle origini miste (giapponesi, cinesi e irlandesi) e dalle esperienze di vita all’estero, sia come studentessa sia come insegnante. Ha una laurea in Scrittura creativa e Spagnolo presso la Emory University e un master in Scienze biblioteconomiche e dell’informazione presso la Simmons University. Nel tempo libero suona il violoncello, guarda film dell’orrore e prepara troppi biscotti. Dopo la prima dilogia composta da La collezionista di anime e L’imperatrice delle anime, disponibili nella presente collana, Fanucci Editore pubblica The Scarlet Alchemist: L’Alchimista Scarlatta, primo volume dell’omonima serie.

Hans Tuzzi “Colui che è nell’ombra”, recensione di Salvina Pizzuoli

Bollati Boringhieri

Ah, sì, ora posso ben dirlo: vi è qualcosa di nostalgicamente incantevole in una società che svanisce, almeno quanto disgusta una società che decade.

Si apre con Costanzo Il Sidi e si chiude con Costanzo il Duende, in mezzo ai quali la storia trascorre con Cesare e con Curzio: passaggi generazionali, chi li racconta?

Il lettore dovrà attendere: la voce narrante si svela lentamente, il lettore ne fa la conoscenza attraverso il raccontato che ha come protagonisti i citati rampolli della casata degli Avogadro, friulana,  a partire dal 1937 ad oggi e ambientata nella loro antica dimora, una solida villa secentesca arredata come molte altre case nobiliari.

La voce narrante comincia a disvelarsi

“Il capitano conte Costanzo Avogadro mi aveva promosso di fatto a suo… servo? No. Ma nemmeno attendente. Suo famulo, ecco. Io avevo diciotto anni, e lui ventinove”.
“In qualità di intendente, mio padre abitava un piccolo appartamento in una delle barchesse. Io ero frutto tardivo del suo matrimonio. Tardivo e infausto, oltreché inatteso. Dopo aver partorito otto anni prima mio fratello, e avere avuto due anni dopo l’aborto spontaneo di una piccina che venne comunque battezzata: Lia, mia madre era morta dandomi in luce al mondo. Mio padre aveva quarantasette anni, quando lei morì, e credo non mi abbia mai perdonato del tutto. Ma era uomo sobrio, di poche parole, e affidò la mia infanzia alla cuoca e alla governante”.
E più avanti
“Mio padre si avviava ormai alla vecchiaia, io mi ero iscritto a Legge e lui lavorava ai fianchi il conte affinché gli subentrassi nelle cure della villa e delle pertinenti proprietà”
Fino al giuramento
“E allora, siamo in guerra. Tempo settimane, mesi forse, ma saremo in guerra. Chi può sapere cosa riserva il futuro? Voglio fare con te un patto analogo, e voglio altresì che tu giuri, sui sacramenti, di restare per sempre vicino alla mia famiglia. Capisci? Per sempre! Giura!”

È col patto siglato con il sangue che compare per la prima volta il nome e il cognome di colui che di fatto non è solo voce narrante ma attraverso gli occhi del quale prende vita nel tempo, si disvela l’esistenza di chi lavorava e viveva in quella cornice dove il rumore di quel mondo arrivava attraverso gli avvenimenti e i fatti che occorrevano ai membri della Famiglia: un mondo in cui quello “fuori” entrava a tratti per specchiarvisi con le sue conseguenze, fauste o infauste, con i mutamenti e le riflessioni che se ne determinavano e che la voce narrante sa sottolineare.
Una narrazione lenta, piacevole, come possono esserlo solo i ricordi che sanno indugiare sui particolari, quelli indelebili, nostalgici, rammaricati, in questo memoir la cui conclusione, inattesa, è in effetti imprescindibile, conseguente a un gioco, un gioco delle parti, dove solo il fuoco scioglierà l’incantesimo

vi è qualcosa di nostalgicamente incantevole in una società che svanisce, almeno quanto disgusta una società che decade”.

Dello stesso autore su tuttatoscanalibri

Intervista ad Hans Tuzzi (21 ottobre 2024)

Tutto Tuzzi

Antonio Schlatter Navarro “Perché leggere Dostoevskij, Graphe.it

Leggere Dostoevskij è un atto rivoluzionario: un viaggio nel tempo e nell’ anima. Non possiamo leggere Dostoevskij in fretta; per questo, accettare la sfida sarà un’azione rivoluzionaria di cui mai potremmo pentirci.


a cura di Natale Fioretto
Prefazione di Valerio De Cesaris
in libreria dal 26 ottobre

Graphe.it

Perché dovremmo leggere oggi Dostoevskij? Questo volume non solo fornisce risposte, ma ci mette di fronte alle domande giuste, uscendo dalla retorica un po’ supponente secondo cui tutti avrebbero letto Dostoevskij o tutti dovrebbero farlo. La prospettiva del saggio – almeno in parte – muove da una visione cristiana, infatti, la relazione con il peccato e il divino è senza dubbio un filone centrale nella poetica del romanziere. Ciò che rende avvincente quella che Schlatter Navarro chiama “indagine” è però il carattere misterioso che permea la riflessione dello scrittore: per lui «i rapporti fra Dio e l’uomo, il peccato e il male, la coscienza e la libertà non sono problemi, ma misteri».

Dostoevskij sfida il nostro tempo troppo veloce. Per gli europei d’oggi, spaesati e spaventati di fronte a un mondo complesso che non dominano più come hanno fatto nei secoli passati, tutto scorre in fretta, mentre lo spazio della riflessione si restringe. Ogni notizia è divorata rapidamente e sostituita dalla successiva. Ci si dimentica e ci si abitua anche a quelle peggiori, come la guerra, che quasi non fa più notizia se non quando sembra che ci minacci direttamente. Tanta gente non legge più libri, illudendosi magari di capire la realtà del mondo scorrendo i post sui social, senza uno sforzo di approfondimento. I requisiti fondamentali del lettore ideale di Dostoevskij sono pazienza e attenzione, ci ricorda in questo bel saggio Antonio Schlatter Navarro. Ma chi è davvero attento al giorno d’oggi? Chi ha la pazienza di entrare in trame complicate, accettando d’incamminarsi in centinaia di pagine? Corriamo il rischio di non capire la realtà che ci circonda, le questioni fondamentali che riguardano l’umanità, semplicemente perché rinunciamo a fermarci, a leggere, a entrare nella complessità della vita. La letteratura ci aiuta, se le dedichiamo il tempo che merita. Il suo senso profondo è infatti quello di essere al servizio del lettore, per scuotere la sua coscienza e spingerlo a pensare, rimettendo in moto la mente e il cuore. (dalla Prefazione di Valerio De Cesaris)

ANTONIO SCHLATTER NAVARRO (Siviglia 1968) è un sacerdote della Prelatura dell’Opus Dei. Ha esercitato il ministero in diverse diocesi della Spagna: Murcia, Valencia e Saragozza e attualmente a Cordova. Laureato in Giurisprudenza all’Università di Jaén, dove ha esercitato la professione di avvocato, ha conseguito la laurea in Teologia alla Pontificia Università della Santa Croce in Roma e il dottorato in Filosofia all’Università di Navarra.

Dario Voltolini “Acqua chiusa”, Oligo Editore

Debutta per Oligo la nuova collana RONZINANTE diretta da Marino Magliani. Tra narrazione e disegno, un modo nuovo per raccontare luoghi e territori nel cuore di grandi autori contemporanei

Prefazione Alice Pisu, con illustrazioni dell’autore

Collana Ronzinante diretta da Marino Magliani

Dal 25 ottobre in libreria

OLIGO

Il luogo è un grappolo di vie nel quartiere dove un tempo c’era un’enorme fabbrica della Michelin e ora un centro commerciale a Torino. Un palazzo, edificato per la residenza di chi in quella fabbrica ci lavorava, sussiste ancora intatto. Lì è vissuta la famiglia di mio padre. Questa zona della città è l’argomento del mio testo, come era e come è.

Lontano da nostalgie per un passato guasto, con Acqua chiusa Voltolini concepisce nel disegno di fallimento la naturale conseguenza dell’inafferrabilità del reale, dell’abbaglio del visibile. Indugia sulle sovrapposizioni di storie per scorgere grovigli senza via d’uscita nel posare fugacemente lo sguardo sugli esiti individuali dei suoi soggetti. Il racconto è un invito a rintracciare una personale geometria del tempo nel bilico tra memoria e perdita, a fare propria la curiosità immaginativa del narratore sulla vita anteriore per riconoscere nella fragilità di un ambiente in dissoluzione una configurazione interiore nell’enigma tra salvezza e oblio, e riflettere sull’incapacità moderna di relazionarsi al paesaggio e di lasciarsi interrompere da esso. (Dalla prefazione di Alice Pisu)

Dario Voltolini (Torino, 1959) è autore di racconti, romanzi, radiodrammi, testi di canzoni e libretti per il teatro musicale. È docente presso la Holden Academy. Cura la collana di narrativa italiana Pennisole per Hopefulmonster editore. Ha pubblicato per Einaudi, Feltrinelli, Laurana, Manni, Bollati Boringhieri, La Nave di Teseo. Il suo ultimo libro, Invernale, è stato finalista del Premio Strega 2024.

Nella stessa collana in uscita il 25 ottobre

Marino MaglianiCorsica. Prefazione di Roberto Carvelli

Macrina Marilena Maffei “La danza delle streghe. Cunti e credenze dell’arcipelago eoliano”, Armando Editore



in libreria dal 24 ottobre

Armando Editore

In un’epoca di incantamento del mondo, dove gli scogli parlano, le creature sognate escono dai sogni ed entrano nella realtà, e le serpi compaiono con i capelli pettinati a treccia, a crocchia, a tuppo, si rivela che gli spiriti ritornano fra gli uomini in forma zoomorfa. Un immaginario in cui il fantastico, il meraviglioso e l’onirico s’intrecciano dando vita a emozionanti narrazioni dove anche la presenza delle streghe è marcata. Esibendo la loro arcaica nudità, le streghe in volo si palesano agli uomini. Il loro tratto più inquietante lo mostrano trasformandosi in nuvole e in vento per inseguire sul mare i naviganti o anche rubando le barche ai pescatori. 

Oggi, alla sua terza edizione, il libro torna arricchito dalla suggestiva storia di una pescatrice. Una pescatrice dai lunghi capelli morta in un naufragio oppure, come alcuni raccontano, per l’agire malefico delle streghe. Racconti e credenze narrati, per la prima volta nella storia dell’arcipelago, dalla voce dei suoi abitanti durante un’etnografia che ha preso l’avvio oltre quarant’anni fa, sullo sfondo di una maestosa natura vulcanica. Il volume presenta gli esiti di una ricerca, di lunghissima durata, condotta nell’arcipelago eoliano a iniziare dagli anni Ottanta e ricostruisce, attraverso storie e credenze di tradizione orale, i tratti fondamentali di una cultura inscritta in un’infuocata natura tellurica. 

L’autrice documenta aspetti della cultura insulare che non erano mai stati indagati, riuscendo anche a fare emergere dal mondo stregonesco dove erano celate le storie vere delle donne che esercitavano il mestiere della pesca.

MACRINA MARILENA MAFFEI, antropologa del mare e fiabologa, ha raccolto i repertori narrativi orali di vaste aree dell’Italia centro-meridionale e delle isole conservati in gran parte nell’Archivio Etnico Linguistico Musicale dell’Istituto Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi e nell’Archivio Sonoro dell’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale del Ministero della Cultura. Progettista del primo Museo del Mare Demo etnoantropologico del Lazio, con sede a Gaeta.

Intervista ad Hans Tuzzi

Dal 25 ottobre è in libreria l’ultimo romanzo di Hans Tuzzi, Colui che è nell’ombra (Bollati Boringhieri). Abbiamo rivolto all’autore qualche domanda, non tanto sul romanzo quanto sulle sue idee e convinzioni circa scrittura e società.

Lei ha importanti estimatori, ma è sempre rimasto uno scrittore poco popolare. Perché?

Non cerco il consenso, e questo non gioca a mio favore al botteghino. Sono versatile, e mi sono misurato pure con generi “bassi” ma con scrittura non corriva: di qui la diffidenza dei lettori abituali di gialli e la preconcetta indifferenza degli accademici italiani, che, per titolo giuridico, sono ordinari, e dunque non possono capire l’extraordinario. Infine, non partecipo al grooming delle conventicole e non ho potere. Mi sembrano tutte valide ragioni per essere, come dice lei, poco popolare. Né ho difficoltà ad ammettere che la mia opera presenta una dichiarata «disappetenza al moderno», per dirla con Cesare Garboli. Questo non significa ingannarsi imbellettando il passato, anzi: chi si volta indietro si perde per sempre, come insegna il mito di Orfeo e Euridice. In una società come la nostra, dove gli “intellettuali” sono presenzialisti ridotti a poco meno che cavalli di Elberfeld, vien da rimpiangere le generose e ingenue esposizioni degli anni Cinquanta: la paura della morte atomica, e Huxley, e i concettosi e noiosissimi Sartre e Miller, convivevano con Doris Duke e Barbara Hutton che pagarono milioni di dollari per verificare con mano quanto si favoleggiava della dotazione KingSize di Porfirio Rubirosa, diplomatico della Repubblica Dominicana e unico in grado di competere in dimensioni virili con lo Scià di Persia (la sola politica estera che sembra abbia fatto scuola, sostituendo alle dotazioni anatomiche quelle missilistiche). Sì, il passato era fesso. Ma mi piace notare che l’appartamento al 45 rue de Courcelles, a Parigi, oggi residenza diplomatica della Repubblica Dominicana, fu un tempo abitato da Marcel Proust: Jupien, Charlus e Rubirosa, quel ensemble.Sì, il passato era fesso. Però non riesco ad appassionarmi a un presente idiota schwampito e infame, come ai miei occhi è il nostro. Il livello infimo della classe politica in Occidente, la Storia che non insegna nulla (sì, lo si sa ma fa sempre effetto vederlo confermato dai vari Putin, e Trump, e loro imitatori estimatori), una sfasata logica binaria che riduce a poca cosa il raziocinio delle generazioni allattate a computer, e di conseguenza la più assoluta incapacità di cercare il sapere per amore di meraviglia (quel che gli antichi greci chiamavano philosophein dia to thaumazein), tutto questo mi fa sentire sempre più estraneo verso il presente, e, il che è peggio, rancoroso per sentirmi tale.

Anche la letteratura contemporanea è investita da questa critica?

Quella di questo secol nuovo? In buona parte sì: giudicando quarant’anni fa un candidato alla pubblicazione con Einaudi, Franco Fortini parlò di «prodotti, che chiamerei non convenzionali ma convenzionati, come si dice delle cliniche che hanno rapporti privilegiati con certe mutue.» Mi sembra più che mai attuale. E Jung ha detto: «Capii che non si raggiunge nulla nella vita se non si parla con la gente solo delle cose che essa già conosce. La persona semplice non valuta appieno che specie di insulto sia parlare ai propri simili di cose che son loro ignote. Gli uomini al più tollerano un tale sconsiderato comportamento in uno scrittore, o in un poeta». Ecco, a me pare che oggi ancor più di ieri il successo arrida a chi rumina idee abbondantemente rimasticate seguendo le mode, e in particolare quelle mode che si dichiarano contro le mode, in una sempre più latrante retorica del “messaggio”, liquidata una volta per tutte da Nabokov: «Se avessi voluto mandare messaggi avrei fatto il postino». Banalità delle esposizioni, ossessiva ricerca del consenso, prosa di livello apparentemente alto ma in realtà frutto dell’omologazione delle scuole di scrittura (amo gli autori attenti allo stile, ma quale grande autore europeo fra le due guerre mondiali sentì il bisogno di cincischiare le frasi, senza peraltro dominarne senso e struttura, come fanno oggi gli autori delle più recenti generazioni? Rileggetevi Gide: «Lo stile dei Falsari non deve presentare nessun interesse alla superficie, deve essere liscio tanto da far dire a certi giocolieri: cosa ci trovate da ammirare là dentro?»), e in più maniacale attenzione al proprio ombelico… Vale qui il cortocircuito di Majakowskij: «Da quando domina il materialismo è scomparsa la materia». E, di conseguenza, è scomparsa l’ironia, e, peggio, l’autoironia: due monete, peraltro, mai circolate in Italia. Ironia nel senso greco della parola, ossia finzione; però è una finzione, come dice Vico, più vera del vero. La grande letteratura è sempre ironica perché non spiattella convinzioni, non dispensa ovvie verità. Bisogna passare attraverso la finzione per dire la verità, non è un paradosso: il saggio sa che bisogna rinunciare per possedere, lo sportivo sa che si deve arretrare per saltare meglio, e lo scrittore dovrebbe sapere che bisogna sottintendere per affermare. Orfeo perde Euridice per il troppo umano bisogno di assicurarsi invece di fidarsi senza guardare, ma Gesù ricorda agli uomini che «chi ama la propria vita la perderà». Da ateo, l’ho sempre trovata una sublime lezione di umanità. E di scrittura. Già, perché, come ha detto un sommo, «scrivere è dare il cuore a qualcosa di più profondo».

Un esempio concreto di sottinteso?

Due, per capirci meglio. E visto che ho appena citato Proust, con lui riprendo, che in una lettera scrive: «Prima che l’ultimo urlo si sia spento si precipitano in bagno e tutto termina con un rumore d’acqua. La mancanza di transizione mi stanca per loro, perché, se c’è una cosa che detesto dopo, subito dopo, è muovermi. Per quanto egoismo ci sia nel trattenere nello stesso posto il tepore di una bocca che non ha più nulla da ricevere.» Si tratta, ripeto, di privata corrispondenza. Ma quanto stile in quel trattenere il tepore di una bocca che non ha più nulla da ricevere. E se ne fa buona scolara, tale da superare forse il maestro, Anna Maria Ortese quando scrive Il porto di Toledo: «Risentivo di nuovo il suo bacio sopra la gamba, dove la calza finiva e cominciava un po’ il mio essere»: quel dove cominciava il mio essere è magistrale e ardente evocazione erotica. Tanto alto, là dove non dice, si fa ogni parlare d’amore. Tanto alta, nella reticenza, è ogni pagina di vera letteratura. Ma nella società contemporanea, mossa da appetiti e priva di desideri, la naturale conseguenza è che gli intellettuali assolvano il loro ruolo etico dandosi alla pubblica esibizione in forme magniloquenti e urlate, mentre invece l’etica, nell’arte come nella società, matura da gesti intrapresi senza pubblico, in austero anonimato.

Ma quali sono, per lei, altre componenti essenziali della grande arte? O almeno una fra esse?

Cercherò di dirlo con un esempio. Per i capelli del Cristo alla colonna Antonello da Messina usa il cinabro velandolo poi con ocra: un colore che al tempo costava sessanta volte più dell’altro viene usato sotto, coperto in gran parte dal colore più economico. L’effetto è tuttavia stupefacente. Questa è grande arte, l’altra soluzione sarebbe facile risultato per pubblico di facile contentatura. La grande arte non è mai facile: può sembrare semplice – e non lo è – ma facile mai. Ciò vale, naturalmente, anche per la letteratura. Che un capolavoro come il Don Chisciotte, capace, in alcune sue parti, di annoiare volutamente il lettore per rimanere fedele alla forma data all’idea, sia stato, da subito, un best-seller, è l’eccezione, non la regola.

Da sua estimatrice, mi chiesi cosa mai avrebbe potuto ancora scrivere dopo quell’assoluto che è Nessuno rivede Itaca, e invece lei ha fatto due mosse imprevedibili, con due romanzi come Curiosissimi fatti di cronaca criminale, dove si entra e esce da mondi paralleli, e questo, Colui che è nell’ombra, del quale volutamente non intendo anticipare nulla ai lettori perché è un sortilegio ugualmente riuscito. Una bella prova di muta, direi, per usare un termine della biologia, scienza a lei cara come dimostrano le divagazioni sulla psichedelica percezione dei colori del paguro in Vanagloria o sul multiplo pene delle lucertole in Nessuno rivede Itaca.

Già, Nessuno rivede Itaca: finitolo, io sono morto e rinato. Allora, una volta per tutte, presi piena e profonda coscienza dei mutamenti perenni del mondo, di come terre credute ferme tali non siano, e d’improvviso scompaiano. Il mio segno zodiacale è lo Scorpione e gli junghiani considerano la caratteriologia scorpionica capace di smuovere energie al servizio della trasformazione quintessenziale. Gli alchimisti associavano questo simbolo all’abbandonarsi e diventare, e chiamavano “tempo dello scorpione” il momento in cui i metalli di base si trasformavano in oro. E l’antico Egitto, lo vogliamo tacere? La dea scorpione Selket rappresentava la capacità di sopravvivere alle transizioni più radicali. Morte e rinascita, trasformazione… Del resto, non siamo mai “uno”; come mi scrisse un amico, a proposito dei miei romanzi, la nostra anima è abitata dai molti che siamo stati e che vorremmo essere. «Nasciamo già in Tanti e aspiriamo all’Uno», mi scrisse. Dietro ogni pensiero alchemico si cela questa drammatica utopia. «Forse dovremmo rinunziarvi e instaurare rapporti di buon vicinato con Tutti, accettando di essere consapevolmente abitati ora da Questo ora da Quello e poi da quell’Altro ancora… Valenti aurighi, in quest’arte dovremmo esercitarci, e a questa tendere, finché ci sarà possibile.» Purtroppo, merita invece ricordare una riflessione di Jung: «La totalità di una nazione non reagisce mai come un normale individuo moderno, ma sempre come un gruppo primitivo. Crimini, che l’individuo da solo non potrebbe mai avere la forza di reggere, vengono perpetrati senza alcun ritegno dal gruppo. No, i demoni non saranno affatto banditi. Ogni uomo che smarrisce la sua ombra, ogni nazione che si sente moralmente superiore, è la loro preda». Senz’ombra, senz’anima, dice il proverbio tedesco che ispirò von Chamisso. Il che ci porta dal Piccolo al Grande Mondo, e viceversa. E alle considerazioni su passato e presente con le quali s’è aperta questa chiacchierata.

Uno scrittore dovrebbe essere nel presente, non trova?

Nel presente, ma non del presente. Balzac era nel presente, altroché se lo era, ma le sue trame si svolgono tutte un quarto di secolo prima della pubblicazione. Complice l’età, aumenta il mio rifiuto della compiacenza, e del presente, troppo affollato di esseri umani, vedo più i difetti che i pregi…

La grande villa del romanzo trasformata in resort, ad esempio, con la nuova fauna umana?

Ad esempio, sì. Purtroppo ciascuno di noi tende a fissarsi sugli anni migliori della propria vita, e per me furono i Sessanta, così come per mia nonna furono i Venti (la generazione dei miei genitori a vent’anni si trovò in guerra, invece: ma paradossalmente l’uomo prova un terribile amore per la guerra, e molti di quei reduci, io bambino, con il ricordo andavano alle esperienze, talvolta atroci, di quegli anni). Del presente in realtà poco mi sfugge, ma lo guardo da un punto di vista se non prevenuto, certamente estraneo: ne colgo, avendo coltivato altri modelli, più la volgarità che le potenzialità. E mi sento incapace di tenere il passo – disumano – della rivoluzione tecnologica. So ancora cogliere il sale della vita ma, come dice l’Evangelista, «se il sale perde il suo sapore, con che cosa lo si renderà salato?». 

E allora, chiuda con un aforisma.

La proprietà di linguaggio non è proprietà privata. E il rispetto di sé stessi è anche rispetto dei lettori di qualità.

********************************

Hans Tuzzi, Colui che è nell’ombra, Bollati Boringhieri, pagine 176 euro 16,00

Nucci intervista Tuzzi su IlLibraio
Sul precedente romanzo, Curiosissimi fatti di cronaca criminale, segnaliamo questa intervista

Michela Matteoli “La fioritura dei neuroni”, presentazione

A tutti noi piace pensare che il cervello non debba per forza peggiorare con l’età. Per questo motivo risulta entusiasmante il filone di studi, sempre più rigoglioso, sulla neurogenesi negli adulti, cioè sulla nascita di cellule nervose anche quando lo sviluppo dell’organismo è completato. Michela Matteoli la chiama, con una metafora, «fioritura dei neuroni» e immagina il cervello come un giardino che, innaffiato a dovere, rimpiazzi con nuovi germogli le piantine rinsecchite, aggiunga foglie ai rami dei suoi alberi, veda sbocciare fiori che non c’erano.(da Scheda Libro Sonzogno Editore)

Un saggio incoraggiante e propositivo:  il popolamento del cervello di una fitta rete di neuroni è un processo tipico di quelli giovani mentre la rete neuronale diminuisce con il passare degli anni, come preservare e mantenere rigoglioso il nostro albero neuronale? La scienza mettendo in discussione questo datato assunto propone tecniche per favorire il contrario.

Questo è l’argomento del saggio della Matteoli, semplice e divulgativo, pieno di pratiche volte a contrastare questo processo di invecchiamento.

Gli accorgimenti sono semplici: a partire dalla lettura che coinvolge e crea immaginario e spinge verso forme di creatività, importanti sono  anche il movimento, una corretta alimentazione, il relax , il sonno e non per ultime le relazioni  sociali messe oggi a dura prova dall’epoca in cui viviamo così densa di conflitti e intolleranze e soprattutto costruita su modelli di forte individualità. Pochi accorgimenti che sta a noi attivare per rendere la nostra rete neuronale capace di non avvizzire ma di crescere attraverso le stimolazioni nate dal nostro impegno e dalla nostra socialità.

Brevi note biografiche

Michela Matteoli dirige il programma di Neuroscienze dell’ospedale universitario milanese Humanitas, dov’è anche professoressa ordinaria di Farmacologia. È socia della prestigiosa Accademia nazionale dei Lincei. Già direttrice dell’Istituto di Neuroscienze del cnr, è membro della European Molecular Biology Organisation (embo) e dell’Academia Europaea, nonché dei comitati etico e scientifico della Fondazione Umberto Veronesi. Fa parte di gruppi di valutazione scientifica internazionali, tra i quali l’European Research Council (erc) e la Swiss National Science Foundation (snsf).Nella sua carriera ha ricevuto vari riconoscimenti, tra cui il premio Feltrinelli per Fisiologia, Biochimica e Farmacologia dall’Accademia dei Lincei, il premio Marcello Sgarlata, il premio Atena per i meriti scientifici e il premio Porto Venere donna. Nel 2013 è stata premiata dalla prestigiosa rivista Nature con il Mid Career Mentoring Award, per aver ispirato una generazione di giovani scienziati.È autrice di oltre 170 pubblicazioni ad alto impatto scientifico (con un H-index di 79) e, in ambito divulgativo, del bestseller Il talento del cervello (Sonzogno, collana Scienze per la vita ideata e diretta da Eliana Liotta, 2022).(da Sonzogno)

Eça de Queiroz “Stranezze di una ragazza bionda”, Bibliotheka Edizioni

IN LIBRERIA DAL 18 OTTOBRE LA NUOVA TRADUZIONE ITALIANA DI “STRANEZZE DI UNA RAGAZZA BIONDA” DEL PORTOGHESE DE QUEIROZ. NOVELLA CHE HA ISPIRATO L’ANALOGO FILM DI MANOEL DE OLIVEIRA

Traduzione di Rebecca Bentes Saldanha Pereira

BIbliotheka Edizioni

Una storia d’amore tenera e ironica, briosa e leggera, scritta da Eça de Queirós, massimo cantore della società lusitana, della sua spocchiosa aristocrazia

Cosa accade se si sommano episodi insignificanti, dettagli, piccoli gesti e si scopre all’improvviso che nascondono una trama insospettabile?

È la domanda che nasce dalla novella Stranezze di una ragazza bionda dello scrittore portoghese Eça de Queiroz nella nuova traduzione di Rebecca Bentes Saldanha. Ormai introvabile in italiano e ispiratore del film omonimo di Manoel de Oliveira, il racconto narra la storia di Macário, che lavora a Lisbona come contabile alle dipendenze dello zio Francisco. Il giovane si innamora di una ragazza bionda, Luisa, scorta per caso dalla finestra del suo ufficio. I due si incontrano e decidono di sposarsi, ma lo zio si oppone. Macário si trasferisce allora a Capo Verde in cerca di fortuna, ritorna in Portogallo con un piccolo capitale che gli permette di metter su famiglia, ma perde tutto prestando il denaro a un amico truffaldino. Ricomincia da capo e ottiene infine il permesso di convolare a nozze con la bionda Luisa. Tuttavia, una brutta scoperta gli impedirà ancora una volta di sposare la ragazza.

Incipit.

Cominciò col dirmi che il suo caso era semplice e che si chiamava Macário. Devo premettere che conobbi quest’uomo in una locanda del Minho. Era alto e grosso: aveva una testa larga e calva, lucida e liscia, con radi capelli bianchi che gli si arricciavano tutt’intorno; e i suoi occhi neri, cerchiati dalla pelle rugosa e giallognola,con le occhiaie gonfie, possedevano una limpidezza e una rettitudine singolari dietro gli occhiali rotondi con cerchi di tartaruga. Aveva la barba rasata, il mento prominente e risoluto. Portava una cravatta di raso nero legata dietro il collo con un fermaglio; un cappotto lungo color castagna, con le maniche aderenti e giuste e i risvolti di velluto leggero. Dalla lunga apertura del panciotto di seta, su cui riluceva una catena antica, fuoriuscivano le pieghe molli di una camicia ricamata. Questo accadeva a settembre: le notti arrivavano già prima insieme al freddo penetrante, secco, e ad un’oscurità sublime.

L’autore, Eça de Queiroz (1845-1900), è stato giornalista, diplomatico e scrittore portoghese. Massimo esponente del realismo lusitano, ha innovato profondamente la lingua portandola agli esiti attuali. Grande viaggiatore, ha composto all’estero la maggior parte della sua opera anche se con un occhio costantemente attento alla realtà portoghese di cui è anche un profondo critico.